Archivio mensile:luglio 2015

Viaggio In Israele – 11- 18 giugno 2015 – Settimo ed ultimo giorno – Tel Aviv

Stasera si riparte. Ci spiace. E’ stato un viaggio speciale, con dei compagni speciali, con delle guide speciali.
Come ha detto una nostra compagna, alla sua seconda o terza esperienza in questo paese, “sembra che Israele abbia fatto una ennesima magia”-
Ma bando alle malinconie, ci aspetta comunque un’altra giornata intensa.
Ieri sera, dopo cena, dopo esserci rinfrescati e ristorati, abbiamo preso un taxi con Sarah che ci ha guidato nella vecchia Jaffa, nome che io associavo sempre ai pompelmi. Invece siamo arrivati in una vivacissima città di mare, unita a Tel Aviv. Infatti entrambe appartengono alla municipalità di Tel Aviv –Yapho. Ricorda un po’ le nostre città di mare, con la bella chiesa di San Pietro sull’ampia piazza, tanti locali e caffè, ateliers di artisti, antiche costruzioni ottomane.
Adesso purtroppo la crisi e il timore di recarsi in Medio Oriente tengono lontani i turisti, peccato.
In un caffè all’aperto suonano una vecchia canzone resa famosa da Tommy Dorsey, I’m Getting Sentimental Over You, come resistere a questo fascino? Sarah ci ha anche raccontato che in Israele alcune vecchie canzoni italiane sono molto popolari, come quella di Toto Cotugno, Un Italiano Vero, cantata anche in ebraico!
Stamattina ci siamo ritornati, col sole splendido, il mare blu, il faro che domina la baia. Mediterraneo.
Capisco perché Jaffa sia molto amata e chi c’è stato la ricorda sempre con nostalgia. Jaffa e Tel Aviv sono città di mare, gli abitanti vivono la passeggiata che unisce i due centri recandosi a fare sport, correre, portarci i bambini; la spiaggia è libera ed è normale andare a fare il bagno appena si ha un momento libero. E la stagione è lunga e calda. Forse è per combattere il gran calore che le case sono bianche, con terrazzi e balconi e tante piante, ovunque sia possibile mettere anche solo un vaso. E che piante, che fiori e che colori!
Ci fermiamo per un caffè nella vecchia stazione Ha Tahana della ferrovia che univa Jaffa a Gerusalemme, fino al 1948. Adesso è un simpatico centro commerciale e turistico. Le rotaie sono rimaste intatte, così come le pensiline e le piccole costruzioni liberty. Fa effetto vedere un bambino che gioca sui binari di un treno. Intorno ci sono boutiques, anche qui ateliers, caffè con tavolini all’aperto. Un po’ come il Covent Garden a Londra, trasformato in centro turistico dopo essere stato il mercato più importante della città.
Non è il solo esempio di ristrutturazione e conservazione a Tel Aviv.
Abbiamo visto anche le casette “tedesche” di Sarona, considerate molto speciali, ma che a me sinceramente non dicono gran che, forse perché così simili alle casette dei nostri paesi con i tetti in tegole rosse. Alcune sono state addirittura spostate e rimesse un po’ più in là, come le case del gioco Monopoli, pur di conservarle. Ma dietro c’è una lunga storia, come sempre capita in questo paese.
Ci racconta Ornat che nella seconda metà dell’ottocento ci fu un gruppo di protestanti tedeschi, “Templeri” o “Templari”, da non confondersi con i cavalieri Templari, che si stabilì in Israele.
Erano numerosi in quel periodo i cristiani, molti appartenenti a sette millenariste, che sentivano il desiderio di andare a vivere in Terra Santa per motivi religiosi.
Nuovi crociati senz’armi.
Furono proprio dei cristiani europei e americani i pionieri dei primi moderni insediamenti agricoli, che si stabilì qui anche contro il parere dei loro governi.
I nuovi templari arrivarono intorno al 1850. Nel giro di pochi anni raggiunsero un certo benessere in seguito all’avvio di piccole imprese a conduzione famigliare.
