L’eleganza del faggio

Il mio cane Frida sa che nelle belle giornate andiamo a spasso nel bosco. Hanno una memoria ciclica i cani: quando si avvicina l’ora, di solito verso le quattro o le cinque, comincia a guardarmi, a indicare il guinzaglio e la macchina fotografica. Sì, mi porto la macchina fotografica perché spero sempre di trovare un fiore nuovo, o fare un incontro ravvicinato. E’ capitato qualche volta, un cerbiatto, due scoiattoli che passavano sopra la mia testa saltando da un albero all’altro, un picchio o un altro uccello raro. Ma non ho mai fatto in tempo a tirar fuori l’apparecchio dalla custodia, accenderlo, mettere a fuoco e scattare. Così gli avvistamenti e gli incontri rimangono solo nella mia memoria e vanno a far parte dei sogni. Poi mi chiedo, ma l’ho visto davvero o l’ho sognato? Come quando, tornando da Milano, poco prima della dogana di Chiasso Brogeda, ho visto una scimmia grigia seduta su un guardrail. Quando mi sono sentita dire al finanziere di turno “Guardi che là c’è una scimmia”, ho pensato che forse avevo sognato e senz’altro il doganiere mi aveva presa per matta. Per fortuna il giorno dopo ho letto su un giornale che belle vicinanze di Como era scappata una scimmia ed era stata avvistata appunto alla dogana di Chiasso. Non so cosa sia successo alla scimmia, ma io non sono andata in manicomio.

Quando è tempo di funghi mi porto anche l’apposito coltello con spazzolino incorporato regalatomi da mio genero Günther al tempo in cui mi è venuta la passione dei funghi. E’ sempre attento ai miei hobby e alle mie passioni il caro G., ma forse mi sopravvaluta: ho ancora un bel libro illustrato di vocaboli russi, per bambini russi, una pagina con tutti gli animali, una pagina con tutti i pesci, l’altra con tutti i tipi di salumi, e così via. Purtroppo, anche se la passione per il russo c’è sempre, non so ancora come si dice criceto o lavarello in russo. Colpa mia che non mi applico. La macchina fotografica digitale me l’hanno regalata i miei figli con la consulenza di G., perché è anche un bravissimo fotografo, oltre ad essere un computer man. Lo invidio molto, ha trovato persino una app che gli dice il nome dei fiori che non si conoscono. Quanto al coltello lo uso soprattutto per fare delle dissezioni a scopo scientifico su funghi insoliti, perché è molto raro che trovi un fungo buono andando solo su sentieri battuti nel tardo pomeriggio, ma va bene lo stesso. Più matti sono i funghi, più sono belli. Una volta ho trovato un’amanita cesarea, il famoso ovulo buono, l’ho fotografato convinta che fosse matto ma non l’ho raccolto. Quando, tornata a casa, ho scoperto il mio errore, mi sono sentita come se avessi perso un biglietto vincente della lotteria, sono corsa su per il bosco sotto la pioggia a recuperare il fungo, ma ormai era “passato”, non era più né bello né buono.

Adesso però siamo in maggio. Non piove, quindi non corro il rischio di trovare una spugnola. Anche di quelle una volta ne ho trovata una su un sentiero, l’ho fotografata e l’ho lasciata lì. Stesso iter dell’amanita cesarea, pazienza. Maggio, dicevo. Quando ero piccola facevo i fioretti in maggio. Un’opera buona tutti i giorni, poi coloravo di azzurro i fiorellini su un foglio. Non so perché di azzurro e non di giallo o di rosso. Forse perché mi sono sempre piaciuti i non ti scordar di me. Oggi era proprio una bella giornata. Temperatura percepita: ideale. Maniche corte, non si sudava nemmeno in salita. Luce, tanta luce fino a sera. Ci avviamo Frida e io verso il bosco. Il percorso lo conosco a memoria, ma ogni giorno qualcosa cambia. Adesso non ci sono tanti fiori, per trovarne di interessanti bisogna salire. Però cerco di procacciarmi un po’ di cibo. Asparagi selvatici, che poi non sono nemmeno della famiglia degli asparagi, fiori di sambuco, con cui si può fare la gelatina, ma stasera ho preparato le frittelle con pastella alla birra come consigliatomi da una signora che portava a spasso il suo cane. Una grandissma soddisfazione fare queste frittelle, si immergono gli “ombrelli “ prima nella pastella poi nell’olio bollente e sono pronte.

