Una storia vera di fede, avidità e falsificazione

Questo articolo è stato pubblicato anche da http://www.lideale.info

Fede o ingenuità? Quando scienza, archeologia e fede si intrecciano con interessi economici e politici.  

La fede è cieca e sorda. Non soltanto la fede in una divinità, ma la fede in un’idea, una persona, un movimento. È cosa risaputa. La storia stessa ne è la prova. Tuttavia chi ha una fede spesso cerca una dimostrazione, una prova fisica e materiale. C’è chi lo fa in “buona fede”, mi si perdoni il bisticcio, e chi lo fa in “mala fede”.

Ho appena letto un libro che parla di una vicenda in cui le due cose sono strettamente legate. Si tratta di Unholy Business: A True Tale of Faith, Greed and Forgery in the Holy Land (2008), che l’autrice, la giornalista investigativa e scrittrice statunitense Nina Burleigh, visiting artist del Siena Art Institute per il mese di novembre, ha presentato a  “StARTers – Assaggi d’arte” il 5 novembre scorso a Siena.

Unholy business significa letteralmente affari non sacri, empi. E di affari molto poco sacri si tratta. Tutto parte da Israele, dove i siti archeologici sono migliaia, e molti archeologi sono spinti non solo dall’interesse scientifico ma anche dal desiderio di provare che la Bibbia dice il vero, complici molti tombaroli locali, ricchi e affamati collezionisti, abili trafficanti a volte senza scrupoli, studiosi ambiziosi, il tutto con la complicità di una legislazione piuttosto tollerante  in fatto di import-export di reperti archeologici.  Non sono soltanto gli ebrei ad essere interessati a stabilire la veridicità di quanto scritto nella Bibbia, ma anche i milioni di cristiani fondamentalisti americani, sempre pronti a finanziare nuovi scavi.

Nella vicenda trattata dal libro gli oggetti “incriminati”, la cui scoperta ha cominciato ad insospettire gli inquirenti, sono due: il cosiddetto Ossario di Giacomo e la Tavoletta di Re Salomone, o del Primo Tempio.  Il primo, se autentico, fornirebbe nientemeno che la prova materiale dell’esistenza fisica di Gesù.  Reca infatti l’iscrizione “Giacomo, fratello di Gesù, figlio di Giuseppe” e la sua autenticità era stata confermata da studiosi di indubbia fama. Il secondo sarebbe stato la prova materiale e storica dell’effettiva esistenza del primo tempio a Gerusalemme.

La scoperta dell’Ossario di Giacomo fu accolta con meraviglia e commozione in tutto il mondo.  Fu esposto anche in un museo canadese e contemplato da migliaia di visitatori.

I due oggetti sono apparsi sulla scena in modo alquanto misterioso e la loro provenienza non è mai stata accertata. Si è poi appreso che appartenevano alla stessa persona, un noto collezionista e mercante d’arte di Tel Aviv, Oded Golan. Gli investigatori fanno parte di una sezione speciale della polizia e sono essi stessi esperti archeologi. A parte le circostanze rocambolesche del ritrovamento, sparizione e successivo recupero degli oggetti, il fatto cominciò ad assumere una grande importanza anche politica per gli interessi e le persone coinvolte. Studiosi di fama mondiale avevano in un primo tempo accertato l’autenticità dei reperti.

Si insinuarono tuttavia i primi dubbi sull’autenticità delle iscrizioni. Il lavoro degli inquirenti diventava sempre più difficile e complicato. I massimi esperti del campo furono interpellati e i reperti esaminati anche con l’aiuto delle tecnologie più avanzate. Se si trattava di falsi, gli autori erano degli scienziati essi stessi. Sembra infatti che la patina che ricopre la tavoletta sia stata contraffatta e ci sarebbe un’incongruenza nel testo, una parola che in ebraico antico ha un significato e in ebraico moderno l’esatto contrario. In ogni caso i “falsari” se di falso si tratta, hanno dimostrato un’altissima competenza scientifica ed è ragionevole immaginare che siano autori di altre preziose “opere” cedute a collezionisti o musei.

La faccenda era molto delicata: il prestigio di eminenti studiosi sarebbe stato compromesso da una smentita, così come quello di direttori di musei che avrebbero pagato somme ingenti per acquistare dei falsi..

Ne è seguito quello che viene chiamato il processo del secolo, un dibattimento lungo, che ha visto alternarsi come testimoni gli stessi studiosi interpellati in precedenza, chi per la difesa, chi per l’accusa. Poco chiari i risultati. Oded Golan è stato condannato solo per traffico illecito di reperti archeologici, anche se i danni materiali e morali subiti sono stati enormi.  Seri studiosi sono stati accusati di empietà, ma a loro volta hanno denunciato un uso non etico della scienza, sia dell’archeologia che della geochimica. Infine, dietro tutta questa poco edificante vicenda c’è sempre il sospetto, o la certezza, che si voglia approfittare dei  sentimenti religiosi di milioni di persone e strumentalizzare le competenze  di scienziati in buona fede.

Nina Burleigh ha raccontato questa storia con grande obiettività e rigore, purtroppo il libro non è ancora tradotto in italiano. E’ una vicenda esemplare, in qualsiasi ottica la si voglia leggere, anche per il nostro paese e per tanti fedeli di religione cattolica. Infatti, anche noi non siamo secondi a nessuno in fatto di reliquie e oggetti di sacra provenienza, dalle case della Madonna ai frammenti della croce. Se si dovessero mettere insieme i pezzi della croce raccolti dai pellegrini nel corso dei secoli si sarebbe potuta costruire l’Arca di Noè.

Cos’è allora la vera fede?

Unholy

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