Il Kazzese e il Luogo Komune

Ho scritto questo articolo tanti anni fa, adesso forse è obsoleto, nel senso che non ci accorgiamo nemmeno di parlarlo tutti i giorni, il kazzese…

C’è uno scrittore che amo molto, ha un nome tedesco, Kurt Vonnegut, ma è americano. Durante la guerra, giovanissimo, si trovò ad essere prigioniero a Dresda. I prigionieri erano alloggiati, se così si può dire, in un mattatoio, che miracolosamente non fu troppo danneggiato dal più terribile bombardamento alleato in Europa. Kurt Vonnegut non riuscì a parlare di questa esperienza se non dopo molti anni e dando al suo racconto la forma di un romanzo fantascientifico. (Il Mattatoio Numero Cinque o La Crociata dei Bambini, di Kurt Vonnegut. Difficile trovarlo in italiano) E’ lo scrittore più pacifista che io conosca. Ho letto altri suoi libri ed in tutti c’è un’esperienza violenta che segna profondamente il protagonista. Anche leggere i suoi libri è un’ esperienza traumatica, che ti segna. Ora in uno di questi, non mi ricordo quale e non posso nemmeno controllare perché li ho dati tutti a figli o amici dei figli, fa dire al protagonista: “In questo racconto non ci sarà turpiloquio per non distrarre in alcun modo il lettore dall’essenzialità dei fatti”. Ora leggendo scritti e racconti di giovani e meno giovani e ascoltandoli mi imbatto sempre più spesso in questa interiezione, K, assolutamente non necessaria al contesto, come uno spasmo doloroso di una persona che non riesce a controllare il proprio tic, che lo subisce suo malgrado.

Io ho la fortuna di insegnare e vivere alcune ore della mia giornata vicino a parecchi ragazzi, dai quattordici ai diciotto anni. Insegno inglese, quindi prima o poi mi imbatto nel problema della traduzione. Non la traduzione dall’italiano all’inglese, no, quello non è un problema e non si fa nemmeno più per vari motivi tecnici che non sto ad elencare. Intendo la traduzione dal pensiero, che è in forma gassosa, in parole, che sono in forma solida, indipendentemente dalla lingua parlata. Insegno a ragazzi che frequentano una scuola commerciale, non la sezione A di un liceo classico, e dato che siamo nella Svizzera italiana, molti di questi ragazzi a casa parlano dialetto o addirittura altre lingue. La lingua franca a scuola è l’italiano, anzi no, è il Kazzese. Il kazzese è composto al massimo da una decina di parole, forse qualcuna di più che però non è ancora arrivata alle mie orecchie. Devo elencare? K, vaffanc.., non rompere le p.., sei un cog… Casino è ormai espressione da educande. L’anno scorso una povera ragazza mi ha raccontato tutti i suoi drammi – veri, purtroppo – in una lettera. Il problema più grosso era con la mamma. “Mia mamma non mi caga..” Dato che l’espressione era ripetuta parecchie volte ho capito che voleva dire “mia mamma non mi guarda, non si cura di me”.

Ieri una ragazza ha detto a un compagno: “smettila di fighettare”. Io, che non posso ancora essere sua nonna, ma sua zia sì, avrei detto: “non fare lo sciocco!” Confesso che quando sento dire quello è un “figo”, mi sento parecchio a disagio, così come non possiedo la parola “sfiga”, che molte mie coetanee usano con estrema disinvoltura.

Ma torniamo all’inglese. All’inizio l’inglese è facile, i ragazzi hanno fin dalle prime lezioni delle grosse soddisfazioni. Anche perché conoscendo un po’ di “Fuckese” (corrispondente angloamericano del Kazzese) che hanno raccolto qui e là, da canzoni, graffiti, film e altre produzioni intellettuali, si sentono quasi padroni della lingua. Non si rendono conto che come dice Michael Swan, autorevolissimo autore di grammatiche e altri libri d’inglese per stranieri, è “pericolosissimo” per una persona non di lingua madre usare le parole di quattro lettere, come sono chiamate in inglese le parolacce. Lo straniero non ha infatti sempre la sensibilità dei registri linguistici e rischia nella migliore delle ipotesi di fare delle magnifiche gaffes, nella peggiore di essere addirittura offensivo. Una mia vicina di casa svizzera tedesca, anziana, tutta distinta e piuttosto bigotta, diceva spesso Por… Màdocina! Un giorno le ho chiesto: “ Ma lo sai Heidi, che è una bestemmia?” “Ma davvero?” risponde “Mio marito lo diceva sempre quando s’incalzava”.

