History o Her story, storia al maschile o al femminile? La Campana di Rovereto e le sue Madrine.

In occasione del centenario dello scoppio della prima guerra mondiale, ricopio questo scritto, già apparso in rete qualche anno fa.

“Mai Più, Never again, Nie Mehr, Jamais Plus, Nikogda Snova!”.

Qualche tempo fa ho letto  un articolo in cui si ricordavano gli “eroi” valtellinesi, in particolare si faceva riferimento alla figura di mio nonno paterno, Luigi Guicciardi, di Sondrio, già prefetto a Pavia, arruolatosi volontario come soldato semplice nel giugno 1915, a sessant’anni, e caduto sul Carso dopo poche settimane .

Tutto vero, purtroppo, ma se c’è un eroe, c’è anche una morte, in genere violenta e prematura. Allora si pensava anche che fosse per una buona causa, adesso ci si chiede se quella causa era davvero buona.

Ormai questi fatti fanno parte della Storia. In inglese si fa un gioco di parole, History, “Storia”, sembra essere la storia di “lui” , “His story”, e le donne, che questa storia al maschile da sempre subiscono, dicono che ci dovrebbe anche essere una “Her story”, la storia di “lei”, la storia vista da un punto di vista femminile.

Pensiamoci un momento, vedove, orfani e orfane, madri che hanno perso figli, sorelle che hanno perso fratelli, fidanzate che hanno perso fidanzati, mogli che hanno perso mariti, figli e figlie che hanno perso padri.

Certo, alcune di queste donne, come la mia nonna Giuseppina Carbonera (discendente diretta di quell’Azzo Carbonera delle Cinque Giornate di Milano), hanno avuto l’onore di essere vedove di guerra speciali, mogli di eroi. Onore di cui credo avrebbero fatto volentieri a meno. Mio padre e i suoi fratelli sono stati figli di eroi, ma mio padre ha perso il suo papà a otto anni e la sua vita, così come quella di altri milioni di orfani, è stata profondamente segnata da questo avvenimento tragico.

E allora da un punto di vista femminile mi piace ricordare tutte le eroine silenziose che hanno continuato a vivere e lottare dopo questi eventi luttuosi, e mi piace ricordare un altro fatto, secondo me altrettanto importante, della vita di mia nonna Giuseppina Carbonera Guicciardi.

All’indomani della Grande Guerra il sacerdote roveretano don Antonio Rossaro volle realizzare la Campana di Rovereto, come simbolo imperituro di condanna del conflitto, di pacificazione delle coscienze, di fratellanza fra gli uomini, di solidarietà fra i popoli, utilizzando il bronzo dei cannoni offerto dalle nazioni partecipanti al primo conflitto mondiale.

La campana suonò il primo rintocco il giorno 4 ottobre 1925, alla presenza del Re Vittorio Emanuele, e di tanti silenziosi personaggi femminili, fra cui vedove di guerra e crocerossine.

Ecco che cosa diceva nel suo discorso di inaugurazione il principe Emanuele Filiberto:

 

“……….. La guerra non è mai la via per ottenere la Pace. Il nostro elogio è rivolto anche al Comitato per la realizzazione della Campana ed alle Madrine che lo composero, tra cui figura anche l’amata Regina Margherita: senza di loro non sarebbe stato possibile innalzare questo simbolo della memoria che appartiene non solo all’Italia ma all’Europa tutta….”

 

Ebbene, confesso che sono molto fiera di ricordare che fra queste madrine vi era anche la mia nonna Giuseppina Carbonera Guicciardi.

In tutti questi anni Uomini di Stato, Presidenti ed Ambasciatori unitamente a cittadini di ogni Nazione, hanno reso omaggio alla Campana e continuano a sentirla come voce della propria coscienza. Ben ottantaquattro Nazioni hanno esposto il loro vessillo intorno a Maria Dolens, nome di battesimo della Campana stessa, lungo il Viale delle Bandiere e sulla Piazza delle Genti, a testimoniare, anche visibilmente, la fedeltà ad un messaggio, ad una sorta di “Patto della Pace”.

Anch’io sono stata a rendere omaggio alla Campana, qualche anno fa, e devo dire che l’emozione è stata grande, paragonabile soltanto a quella provata nel visitare i cimiteri di guerra americani e tedeschi in Normandia, dove ovunque si respirava il grido “Mai Più, Never again, Nie Mehr, Jamais Plus, Nikogda Snova!”.

 

Cristina Guicciardi

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