Compagni di scuola

Avete mai frequentato un corso serale? E’ un’esperienza gratificante, che ci si trovi da una o dall’altra parte del banco. Io ho provato le due cose e ho sempre fatto degli incontri preziosi. Abituata a non essere ascoltata, a dover “mantenere” la disciplina – ma chi è questa signora che deve essere mantenuta – a dovermi far “rispettare” da allievi, colleghi e superiori, l’aula della scuola serale mi è sempre apparsa come un’oasi di pace e serenità. U-topia, nel senso di luogo dolce o luogo che non c’è?

Il mio primo corso serale lo tenni in un paese del comasco. Le “Centocinquanta ore”, per lavoratori che non avevano il diploma di terza media. Volli subito bene a quelle persone, operai con le mani poco avvezze ad usare la penna, o casalinghe ansiose di non fare brutte figure coi figli. Non avevo bisogno di farmi rispettare, ero soprattutto io che rispettavo loro e li ammiravo per lo sforzo che facevano.

Dopo che mi trasferii in Svizzera cominciai ad insegnare inglese la sera. Anche lì, pubblico eterogeneo, ma sempre entusiasta. C’era una certa “mortalità”, spesso molti buttano la spugna quando si accorgono che studiare è fatica e rinunciano, ma provavo lo stesso un grande affetto per i miei scolari, gli volevo proprio bene, e spesso questo affetto era ricambiato. Con loro potevo fare le cose più strane: si cantava, si giocava, si parlava e si rideva. Guai se sentivo dire l’orribile frase: “Io sono negato per l’inglese o per le lingue”! Mai dire una cosa simile! Nemmeno pensarla! Quanti danni possono fare i professori!.,
A un certo punto rinunciai con dispiacere all’insegnamento serale per poter frequentare io stessa qualche corso. Molta storia, di quella che non si studia sui libri, storia per capire un po’ meglio l’incomprensibile di questo mondo..

E poi il russo. Avevo studiato lingue, ma non il russo. Quando ero giovane il mondo era diviso in due, c’era la cortina di ferro e anche ideologicamente si stava o da una parte o dall’altra. Io stavo da questa parte, per educazione, ambiente e, soprattutto, ignoranza. La mia conoscenza della Russia si fermava a Guerra e Pace, che bella Audrey Hepburn, e alla ritirata di Russia raccontata dai nostri alpini. Stop. Mia mamma aveva i classici russi, ma i figli non leggono i libri dei genitori, e poi mi angosciavano, mi sembravano cupi, disperati…

Quando la mamma ebbe bisogno di assistenza, trovammo, dopo vari tentativi, una carissima badante ucraina, russofona. Riscoprii un vecchio libro di russo, acquistato in una liquidazione, che si chiamava Il Russo Senza Sforzo, del Metodo Assimil. Mi aveva sempre intrigato, perché effettivamente proponeva un approccio rassicurante, che partiva dalle poche parole in comune con le nostre lingue, come mamma, dottore, attore, ecc. Così chiesi alla nostra Ludmilla di incidere su cassetta i buffi dialoghi del libro e cominciai ad ascoltarli e ripeterli, annoiando non poco i miei familiari che mi sentivano emettere dei suoni incomprensibili. E poi cominciai a frequentare i corsi serali.

Ora, chi frequenta i corsi serali di russo ha di solito forti motivazioni; c’è chi è già stato in Russia per lavoro, capisce abbastanza la lingua, ma non sa la grammatica. Ci sono medici, sempre molto bravi, che forse hanno dei pazienti russi. Hanno l’abitudine allo studio, la memoria esercitata, metodo e determinazione. In genere sono piuttosto “secchioni”. Ci sono alcune giovani donne in carriera, che conoscono già tre o quattro lingue, ci sono uomini, giovani e meno giovani, attratti da o già legati ad avvenenti donne russe.., e infine ci sono i romantici, alcuni nostalgici e altri semplicemente alla ricerca dell’ ”anima russa”. Dici poco.