Essi furono i primi ad organizzare un servizio di trasporto tra il neonato villaggio Di Sarona e le città di Jaffa, San Giovanni d’Acri e Nazareth, luoghi in cui successivamente furono costruiti altri insediamenti.
Tuttavia con lo scoppio della prima guerra mondiale cominciarono i problemi perché i templari avevano sempre conservato la cittadinanza tedesca e il Medio Oriente era teatro di guerra. Con l’avvento del nazismo i templari, parecchi dei quali avevano aderito al partito, furono considerati con sempre maggiori ostilità dalle autorità inglesi, fino ad essere deportati in campi di internamento prima in Galilea, poi in Australia, e la comunità fu completamente disciolta.
Adesso si vuole rivalutare questo quartiere, questa presenza, e colpisce il contrasto con i modernissimi grattacieli della città. Ma si sa, il culto della memoria è il più sacro in Israele.
Così come l’arte è sempre incoraggiata. Sarah ci ha promesso – la prossima volta che veniamo – di portarci negli importanti musei che non abbiamo avuto il tempo di visitare. E’ bello che un paese giovane sostenga i suoi artisti.
Proprio nella hall del primo grattacielo di Tel Aviv, la Torre Shalom, abbiamo ammirato due grandi mosaici moderni, uno chiaro, naif, con scene bibliche e storiche, l’altro del famoso artista Nahum Gutman, ancora più intenso, colorato e ricco di profondo significato, che narra episodi della storia della città.
Fa caldo, mancano poche ore alla partenza. Il programma del viaggio è stato rispettato nei minimi particolari, anzi forse arricchito. Siamo stanchi e accaldati, ma, prima di gustare per l’ultima volta le specialità locali da “Suzana”, un simpatico ristorante all’ombra di enormi alberi, non vogliamo mancare l’appuntamento col vecchio Mercato Lewinski.
E’ il posto migliore di Tel Aviv per comprare spezie e frutta secca, legumi e miscele per il the; per gustare le burekas turche o altre specialità “etniche”, come diremmo ora.
Si sentono tante lingue, riconosco l’ebraico, ma anche l’arabo, e altre a me sconosciute. Siamo di corsa, ma, grazie ad Ornat che mi aspetta, riesco a comprare dei lunghi bastoni di cannella per mia figlia. Ci passerei una giornata, fra questi sapori e questi odori, spezie, noci, mandorle, pistacchi, carrube, olive, dolci orientali come l’halva, squisito, a base di sesamo e pistacchio quanto ne mangerei, hummus, tahina…
Non solo le spezie sono multicolori, anche la gente. Ci sono poveri, molti poveri. Vediamo i falascià etiopi, emarginati, come i nostri immigrati neri, anche qui tutto il mondo è paese.
E forse è proprio questa la conquista di Israele. Gli israeliani sono persone come tutti noi, con i loro pregi e difetti..
In questo paese abbiamo visto di tutto, poveri, ricchi, bianchi, neri, grandi, biondi, bruni, piccoli, belli, brutti, simpatici, antipatici, magri, grassi, allegri, tristi. E’ forse per questo che hanno voluto un loro paese, per dimostrare al mondo che sono persone che aspirano soprattutto alla normalità, come tutti noi.
E alla normalità eccoci tornati, ma le immagini, i ricordi, la voglia di tornare in questo paese magico, restano e resteranno chissà ancora per quanto tempo.
Grazie a Sarah, per aver pensato il viaggio, per i suoi pensieri e i suoi assaggi; a Ornat, per il suo sorriso, le sue canzoni e la sua professionalità. Grazie a Giancarlo per avercelo proposto. Grazie a Ester per le sue preghiere. Grazie ad Anastasia, per aver sopportato i compagni “anziani”. Grazie alle due carissime Lucie, Pierfranco e Graziella, Roberto e Carla, per la loro simpatia, sensibilità e discrezione e per aver condiviso le loro esperienze e i loro sorrisi. Grazie anche a mio marito per aver deciso di fare questo viaggio, di certo non se ne è pentito.

