Archivio mensile:febbraio 2014

La vita ai tempi di Stalin. Intrighi, passioni e terrore in un romanzo appassionato ed avvincente.

SIMON SEBAG MONTEFIORE

L’amore ai tempi della neve

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Premessa: se parlo di un libro non è per “recensirlo”.

Non scrivo recensioni, né di film, né di libri. Semplicemente, mi piace parlarne e condividere le impressioni che mi sono rimaste, ciò che mi hanno lasciato. Nessuna presunzione, quindi.

Film e libri ci fanno compagnia, ci fanno pensare.

I libri avvincenti sono definiti  “page-turner” dagli inglesi, o, ancora meglio, “unputdownable”:  che fanno voltare le pagine e non si possono posare finché non si sono finiti.

E’ il caso di un libro che ho appena letto: L’Amore al Tempo della Neve,– One Night in Winter – di Simon Sebag Montefiore.

Io con i libri e con i loro autori ho sempre un rapporto “personale”. Ho “conosciuto” Montefiore grazie a una bella serie di documentari alla BBC sull’impero ottomano che lui presentava. Simpatico. Così sono andata a vedere come nasceva e ho scoperto che è uno storico, esperto di Russia, biografo di Stalin, che si è cimentato anche con un paio di romanzi, ambientati naturalmente in Unione Sovietica, ai tempi di Stalin.

L’Amore al Tempo della Neve è uno di questi, che ho letto con grande piacere. L’autore sostiene che non è un romanzo storico, e che è l’amore il vero protagonista.  Si ispira a personaggi e storie reali, che, per il periodo in cui si svolgono e vivono, assumono una connotazione ancora più drammatica.

Ne L’Amore al Tempo della Neve l’amore impossibile è protagonista. Perché? Siamo nel 1945, a Mosca, sovrano assoluto è Stalin, vincitore della guerra contro Hitler a costo di indicibili sofferenze per il suo popolo. Il terrore fa parte della vita quotidiana, così come la delazione. “Mors tua vita mea” è diventato il motto di tutti. C’è una sorta di tragica rassegnazione fra le persone, in ogni  momento ci si aspetta il peggio, una parola sbagliata, un passo falso, uno sguardo sospetto, il campanello che suona nella notte…

Tutto questo è nel libro, ma c’è anche la vita che è più forte della morte. I giovani impulsivi e incoscienti, sempre ignari e incuranti dei pericoli, le passioni incontrollabili, le debolezze umane, l’ambizione e la paura, i legami famigliari,  i sentimenti più forti della ragion di stato.

Ho pensato molto, mentre leggevo il libro e dopo che l’ho posato, alla insensata crudeltà dei regimi totalitari. Sono anni che mi pongo questo problema.

Alla base di tutto c’è la voglia, l’esigenza di dominare l’altro, di plasmarlo, di plagiarlo. Quando ero piccola mi chiedevo cosa fosse il peccato di “pensiero”, poi ho capito che condannare e punirti per un pensiero era un modo per impedirti di pensare, di dominare la tua mente con la minaccia dell’inferno.

Non ho mai ringraziato abbastanza la sorte per essere nata in un tempo in cui non si bruciano le streghe.

Da sempre c’è Il Pensiero e ci sono tanti pensieri. Una Religione UniVersale – verso l’Uno – e le eresie, i diversi, i pagani, le minoranze, gli altri.

Mi sono sempre stati simpatici gli eretici, perché pensavano con la loro testa ed erano persone alla costante ricerca di una verità.

La modernità ha trasformato le religioni metafisiche in religioni fisiche e terrene, i culti del soprannaturale sono diventati culti del materiale.

Il comunismo sovietico, non chiamiamolo marxismo, ha promesso il paradiso in terra. Ma è nato e si è sviluppato in Russia, dove la terza Roma era un mito da sempre. In Russia la religiosità orientale, la rassegnazione, il fatalismo, l’abitudine alla sofferenza, la sottomissione allo Zar (Cesare), il legame con la terra e la natura crudele, il sogno e la follia megalomani, tutto si è mescolato ed è stato usato per realizzare la grande u-topia. Il più grande non-luogo del mondo.

