Archivio mensile:maggio 2014

Il Kazzese e il Luogo Komune

Ho scritto questo articolo tanti anni fa, adesso forse è obsoleto, nel senso che non ci accorgiamo nemmeno di parlarlo tutti i giorni, il kazzese…

C’è uno scrittore che amo molto, ha un nome tedesco, Kurt Vonnegut, ma è americano. Durante la guerra, giovanissimo, si trovò ad essere prigioniero a Dresda. I prigionieri erano alloggiati, se così si può dire, in un mattatoio, che miracolosamente non fu troppo danneggiato dal più terribile bombardamento alleato in Europa. Kurt Vonnegut non riuscì a parlare di questa esperienza se non dopo molti anni e dando al suo racconto la forma di un romanzo fantascientifico. (Il Mattatoio Numero Cinque o La Crociata dei Bambini, di Kurt Vonnegut. Difficile trovarlo in italiano) E’ lo scrittore più pacifista che io conosca. Ho letto altri suoi libri ed in tutti c’è un’esperienza violenta che segna profondamente il protagonista. Anche leggere i suoi libri è un’ esperienza traumatica, che ti segna. Ora in uno di questi, non mi ricordo quale e non posso nemmeno controllare perché li ho dati tutti a figli o amici dei figli, fa dire al protagonista: “In questo racconto non ci sarà turpiloquio per non distrarre in alcun modo il lettore dall’essenzialità dei fatti”. Ora leggendo scritti e racconti di giovani e meno giovani e ascoltandoli mi imbatto sempre più spesso in questa interiezione, K, assolutamente non necessaria al contesto, come uno spasmo doloroso di una persona che non riesce a controllare il proprio tic, che lo subisce suo malgrado.

Io ho la fortuna di insegnare e vivere alcune ore della mia giornata vicino a parecchi ragazzi, dai quattordici ai diciotto anni. Insegno inglese, quindi prima o poi mi imbatto nel problema della traduzione. Non la traduzione dall’italiano all’inglese, no, quello non è un problema e non si fa nemmeno più per vari motivi tecnici che non sto ad elencare. Intendo la traduzione dal pensiero, che è in forma gassosa, in parole, che sono in forma solida, indipendentemente dalla lingua parlata. Insegno a ragazzi che frequentano una scuola commerciale, non la sezione A di un liceo classico, e dato che siamo nella Svizzera italiana, molti di questi ragazzi a casa parlano dialetto o addirittura altre lingue. La lingua franca a scuola è l’italiano, anzi no, è il Kazzese. Il kazzese è composto al massimo da una decina di parole, forse qualcuna di più che però non è ancora arrivata alle mie orecchie. Devo elencare? K, vaffanc.., non rompere le p.., sei un cog… Casino è ormai espressione da educande. L’anno scorso una povera ragazza mi ha raccontato tutti i suoi drammi – veri, purtroppo – in una lettera. Il problema più grosso era con la mamma. “Mia mamma non mi caga..” Dato che l’espressione era ripetuta parecchie volte ho capito che voleva dire “mia mamma non mi guarda, non si cura di me”.

Ieri una ragazza ha detto a un compagno: “smettila di fighettare”. Io, che non posso ancora essere sua nonna, ma sua zia sì, avrei detto: “non fare lo sciocco!” Confesso che quando sento dire quello è un “figo”, mi sento parecchio a disagio, così come non possiedo la parola “sfiga”, che molte mie coetanee usano con estrema disinvoltura.

Ma torniamo all’inglese. All’inizio l’inglese è facile, i ragazzi hanno fin dalle prime lezioni delle grosse soddisfazioni. Anche perché conoscendo un po’ di “Fuckese” (corrispondente angloamericano del Kazzese) che hanno raccolto qui e là, da canzoni, graffiti, film e altre produzioni intellettuali, si sentono quasi padroni della lingua. Non si rendono conto che come dice Michael Swan, autorevolissimo autore di grammatiche e altri libri d’inglese per stranieri, è “pericolosissimo” per una persona non di lingua madre usare le parole di quattro lettere, come sono chiamate in inglese le parolacce. Lo straniero non ha infatti sempre la sensibilità dei registri linguistici e rischia nella migliore delle ipotesi di fare delle magnifiche gaffes, nella peggiore di essere addirittura offensivo. Una mia vicina di casa svizzera tedesca, anziana, tutta distinta e piuttosto bigotta, diceva spesso Por… Màdocina! Un giorno le ho chiesto: “ Ma lo sai Heidi, che è una bestemmia?” “Ma davvero?” risponde “Mio marito lo diceva sempre quando s’incalzava”.