Io non so bene a quale categoria appartengo, di certo mi sento più vicina a quest’ultima.

Un nostro amico di Milano è andato oltre: con la sua maestra di russo è persino andato a recitare in russo in piccoli teatri russi. Che invidia!

Bruno, un compagno di corso, viene a scuola con un vecchio zaino e grossi scarponi; lascia sempre presto la lezione perché abita in montagna, da solo, lontano da centri abitati, e dipende da un vicino di casa per tornare a casa la sera, quando non ci sono più le corriere. Sembra sia un chimico, ma adesso fa il giardiniere, comunque l’uomo di fatica. Parla correntemente la lingua, ma fa fatica con la grammatica. Sa cantare molto bene, una volta siamo riusciti a sentire la sua gran voce da basso, è buono, ma arrabbiato col mondo. Vive in una casa senza luce elettrica. Ha un cellulare e una lampada LED. Vive con due pecore. È da lui che ho imparato che le pecore devono essere sempre almeno in due. Le capre sono più indipendenti. Una volta Bruno mi ha prestato dei bellissimi libri d’arte russa, delle audiocassette e altro materiale raffinato. Ha grande rispetto e affetto per la nostra maestra.

E’ un mistero.

Poi ho incontrato Ellen. Sedute vicine eravamo un po’ indisciplinate, perché copiavamo e chiacchieravamo. Ma che gusto c’è ad andare a scuola se non si copia e non si chiacchiera col compagno di banco? Ellen veniva da Cadenabbia, vuol dire un’ora di macchina per andare e un’ora per tornare, ma era sempre più puntuale di me che abito a dieci minuti dalla scuola. Abbiamo scoperto di avere in comune l’amore per i viaggi e per la montagna. Quando una volta, d’estate, l’ho incontrata per caso a duemila metri alla ricerca di un po’ di latte di capra, l’ho considerato un segno del destino. Una volta è andata a fare un viaggio di una settimana in Russia, e quando è tornata l’abbiamo molto invidiata perché parlava benissimo. Un’altra volta è andata in Ucraina, d’inverno, ospite di una giovane badante che le dava lezioni di conversazione. Credo che sia stata un’esperienza difficile, anche perché si è ammalata per una settimana e la vita in una povera casa ucraina nel gelido inverno non è stata così facile. Poi la ragazza, divenuta testimone di Geova, l’ha trascinata in giro per l’Ucraina a conoscere altri adepti. Adesso Ellen vive in Germania, studia il portoghese, ma la vedo ancora in montagna d’estate.

Ho interrotto il corso di russo per alcuni anni. Ero stanca. Quest’anno sono andata in pensione e ho deciso di ricominciare, regredendo di alcune classi. Non volevo fare troppa fatica. Stessa insegnante. Quando avevo cominciato la maestra veniva in bicicletta, poi si era comprata una piccola Ford, quest’anno aveva una Mercedes. Io ho insegnato tanti anni, ma non ho mai avuto una Mercedes. Non l’avrò mai, preferisco le utilitarie.. Ma è simpatica la nostra Marushka. Altra classe, però, altri compagni. I soliti due medici secchioni, un’ex insegnante di liceo dei miei figli, ancora più secchiona e pedante, alcuni giovani uomini, una ragazza polacca, e Romana.

E’ una persona speciale, Romana. Discreta, schiva, tranquilla, capelli bianchi che sembrano tinti ad hoc, ogni tanto interviene con un aneddoto, del tipo: quando ero a Mosca dovevo fare delle lunghe file per comprare il pane. Oppure, mio nonno aveva conosciuto Tolstoj in treno. E ancora, mia nonna era russa, era “fuggita” con mio nonno. Oppure: conosco quella strada perché ci sono passata facendo la transumanza.

Non potevo rimanere indifferente, così ho cominciato a frequentarla, anche perché emana simpatia. Così, poco per volta, ho scoperto che abita anche lei in montagna, l’ultimo paesino di una valle qui sopra. Una scelta, evidentemente. Insomma sempre più interessante.

