Fra il cucù e il computer c’è di mezzo un … automa

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E’ stato per puro caso che abbia visto il film Hugo Cabret di Martin Scorsese  mentre stavo leggendo La Chimica delle Lacrime, di Peter Carey. E’ stato un caso che proprio in quel periodo abbia appreso del Modern Automata Museum. Un piccolo gioiello a Montopoli in Sabina, 40 km a nord di Roma.

Automa – Automaton – è una parola che va scomparendo dal linguaggio comune, a parte forse l’espressione “muoversi come un automa”. Eppure c’è tutto un mondo popolato di automi, o per lo meno c’è stato.

Avete presente l’orologio a cucù, la ballerina che gira sulla scatola con il carillon, l’orsetto che suona i piatti o il tamburo dopo essere stato caricato con la manovella? Io amavo questi giocattoli, che purtroppo avevano vita breve. Bastava forzare la molla e non si muovevano più, con mio grande dispiacere. E ancora la pianola, una mia zia ne possedeva una, che meraviglia,  si inseriva un rullo perforato e si poteva far finta di suonare davvero, i tasti si muovevano da soli!

Chi ha visto Hugo Cabret ricorderà la magia e la meraviglia dell’automa, in grado di scrivere, lasciato dal padre al piccolo Hugo, che gli trasmetterà un ultimo messaggio.  Il film racconta di un mondo scomparso improvvisamente con lo scoppio della prima guerra mondiale, quando i sogni si sono definitivamente infranti.  Scomparvero i congegni che avevano reso vivo il primo cinema, con i loro mostri semoventi, i primi effetti speciali che tanto impressionavano quel pubblico ancora ingenuo. La guerra avrebbe assorbito tutte le energie e cambiato il mondo. Intanto però si era stabilito un indissolubile legame fra queste meraviglie meccaniche, gli automi e il cinema.

L’automa di Hugo Cabret era solo l’ultimo di una generazione di strabilianti creazioni. Erano infatti più di due secoli che la moda di questi oggetti si era diffusa fra i nobili e i ricchi.

Fin dall’antichità si cercava di riprodurre non solo le sembianze, ma anche il movimento dell’uomo e degli animali. Dal rinascimento in avanti, pensiamo solo a Leonardo, gli studi si intensificarono. Nel diciottesimo secolo – il secolo dei Lumi, della tecnica, della scienza – iniziò una vera e propria gara, complici i ricchi committenti, per costruire oggetti meccanici semoventi sempre più sofisticati. Dovevano stupire, per la loro prodigiosità e per la loro bellezza. Tra il 1770 ed il 1773 Pierre Jaquet-Droz e il figlio Henri-Louis realizzarono tre automi:  uno scrivano, un disegnatore ed un musicista (ancora funzionanti, si trovano nel Musée d’Art et d’Histoire di Neuchâtel in Svizzera).

E poi ancora apparvero sulla scena animali di vario genere,  automi umanoidi parlanti, persino giocatori di scacchi e di carte. Venivano esposti nelle case dei ricchi, ma anche in musei e fiere.

Personaggi interessanti i loro creatori. Uno dei più singolari, a mio avviso, è un certo John Joseph Merlin (1735 –1803), e come potrebbe non esserlo una persona col nome di un mago? Belga, lavorò a Parigi e fu portato a Londra da un ambasciatore spagnolo nel 1760. Era un “meccanico prodigio”. Costruì orologi di tutti i tipi, macchine per pesare, sedie a rotelle, e persino una macchina che funzionava grazie alle variazioni della pressione atmosferica. Sapeva suonare e preferiva strumenti di sua invenzione.  Era un tipo originale. Inventò i pattini a rotelle, che utilizzava regolarmente,  a volte facendo anche danni.