Ricordo che per imparare un po’ di parolacce in inglese, io ho dovuto leggere parecchi libri, dal Giovane Holden ad un paio di opere di un certo J.P. Doneleavy. Anche l’educazione sessuale era così che ce la facevamo, leggendo, leggendo. Così come è stato leggendo i libri di Perry Mason che ho imparato i termini giuridici. Ma, come ho detto, le parolacce avevano una loro funzione ben precisa nel contesto.

In un altro importante libro, “Chiamalo Sonno” (Call it Sleep) di uno dei tanti bravissimi scrittori di nome Roth, Henry – è il caso di dire un nome, una garanzia – in cui si racconta dell’infanzia a Brooklyn di un immigrato ebreo dall’Europa centrale nel periodo fra il ’20 e il ’30, delle difficoltà di inserimento proprio legate a quella Babele di lingue, c’è un affresco bellissmo di una strada di Brooklyn. Questi poveri immigrati, spesso analfabeti o comunque poco acculturati, avevano imparato per contaminazione il linguaggio colloquiale del vicino di bottega. Quindi quando litigavano c’era lo spazzino italiano che diceva you stinky Jew, il tedesco che diceva ‘fanculo, il venditore ambulante armeno che diceva Schweinkopf, il macellaio yiddish che diceva you lousy bestia, e via di questo passo. (Consiglio di leggere comunque il libro perché è un altro di quei racconti che non sei più quello di prima dopo che l’hai letto. Per i linguisti è una splendida dimostrazione di quanto doloroso sia il passaggio da una cultura all’altra, da una lingua all’altra soprattutto per coloro che non hanno gli strumenti per imparare un nuovo idioma. Se qualcuno è interessato a questo argomento ma vuole anche rilassarsi per alcuni minuti, consiglio di ascoltare la canzone “Yes, we have no bananas today”, dello stesso periodo e ambiente. Un piccolo gioiello. Io ne ho trovata una versione cantata da Lou Prima.)

A proposito di contestualizzazione. Qualche anno fa mi sono concessa una vacanza terapeutica a Ischia. Bellissimo, mare, pizza, fanghi. Un giorno, me ne stravo sdraiata mentre due donne mi spalmavano addosso cazzuolate di fango caldo grigio. Le signore si raccontavano le loro storie di dolori quotidiani, lutti, malattie, abbandoni, povertà. Non penso che gettare tutto il giorno cazzuolate di fango caldo grigio addosso a sofferenti di reumatismi fosse il sogno della loro vita. Mi rimase impresso come a commento di una storia più tragica di altre una di queste donne disse, col suo toccante accento napoletano, “ eh, sì, sono caazzi amaari!” Magnifico.

Tornando ai miei ragazzi. Il problema è proprio quello dei registri. Non importa se scappa la parolaccia quando uno è arrabbiato o capita l’incidente, quello succede. Ho sentito persino il mio controllatissimo marito lasciarsi sfuggire un richiamo al K di Galeazzo una volta che si era data una martellata su un dito. Il problema è che i ragazzi ti chiedono non proprio gentilmente, ma normalmente, cosa K vuoi?, dove K andiamo?, come K si dice in inglese?, cosa K dobbiamo fare? Qualche volta i ragazzi sono anche Kreativi. Un giovane milanista dopo una skonfitta della skuadra del kuore un giorno skrisse sul suo Kuaderno: Adesso io mi Skazzo!

Non importa se l’interlocutore è il compagno, la vecchietta sull’autobus o il direttore. Però alcuni di questi ragazzi alla fine di quest’anno dovranno presentarsi per un colloquio per un posto di lavoro. Adesso non è più così facile trovar lavoro, nemmeno nella ricca Svizzera.

Ora io chiedo è proprio necessario?

Don Milani, sempre più dimenticato, ha scritto che la differenza tra il povero e il ricco non sta tanto nei soldi che si hanno ma nel numero di parole che si conoscono. Essendo un’inguaribile ottimista spero ancora che sia vero.

Certo è vero che quando dico ai miei ragazzi che “i giovani non sanno abbastanza bene l’italiano” è un luogo comune, loro mi guardano stupiti. Cosa K è un luogo comune? Ma un posto pubblico, dove tutti possono andare, come una toilette o un ristorante, mi hanno detto.

 

 

Dicembre 2002

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MONGOLO, SPASTICO, ASILANTE, EBREO!

Questo è un vecchio articolo, scritto anni fa per un mio allievo. Lo ripropngo, perché, purtroppo, il tema è sempre attuale.

  1. Mongolo!
  2. Mongoloide!
  3. Spastico!
  4. Asilante!
  5. Frocio!
  6. Andicappato!
  7. Vu’ cumprà!
  8. Albanese!
  9. Negro!
  10. Kossovaro!
  11. Albanisch!
  12. Rifugiato!
  13. Ebreo!