Quest’inverno ci ha raccontato di aver rischiato la pelle per portare un po’ di cibo a una capretta inselvatichita. La capretta stava benone, ma lei ha camminato per più di un’ora nella neve alta.

E il nonno? Un giramondo, che nelle sue peregrinazioni aveva vissuto anche in Russia, dove aveva trovato questa ragazza che si era invaghita di lui. Mi ha fatto vedere le foto, Romana, di questa giovane donna protagonista di una storia d’amore da romanzo. Non fu fortunata la piccola russa, rimase vedova a ventisette anni con quattro figli. Romana mi ha mostrato la foto di questa donna dolce, attorniata dai suoi bambini, vestiti a festa per la fotografia.

Quante storie ha Romana. Ogni tanto ne racconta una nuova, con grandissima semplicità. Una più affascinante dell’altra. Ecco qualche esempio. Un giorno ricorda la scuola media frequentata a Roma, una scuola davvero speciale, all’Aventino. La mattina lezioni normali, il pomeriggio teatro. Un maestro carismatico, poeta artista, attore.

Di nazionalità Svizzera, padre di origine italiana e mamma svizzera tedesca, narra che durante la guerra la vita era difficile per tutti anche a Lugano. Sua mamma si ricordava di una povera donna, che aveva una botteguccia a Lugano, accasciata piangente in mezzo alla strada, perché le avevano devastato il negozietto, strappato i sacchi di farina e di riso, gettato tutto. Perché? Perché era italiana con due figli in guerra.

E ancora, la mamma di Romana, svizzera tedesca, preferiva parlare in italiano qui, perché i tedeschi di Germania erano malvisti, ma poi, trasferitisi nella Svizzera interna, la famiglia aveva subito angherie, perché italiani… Altri tempi? Speriamo.

E che generosità! Sempre durante la guerra, quando sembrava che i nazifascisti avessero la meglio nell’Ossola, molti bambini di là furono evacuati e mandati in Ticino. Loro ne accolsero subito uno, che, dopo le prime, inevitabili difficoltà, poi divenne un membro della famiglia, che ancora rivedono con piacere.

E la Russia? Grande amore di gioventù. Quando noi andavamo in Inghilterra come ragazze alla pari per imparare l’inglese, lei come ragazza alla pari andò a Mosca con una famiglia di diplomatici svizzeri. Questo sarà un altro capitolo del libro di memorie che le ho suggerito di scrivere.

La sorpresa più grande l’ho avuta quando in classe, in uno di quegli esercizi orali in cui si fanno domande del tipo: che cosa ti piace fare, che lingue straniere conosci, lei ha detto che oltre al tedesco e all’italiano conosce anche l’ebraico, solo parlato, si è affrettata a precisare. Sì, perché Romana aveva sposato un israeliano ed era andata a vivere in un kibbutz.

Ma questo sarà il secondo volume.

Devo ancora scoprire cosa ci sarà nel terzo, un po’ di pazienza.

 

 

 

 

 

 

Lugano, 4 luglio 2014

6 pensieri su “Compagni di scuola

  1. Annagarbichquantestorie! Che bella vita che hai davanti, un grande futuro dietro le spalle e un ricco passato dentro la testa! Vorrei arrivare alle tua etá con il tuo stesso entusiasmo, una parola sospesa tra mito ed enigma con una etimologia spietata: entusiasmo significa essere posseduti da Dio, le cose che hai fatto non ti hanno mai possedute completamente, tu tendi a reinventarti, sfuggi e sgusci di continuo, sei una farfalla senza scopo, vaniglia randagia e fiori di pesco che intrecciano i capelli. Go ahed, powder to body e power to mind. Io vado a Ischia…ma ti leggo sempre

    1. Wow, grazie Indio, sempre speciale.
      Mi viene da dire senti chi parla.
      In realtà è sempre una lotta continua..
      Goditi Ischia e i suoi fiori, è uno dei miei luoghi del cuore.

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