Un’eredità di avorio e ambra, di Edmund de Waal

Animista è una parola che mi piace. Mi fa ritornare bambina, quando collezionavo tesori, una medaglietta, una spilla rotta, un pezzetto di pelliccia, oggetti scovati nel cestino della carta straccia che a me sembravano preziosissimi.
Questo libro è la storia di tanti piccoli oggetti, che preziosi lo sono davvero, che sono stati lasciati in eredità all’autore di questo libro. “Ti lascio questo perché ti voglio bene. Perché qualcun altro l’ha lasciato a me. Perché te ne prenderai cura, perché ti complicherà la vita. Le eredità non sono mai banali”, si legge sulla copertina.
Non è un caso che questa speciale collezione di netsuke giapponesi sia stata lasciata da un prozio a questo nipote, artista, ceramista, inglese. Lo scopriremo leggendo questo libro: Un’eredità di avorio e ambra, di Edmund de Waal. Ci affezioneremo a questi oggetti minuscoli, perfetti, ognuno la raffigurazione di un momento nella vita di un animale, di un uomo, di un monaco, di un bambino, di un lottatore di Sumo. Oggetti da portare con sé, in tasca, da toccare, da contemplare. Come hanno fatto ad arrivare fino a Edmund? Da dove sono partiti?
Edmund de Waal è curioso, ripercorre insieme a noi la storia di questi oggetti, una storia di globalizzazione, diremmo adesso, indissolubilmente legata alla storia della famiglia della nonna paterna, gli Ephrussi. Una famiglia molto speciale, un po’ come i Rothschild, con cui peraltro era imparentata, ma meno fortunata. Una famiglia originaria di uno sperduto paese dell’Ucraina e di conseguenza all’impero russo, poi trasferitasi ad Odessa agli inizi dell’ottocento, da dove si spostò ancora verso il centro Europa, Parigi, Vienna.
Sono ricchi gli Ephrussi: posseggono una banca a Vienna e una a Parigi, vivono in splendidi palazzi. Chi non ha la vocazione degli affari l’ha per l’arte o per la storia. Charles Ephrussi a Parigi è amico e mecenate dei maggiori pittori impressionisti, Degas, Manet, Renoir… Vive un’intensa vita mondana, è amico di Proust, lo si può ritrovare in molti ricordi della Recherche.
Sono ebrei gli Ephrussi. “Gli ebrei sono tutt’altro che irreprensibili” si legge nel libro. Duelli, amanti. Ricchi, forse troppo, considerati dei parvenus. “Proteggere il proprio nome e l’onore della famiglia diventa sempre più difficile per gli ebrei di Parigi”. Charles è critico ed esperto d’arte, ma soprattutto è un gran collezionista. Commissiona quadri, acquista oggetti. E’ il tempo in cui impazza il japonisme, la moda per gli oggetti giapponesi. Charles compra una ricca collezione di netsuke, e li ripone in una vetrina.
Quando il cugino Viktor, di Vienna, si sposa, gli regala la collezione di netsuke, con la loro vetrina. La città giusta al momento giusto? Dalla Parigi della Belle Époque, degli impressionisti e di Proust, alla Vienna di Francesco Giuseppe, Schönbrunn, Sissi, ma anche di Freud, Kraus, e Musil. La nonna di Edmund de Waal – l’autore del libro – si chiama Elisabeth in onore di Sissi, è molto intelligente e sarà una delle prime donne a laurearsi in diritto. Il padre di Elisabeth è Viktor, il banchiere che ama soprattutto i suoi libri e la sua biblioteca. La mamma, Emmy, una bellissima donna che passa da una festa all’altra, da un amante all’altro. Abitano nel Palais Ephrussi sul Ring, la passeggiata imperiale di Vienna, un palazzo lussuoso, anzi sfarzoso, che oggi ospita anche un casinò. Emmy vede i suoi figli, Elisabeth, Gisela e Iggie, solo una volta al giorno, mentre si cambia per la serata, nel suo spogliatoio, dove ha trovato posto la vetrinetta con i netsuke. Ai bambini è permesso aprirla, prendere in mano questi piccoli meravigliosi oggetti e giocarci. Ma i giochi finiscono. Vienna è travolta dalla guerra, insieme all’impero. Tutto cambia, tutto finisce. Iggie “scappa”, prima a Parigi, poi a New York, impara a vivere con pochi mezzi. Arrivano a Vienna molti poveri profughi, ebrei dalla Galizia, gli ebrei in genere sono sempre più malvisti, ci vuole il capro espiatorio nei momenti di crisi. 1938, l’Anschluss, l’annessione dell’Austria. Un mondo che crolla, uno, terribile, che nasce. Molti ebrei avevano già lasciato l’Austria, non gli Ephrussi. Ora è tutto più difficile. Molti sono i suicidi. Smarrimento, incredulità. La banca è “arianizzata”, il palazzo sequestrato. Emmy muore, suicidio? Elisabeth riesce a portare a Londra il vecchio padre Viktor.
Non andrà meglio per il ramo francese della famiglia. Alcuni parenti moriranno ad Auschwitz. “Le calunnie, l’astio, le invettive rivolte alle famiglie ebraiche, alla fine erano esplose in tutto il loro orrore anche a Parigi”.
E i netsuke? Per uno di quei casi straordinari della storia, questi minuscoli oggetti sono tra i pochissimi a salvarsi dalle requisizioni naziste grazie all’astuzia di una fedele domestica, che era riuscita a nasconderli in un materasso. Di tutto un palazzo, di tutti gli oggetti, i quadri, i libri preziosi, si salvarono solo loro e trovarono posto in una modesta valigetta. Solo in seguito gli eredi Ephrussi ebbero un misero risarcimento per tutto il danno subito.
Dopo la guerra Iggie accettò un lavoro in Giappone, così riportò a casa i Netsuke. E’ lì che Edmund li vede per la prima volta, in occasione di un soggiorno di studio a Tokio. E’ lì che comincia a capirli e ad amarli. Giusto che alla morte dello zio Iggie sia lui a riceverli in eredità e scoprirne la storia.
Il suo è stato un viaggio a ritroso nel tempo e nella storia della famiglia molto lungo e doloroso.
Leggere questo libro è stata per me un’esperienza sinestetica: oltre a godere della narrazione e della scrittura intima, elegante, ho cominciato ad amare questi oggetti, a provarne curiosità, voglia di conoscerli, mi si è aperta una piccola finestra su questo mondo a me sconosciuto, il Giappone dei giapponesi. Ho avuto voglia di tenerli fra le mani, toccarli, accarezzarli, giocarci,
averne uno a farmi compagnia, come la tigre con gli occhi fiammeggianti intarsiati di corno giallo. Racconta l’autore di averla dimenticata un giorno sopra degli appunti su un tavolo della British Library, ma di averla ritrovata al suo ritorno, intatta. Era “minaccia allo stato puro. Nessuno ha osato toccarla”.
Edmund de Waal, critico, storico dell’arte e professore di ceramica alla University of Westmister, è uno dei più famosi artisti della ceramica inglesi. Vive e lavora a Londra. Un’eredità di avorio e ambra è il suo primo libro: subito accolto con entusiasmo dalla critica e dal pubblico, ha collezionato recensioni autorevoli e suscitato i commenti appassionati dei lettori, salendo inesorabilmente nelle classifiche di vendita. Ha ricevuto due tra i più ambiti premi letterari, il Costa Biography e il New Writer of the Year al Galaxy Book Award.

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