 

Alcuni giorni fa ho detto ad un mio scolaro che aveva gentilmente e scherzosamente insultato un compagno chiamandolo ebreo, che anch’io ero ebrea. Ieri un ragazzo di un’altra classe mi ha chiesto se ero ebrea. Io ho detto, sì, perché?

Non potevo infatti dire che ero mongoloide, né spastica, né negra. Si sarebbe visto. Essendo qui da prima dell’arrivo delle navi albanesi in Puglia, non posso nemmeno dire di essere albanese. Anche l’appellativo Kossovaro è troppo recente. Lavoro, quindi non potrei essere né rifugiata né asilante. Non mi potrebbero chiamare nemmeno frocio.

Quando dico di essere italiana provo un certo non so ché, poi vigliaccamente mi affretto a dire che sono qui da tanti anni e che i miei figli adesso sono svizzeri. E poi da sposata ho acquisito un cognome così lombardo che è molto diffuso anche in Ticino… Così come ci sono tanti Bernasconi anche in Lombardia. Ma ebrea, quello sì, quello posso esserlo sempre.

Insegno in questa scuola da tanti anni. Ogni anno c’è un insulto che va per la maggiore.   Questi insulti potrebbero benissimo servire per fare una ricerca antropologica o per rileggere la storia recente. E’ da poco più di una ventina d’anni infatti che si parla di inserire i portatori di handicap nelle scuole. Il dibattito era molto vivace una quindicina di anni fa. Adesso se ne parla molto meno. Ci sono meno portatori di handicap? Meno bambini affetti dalla sindrome di Down? Speriamo!

Gli asilanti, ovvero richiedenti di asilo, ci sono sempre, così come i rifugiati, anche se ogni tanto gli danno un po’ di franchi, dei vestiti, li caricano su un aereo con dei poliziotti e vrumm, di nuovo a casa, Kossovo, Albania, Cile, isola che non c’è. Rimpatriano così anche bambini che sono venuti qui a un anno e adesso ne hanno dieci, vuol dire bambini che sono cresciuti e sono andati a scuola qui, tengono per il Lugano, il Servette, l’Ambri, e forse per una squadra italiana famosa, come l’Inter o il Milan.

I miei scolari dicono che gli portano via il lavoro. Io insegno in una scuola privata, dove ben pochi sono i ragazzi che hanno problemi economici. Molti invece hanno solo poca voglia di fare o di lavorare.

Difficile ragionare in questi casi. Come raddrizzar le gambe a un cane, diceva mia suocera.

Ma quando sento “ebreo!” allora mi arrabbio.

Ne ho parlato con un collega. Ma scherzano, ha detto scherzando.

A me non piacciono le barzellette, le dimentico e non le so raccontare. Se mi raccontano una storia ci credo, non sono nemmeno capace di raccontare frottole, se non in casi eccezionali. Apprezzo l’ironia, meno il sarcasmo.

Non scherzo mai, dicono che sia un mio difetto. Ma rido un sacco delle cose che mi divertono. Mi diverto a parlar di cose serie.

Sentire insultare un ragazzo chiamandolo ebreo non mi diverte.

Mi fa arrabbiare. Tanto.

A me quel ragazzo che l’ha detto è simpatico. Cerco di parlargli e ci intendiamo anche abbastanza. Con altri colleghi ha parecchi problemi. Sta probabilmente cercando la sua strada, fra una canna e l’altra. Ma è contento quando riesce a prendere una sufficienza. Soffre probabilmente di un disturbo ossessivo-compulsivo, per cui ogni tanto in classe deve fare il verso di qualche volatile. L’anno scorso ho dovuto ritirargli il telefonino, perché lo stava usando tranquillamente davanti a me. Me l’ha dato subito, sorridendo. Mi spiace, sai, è la regola. Certo, ha detto dandomelo, lo so. E’ un ragazzo sensibile e intelligente.

Così l’altro giorno, quando mi sono tanto arrabbiata, ho cominciato a spiegargli perché non si deve dire ebreo come insulto. Devo dire che mi ha ascoltata senza fare versi di volatili.

Ma da dove si comincia?

Io quando mi arrabbio mi impappino. Faccio una gran confusione. Non so esprimere chiaramente un concetto. Le cose importanti mi vengono in mente sempre dopo, dopo. Quando sto per addormentarmi e non ci riesco.

Ho dovuto dire però che purtroppo i cristiani non hanno fatto molto per non incoraggiare l’antisemitismo. Solo da poco è stata tolta l’accusa di deicidio. Che cos’è il deicidio, mi hanno chiesto.