A che prezzo?  Milioni di vite umane sprecate: le grandi purghe. In Russia non si trattava di avere la razza pura, si voleva il comunismo “puro”.

Ma nulla è puro a questo mondo, e il comunismo puro non è mai potuto esistere. La vita, la politica, la sopravvivenza, sono un compromesso continuo, la natura stessa riesce a vivere grazie solo alle contaminazioni, agli sforzi di adattamento contro gli agenti imprevisti. Ciò che e chi non si adatta soccombe. Ce lo ha dimostrato Primo Levi, con i suoi Sommersi e Salvati, i peccatori che si redimono, le specie animali e vegetali che si adattano all’ambiente in cui vivono, i veleni usati come medicine,  le malattie combattute con i vaccini…

Nei regimi totalitari ciò non è ammissibile. L’idea è Una, la religione è Una, la razza è Una, il mondo è Uno. Il Führer, il Duce, Il Generalissimo, Stalin, Mao, Polpot, sono l’unico Uno possibile, tutto quello che gli si oppone va eliminato. Non esistono più il Bene e il Male. Solo l’Uno, il grande Burattinaio e i piccoli burattini.

Questa però è teoria. Quando la teoria si scontra con la pratica, ecco che abbiamo le nostre piccole, grandi, tragiche, belle, tristi, felici, difficili storie d’amore, o semplicemente storie di vita. Il titolo più giusto per il libro che mi ha così colpito avrebbe potuto essere La vita ai tempi di Stalin.

Tutti i giorni leggiamo di atrocità e ingiustizie commesse a danno dei più deboli. Talmente tante che ci abbiamo quasi fatto l’abitudine, e poi sono così lontane da noi.

Ma quando si legge un libro si entra nella vita di altre persone e ci si immedesima. Le loro vicissitudini diventano nostre. L’atrocità diventa ancora più assurda, la sofferenza palpabile con il nostro cuore. Incredibile, indicibile. Come si può rinchiudere una bambina di sei anni nella Lubianka, chiamarla Prigioniera, solo perché si vogliono colpire i genitori? Appunto, è inconcepibile. Ma è successo, così come è successo di molto peggio, non solo nella Russia di Stalin, ma nella Germania nazista,  nella Argentina dei Generali, sotto regimi islamici, e in troppi altri luoghi, ma noi non lo immaginavamo.

Leggendone in un libro invece lo viviamo e soffriamo insieme.

Questo è il potere del romanzo: il libro di storia ci dà i fatti, il romanzo, se grande, ce li fa vivere.

Nota. Forse è bene ricordare che il vero testo ispiratore dei terroristi e dei rivoluzionari più crudeli è Il Catechismo del Rivoluzionario di  Sergej Gennadievič Nečaev. Non è una lettura amena, ma certamente istruttiva. 

http://it.wikipedia.org/wiki/Sergej_Gennadievi%C4%8D_Ne%C4%8Daev

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Due parole che non mi piacciono.

 

 

La prima è tollerante.  Che cosa vuol dire quando dico che sono tollerante? Che non ammazzo chi mi sta sulle scatole?  Che io sono sicura di aver ragione, e lascio vivere chi ha torto?

Che dato che io sono bruttina, ho le gambe un po’ storte, poco seno e i fianchi troppo grossi  tollero che circolino  bellissime fanciulle  un po’ scollacciate che attirano molti piùsguardi  di me? 

Essere tollerante vuole semplicemente dire essere ipocriti, cinici, o, nel migliore dei casi, menefreghisti.

Perché? Lo spiego qui punto per punto.

Se qualcuno mi sta sulle scatole io posso stare sulle scatole a qualcuno.  Parità.

Come faccio ad essere sicura di avere ragione? Se lo sono io, lo possono essere anche gli altri. Di nuovo parità.

