Gran brutta parola la Disposofobia.

 

Eppure la nostra è una bella lingua. Perché quando si coniano parole nuove non si usa un po’ di fantasia?

Cos’è questa disposofobia che non si riesce nemmeno a pronunciare? Gran brutta cosa si direbbe, a sentirla.   E’ la traduzione italiana dell’espressione “compulsive hoarding” che è la mania di accumulare, tutto, dal piatto rotto alla calza bucata, dal cadavere dell’animale domestico alla crosta di formaggio.

La disposofobia è una nuova malattia mentale. E’ un disturbo  comune, anche se non sempre in forme così estreme. Sembra che colpisca di più le persone anziane perché spesso si fanno le scoperte più incredibili dopo che muore un vecchio che abitava solo.   Dei nostri amici hanno acquistato, dopo la scomparsa del proprietario, una casetta che confinava con la loro. Era letteralmente piena di legna da ardere. Tuttavia questo poveretto non accendeva mai il fuoco, per fortuna sua e dei vicini.  E’ chiaro che queste persone rappresentano un potenziale rischio per la comunità.  Infezioni, incendi, invasioni di parassiti.

I miei genitori  pur senza essere degli “accumulatori” patologici,  avevano vissuto la guerra ed erano cresciuti in tempi in cui si riutilizzava tutto, si risvoltavano i cappotti e si aggiustavano le pentole. Mia mamma diceva, mai buttare via gli oggetti in  pelle, o pezze di lana buona, non si sa mai. Raccontava sempre che in tempo di guerra era riuscita a fare delle pantofole per tutta la famiglia con una pelle di gazzella portata dall’Africa dallo zio marinaio.  Il papà invece collezionava minerali e faceva incetta, in questo caso il termine è appropriato, di scatole e contenitori per riporre i suoi preziosi esemplari. Gettonatissime erano le prime scatolette di plastica trasparenti, quelle delle mutande, o delle camicie, per intendersi.  Quando, dopo la loro scomparsa, ho dovuto svuotare la grande casa di famiglia, ho riempito sacchi e sacchi con vecchi pezzi di stoffa “buona”, con le scatole vuote per i suoi minerali, vecchi tappeti lisi e consumati, oggetti ritrovati in cantina e solaio, che alla mamma piaceva tanto scoprire. Lei sapeva ridar vita a vecchie cose dimenticate, e l’antiquariato era la sua passione. I miei avevano delle passioni, non delle manie. Si affezionavano alle cose così come ai loro simili.

Bisogna stare attenti a vedere il patologico dappertutto. Perché Zio Paperone non è considerato matto? Perché lui accumula denaro. E il denaro non puzza e non fa schifo. E a zio Paperone  piace contare i soldi nella sua casa piena di monete d’oro. Non a caso le banche una volta in inglese si chiamavano anche  “Counting Houses”. Bel nome, rende l’idea.

C’è uno scrittore americano, E. L. Doctorow, che ha raccontato in chiave filosofica la storia di due fratelli newyorkesi,  morti nel 1947 sotto tutto ciò che erano andati  accumulando durante la loro vita. Si è ispirato alla storia vera dei fratelli Collyer, diventati celebri, loro malgrado, proprio per questa loro peculiarità.  Erano persone eccentriche, diverse, ma perché? Nel loro caso la creatività si esprimeva con l’accumulo. Accumulare tutti i giornali per arrivare a crearne uno solo, tanto le notizie che contano sono sempre le stesse. Portare in sala da pranzo la Ford di famiglia per scaldare la casa o produrre energia. Non  acquistare il cibo ma raccoglierlo – dove esattamente non si sa. Perché buttare via, quando tutto serve ed è così bello raccogliere?  Uno dei due fratelli, Langley, usciva la sera per ritornare a tarda notte, dopo essere andato in giro per la città a raccattare di tutto. La ribellione di Homer & Langley, i protagonisti del romanzo,  ha a che fare con la libertà stessa dell’uomo.  L’uomo di città non può fare l’eremita, diventa appunto “incivile”.  Sono generosi e ospitali i due fratelli, accolgono non solo le cose ma anche le persone, l’occasionale barbone,  il gangster in cerca di un nascondiglio, lo studente squattrinato.  Homer è il fratello cieco, Langley ha partecipato alla prima guerra mondiale e ne è tornato sofferente, dopo aver inalato i tremendi gas. Si fa carico del fratello, lo vuole proteggere ad ogni costo ed escogita di tutto per aiutarlo a vivere una vita normale, ammesso che si possa usare la parola normale.. Che bisogno c’è della luce elettrica se Homer è cieco? Però studia e va in cerca di rimedi speciali, per curare la sua cecità.

Ecco, io penso che dietro ad ogni notizia di vecchietto ritrovato morto nell’ammasso di oggetti sporchi, inutili, rotti e dimenticati, si celi la storia di un artista, di una persona buona, che,  essendo forse stata rifiutata dai suoi simili, abbia trasferito tutto il suo affetto su questi oggetti, apparentemente senza valore. Ricordo un’anziana signora sola che mi disse di non volere spostarsi da casa sua perché lì ogni cosa le parlava.

Guardiamo nei nostri di cassetti, di armadi. Chi di noi ha il coraggio di buttare il vecchio giocattolo, i primi lavoretti  dei bambini, il bigliettino del compleanno, la zuccheriera brutta “ma ci sono così affezionata”?  Si salvano le coppie in cui uno accumula e l’altro butta. Mio marito quando si compra un paio di scarpe nuove mette quelle vecchie nel cassone, e ha solo un quarto di armadio. Ma in un cassetto tiene i suoi primi bavaglini, da lattante, ricamati a mano da una zia. Io ho ancora le scarpe di quando mi sono sposata, di pelle scamosciata bianca, così morbide, ma che non ho mai più indossato,  speravo che andassero bene ad una delle mie figlie, non si sa mai…  Ma le mie figlie portano il quaranta di scarpe, io il trentasette.


Homer & Langley,    Doctorow Edgar L.,  2011, Mondadori

http://en.wikipedia.org/wiki/Compulsive_hoarding

http://it.wikipedia.org/wiki/Fratelli_Collyer

http://en.wikipedia.org/wiki/Collyer_brothers

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