Si fece costruire un museo per esporvi le sue invenzioni, il Merlin Mechanical Museum, che tanto colpì un bambino di nome Charles Babbage.  Babbage a sua volta avrebbe ideato una macchina da calcolo programmabile funzionante a vapore, un vero e proprio computer, il primo.  Ma il capolavoro di Merlin fu il Cigno d’Argento, una meraviglia che dà l’impressione di galleggiare, a suon di musica, adagiato su un torrente di asticelle di vetro popolato da pesciolini che guizzano nell’acqua. Il cigno muove la testa da entrambi i lati e cattura persino i pesciolini, ingoiandoli.  L’opera si può ancora ammirare presso il Bowes Museum, Barnard Castle, Teesdale, County Durham, in  Inghilterra, e viene fatta funzionare una volta al giorno.

Merlin voleva forse superare il famoso Jacques de Vaucanson (Grenoble,  1709 – Parigi1782), celebre per aver costruito alcuni automi, fra cui un tamburino e  un piccolo flautista completamente automatizzato dotato di labbra mobili, una lingua meccanica che fungeva da valvola per il flusso dell’aria e dita mobili le cui punte in pelle aprivano e chiudevano i registri del flauto.

Ma il suo capolavoro fu l’anatra digeritrice, un automa di tale versatilità da non essere ancora stato superato. L’anatra poteva bere, mangiare, e persino digerire  e defecare, compiendo circa 400 movimenti diversi, del tutto simili a quelli di un’anatra vera. L’automa fu esposto al Palais-Royal nel 1744. Voltaire avrebbe persino detto che «senza l’anatra di Vaucanson, non ci sarebbe nulla a ricordarti la gloria della Francia». Purtroppo, a differenza del cigno di Merlin, l’anatra di Vaucanson non è arrivata fino a noi. Fu distrutta infatti  nel 1879 in un incendio nel  museo di Nižnij Novgorod, in Russia, nel quale era esposto. Occorre anche ricordare che Vaucanson fu l’inventore del primo telaio automatico, poi perfezionato da Jacquard.  Era stato Vaucanson a capire che le schede perforate, nel suo caso un rotolo di carta, potevano contenere una serie di informazioni per controllare il funzionamento di un dispositivo, in altre parole un programma! Ecco allora come questi due fabbricanti di automi, Merlin e Vaucanson, che riuscirono a programmare il funzionamento di delicati ingranaggi, possano essere considerati a pieno titolo dei proto-informatici, ancor prima di Charles Babbage.

Di questi due straordinari automi e dei loro creatori si parla nel libro di Peter Carey, forse non il suo lavoro migliore, La Chimica delle Lacrime, che ha il merito di raccontarci, il mondo di questi fini artisti, sempre alla ricerca della perfezione e in gara con se stessi.   Il libro narra la storia della curatrice di un museo che, dopo aver subito un lutto, viene incaricata di riparare e ricostruire un automa, un lavoro lungo e delicato durante il quale scopre la vicenda del committente  dell’automa, ma anche quella del prodigioso cigno, del suo creatore e di quel mondo quasi misterioso.

In entrambe le opere, Hugo Cabret e La Chimica delle Lacrime, gli automi sono forieri di vita, di un messaggio ottimistico rivolto al futuro, di fiducia nella capacità creativa della mente umana.

Questi due lavori, il film e il libro, hanno dato solo una piccola idea dello sforzo continuo dell’uomo per cercare di riprodurre artificialmente le sue azioni, di controllare tempo, movimento, energia. Oggi possiamo dire che in parte ci sta riuscendo, ma il prezzo da pagare è sempre più alto. Dagli orologi ai  robot, dai computer ai droni, queste macchine semoventi e quasi pensanti  cominciano a sostituire il lavoro dell’uomo e l’uomo ne sta diventando schiavo. E’ una storia d’amore infinita, di un’attrazione, che può essere anche fatale…

Senza titolo

Hugo

Cigno d’argento:  

http://www.youtube.com/watch?v=AOXqCuqDOi

Museo di Montopoli: http://www.alivola.it/00automata_web/Default.htm

Anna Carbich, 31 gennaio 2014

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