Se qualcuno ha palesemente torto, commette un’ingiustizia o reato e io faccio finta di non vederlo, ne divento semplicemente complice.

Nell’ultimo caso la tolleranza mal celata è semplicemente invidia.

La seconda parola è identità insieme a tutte le sue parole cugine, sorelle o affini, come radici, appartenenza, ecc..

Chi ha mai pensato che la carta d’identità potrebbe essere anche la carta della differenza  o per lo meno dell’individualità?  Ogni dato sulla carta d’identità serve a differenziarmi da chiunque altro. Se ci sono due Pietro Rossi che sono nati nello stesso giorno e abitano nello stesso palazzo come facciamo a determinarne l’identità? Caso estremo, ma non poi tanto in certi piccoli paesi.  Sono di nazionalità italiana, ma non mi sento identica a nessun altro italiano, perché non lo sono. Parlo italiano, ma con accento e inflessione e voce diversa, e così via.

Le mie radici sono in Italia, Non è vero. Non sono una pianta. Non ho radici, infatti vivo all’estero e anche bene,  molti mi invidiano per questo fatto.  Sono di cultura italiana, sì, ma fino a un certo punto, ho studiato lingue straniere e conosco e amo altre culture.

Religione? Sono stata allevata in una religione, poi sono cresciuta e ho fatto altre scelte, non so se giuste o sbagliate, certamente più coerenti col mio modo di essere e pensare.

Sono nata in una zona di montagna. Amo la montagna, ma non la sento mia. Come si può possedere la montagna?  O una città, o una regione?

Grazie al cielo la nostra identità è la nostra individualità ed è anche la nostra ricchezza.

Naturalmente, e mi riallaccio alla parola precedente, se c’è una situazione di sofferenza e di oppressione, che non lascia vivere serenamente la propria individualità o identità, beh allora il discorso cambia, e di molto…  In quel caso non si deve e non si può essere tolleranti…

 

 

Queste riflessioni mi sono state suggerite dalla lettura del libro di uno dei miei scrittori preferiti,  Amin Malouf,   L’Identità.

Identita 

Fra il cucù e il computer c’è di mezzo un … automa

Questo articolo è stato pubblicato anche da http://www.lideale.info

E’ stato per puro caso che abbia visto il film Hugo Cabret di Martin Scorsese  mentre stavo leggendo La Chimica delle Lacrime, di Peter Carey. E’ stato un caso che proprio in quel periodo abbia appreso del Modern Automata Museum. Un piccolo gioiello a Montopoli in Sabina, 40 km a nord di Roma.

Automa – Automaton – è una parola che va scomparendo dal linguaggio comune, a parte forse l’espressione “muoversi come un automa”. Eppure c’è tutto un mondo popolato di automi, o per lo meno c’è stato.

Avete presente l’orologio a cucù, la ballerina che gira sulla scatola con il carillon, l’orsetto che suona i piatti o il tamburo dopo essere stato caricato con la manovella? Io amavo questi giocattoli, che purtroppo avevano vita breve. Bastava forzare la molla e non si muovevano più, con mio grande dispiacere. E ancora la pianola, una mia zia ne possedeva una, che meraviglia,  si inseriva un rullo perforato e si poteva far finta di suonare davvero, i tasti si muovevano da soli!

Chi ha visto Hugo Cabret ricorderà la magia e la meraviglia dell’automa, in grado di scrivere, lasciato dal padre al piccolo Hugo, che gli trasmetterà un ultimo messaggio.  Il film racconta di un mondo scomparso improvvisamente con lo scoppio della prima guerra mondiale, quando i sogni si sono definitivamente infranti.  Scomparvero i congegni che avevano reso vivo il primo cinema, con i loro mostri semoventi, i primi effetti speciali che tanto impressionavano quel pubblico ancora ingenuo. La guerra avrebbe assorbito tutte le energie e cambiato il mondo. Intanto però si era stabilito un indissolubile legame fra queste meraviglie meccaniche, gli automi e il cinema.