Annunci

Viaggio in Israele – Sesto Giorno

Mercoledì 17 giugno– Zippori – Bet She’arim – Cesarea – Tel Aviv

Ormai ci lasciamo sorprendere. Nessuno chiede più a Ornat quale sarà la nostra prossima meta. Anch’io, in un viaggio così bene organizzato come questo, mi abbandono completamente e non consulto più la guida. Lo farò al ritorno, e forse penserò, che peccato, avremmo potuto vedere questo e quest’altro, comprare un souvenir in più o assaggiare questa specialità. Pazienza, sarà per la prossima volta.
L’esperienza nel kibbutz è stata particolare. Per me, che appartengo ad una generazione pre-68, la parola aveva un valore speciale. Io non ero riuscita ad andarci da giovane, nonostante lo sognassi, così quando nostra figlia ha avuto l’opportunità di passare un breve periodo in un kibbutz, l’ho incoraggiata e convinta ad andarci. Penso sia stata una bella esperienza, l’ho invidiata un po’, ma si sa, quando i figli fanno una cosa è un po’ come se la facessimo anche noi.
La mia amica R. ha ricordi bellissimi del suo kibbutz, dove si era anche sposata e aveva avuto i suoi figli, anche lei era andata inseguendo un sogno e ancora adesso ricorda quegli anni con nostalgia. Il mio era un kibbutz laico, racconta, anzi comunista, festeggiavamo il primo maggio ed eravamo tutti compagni.
Ornat tuttavia ci parla di un altro tipo di insediamento agricolo: il Moshav (pl. Moshavim). Io naturalmente non ne avevo mai sentito parlare. Quante cose si possono imparare quando si è un po’ ignoranti.
I moshavim, cooperative molto simili a quelle occidentali, sono costituiti da singole fattorie istituite dai sionisti socialisti durante la seconda aliyah (Ritorno nella terra di Israele 1904-1914, in seguito ai pogrom del 1903-1906).
La differenza sostanziale con i Kibbutz è che, nel moshav, le fattorie sono di proprietà individuale, con un’estensione uguale per tutti. Mentre nel Kibbutz, i membri non sono pagati in denaro, ma ricevono tutto ciò di cui hanno bisogno dalla comunità, nel moshav utilizzano il profitto per il proprio sostentamento e si occupano della commercializzazione dei prodotti insieme alle altre aziende individuali del villaggio di appartenenza. Con il passare del tempo, si andò creando un sistema dove gli agricoltori che si impegnavano di più potevano diventare più benestanti, rispetto a chi produceva meno. Insomma un sistema più meritocratico, a differenza dei kibbutzim collettivi, dove tutti i membri dovevano avere lo stesso tenore di vita.
Nei moshavim, come nei kibbutzim, esiste un consiglio elettivo che governa il villaggio.
I moshavim possono essere di due tipi:
• Moshav Ovdim: un insediamento cooperativo di lavoratori;
• Moshav Shitufi: un insediamento di piccoli proprietari dove i lavori agricoli sono eseguiti collettivamente e i profitti vengono divisi in parti uguali. (un miscuglio tra le caratteristiche dei kibbutz e quelle dei moshav).
Oggi esistono ancora moltissimi moshav sparsi su tutto il territorio israeliano, tra cui quello di Nahalal, che abbiamo visto anche noi nel nord , nella valle di Jezreel. E’ importante perché fu il primo moshav ovidim e fu fondato nel 1921.
Ho scoperto anche che questo tipo di insediamento era più gradito ai coloni Mizrahi, ebrei di provenienza mediorientale, forse più individualisti, che accettavano meno lo stile di vita comunitario dei kibbutzim, più consono agli askenaziti.
Tutto questo ci racconta Ornat prima di arrivare alla nostra prossima meta,