Che gli ebrei sono sempre stati stranieri perché non hanno mai rinunciato né alla loro fede né alla loro lingua sacra. Che hanno cominciato a fare i banchieri perché non gli lasciavano comprare né case, né terreni. Oppure facevano i medici, altra professione vista con sospetto dalla popolazione. Che i re se ne servivano per farsi dare i soldi per combattere guerre insensate e quando non potevano restituire i soldi li cacciavano così da un momento all’altro, ammazzandone anche un po’ già che c’erano. In Inghilterra gli ebrei sono stati assenti dalla metà del duecento fino al seicento.

Mi sono dimenticata di dire che alcune di queste guerre per le quali i re chiedevano finanziamenti erano anche le crociate, che hanno segnato il vero inizio dell’antisemitismo ufficiale. Massacriamo tutti gli infedeli, cominciando dall’Europa, poi completeremo l’opera a Gerusalemme, dove ebrei e arabi convivevano da tempo.

Mi sono dimenticata di dire che la parola Ghetto è stata inventata in Italia, dove peraltro gli ebrei stavano meno peggio che altrove, perché un buon Medici in cambio del titolo di Granduca, per fare un piacere al papa, li ha fatti rinchiudere, appunto nei ghetti.

Mi sono dimenticata di dire che i buoni e devoti Ferdinando e Isabella di Castiglia verso la fine del 1400 hanno deciso di ripulire la Spagna dai non cristiani e obbligato gli ebrei o a convertirsi o a lasciare la Spagna.

Anch’io da piccola dicevo “Vil marrano!”. Cinquecento anni dopo dire vil marrano a qualcuno era ancora un insulto. (I marrani erano gli ebrei convertiti.) Santa Teresa d’Avila, santa importantissima, apparteneva a una famiglia di vili marrani.

Anche Spinosa, il grande filosofo, era un marrano. Si era rifugiato in Olanda come molti altri ebrei che aiutarono i Paesi Bassi a rifiorire economicamente, così come avevano fatto altri che arrivarono a Livorno. La Toscana trasse gran giovamento da questi arrivi. Se qualcuno va in Turchia, Grecia, Bulgaria, se è molto fortunato o sa dove trovarli, potrà sentire ancora parlare uno spagnolo antico, appunto sefardita, da questi esuli dalla Spagna. Ne ho incontrato qualcuno a Istanbul. Parlavano turco e questo spagnolo. Facevano i negozianti, vendevano camicie e bottoni.

Ma, mi ha detto questo ragazzo, fanno ridere, con quei cappelli e con quelle barbe e con quei riccioli sulle orecchie. Lasciamo perdere, dico io, perché se si sta a guardare cosa c’è in giro, anelli al naso, capelli rossi verdi gialli e viola, c’è proprio di tutto. Ho capito però che era un ragionamento “politically incorrect”. E le suore, dico io allora, anche loro vanno vestite in modo anacronistico. Appunto, dice lui. Meglio lasciar perdere, penso io.

Cerco allora di spiegare come nel 1648, proprio alla fine della terribile guerra dei trent’anni, in Polonia c’è stata una strage, il massacro di Chmielnitzky, quasi paragonabile, fatte le debite proporzioni, all’olocausto, e che in seguito una specie di rabbino, ma non proprio, il Ba’al Shem Tov, si è messo ad andare in giro e cercare di “rianimare” questo popolo ferito a morte, cantando, pregando e ballando, e i suoi seguaci, gli Hassidim, si vestono più o meno ancora come allora. Come anche gli Amish, in America, non ti ricordi la lettura sul libro?

Ho scritto alla lavagna il nome di Chaim Potok e il titolo di alcuni suoi libri, Danny l’eletto, Mi chiamo Asher Lev, L’Arpa di Davita. Leggeteli, ho detto, sono belli. Chissà.

Difficile spiegare, non sono una storica, non ho i dati precisi. Ma so, di sicuro.

Avrei potuto raccontare la bella leggenda del Golem, questa specie di Frankenstein d’argilla, creato a Praga all’inizio del 1600, almeno così dice la leggenda, perché aiutasse e difendesse questi poveri ebrei sempre costretti a subire umiliazioni e angherie. Sembra che fosse molto bravo all’inizio, poi la cosa è scappata di mano e si dovette eliminarlo. Come? In un modo alquanto “cabalistico”. Il rabbino che lo aveva per così dire “creato” aveva scritto sulla fronte del Golem la parola Emeth, che in ebraico vuol dire verità. Per farlo ritornare al suo stato di semplice argilla bastò cancellare la prima E, ottenendo così la parola Meth, che vuol dire morte.

Non ho avuto tempo di spiegare come con l’illuminismo e la rivoluzione francese fossero arrivate anche fra gli ebrei le idee egalitarie, la voglia di ..emanciparsi.. e gli ebrei hanno dato, tanto, tanto. Hanno imparato le nostre lingue, sono usciti dai ghetti. Pensavano di essere persone normali, come tutti, coi loro difetti e le loro qualità. Ma soprattutto coi loro difetti, come così bene ci descrive Isaac Singer. Nel suo libro “Il Mago di Lublino” arriva a far dire al protagonista, perplesso nel vedere gli uomini nella sinagoga, “ma almeno mentre sono qui non commettono peccati, non fanno niente di male”.