L’automa di Hugo Cabret era solo l’ultimo di una generazione di strabilianti creazioni. Erano infatti più di due secoli che la moda di questi oggetti si era diffusa fra i nobili e i ricchi.

Fin dall’antichità si cercava di riprodurre non solo le sembianze, ma anche il movimento dell’uomo e degli animali. Dal rinascimento in avanti, pensiamo solo a Leonardo, gli studi si intensificarono. Nel diciottesimo secolo – il secolo dei Lumi, della tecnica, della scienza – iniziò una vera e propria gara, complici i ricchi committenti, per costruire oggetti meccanici semoventi sempre più sofisticati. Dovevano stupire, per la loro prodigiosità e per la loro bellezza. Tra il 1770 ed il 1773 Pierre Jaquet-Droz e il figlio Henri-Louis realizzarono tre automi:  uno scrivano, un disegnatore ed un musicista (ancora funzionanti, si trovano nel Musée d’Art et d’Histoire di Neuchâtel in Svizzera).

E poi ancora apparvero sulla scena animali di vario genere,  automi umanoidi parlanti, persino giocatori di scacchi e di carte. Venivano esposti nelle case dei ricchi, ma anche in musei e fiere.

Personaggi interessanti i loro creatori. Uno dei più singolari, a mio avviso, è un certo John Joseph Merlin (1735 –1803), e come potrebbe non esserlo una persona col nome di un mago? Belga, lavorò a Parigi e fu portato a Londra da un ambasciatore spagnolo nel 1760. Era un “meccanico prodigio”. Costruì orologi di tutti i tipi, macchine per pesare, sedie a rotelle, e persino una macchina che funzionava grazie alle variazioni della pressione atmosferica. Sapeva suonare e preferiva strumenti di sua invenzione.  Era un tipo originale. Inventò i pattini a rotelle, che utilizzava regolarmente,  a volte facendo anche danni.

Si fece costruire un museo per esporvi le sue invenzioni, il Merlin Mechanical Museum, che tanto colpì un bambino di nome Charles Babbage.  Babbage a sua volta avrebbe ideato una macchina da calcolo programmabile funzionante a vapore, un vero e proprio computer, il primo.  Ma il capolavoro di Merlin fu il Cigno d’Argento, una meraviglia che dà l’impressione di galleggiare, a suon di musica, adagiato su un torrente di asticelle di vetro popolato da pesciolini che guizzano nell’acqua. Il cigno muove la testa da entrambi i lati e cattura persino i pesciolini, ingoiandoli.  L’opera si può ancora ammirare presso il Bowes Museum, Barnard Castle, Teesdale, County Durham, in  Inghilterra, e viene fatta funzionare una volta al giorno.

Merlin voleva forse superare il famoso Jacques de Vaucanson (Grenoble,  1709 – Parigi1782), celebre per aver costruito alcuni automi, fra cui un tamburino e  un piccolo flautista completamente automatizzato dotato di labbra mobili, una lingua meccanica che fungeva da valvola per il flusso dell’aria e dita mobili le cui punte in pelle aprivano e chiudevano i registri del flauto.

Ma il suo capolavoro fu l’anatra digeritrice, un automa di tale versatilità da non essere ancora stato superato. L’anatra poteva bere, mangiare, e persino digerire  e defecare, compiendo circa 400 movimenti diversi, del tutto simili a quelli di un’anatra vera. L’automa fu esposto al Palais-Royal nel 1744. Voltaire avrebbe persino detto che «senza l’anatra di Vaucanson, non ci sarebbe nulla a ricordarti la gloria della Francia». Purtroppo, a differenza del cigno di Merlin, l’anatra di Vaucanson non è arrivata fino a noi. Fu distrutta infatti  nel 1879 in un incendio nel  museo di Nižnij Novgorod, in Russia, nel quale era esposto. Occorre anche ricordare che Vaucanson fu l’inventore del primo telaio automatico, poi perfezionato da Jacquard.  Era stato Vaucanson a capire che le schede perforate, nel suo caso un rotolo di carta, potevano contenere una serie di informazioni per controllare il funzionamento di un dispositivo, in altre parole un programma! Ecco allora come questi due fabbricanti di automi, Merlin e Vaucanson, che riuscirono a programmare il funzionamento di delicati ingranaggi, possano essere considerati a pieno titolo dei proto-informatici, ancor prima di Charles Babbage.