Oggi sono stata fortunata, ho scoperto un “giardino delle orchidee”. Ho trovato tre tipi di orchidee a pochi metri di distanza una dall’altra. Alcune bianche, altre rosa con le foglie a puntini, e un’altra, un’orchidea albina, non colorata, che sembra secca ma non lo è, si chiama orchidea nido d’uccello. Molto interessante. Poi mi sono immersa nel bosco di faggi. L’eleganza del faggio. Il faggio di maggio. Ieri sera sono andata a sentire Alessandro Bergonzoni e mi risuonano ancora in testa i suoi giochi di parole, bisticci, calembour, fantastici, unici, ma pieni di senso. Io non riesco ad andare più in là del faggio di maggio, che è così bello. E’ pulito, il bosco di faggi, è fresco, perché c’è sempre ombra, e la luce filtra attraverso le foglie, ma i faggi sono così alti che sembra di essere in una immensa cattedrale, e la luce passa attraverso le vetrate che toccano il cielo. Il bosco di castagni non è così pulito, il castagno è un albero più serio, lavoratore, anche un po’ cupo, e poi purtroppo adesso molti castagni sono malati. Li ha aggrediti un temibile insetto cinese. Il pericolo giallo. Invece i faggi sono come colonne d’argento, ognuno è diverso. Ce n’è uno che saluto sempre, lo vorrei abbracciare, ma è un po’ lontano dalla strada, seguo da anni la sua crescita. E’ magico e speciale. Il ceppo di base a un certo punto si divide in tre, come una treccia in salita, questi tre tronchi, che salgono abbracciandosi, morbidamente, e salgono, salgono. Ecco, io faccio fatica a capire la trinità, già è difficile fare entrare nella mia piccola testa l’idea di un Dio Onnipotente ed Eterno, ma la trinità è troppo. Infatti non ne parla né la bibbia né il vangelo, è stato un monaco bizantino – appunto – ad inventarla, credo. Però questo albero è davvero trinitario, uno e trino.

Quando faccio un certo giro incontro il mio albero magico sulla via del ritorno ed immancabilmente lo fotografo. Adesso però non ci sta più nella fotografia, è cresciuto troppo.

Più avanti c’è un piccolo prato con delle aquilegie, chissà come sono arrivate fino lì, e quello con l’aglio ursino, che molti raccolgono, ha un bel fiore ma puzza molto.

Poi c’è il grandissimo prato. E’ tutto smisurato in quel prato. Lo scorso autunno vi ho trovato delle vesce giganti (Langermannia Gigantea), sembravano enormi mozzarelle bianche. Non di bufala, perché qui bufale non ce n’è, ci sono solo vacche che a volte ci pascolano nel grande prato. E c’è il grande gelso. Il grande gelso sta morendo. Avrebbe dovuto essere una morte improvvisa perché si è spezzato a metà in una notte di fortissimo vento. Un giorno mia figlia Gaia mi ha telefonato affranta e mi ha detto ma lo sai che il grande gelso è morto? Io l’avevo già visto, ma non avevo voluto dirlo, forse per allungargli un po’ la vita. Ma stenta a morire il grande gelso e io penso anche di sapere il perché. Nonostante il tronco si sia spezzato in due e le due parti siano coricate sul prato, le foglie sono ancora verdi e io so che il grande gelso ci vuole regalare le sue more ancora una volta perché io possa fare la marmellata. Caro, vecchio, grande gelso.

 

Maggio 2014

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