Mi ha colpito anche sentire che gli abitanti dei kibbutzim sono chiamati kibbutznik e quelli dei moshavim, moshavnik, con un suffisso di derivazione russa. Pensiamo a sputnik o mobilnik, che vuol dire telefonino, o refusenik, in Israele soldato obiettore, che si rifiuta di svolgere certe mansioni. Devo dire che mi è pesato molto non capire la lingua, avrei voluto saper almeno decifrare l’alfabeto, ma non ho avuto il tempo di prepararmi prima del viaggio.
Eccoci ora a Seffori o Zippori, splendido sito a soli a 6 km da Nazareth. E’ un paradiso per gli storici e gli archeologi: vi sono segni di presenze assire, babilonesi, ellenistiche, romane, giudee, bizantine, arabe, crociate e ottomane.
Tra le strutture di rilievo, un teatro romano, due chiese paleocristiane, una sinagoga del 6° secolo, case e bagni rituali ebraici, una fortezza crociata restaurata nel XVIII secolo e quaranta mosaici. Noi naturalmente non abbiamo potuto vedere tutto, ma solo i siti più rilevanti. E’ uno di quei posti che mi riprometto di visitare meglio nel mio prossimo viaggio, o nella mia prossima vita. Purtroppo in quel momento ero stanca, il caldo cominciava a farsi sentire, le emozioni troppe, lo spazio libero per nuove informazioni nel mio cervello sempre più limitato. Ma, ripensandoci in seguito e riguardando le fotografie, mi rendo conto che è un sito davvero unico. Le parole sincretismo e sinergia, per non dire sinestesia, acquistano valore. Dove, infatti, si può vedere un mosaico che rappresenta da una parte una menorah e dall’altra uno zodiaco, come sul pavimento di questa antica sinagoga? E poi nella villa romana altre figure insolite: un centauro donna e amazzoni che non si sono sottoposte alla mastectomia, e splendide scene di caccia. E ancora un altro mosaico con il fiume Nilo. Il più famoso è tuttavia il bellissimo ritratto musivo, ormai chiamato la Monalisa della Galilea, che è diventato il “logo” di Zippori. Tutte queste opere rivelano la presenza di una comunità illuminata, colta, aperta agli scambi di idee e persone, benestante e con il gusto del bello. Un grande esempio anche per noi.
Il sole è cocente e siamo grati al nostro caro autista per la frescura del pullman.
E adesso dove?
Un cartello ci dice Beit She’arim National Park. Fa piacere trovarsi in un parco, il verde riposa gli occhi e l’ombra rinfresca. Splendidi alberi. Una compagna mi fotografa accanto a un mirto fiorito. Non avevo mai visto un mirto fiorito.
Bando agli indugi, dobbiamo raggiungere Ornat, che ci aspetta di fronte a una grande porta scavata nella roccia. Siamo davanti ad una necropoli ebraica, anzi la necropoli ebraica. Il famoso storico ebreo Giuseppe Flavio ci racconta che, dopo la distruzione del secondo tempio, nel 70 d.C., il Sinedrio fu trasferito a Beit She’arim. Qui viveva anche Il famoso Rabbino Judah HaNasi, che qui decise di farsi seppellire avendo ricevuto il terreno in dono dal suo amico, l’imperatore Marco Aurelio. Gli ebrei a quel tempo non potevano più essere sepolti a Gerusalemme sul Monte degli Ulivi. Ricordate l’immenso cimitero ebraico che abbiamo visto il primo giorno del nostro viaggio?
Entriamo nell’ampia catacomba, dove vediamo molti sarcofagi, e persino una menorah scolpita nella roccia. Non mancano iscrizioni nelle varie lingue del tempo e decorazioni con simboli ebraici, ma anche con immagini di divinità e miti ellenistici.
Tutto il mondo è paese, anche qui purtroppo i primi visitatori della necropoli sono stati i tombaroli. Probabilmente c’è ancora moltissimo da scavare e da scoprire. Diamo tempo al tempo. Ritorniamo alla luce del sole per salutare un’altra bella coppia di sposi, venuti qui probabilmente per le foto ricordo. Esprimono il desiderio di farsi ritrarre con noi. Clic, clic, clic.
