Archivio mensile:luglio 2014

Ingorghi, il lato tragicomico

Alcune sere fa siamo andati al cinema, in una di quelle multisale dove i ragazzi, ma non solo, mangiano i popcorn e si ubriacano di coca cola. Era una domenica piovosa di fine giugno e siamo andati a vedere la storia di una signora che attraversa il deserto australiano con quattro cammelli. Siamo usciti quasi disidratati e abbiamo apprezzato molto la pioggia scrosciante. Una storia vera, il film si chiama Tracks, valeva la pena vederlo. Ma non è di questo che voglio parlare. In quella multisala quando si acquista il biglietto si prenota automaticamente il posto, guai se non ci si siede nella poltrona prenotata se non si vuole provocare una pericolosa reazione a catena. Proprio come è successo questa volta. Uno spettatore arriva e, vuoi perché è presbite o perché distratto, si siede al posto sbagiato, Pian piano la saletta si riempie, e cominciano le complicazioni. Un altro, anzi due, vedendo il proprio posto occupato, pensano di sedersi su un “divanetto dell’amore” ancora libero. La stessa cosa capita ad una terza coppia. La cosa sarebbe finita così, senza incidenti, se, proprio quando si sono spente le luci, non fossero arrivate due signore tedesche, cioè la forza del diritto per antonomasia, che al senso dell’ordine abbinano anche una totale mancanza di flessibilità. Abbiamo quindi assistito ad una partita di domino, con gli spettatori alla disperata ricerca, prima del biglietto, poi del numero del posto e della fila, il tutto nella semioscurità. Essendo nella ordinata e discreta terra elvetica si sono udite molte scuse sommesse, che mascheravano alcune imprecazioni ancora più sommesse, si sono pestati alcuni piedi, ancora scusi scusi, e ci si è abbracciati per non rovinare sul vicino. Alla fine, cioè dopo aver perso l’inizio del film, tutti erano seduti al loro posto, non so se soddisfatti o no. Quando si sono riaccese le luci ho notato tuttavia parecchi sguardi sbiechi per capire chi era stato la causa di tanta confusione, ma la buona educazione ha prevalso e tutti hanno ostentato una totale indifferenza. 
L’episodio mi ha richiamato alla mente un fatto ben più increscioso accaduto troppi anni fa, quando ero ancora una giovanissima studentessa di lingue. 
Insieme ad altre compagne ero stata ingaggiata per un breve lavoro in occasione dell’apertura del Centro Commerciale Americano a Milano, un centro esposizioni collegato al consolato. Sarebbero state presenti tutte le autorità consolari e cittadine, non era però chiaro quali sarebbero stati i nostri compiti. 
Una volta arrivate, piene di entusiasmo, scoprimmo di essere state destinate al guardaroba. Va bene. Attaccapanni e due bigliettini, uno per noi e uno per il proprietario del cappotto. Ma le cose semplici non esistono. Primo: il guardaroba era un bugigattolo, troppo piccolo per ospitare quattro ragazze e una valanga di cappotti di cachemire e sciarpe di seta; secondo, e molto più tragico, era inverno, faceva freddo e le “autorità” portavano tutte il cappello. Che problema c’è, direste voi. Il problema c’era, e anche grave: non erano stati previsti né lo spazio per riporre i vari Borsalino, né il sistema di bigliettini, madri e figlie, da dare ai proprietari. 
All’inizio abbiamo accettato i lussuosi cappelli cercando di metterli il più vicino possibile al relativo cappotto. Il problema si è manifestato, in tutta la sua gravità, al ritiro. Chi si è presentato prima del termine della manifestazione è stato fortunato, ha potuto scegliere. Altri signori, dotati di senso dell’umorismo, hanno preso la cosa sul ridere, e hanno approfittato della compagnia di noi, giovani fanciulle – adesso posso dirlo, carine e gentili – e sono stati comprensivi. La maggior parte, purtroppo, ci ha umiliato. Non è possibile che non si trovi il copricapo del console generale, decano del corpo consolare di Milano! Questo non è il mio, tuona un altro trombone con un cappello di tre misure più grande sul suo crapino. E questo, da dove arriva, sbraita un altro con un testone pelato e una piccola bombetta che sembra quella di Charlot. Il mio era un borsalino, costosissimo! Alcuni notabili, esasperati, se ne sono andati a testa nuda, alcuni hanno preso, consapevolmente o no, un cappello altrui, pochi fortunati hanno trovato quello che sembrava il loro. Noi siamo rimaste sgomente, quasi in lacrime, ad osservare un paio di solitari cilindri, senza coniglio, certe di aver chiuso sul nascere le nostre promettenti i quell’episodio increscioso, che io naturalmente mi guardai di menzionare con alcuno…