Di questi due straordinari automi e dei loro creatori si parla nel libro di Peter Carey, forse non il suo lavoro migliore, La Chimica delle Lacrime, che ha il merito di raccontarci, il mondo di questi fini artisti, sempre alla ricerca della perfezione e in gara con se stessi.   Il libro narra la storia della curatrice di un museo che, dopo aver subito un lutto, viene incaricata di riparare e ricostruire un automa, un lavoro lungo e delicato durante il quale scopre la vicenda del committente  dell’automa, ma anche quella del prodigioso cigno, del suo creatore e di quel mondo quasi misterioso.

In entrambe le opere, Hugo Cabret e La Chimica delle Lacrime, gli automi sono forieri di vita, di un messaggio ottimistico rivolto al futuro, di fiducia nella capacità creativa della mente umana.

Questi due lavori, il film e il libro, hanno dato solo una piccola idea dello sforzo continuo dell’uomo per cercare di riprodurre artificialmente le sue azioni, di controllare tempo, movimento, energia. Oggi possiamo dire che in parte ci sta riuscendo, ma il prezzo da pagare è sempre più alto. Dagli orologi ai  robot, dai computer ai droni, queste macchine semoventi e quasi pensanti  cominciano a sostituire il lavoro dell’uomo e l’uomo ne sta diventando schiavo. E’ una storia d’amore infinita, di un’attrazione, che può essere anche fatale…

Senza titolo

Hugo

Cigno d’argento:  

http://www.youtube.com/watch?v=AOXqCuqDOi

Museo di Montopoli: http://www.alivola.it/00automata_web/Default.htm

Anna Carbich, 31 gennaio 2014

Una storia vera di fede, avidità e falsificazione

Questo articolo è stato pubblicato anche da http://www.lideale.info

Fede o ingenuità? Quando scienza, archeologia e fede si intrecciano con interessi economici e politici.  

La fede è cieca e sorda. Non soltanto la fede in una divinità, ma la fede in un’idea, una persona, un movimento. È cosa risaputa. La storia stessa ne è la prova. Tuttavia chi ha una fede spesso cerca una dimostrazione, una prova fisica e materiale. C’è chi lo fa in “buona fede”, mi si perdoni il bisticcio, e chi lo fa in “mala fede”.

Ho appena letto un libro che parla di una vicenda in cui le due cose sono strettamente legate. Si tratta di Unholy Business: A True Tale of Faith, Greed and Forgery in the Holy Land (2008), che l’autrice, la giornalista investigativa e scrittrice statunitense Nina Burleigh, visiting artist del Siena Art Institute per il mese di novembre, ha presentato a  “StARTers – Assaggi d’arte” il 5 novembre scorso a Siena.

Unholy business significa letteralmente affari non sacri, empi. E di affari molto poco sacri si tratta. Tutto parte da Israele, dove i siti archeologici sono migliaia, e molti archeologi sono spinti non solo dall’interesse scientifico ma anche dal desiderio di provare che la Bibbia dice il vero, complici molti tombaroli locali, ricchi e affamati collezionisti, abili trafficanti a volte senza scrupoli, studiosi ambiziosi, il tutto con la complicità di una legislazione piuttosto tollerante  in fatto di import-export di reperti archeologici.  Non sono soltanto gli ebrei ad essere interessati a stabilire la veridicità di quanto scritto nella Bibbia, ma anche i milioni di cristiani fondamentalisti americani, sempre pronti a finanziare nuovi scavi.