Peccato non aver tempo per un simpatico trekking in questo parco.
Invece, poiché cominciamo ad avvertire un certo languore, sostiamo in un posto davvero insolito. Sembra vi sia un caseificio, dove assaggiare i formaggi locali.
I proprietari evidentemente appartengono a quella categoria di persone che non butta via
niente e accumula, accumula. C’è un piccolo locale, il negozio, dove peschiamo olive da vari contenitori su un banco, l’igiene evidentemente non è una priorità, e dove non c’è un centimetro quadrato libero, né sulle pareti, né sul soffitto, né altrove. Oggetti vecchi o antichi, grigie fotografie in bianco e nero, vecchi avvisi e manifesti, una vetusta calcolatrice, collane d’aglio, bilance, macchine da cucire Singer, macinini, vasi, vasetti e bottiglie, pieni e vuote. Fuori, ma sembra non ci sia soluzione di continuità fra interno ed esterno, ci sono alcuni tavoli, paccottiglia varia, e tanti, tanti gatti e gattini sui cuscini delle panche e delle sedie. Riusciamo a farci spazio tra i felini e ci sediamo. I formaggi sono effettivamente buoni, ma l’inserviente non è particolarmente cordiale, forse ha litigato con la moglie. Sarah riesce a farci dare un po’ di pane da mangiare col formaggio accompagnato da fresca birra locale. Siamo all’ombra, seduti, c’è anche una toilette accettabile e siamo contenti.
Col senno di poi dico che avrei dovuto fotografare tutte le immagini e i documenti storici appesi alle pareti. Sono foto di vecchi pionieri, interessantissime testimonianze della vita dei primi insediamenti ancora nel periodo ottomano, quando il barone Rotschild acquistò questi terreni dai ricchi proprietari arabi. La didascalia di un’altra fotografia racconta di un amico arabo che protesse e aiutò gli abitanti della moshava (colonia agricola) persino ad acquistare nuovi terreni per l’insediamento da un ricco possidente arabo. Scopro ora che si tratta della moshava Bat’ Schlomo ed è anche piuttosto famosa! Le foto su internet mostrano un luogo molto più luccicante, adesso avrebbe bisogno di un bel repulisti, o perlomeno di una spolverata. Va bene lo stesso!
La giornata è lungi dall’essere compiuta. Prossima fermata Cesarea Marittima. Da non confondersi con le altre numerose Cesaree sparse nell’impero romano. Non so se ce n’è una anche in America. Un po’ come le varie Alessandrie. Ci arriviamo dopo aver percorso una strada che costeggia il mare incorniciata da alberi fioriti. Un tripudio per gli amanti dei fiori. Ci stiamo avvicinando a Tel Aviv. Sembra, anzi è certo, che la piana di Tel Aviv una volta fosse una palude malsana. Adesso è un giardino, grazie al durissimo lavoro dei pionieri. Cesarea è ricca di lussuose ville, noi ne ammiriamo le rovine romane, ma soprattutto siamo felici di sederci vicino al mare e bere qualcosa di fresco. Il sole è ancora alto, ma la giornata è stata molto intensa e siamo stanchi.
Riprendiamo il bus per raggiungere Tel Aviv, la famosa Città Bianca. Ornat ci mostra le case Bauhaus, che nella mia ignoranza trovo simili a quelle che noi chiamiamo di stile “fascista”, per comodità, senza dare una connotazione negativa alla parola. Molte sono in fase di ristrutturazione. Colpisce il contrasto fra i modernissimi grattacieli e questi edifici chiari, di due, tre, quattro piani al massimo. Ammiro soprattutto i larghi viali con due ordini di piante al centro, le bellissime poinciane, con la loro chioma verde sovrastata da una fitta corona di fiori rossi, che belli i viali fioriti!