Ricordo che per imparare un po’ di parolacce in inglese, io ho dovuto leggere parecchi libri, dal Giovane Holden ad un paio di opere di un certo J.P. Doneleavy. Anche l’educazione sessuale era così che ce la facevamo, leggendo, leggendo. Così come è stato leggendo i libri di Perry Mason che ho imparato i termini giuridici. Ma, come ho detto, le parolacce avevano una loro funzione ben precisa nel contesto.

In un altro importante libro, “Chiamalo Sonno” (Call it Sleep) di uno dei tanti bravissimi scrittori di nome Roth, Henry – è il caso di dire un nome, una garanzia – in cui si racconta dell’infanzia a Brooklyn di un immigrato ebreo dall’Europa centrale nel periodo fra il ’20 e il ’30, delle difficoltà di inserimento proprio legate a quella Babele di lingue, c’è un affresco bellissmo di una strada di Brooklyn. Questi poveri immigrati, spesso analfabeti o comunque poco acculturati, avevano imparato per contaminazione il linguaggio colloquiale del vicino di bottega. Quindi quando litigavano c’era lo spazzino italiano che diceva you stinky Jew, il tedesco che diceva ‘fanculo, il venditore ambulante armeno che diceva Schweinkopf, il macellaio yiddish che diceva you lousy bestia, e via di questo passo. (Consiglio di leggere comunque il libro perché è un altro di quei racconti che non sei più quello di prima dopo che l’hai letto. Per i linguisti è una splendida dimostrazione di quanto doloroso sia il passaggio da una cultura all’altra, da una lingua all’altra soprattutto per coloro che non hanno gli strumenti per imparare un nuovo idioma. Se qualcuno è interessato a questo argomento ma vuole anche rilassarsi per alcuni minuti, consiglio di ascoltare la canzone “Yes, we have no bananas today”, dello stesso periodo e ambiente. Un piccolo gioiello. Io ne ho trovata una versione cantata da Lou Prima.)

A proposito di contestualizzazione. Qualche anno fa mi sono concessa una vacanza terapeutica a Ischia. Bellissimo, mare, pizza, fanghi. Un giorno, me ne stravo sdraiata mentre due donne mi spalmavano addosso cazzuolate di fango caldo grigio. Le signore si raccontavano le loro storie di dolori quotidiani, lutti, malattie, abbandoni, povertà. Non penso che gettare tutto il giorno cazzuolate di fango caldo grigio addosso a sofferenti di reumatismi fosse il sogno della loro vita. Mi rimase impresso come a commento di una storia più tragica di altre una di queste donne disse, col suo toccante accento napoletano, “ eh, sì, sono caazzi amaari!” Magnifico.

Tornando ai miei ragazzi. Il problema è proprio quello dei registri. Non importa se scappa la parolaccia quando uno è arrabbiato o capita l’incidente, quello succede. Ho sentito persino il mio controllatissimo marito lasciarsi sfuggire un richiamo al K di Galeazzo una volta che si era data una martellata su un dito. Il problema è che i ragazzi ti chiedono non proprio gentilmente, ma normalmente, cosa K vuoi?, dove K andiamo?, come K si dice in inglese?, cosa K dobbiamo fare? Qualche volta i ragazzi sono anche Kreativi. Un giovane milanista dopo una skonfitta della skuadra del kuore un giorno skrisse sul suo Kuaderno: Adesso io mi Skazzo!

Non importa se l’interlocutore è il compagno, la vecchietta sull’autobus o il direttore. Però alcuni di questi ragazzi alla fine di quest’anno dovranno presentarsi per un colloquio per un posto di lavoro. Adesso non è più così facile trovar lavoro, nemmeno nella ricca Svizzera.

Ora io chiedo è proprio necessario?

Don Milani, sempre più dimenticato, ha scritto che la differenza tra il povero e il ricco non sta tanto nei soldi che si hanno ma nel numero di parole che si conoscono. Essendo un’inguaribile ottimista spero ancora che sia vero.

Certo è vero che quando dico ai miei ragazzi che “i giovani non sanno abbastanza bene l’italiano” è un luogo comune, loro mi guardano stupiti. Cosa K è un luogo comune? Ma un posto pubblico, dove tutti possono andare, come una toilette o un ristorante, mi hanno detto.

 

 

Dicembre 2002

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