Archivio mensile:aprile 2014

Una vita, al bar della stazione

Sabato scorso al bar della stazione di Lugano mentre aspettavo mia figlia. Ore 19. Ho un braccio ingessato, frattura del polso per una banale caduta.

 

–       Si è fatta male?

–       Sì, mi sono rotta un polso, ma non è grave, è il sinistro.

–       Io ho la tiroide, devo prendere tante pastiglie, ancora per sei mesi.

–       Le fa male?

–       No, non mi fa male, ma devo prendere tante pastiglie. Mi hanno fatto degli esami e mi hanno trovato la tiroide.

–       Per il resto sta bene?

–       Sì. Sa, io a casa non tengo vino. Non ho vino in casa. Non lo compro. Vengo qui la sera e ne bevo un bicchiere. Mi piace bere un bicchiere di vino qui. Vengo solo qui.

–       Fa bene, sono gentili qui.

–       Sì. Io vivo qui vicino, in un monolocale.

–       Beh, qui è comodo, c’è tutto vicino. Lei, signora è toscana?

–       Sì, so’ di Lucca. Ho voluto io venire a lavorare in Svizzera. Andai all’ufficio del lavoro e dissi che volevo trovare un lavoro in Svizzera. No, non volevo restare a Lucca. Non trovai un posto in fabbrica. Andai a lavorare a Basilea, all’ospedale. Mi trovai benissimo. Poi mi sposai. Ecco, questo è mio marito

 

La foto è piccola, in bianco e nero e un po’ ingiallita, con i bordi irregolari.

 

–       Un bell’uomo.

–       Sì, siamo stati tanto bene insieme.

–       Era italiano?

–       No, di Basilea.

–       E lei ha imparato il tedesco?

–       No, lui parlava bene l’italiano. A volte sbagliava una parola e allora io gliela scrivevo bene e gli dicevo; vedi si scrive così. Era così bravo, non abbiamo mai litigato.

–       E’ morto?

–       Sì. Un giorno l’ho portato dal dottore. Gli ho preparato tutto per bene, camicia, abito, era tutto in ordine. Hanno detto che era il fegato e forse anche il cuore. E’ andato all’ospedale, c’è stato cinque giorni e non è più tornato. Io gli sono sempre stata vicina.

–       Che tristezza.

–       Sì, lui era così bravo. Non abbiamo mai litigato, si andava così d’accordo. Aveva comprato una casa in Valle Morobbia, sopra Bellinzona. Era bello lassù. Faceva il “buchbinder”. Rilegava i libri. Aveva anche il suo laboratorio, sotto. Io compravo Stop, la rivista, e lui voleva raccogliere tutti i numeri e farne dei volumi. Ma io gli dissi di non farlo, che era stanco.

–       Che bravo! Che interessante!

–       Sì, era bravo, non abbiamo mai litigato. Lavorava per Casagrande.

–       Ah, l’editore di Bellinzona.

–       Sì. E’ stata una tragedia quand’è morto, ma io non ho più voluto nessuno.

–       Ha famiglia, figli, parenti?

–       No, non ho figli. Ebbi un aborto, mi mancavano gli ormoni, sarebbe stato un maschio.

–       Altri parenti, a Lucca?

–       Sì, ho due fratelli, ma non ci vediamo mai. Mia madre morì a trentaquattro anni. Eravamo cinque bambini. Mio padre ci affidò alle suore, non ce la faceva a mantenerci. Si era poveri allora.

–       E a Lucca non ci torna mai?

–       No, preferisco stare qui. A volte prendo il treno e vado a Bellinzona. A Bellinzona ho gli amici che lavoravano con me in fabbrica dopo che è morto mio marito. Mi dicono, ma perché sei andata via, a Lugano?

–       Sì, perché?

–       Feci un colpo di testa, sto in un monolocale.

–       Si trova bene?

–       Sì, tre volte la settimana vado al cimitero, qui a Lugano.

–       Suo marito è qui?

–       Sì, in alto, non in basso. Quando vado al cimitero io gli parlo. Fu una tragedia quando morì. Mi disse, d’ora in poi dovrai arrangiarti da sola. Mi caddero le braccia quando me lo disse..

–       Mi spiace.

–       Gli ho comprato dei fiori. Delle rose, una bianca, una gialla, una rossa e una rosa. Sono belle. Non sono vere. Quelle vere sfioriscono subito. Io gli parlo a mio marito, quando vado al cimitero. Penseranno che sono matta.

–       No, signora, anzi è molto bello che lei lo faccia. Quando è morto suo marito?

–       Nel 1979, aveva cinquantanove anni, quasi sessanta, si andava così d’accordo. Era più grande di me. Non abbiamo mai litigato.

–       Era anche un bell’uomo.

–       Sì. La sera vengo qui, io però non compro vino, non ho vino in casa. Ma mi piace bere un bicchiere di vino, qui, la sera.

–       Fa bene, qui sono gentili. Ha già mangiato?

–       Sì io mangio presto. Adesso vado a casa, guardo un po’ di televisione e poi vado a letto.

–       Arrivederci signora, sta arrivando il treno di mia figlia.

–       Arrivederci, scusi se mi sono sfogata e le ho raccontato di me.

–       Non si scusi mai signora. Mi ha regalato la sua vita. Buona notte.

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