Viaggio in Israele – Quinto Giorno

Martedì 16 giugno – Nazareth – Haifa – San Giovanni d’Acri

E’ piccola Israele, eppure.. “Sa quante minoranze interessanti ci sono qui? – mi dice un’amica – La più piccola è quella dei Samaritani, poche centinaia di persone, che seguono una specie di ebraismo antichissimo; poi ci sono i Circassi, fuggiti dal Caucaso secoli fa dove erano perseguitati, di fede islamica”. E poi altre, come vedremo. Non è proprio un melting pot, piuttosto un’insalata mista, in cui le differenze convivono, ma mantengono le proprie caratteristiche. Oggi, il nostro quinto giorno di viaggio, ne incontreremo addirittura due nuove, i Drusi e i Baha’i. Prima però faremo tappa in un altro dei luoghi simbolo del cristianesimo, Nazareth.
Mi è sembrata una bella città, molto viva, accogliente, in collina. Naturalmente andiamo subito a vedere la Basilica dell’Annunciazione, che sorge sul luogo in cui, secondo la tradizione cristiana, l’arcangelo Gabriele annunciò a Maria la prossima nascita di Gesù. Non dimentichiamo che gli angeli sono esseri spirituali presenti in tutte le religioni antiche e precristiane, di solito rappresentati come figure alate. Gesù visse a Nazareth la prima parte della sua vita: era detto, appunto, il Nazareno.
La basilica è recente, fu Paolo VI, in occasione della sua visita qui, a porre la prima pietra. Come spesso capita in questi casi, durante gli scavi per la sua costruzione sono venuti alla luce i resti di due chiese precedenti, una bizantina e una crociata e addirittura qualche rudere del primitivo edificio giudeo-cristiano.
La chiesa nuova è molto grande, non mi sento di dire che è bella, ma il mio parere non ha importanza. Certamente è molto spaziosa, anche all’interno.
Ho scoperto con una certa sorpresa che è stata progettata dall’architetto Giovanni Muzio, lo stesso che ha progettato il “Palazzo del Governo” nella mia città natale, Sondrio. Non lo immaginavo proprio.
Nel cortile all’esterno della basilica vi sono molte raffigurazioni della Madonna offerte da varie nazioni del mondo. Alcune sono mosaici, mi sembra, tutte molto colorate e un po’ naïfs, ma proprio per questo simpatiche. Mi hanno colpito molto le madonne orientali: giapponese, cinese e tailandese, con i tipici abiti e tratti somatici, così come quelle dell’America latina, tutte coloratissime.
Riprendiamo il viaggio per recarci verso il Monte Carmelo. E’ montagna, anche se un po’ diversa dalla mia, e ammiro molto la vegetazione. Come mi piacerebbe fare un viaggio con un botanico. Siamo in un villaggio druso, ci dice Ornat, e comincia a raccontarci di questa comunità. Sono una minoranza molto particolare, seguono un cammino religioso nato in ambito islamico un migliaio di anni fa, ma la loro dottrina è piuttosto complessa perché accoglie elementi non solo dell’Islam ma anche del Giudaismo, dell’Induismo e del Cristianesimo. E’ una dottrina esoterica, non fanno proselitismo, credono nella reincarnazione. Il loro profeta è Jethro, suocero di Mosè e padre di sua moglie Sefora (o Zippora, Tzipora). A lui è dedicato un grande tempio nei pressi di Tiberiade. Rispettano il governo del paese in cui si trovano. Infatti i giovani prestano servizio militare nell’esercito israeliano. Anche le donne hanno accesso alle loro scritture, anzi, sono più numerose le donne che raggiungono lo status di Uqqal – guide spirituali, saggi – che non gli uomini. “Guardatene una che sta passando – ci dice Ornat indicandoci una donna con un lungo abito nero e un velo bianco che le copre il capo – siete fortunati!” Piccola curiosità mondana, la moglie di George Clooney, Amal Alamuddin, proviene dalla comunità drusa del Libano.
Mangiamo delle ottime focacce, con carne e con verdura, in una locanda drusa. Sono molto gentili e ci offrono anche il caffè speziato, tipico di qui.
Rifocillati – anche se non ci si muove troppo l’appetito non manca mai – proseguiamo il nostro viaggio delle meraviglie oltrepassando il Monte Carmelo fino a scorgere il Mare Mediterraneo. Peccato, c’è un po’ di foschia, ma il panorama che ci è apparso è comunque splendido.