“Danza con la morte” definisce Chaim Potok l’emancipazione, nel suo libro “Wanderings” (Ora tradotto in italiano con il titolo “Storia degli Ebrei”).

Volevo suggerire di leggere “La Tela del Ragno”, di Joseph Roth. Meglio non esagerare.

Non mi è venuto in mente di dire che tanti ebrei hanno cercato di costruire un’utopia in Russia insieme ad altri sognatori, ma poi.. ma poi… i gulag. Anche Trotsky, come Marx e sembra anche Lenin, era ebreo, veniva da uno Shtetl (villaggio) nella zona di residenza, una fascia di terra che va dalla Lituania al Mar Nero, se ne dovevano star lì, gli ebrei, un po’ in Russia, un po’ in Prussia, un po’ nell’impero asburgico.. Ogni tanto, a seconda dell’umore, li cacciavano, o facevano un pogrom (spedizione punitiva in un villaggio di ebrei nella Russia degli Zar in cui si distruggeva e si massacrava), così, tanto per non saper cosa fare.

Le superstizioni. Chi conosce la religione ebraica sa che il sangue non c’entra affatto. E’ stata una delle prime religioni a eliminare il sacrificio umano. Ma la mala erba è forte e ben radicata. C’era sempre in quei paesini un ebreo accusato di aver sacrificato un bambino per berne il sangue!

Tanti altri pregiudizi, sospetti, invidie, furono sfruttati persino dall’Okhrana, la polizia segreta degli zar, per elaborare un crudelissimo libello contro gli ebrei, “I Protocolli dei Savi di Sion”, che servì a istigare all’antisemitismo e diffondere falsità in tutta Europa. Ancora oggi c’è chi ci crede.

Ho cercato di spiegare, persa ormai in questo labirinto di storie, fatti, idee, che finché queste cose sono a livello di osteria niente di grave. Terùn, Polentùn. E poi una bella bevuta.

Ma durante il nazismo la cosa è andata oltre. Licenza di ammazzare i Terùn, licenza di ammazzare gli asilanti, licenza di ammazzare gli ebrei, licenza di ammazzare gli handicappati, licenza di ammazzare gli zingari e i gay. E’ proprio questo quello che è successo quando la politica, i governanti si sono impossessati delle idee da osteria e le hanno sfruttate per i loro fini. Certo la guerra ha dato una mano. La guerra è assenza di legge, assenza di controllo, assenza di tutto.

Non sono riuscita a dire tutte queste cose, però. Non c’era il tempo. Stava per suonare il campanello.

Sono forse riuscita a dire che il concetto di razza è scientificamente inesistente, certo non siamo cani o moscerini, ma il nostro DNA non è così diverso da quello di un gorilla.

Ho cercato anche di dire che uno scrittore, Franz Werfel, ebreo anche lui, ha raccontato in un libro scritto nel 1929, “I quaranta giorni del Mussa Dagh”, che non solo gli ebrei sono stati decimati. Durante la prima guerra mondiale c’era stato un altro genocidio, quello degli armeni. Il genocidio del deserto, l’hanno chiamato. Hanno semplicemente deportato un popolo facendolo camminare a piedi, fino alla morte. L’anno scorso avevo un’allieva con il nome che finiva per –ian, come tutti gli armeni. La sua bisnonna si era miracolosamente salvata sopravvivendo per alcuni giorni accanto ai cadaveri di tutti i suoi famigliari, aveva poi avuto una vita avventurosissima, mi ha detto K. P.

Anche quello un popolo non guerriero, ma diverso, come tradizioni, lingua, cultura, religione, dal popolo dominante, i turchi. C’erano degli scienziati che assistevano i turchi in questa loro opera. Prestavano assistenza tecnica. Sì, perché l’eliminazione dei cadaveri creava dei problemi, in certi luoghi le montagne di corpi avevano addirittura deviato il corso di certi fiumi. Questi scienziati stavano quindi studiando dei gas letali. Ma i gas utilizzati allora erano troppo “pesanti”, non funzionavano se non a pochi centimetri da terra. Ecco perché ad Auschwitz e in altri posti simili hanno fatto scendere i gas dall’alto, dalle docce.

Non ricordo se ho detto che Elie Wiesel, premio Nobel, sopravvissuto ai lager, ha detto, vigilate, perché queste cose possono capitare ancora. Cambogia, Ruanda, Yugoslavia. Basta una scintilla.

Gli ebrei, per dirla alla Don Giussani, sono il mio senso religioso.