Nella vicenda trattata dal libro gli oggetti “incriminati”, la cui scoperta ha cominciato ad insospettire gli inquirenti, sono due: il cosiddetto Ossario di Giacomo e la Tavoletta di Re Salomone, o del Primo Tempio.  Il primo, se autentico, fornirebbe nientemeno che la prova materiale dell’esistenza fisica di Gesù.  Reca infatti l’iscrizione “Giacomo, fratello di Gesù, figlio di Giuseppe” e la sua autenticità era stata confermata da studiosi di indubbia fama. Il secondo sarebbe stato la prova materiale e storica dell’effettiva esistenza del primo tempio a Gerusalemme.

La scoperta dell’Ossario di Giacomo fu accolta con meraviglia e commozione in tutto il mondo.  Fu esposto anche in un museo canadese e contemplato da migliaia di visitatori.

I due oggetti sono apparsi sulla scena in modo alquanto misterioso e la loro provenienza non è mai stata accertata. Si è poi appreso che appartenevano alla stessa persona, un noto collezionista e mercante d’arte di Tel Aviv, Oded Golan. Gli investigatori fanno parte di una sezione speciale della polizia e sono essi stessi esperti archeologi. A parte le circostanze rocambolesche del ritrovamento, sparizione e successivo recupero degli oggetti, il fatto cominciò ad assumere una grande importanza anche politica per gli interessi e le persone coinvolte. Studiosi di fama mondiale avevano in un primo tempo accertato l’autenticità dei reperti.

Si insinuarono tuttavia i primi dubbi sull’autenticità delle iscrizioni. Il lavoro degli inquirenti diventava sempre più difficile e complicato. I massimi esperti del campo furono interpellati e i reperti esaminati anche con l’aiuto delle tecnologie più avanzate. Se si trattava di falsi, gli autori erano degli scienziati essi stessi. Sembra infatti che la patina che ricopre la tavoletta sia stata contraffatta e ci sarebbe un’incongruenza nel testo, una parola che in ebraico antico ha un significato e in ebraico moderno l’esatto contrario. In ogni caso i “falsari” se di falso si tratta, hanno dimostrato un’altissima competenza scientifica ed è ragionevole immaginare che siano autori di altre preziose “opere” cedute a collezionisti o musei.

La faccenda era molto delicata: il prestigio di eminenti studiosi sarebbe stato compromesso da una smentita, così come quello di direttori di musei che avrebbero pagato somme ingenti per acquistare dei falsi..

Ne è seguito quello che viene chiamato il processo del secolo, un dibattimento lungo, che ha visto alternarsi come testimoni gli stessi studiosi interpellati in precedenza, chi per la difesa, chi per l’accusa. Poco chiari i risultati. Oded Golan è stato condannato solo per traffico illecito di reperti archeologici, anche se i danni materiali e morali subiti sono stati enormi.  Seri studiosi sono stati accusati di empietà, ma a loro volta hanno denunciato un uso non etico della scienza, sia dell’archeologia che della geochimica. Infine, dietro tutta questa poco edificante vicenda c’è sempre il sospetto, o la certezza, che si voglia approfittare dei  sentimenti religiosi di milioni di persone e strumentalizzare le competenze  di scienziati in buona fede.

Nina Burleigh ha raccontato questa storia con grande obiettività e rigore, purtroppo il libro non è ancora tradotto in italiano. E’ una vicenda esemplare, in qualsiasi ottica la si voglia leggere, anche per il nostro paese e per tanti fedeli di religione cattolica. Infatti, anche noi non siamo secondi a nessuno in fatto di reliquie e oggetti di sacra provenienza, dalle case della Madonna ai frammenti della croce. Se si dovessero mettere insieme i pezzi della croce raccolti dai pellegrini nel corso dei secoli si sarebbe potuta costruire l’Arca di Noè.

Cos’è allora la vera fede?

Unholy