Vedete, là in fondo c’è il confine col Libano. Quello è un importante ospedale dove mandano anche soldati siriani feriti a curarsi. Inevitabili, in questo viaggio, i riferimenti a situazioni drammatiche.
Ecco che, all’improvviso scorgiamo una gran cupola d’oro su un pendio in mezzo a un giardino che arriva fin quasi al mare e occupa quasi tutto il versante del monte. “Che cos’è, chiediamo.” E’ il tempio Bahà con i suoi meravigliosi giardini pensili, così curati da sembrare finti.
Abbiamo appena lasciato i villaggi drusi ed ecco che veniamo a conoscenza di un’altra fede e questo è il loro tempio.
Ci viene spiegato che la fede Bahà è una religione monoteistica, nata in Persia nel XIX secolo. Il fondatore Bahá’u’lláh (1817-1892), nobile persiano che per la sua dottrina soffrì prigionia ed esilio, è considerato dai bahá’í l’ultimo in ordine di tempo – ma non definitivo – profeta o messaggero di Dio, titolo riservato dai bahá’í a personaggi come Adamo, Abramo, Mosè, Zoroastro, Krishna, Buddha, Gesù, Maometto. Perseguitato da Persiani e Ottomani morì nel 1892 nella colonia penale di Acri, dove andremo a cena stasera, sede anche del mausoleo a lui dedicato. Proprio qui, ad Haifa, si trova il centro spirituale e amministrativo mondiale Bahà.
Non vi è clero fra i Bahá’í. Sono guidati da un Consiglio internazionale e da consigli nazionali e locali, con voto segreto, senza candidature e propaganda.
I Baha’i si prefiggono di promuovere il benessere collettivo.
Sono in corso numerosi progetti di sviluppo, indirizzati verso l’istruzione, la sanità, la condizione femminile e l’ambiente.
Certo, penso, questo paese sarebbe la sede ideale per studiare le religioni e la loro storia.
Mi sembra tuttavia che qui il problema non sia tanto una questione di fede, quanto un problema di appartenenza ad una comunità, ad una tribù. Mi sembra tutto molto complicato.
Ho appena parlato di Acri ed ecco che ci arriviamo. Poche città hanno avuto una storia più complessa e agitata di questa, fin dall’antichità, probabilmente a causa della sua posizione strategica. Nessuno di noi immaginava l’imponenza di questa antica fortezza crociata prima di visitarla. Cominciamo la visita della cittadella dal cosiddetto Giardino Incantato. Ci accolgono infatti enormi Ficus Benjamina, sì proprio quello che ho in vaso nel mio soggiorno, ed altre piante maestose. Poi visitiamo quel che resta di questa fortezza possente, con immense sale e vie sotterranee. Fu difesa strenuamente dagli ordini cavallereschi degli ospedalieri e dei templari durante le crociate, motivo per cui il nome mi è famigliare, ma fu sempre un centro importante anche sotto i successivi occupanti, dai mamelucchi agli ottomani, dai quali fu utilizzata anche come colonia penale, fino agli inglesi e agli israeliani. Sangue, sempre sangue..
Povere, ma pittoresche, le strade ancora abitate della cittadella che portano al mare. Alcuni abitanti sono consapevoli della monumentalità del sito e hanno decorato le strade con installazioni spontanee, una vecchia macchina da cucire esposta insieme ad altri poveri oggetti, una chitarra, dei vasi, un tavolino, che noi naturalmente fotografiamo.
Siamo anche testimoni di un paio di preparativi per dei matrimoni. Prima vediamo una sposa in bianco, ma con un top molto, molto ridotto e delle scarpe che sembrano dei trampoli, scendere da una macchina bianca con fiocchi viola. Poi, quando arriviamo al porto incontriamo un paio di taxi aperti e decorati con signore molto truccate e felici col capo coperto di bianco. Le fotografiamo e facciamo loro tanti auguri.
Cominciamo ad essere stanchi. Confesso che non riesco più a ricordare tutto quanto ci racconta Ornat. Gli occhi però continuano a lavorare, così come l’obiettivo del mio apparecchio fotografico.
Le visite sono terminate. Adesso ci aspetta la meritata cena a base di pesce freschissimo in un piccolo ma elegante ristorante trovato da Sarah. Il nostro autista non beve, ma noi possiamo accompagnare l’ottimo pranzo con un paio di bicchieri di vino bianco locale molto fresco.