Ecco perché non riesco a scherzare quando sento chiamare qualcuno “ebreo”. Non ci riesco proprio. Sono ebrea anch’io.

Appendice

“Sometimes we must interfere.
When human lives are endangered, when human dignity is in  jeopardy, national borders and sensitivities become irrelevant.  Whenever men or women are persecuted because of their race, religion, or political views, that place must – at that moment – become the center of the universe.”

Elie Wiesel , premio Nobel per la letteratura.

I libri

 

Oltre ai libri che ho già indicato ho molto amato di:

 

Fred Uhlman, L’amico ritrovato;

Bernard Malamud, L’Uomo di Kiev;

Isaac B. Singer, La famiglia Moskat; e gli altri suoi libri

George Sebald, Austerlitz;

Antonio Munoz Molina, Sefarat;

Hannah Arendt; Essere ebrei oggi,

Hannah Arendt; La banalità del Male, (Eichman in Jerusalem);

Michel J. Arlen, Passage to Ararat,

Gad Lerner con di Franco Cardini, Crociate,

Art Spiegelman, Maus,

Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata,

Nicole Krauss, La Storia dell’Amore,

Michael Chabon, The Amazing Adventures of Kavalier and Clay,

Michael Chabon, The Yiddish Policemen Union,

Edward Rutherford, Sarum,

Angelo Maria Ripellino, Praga magica.

Abraham Yehoshua : Tutti i suoi libri

Amos Oz , Storia d’Amore e di Tenebra

David Grossman, Il Vento Giallo e gli altri suoi libri

 

E tanti, tanti altri.

L’eleganza del faggio

Il mio cane Frida sa che nelle belle giornate andiamo a spasso nel bosco. Hanno una memoria ciclica i cani: quando si avvicina l’ora, di solito verso le quattro o le cinque, comincia a guardarmi, a indicare il guinzaglio e la macchina fotografica. Sì, mi porto la macchina fotografica perché spero sempre di trovare un fiore nuovo, o fare un incontro ravvicinato. E’ capitato qualche volta, un cerbiatto, due scoiattoli che passavano sopra la mia testa saltando da un albero all’altro, un picchio o un altro uccello raro. Ma non ho mai fatto in tempo a tirar fuori l’apparecchio dalla custodia, accenderlo, mettere a fuoco e scattare. Così gli avvistamenti e gli incontri rimangono solo nella mia memoria e vanno a far parte dei sogni. Poi mi chiedo, ma l’ho visto davvero o l’ho sognato? Come quando, tornando da Milano, poco prima della dogana di Chiasso Brogeda, ho visto una scimmia grigia seduta su un guardrail. Quando mi sono sentita dire al finanziere di turno “Guardi che là c’è una scimmia”, ho pensato che forse avevo sognato e senz’altro il doganiere mi aveva presa per matta. Per fortuna il giorno dopo ho letto su un giornale che belle vicinanze di Como era scappata una scimmia ed era stata avvistata appunto alla dogana di Chiasso. Non so cosa sia successo alla scimmia, ma io non sono andata in manicomio.

Quando è tempo di funghi mi porto anche l’apposito coltello con spazzolino incorporato regalatomi da mio genero Günther al tempo in cui mi è venuta la passione dei funghi. E’ sempre attento ai miei hobby e alle mie passioni il caro G., ma forse mi sopravvaluta: ho ancora un bel libro illustrato di vocaboli russi, per bambini russi, una pagina con tutti gli animali, una pagina con tutti i pesci, l’altra con tutti i tipi di salumi, e così via. Purtroppo, anche se la passione per il russo c’è sempre, non so ancora come si dice criceto o lavarello in russo. Colpa mia che non mi applico. La macchina fotografica digitale me l’hanno regalata i miei figli con la consulenza di G., perché è anche un bravissimo fotografo, oltre ad essere un computer man. Lo invidio molto, ha trovato persino una app che gli dice il nome dei fiori che non si conoscono. Quanto al coltello lo uso soprattutto per fare delle dissezioni a scopo scientifico su funghi insoliti, perché è molto raro che trovi un fungo buono andando solo su sentieri battuti nel tardo pomeriggio, ma va bene lo stesso. Più matti sono i funghi, più sono belli. Una volta ho trovato un’amanita cesarea, il famoso ovulo buono, l’ho fotografato convinta che fosse matto ma non l’ho raccolto. Quando, tornata a casa, ho scoperto il mio errore, mi sono sentita come se avessi perso un biglietto vincente della lotteria, sono corsa su per il bosco sotto la pioggia a recuperare il fungo, ma ormai era “passato”, non era più né bello né buono.