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Compagni di scuola

Avete mai frequentato un corso serale? E’ un’esperienza gratificante, che ci si trovi da una o dall’altra parte del banco. Io ho provato le due cose e ho sempre fatto degli incontri preziosi. Abituata a non essere ascoltata, a dover “mantenere” la disciplina – ma chi è questa signora che deve essere mantenuta – a dovermi far “rispettare” da allievi, colleghi e superiori, l’aula della scuola serale mi è sempre apparsa come un’oasi di pace e serenità. U-topia, nel senso di luogo dolce o luogo che non c’è?

Il mio primo corso serale lo tenni in un paese del comasco. Le “Centocinquanta ore”, per lavoratori che non avevano il diploma di terza media. Volli subito bene a quelle persone, operai con le mani poco avvezze ad usare la penna, o casalinghe ansiose di non fare brutte figure coi figli. Non avevo bisogno di farmi rispettare, ero soprattutto io che rispettavo loro e li ammiravo per lo sforzo che facevano.

Dopo che mi trasferii in Svizzera cominciai ad insegnare inglese la sera. Anche lì, pubblico eterogeneo, ma sempre entusiasta. C’era una certa “mortalità”, spesso molti buttano la spugna quando si accorgono che studiare è fatica e rinunciano, ma provavo lo stesso un grande affetto per i miei scolari, gli volevo proprio bene, e spesso questo affetto era ricambiato. Con loro potevo fare le cose più strane: si cantava, si giocava, si parlava e si rideva. Guai se sentivo dire l’orribile frase: “Io sono negato per l’inglese o per le lingue”! Mai dire una cosa simile! Nemmeno pensarla! Quanti danni possono fare i professori!.,
A un certo punto rinunciai con dispiacere all’insegnamento serale per poter frequentare io stessa qualche corso. Molta storia, di quella che non si studia sui libri, storia per capire un po’ meglio l’incomprensibile di questo mondo..

E poi il russo. Avevo studiato lingue, ma non il russo. Quando ero giovane il mondo era diviso in due, c’era la cortina di ferro e anche ideologicamente si stava o da una parte o dall’altra. Io stavo da questa parte, per educazione, ambiente e, soprattutto, ignoranza. La mia conoscenza della Russia si fermava a Guerra e Pace, che bella Audrey Hepburn, e alla ritirata di Russia raccontata dai nostri alpini. Stop. Mia mamma aveva i classici russi, ma i figli non leggono i libri dei genitori, e poi mi angosciavano, mi sembravano cupi, disperati…

Quando la mamma ebbe bisogno di assistenza, trovammo, dopo vari tentativi, una carissima badante ucraina, russofona. Riscoprii un vecchio libro di russo, acquistato in una liquidazione, che si chiamava Il Russo Senza Sforzo, del Metodo Assimil. Mi aveva sempre intrigato, perché effettivamente proponeva un approccio rassicurante, che partiva dalle poche parole in comune con le nostre lingue, come mamma, dottore, attore, ecc. Così chiesi alla nostra Ludmilla di incidere su cassetta i buffi dialoghi del libro e cominciai ad ascoltarli e ripeterli, annoiando non poco i miei familiari che mi sentivano emettere dei suoni incomprensibili. E poi cominciai a frequentare i corsi serali.