Adesso però siamo in maggio. Non piove, quindi non corro il rischio di trovare una spugnola. Anche di quelle una volta ne ho trovata una su un sentiero, l’ho fotografata e l’ho lasciata lì. Stesso iter dell’amanita cesarea, pazienza. Maggio, dicevo. Quando ero piccola facevo i fioretti in maggio. Un’opera buona tutti i giorni, poi coloravo di azzurro i fiorellini su un foglio. Non so perché di azzurro e non di giallo o di rosso. Forse perché mi sono sempre piaciuti i non ti scordar di me. Oggi era proprio una bella giornata. Temperatura percepita: ideale. Maniche corte, non si sudava nemmeno in salita. Luce, tanta luce fino a sera. Ci avviamo Frida e io verso il bosco. Il percorso lo conosco a memoria, ma ogni giorno qualcosa cambia. Adesso non ci sono tanti fiori, per trovarne di interessanti bisogna salire. Però cerco di procacciarmi un po’ di cibo. Asparagi selvatici, che poi non sono nemmeno della famiglia degli asparagi, fiori di sambuco, con cui si può fare la gelatina, ma stasera ho preparato le frittelle con pastella alla birra come consigliatomi da una signora che portava a spasso il suo cane. Una grandissma soddisfazione fare queste frittelle, si immergono gli “ombrelli “ prima nella pastella poi nell’olio bollente e sono pronte.

Oggi sono stata fortunata, ho scoperto un “giardino delle orchidee”. Ho trovato tre tipi di orchidee a pochi metri di distanza una dall’altra. Alcune bianche, altre rosa con le foglie a puntini, e un’altra, un’orchidea albina, non colorata, che sembra secca ma non lo è, si chiama orchidea nido d’uccello. Molto interessante. Poi mi sono immersa nel bosco di faggi. L’eleganza del faggio. Il faggio di maggio. Ieri sera sono andata a sentire Alessandro Bergonzoni e mi risuonano ancora in testa i suoi giochi di parole, bisticci, calembour, fantastici, unici, ma pieni di senso. Io non riesco ad andare più in là del faggio di maggio, che è così bello. E’ pulito, il bosco di faggi, è fresco, perché c’è sempre ombra, e la luce filtra attraverso le foglie, ma i faggi sono così alti che sembra di essere in una immensa cattedrale, e la luce passa attraverso le vetrate che toccano il cielo. Il bosco di castagni non è così pulito, il castagno è un albero più serio, lavoratore, anche un po’ cupo, e poi purtroppo adesso molti castagni sono malati. Li ha aggrediti un temibile insetto cinese. Il pericolo giallo. Invece i faggi sono come colonne d’argento, ognuno è diverso. Ce n’è uno che saluto sempre, lo vorrei abbracciare, ma è un po’ lontano dalla strada, seguo da anni la sua crescita. E’ magico e speciale. Il ceppo di base a un certo punto si divide in tre, come una treccia in salita, questi tre tronchi, che salgono abbracciandosi, morbidamente, e salgono, salgono. Ecco, io faccio fatica a capire la trinità, già è difficile fare entrare nella mia piccola testa l’idea di un Dio Onnipotente ed Eterno, ma la trinità è troppo. Infatti non ne parla né la bibbia né il vangelo, è stato un monaco bizantino – appunto – ad inventarla, credo. Però questo albero è davvero trinitario, uno e trino.

Quando faccio un certo giro incontro il mio albero magico sulla via del ritorno ed immancabilmente lo fotografo. Adesso però non ci sta più nella fotografia, è cresciuto troppo.

Più avanti c’è un piccolo prato con delle aquilegie, chissà come sono arrivate fino lì, e quello con l’aglio ursino, che molti raccolgono, ha un bel fiore ma puzza molto.

Poi c’è il grandissimo prato. E’ tutto smisurato in quel prato. Lo scorso autunno vi ho trovato delle vesce giganti (Langermannia Gigantea), sembravano enormi mozzarelle bianche. Non di bufala, perché qui bufale non ce n’è, ci sono solo vacche che a volte ci pascolano nel grande prato. E c’è il grande gelso. Il grande gelso sta morendo. Avrebbe dovuto essere una morte improvvisa perché si è spezzato a metà in una notte di fortissimo vento. Un giorno mia figlia Gaia mi ha telefonato affranta e mi ha detto ma lo sai che il grande gelso è morto? Io l’avevo già visto, ma non avevo voluto dirlo, forse per allungargli un po’ la vita. Ma stenta a morire il grande gelso e io penso anche di sapere il perché. Nonostante il tronco si sia spezzato in due e le due parti siano coricate sul prato, le foglie sono ancora verdi e io so che il grande gelso ci vuole regalare le sue more ancora una volta perché io possa fare la marmellata. Caro, vecchio, grande gelso.