Ora, chi frequenta i corsi serali di russo ha di solito forti motivazioni; c’è chi è già stato in Russia per lavoro, capisce abbastanza la lingua, ma non sa la grammatica. Ci sono medici, sempre molto bravi, che forse hanno dei pazienti russi. Hanno l’abitudine allo studio, la memoria esercitata, metodo e determinazione. In genere sono piuttosto “secchioni”. Ci sono alcune giovani donne in carriera, che conoscono già tre o quattro lingue, ci sono uomini, giovani e meno giovani, attratti da o già legati ad avvenenti donne russe.., e infine ci sono i romantici, alcuni nostalgici e altri semplicemente alla ricerca dell’ ”anima russa”. Dici poco.

Io non so bene a quale categoria appartengo, di certo mi sento più vicina a quest’ultima.

Un nostro amico di Milano è andato oltre: con la sua maestra di russo è persino andato a recitare in russo in piccoli teatri russi. Che invidia!

Bruno, un compagno di corso, viene a scuola con un vecchio zaino e grossi scarponi; lascia sempre presto la lezione perché abita in montagna, da solo, lontano da centri abitati, e dipende da un vicino di casa per tornare a casa la sera, quando non ci sono più le corriere. Sembra sia un chimico, ma adesso fa il giardiniere, comunque l’uomo di fatica. Parla correntemente la lingua, ma fa fatica con la grammatica. Sa cantare molto bene, una volta siamo riusciti a sentire la sua gran voce da basso, è buono, ma arrabbiato col mondo. Vive in una casa senza luce elettrica. Ha un cellulare e una lampada LED. Vive con due pecore. È da lui che ho imparato che le pecore devono essere sempre almeno in due. Le capre sono più indipendenti. Una volta Bruno mi ha prestato dei bellissimi libri d’arte russa, delle audiocassette e altro materiale raffinato. Ha grande rispetto e affetto per la nostra maestra.

E’ un mistero.

Poi ho incontrato Ellen. Sedute vicine eravamo un po’ indisciplinate, perché copiavamo e chiacchieravamo. Ma che gusto c’è ad andare a scuola se non si copia e non si chiacchiera col compagno di banco? Ellen veniva da Cadenabbia, vuol dire un’ora di macchina per andare e un’ora per tornare, ma era sempre più puntuale di me che abito a dieci minuti dalla scuola. Abbiamo scoperto di avere in comune l’amore per i viaggi e per la montagna. Quando una volta, d’estate, l’ho incontrata per caso a duemila metri alla ricerca di un po’ di latte di capra, l’ho considerato un segno del destino. Una volta è andata a fare un viaggio di una settimana in Russia, e quando è tornata l’abbiamo molto invidiata perché parlava benissimo. Un’altra volta è andata in Ucraina, d’inverno, ospite di una giovane badante che le dava lezioni di conversazione. Credo che sia stata un’esperienza difficile, anche perché si è ammalata per una settimana e la vita in una povera casa ucraina nel gelido inverno non è stata così facile. Poi la ragazza, divenuta testimone di Geova, l’ha trascinata in giro per l’Ucraina a conoscere altri adepti. Adesso Ellen vive in Germania, studia il portoghese, ma la vedo ancora in montagna d’estate.

Ho interrotto il corso di russo per alcuni anni. Ero stanca. Quest’anno sono andata in pensione e ho deciso di ricominciare, regredendo di alcune classi. Non volevo fare troppa fatica. Stessa insegnante. Quando avevo cominciato la maestra veniva in bicicletta, poi si era comprata una piccola Ford, quest’anno aveva una Mercedes. Io ho insegnato tanti anni, ma non ho mai avuto una Mercedes. Non l’avrò mai, preferisco le utilitarie.. Ma è simpatica la nostra Marushka. Altra classe, però, altri compagni. I soliti due medici secchioni, un’ex insegnante di liceo dei miei figli, ancora più secchiona e pedante, alcuni giovani uomini, una ragazza polacca, e Romana.

E’ una persona speciale, Romana. Discreta, schiva, tranquilla, capelli bianchi che sembrano tinti ad hoc, ogni tanto interviene con un aneddoto, del tipo: quando ero a Mosca dovevo fare delle lunghe file per comprare il pane. Oppure, mio nonno aveva conosciuto Tolstoj in treno. E ancora, mia nonna era russa, era “fuggita” con mio nonno. Oppure: conosco quella strada perché ci sono passata facendo la transumanza.

Non potevo rimanere indifferente, così ho cominciato a frequentarla, anche perché emana simpatia. Così, poco per volta, ho scoperto che abita anche lei in montagna, l’ultimo paesino di una valle qui sopra. Una scelta, evidentemente. Insomma sempre più interessante.

Quest’inverno ci ha raccontato di aver rischiato la pelle per portare un po’ di cibo a una capretta inselvatichita. La capretta stava benone, ma lei ha camminato per più di un’ora nella neve alta.

E il nonno? Un giramondo, che nelle sue peregrinazioni aveva vissuto anche in Russia, dove aveva trovato questa ragazza che si era invaghita di lui. Mi ha fatto vedere le foto, Romana, di questa giovane donna protagonista di una storia d’amore da romanzo. Non fu fortunata la piccola russa, rimase vedova a ventisette anni con quattro figli. Romana mi ha mostrato la foto di questa donna dolce, attorniata dai suoi bambini, vestiti a festa per la fotografia.

Quante storie ha Romana. Ogni tanto ne racconta una nuova, con grandissima semplicità. Una più affascinante dell’altra. Ecco qualche esempio. Un giorno ricorda la scuola media frequentata a Roma, una scuola davvero speciale, all’Aventino. La mattina lezioni normali, il pomeriggio teatro. Un maestro carismatico, poeta artista, attore.

Di nazionalità Svizzera, padre di origine italiana e mamma svizzera tedesca, narra che durante la guerra la vita era difficile per tutti anche a Lugano. Sua mamma si ricordava di una povera donna, che aveva una botteguccia a Lugano, accasciata piangente in mezzo alla strada, perché le avevano devastato il negozietto, strappato i sacchi di farina e di riso, gettato tutto. Perché? Perché era italiana con due figli in guerra.

E ancora, la mamma di Romana, svizzera tedesca, preferiva parlare in italiano qui, perché i tedeschi di Germania erano malvisti, ma poi, trasferitisi nella Svizzera interna, la famiglia aveva subito angherie, perché italiani… Altri tempi? Speriamo.

E che generosità! Sempre durante la guerra, quando sembrava che i nazifascisti avessero la meglio nell’Ossola, molti bambini di là furono evacuati e mandati in Ticino. Loro ne accolsero subito uno, che, dopo le prime, inevitabili difficoltà, poi divenne un membro della famiglia, che ancora rivedono con piacere.

E la Russia? Grande amore di gioventù. Quando noi andavamo in Inghilterra come ragazze alla pari per imparare l’inglese, lei come ragazza alla pari andò a Mosca con una famiglia di diplomatici svizzeri. Questo sarà un altro capitolo del libro di memorie che le ho suggerito di scrivere.

La sorpresa più grande l’ho avuta quando in classe, in uno di quegli esercizi orali in cui si fanno domande del tipo: che cosa ti piace fare, che lingue straniere conosci, lei ha detto che oltre al tedesco e all’italiano conosce anche l’ebraico, solo parlato, si è affrettata a precisare. Sì, perché Romana aveva sposato un israeliano ed era andata a vivere in un kibbutz.

Ma questo sarà il secondo volume.

Devo ancora scoprire cosa ci sarà nel terzo, un po’ di pazienza.

 

 

 

 

 

 

Lugano, 4 luglio 2014

History o Her story, storia al maschile o al femminile? La Campana di Rovereto e le sue Madrine.

In occasione del centenario dello scoppio della prima guerra mondiale, ricopio questo scritto, già apparso in rete qualche anno fa.

“Mai Più, Never again, Nie Mehr, Jamais Plus, Nikogda Snova!”.