 

Maggio 2014

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Il lato A di Gioele Dix

Presentato a “Chiasso Letteraria” l’ultimo libro di Gioele Dix, Quando tutto questo sarà finito. Storia della mia famiglia perseguitata dalle leggi razziali

 

Avevo sempre desiderato vedere uno spettacolo di Gioele Dix, ma ci sono riuscita solo lo scorso novembre, quando è arrivato a Lugano con il suo “Nascosto dove c’è più luce”. Mi è piaciuto moltissimo, leggero ma profondo, divertente ma non volgare, colto ma non erudito, insomma uno spettacolo perfetto.

Così quando ho saputo che sarebbe venuto al festival letterario sotto casa, sono corsa a sentirlo. Bisogna approfittare di questi mercati itineranti della cultura.

Sono andata senza sapere di che cosa avrebbe parlato, solo per il piacere di ascoltarlo.

Il festival sotto casa era Chiasso Letteraria, si parlava di libri. E infatti anche Gioele Dix ha presentato un suo libro. Confesso la mia ignoranza, non sapevo che avesse un lato A, non sapevo che scrivesse anche libri. Così come non sapevo che il nome Gioele Dix se lo fosse “fatto” da solo, come ci ha raccontato, quando aveva cominciato a lavorare in teatro e stentava a farsi un nome come attore. Così se ne inventò uno.

Il nome del suo lato A, quello con cui è conosciuto all’anagrafe, è Davide Ottolenghi, un nome distinto, forse un po’ troppo lungo e impegnativo per un attore comico.

Gioele e Davide hanno tuttavia una radice comune, sono due nomi ebraici, biblici. E Gioele Dix, da ebreo che si rispetti, nei suoi spettacoli più fortunati tira sempre in ballo la bibbia, anche con toni assai polemici. Ne “La Bibbia ha (quasi) sempre ragione” dice che se Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, l’uomo può criticarlo, è normale, no?

Se Gioele-Davide riesce a parlare con tanta facilità e spregiudicatezza di Dio e della bibbia è anche grazie all’eredità genetica ricevuta. Sembra infatti che suo nonno fosse un fine intellettuale, dotato di grande senso dell’umorismo. Gioele ha voluto raccontarcelo nel suo ultimo libro “Quando Tutto Questo Sarà Finito”. Non è un libro comico, è la storia delle vicissitudini della sua famiglia dopo la promulgazione delle leggi razziali e della loro fuga in Svizzera. Vista la loro appartenenza alla comunità ebraica, non è una storia allegra. Non mancano tuttavia episodi edificanti, per fortuna. D’altra parte altre storie di questo genere si possono raccontare proprio perché a volte anche nel mezzo di immani tragedie ci sono momenti di luce. Altrimenti sarebbe solo silenzio. Il giardino e museo Yad Vashem di Gerusalemmene è una prova.

Dico questo perché al termine della presentazione del libro la “regia” del festival aveva previsto che alcuni studenti di un liceo di Lugano ponessero alcune domande a Gioele Dix. Ora io temo sempre il momento delle domande, e questa volta ne ho avuto conferma. Prima di tutto questi ragazzi – accompagnati dal loro insegnante di italiano – non sono stati nemmeno capaci di rivolgersi all’oratore guardandolo negli occhi e hanno letto – male – le domande, che non erano evidentemente farina del loro sacco. La prima era più o meno così: “con che coraggio ha scritto di un argomento di cui c’è già una ricchissima bibliografia?” Come dire, ci sono già moltissimi romanzi d’amore, perché ne ha scritto un altro. Mah…

La seconda invece, per la quale è stata perfino trovata una citazione di Milan Kundera, riguardava la “provvidenzialità” nella storia, non era eccessiva? Come dire, ma come, voi, ebrei, scappate in Svizzera e non finite ad Auschwitz?

Davide-Gioele ha dimostrato la sua abilità di intrattenitore nel rispondere con intelligenza e ironia, dicendo che non era una favola a lieto fine e che comunque un bambino della famiglia era morto in seguito a questa avventura. Lui ha voluto raccontare ciò che era effettivamente capitato a suo nonno e suo padre, che erano riusciti a superare quei tragici momenti grazie anche alla loro capacità di dissacrare e sdrammatizzare persino i fatti più tragici.

Io invece ho fatto un’altra riflessione. Ho pensato che, quando ormai i protagonisti di quei tragici avvenimenti sono quasi tutti scomparsi, dobbiamo essere grati a un personaggio così brillante, amato da un pubblico vasto, per il dono di una storia così bella ed edificante, scritta in un linguaggio moderno, stuzzicante anche per i giovani…

Come per i suoi spettacoli, mi è spiaciuto quando la presentazione è finita, sarei stata ancora a lungo ad ascoltare Gioele Dix.

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Gioele Dix

Quando tutto questo sarà finito. Storia della mia famigliaperseguitata dalle leggi razziali

 2014 Arnoldo Mondadori Editore