Qualche tempo fa ho letto  un articolo in cui si ricordavano gli “eroi” valtellinesi, in particolare si faceva riferimento alla figura di mio nonno paterno, Luigi Guicciardi, di Sondrio, già prefetto a Pavia, arruolatosi volontario come soldato semplice nel giugno 1915, a sessant’anni, e caduto sul Carso dopo poche settimane .

Tutto vero, purtroppo, ma se c’è un eroe, c’è anche una morte, in genere violenta e prematura. Allora si pensava anche che fosse per una buona causa, adesso ci si chiede se quella causa era davvero buona.

Ormai questi fatti fanno parte della Storia. In inglese si fa un gioco di parole, History, “Storia”, sembra essere la storia di “lui” , “His story”, e le donne, che questa storia al maschile da sempre subiscono, dicono che ci dovrebbe anche essere una “Her story”, la storia di “lei”, la storia vista da un punto di vista femminile.

Pensiamoci un momento, vedove, orfani e orfane, madri che hanno perso figli, sorelle che hanno perso fratelli, fidanzate che hanno perso fidanzati, mogli che hanno perso mariti, figli e figlie che hanno perso padri.

Certo, alcune di queste donne, come la mia nonna Giuseppina Carbonera (discendente diretta di quell’Azzo Carbonera delle Cinque Giornate di Milano), hanno avuto l’onore di essere vedove di guerra speciali, mogli di eroi. Onore di cui credo avrebbero fatto volentieri a meno. Mio padre e i suoi fratelli sono stati figli di eroi, ma mio padre ha perso il suo papà a otto anni e la sua vita, così come quella di altri milioni di orfani, è stata profondamente segnata da questo avvenimento tragico.

E allora da un punto di vista femminile mi piace ricordare tutte le eroine silenziose che hanno continuato a vivere e lottare dopo questi eventi luttuosi, e mi piace ricordare un altro fatto, secondo me altrettanto importante, della vita di mia nonna Giuseppina Carbonera Guicciardi.

All’indomani della Grande Guerra il sacerdote roveretano don Antonio Rossaro volle realizzare la Campana di Rovereto, come simbolo imperituro di condanna del conflitto, di pacificazione delle coscienze, di fratellanza fra gli uomini, di solidarietà fra i popoli, utilizzando il bronzo dei cannoni offerto dalle nazioni partecipanti al primo conflitto mondiale.

La campana suonò il primo rintocco il giorno 4 ottobre 1925, alla presenza del Re Vittorio Emanuele, e di tanti silenziosi personaggi femminili, fra cui vedove di guerra e crocerossine.

Ecco che cosa diceva nel suo discorso di inaugurazione il principe Emanuele Filiberto:

 

“……….. La guerra non è mai la via per ottenere la Pace. Il nostro elogio è rivolto anche al Comitato per la realizzazione della Campana ed alle Madrine che lo composero, tra cui figura anche l’amata Regina Margherita: senza di loro non sarebbe stato possibile innalzare questo simbolo della memoria che appartiene non solo all’Italia ma all’Europa tutta….”

 

Ebbene, confesso che sono molto fiera di ricordare che fra queste madrine vi era anche la mia nonna Giuseppina Carbonera Guicciardi.

In tutti questi anni Uomini di Stato, Presidenti ed Ambasciatori unitamente a cittadini di ogni Nazione, hanno reso omaggio alla Campana e continuano a sentirla come voce della propria coscienza. Ben ottantaquattro Nazioni hanno esposto il loro vessillo intorno a Maria Dolens, nome di battesimo della Campana stessa, lungo il Viale delle Bandiere e sulla Piazza delle Genti, a testimoniare, anche visibilmente, la fedeltà ad un messaggio, ad una sorta di “Patto della Pace”.

Anch’io sono stata a rendere omaggio alla Campana, qualche anno fa, e devo dire che l’emozione è stata grande, paragonabile soltanto a quella provata nel visitare i cimiteri di guerra americani e tedeschi in Normandia, dove ovunque si respirava il grido “Mai Più, Never again, Nie Mehr, Jamais Plus, Nikogda Snova!”.

 

Cristina Guicciardi