Viaggio in Israele – Quarto Giorno

Lunedì, 15 giugno

Nostro ultimo giorno a Gerusalemme. Mattina dedicata alla visita dell’Israel Museum, imponente complesso museale non lontano dalla nuova sede della Knesset e della Corte Suprema. Qui si trovano fra gli altri il Tempio del Libro, in cui sono conservati gli originali dei rotoli di Qumran, e il famoso Yad Vashem, con il Giardino dei Giusti.

Visitare musei a Gerusalemme è come visitare un teatro in un teatro. La città stessa infatti è un museo, anzi di più.

Le costruzioni sono recenti, immerse in un grande parco, così come grandi sono gli spazi e bellissima la luce.

Andiamo subito a vedere il Modello del Secondo Tempio, un grande plastico in pietra rappresentante la città prima della sua distruzione da parte dei Romani nel 66 d.C. Come ho detto questo plastico è grande, ma non abbastanza per camminarci dentro, peccato, avrebbe potuto un’attrazione didattica come la Swiss Miniatur. Infatti originariamente si trovava nel giardino di un albergo.

Ripassiamo con Ornat la lezione appresa in questi giorni, qui si trovava il palazzo di Erode, qui una porta, qui un teatro. E’ un esercizio che aiuta e stimola sia la memoria che la fantasia.

Proseguiamo, oh, guarda, lì c’e un Rodin, invece questa statua è di Henry Moore. E quel cuore di plastica rossa argentata con nastro dorato che sembra uno di quegli orribili palloncini che vendono alle fiere? Appunto è il Cuore Sacro di Jeff Koons, artista statunitense specializzato in opere che rappresentano oggetti Kitsch. Viene voglia di bucarlo con uno spillo, peccato che sia di acciaio. Le apparenze ingannano.

Molto più seria e celebrativa è l’architettura del Tempio del Libro, dove sono custoditi i rotoli di Qumran. C’è una cupola bianca, su cui continua a scorrere acqua, che richiama la forma dei coperchi delle giare di coccio in cui furono trovati i rotoli. Accanto si vede un grande muro di pietra nero, che sovrasta la parete bianca da cui si accede all’interno per ammirare alcuni dei rotoli originali. E’ un chiaro riferimento a quanto scritto su uno dei rotoli trovati: La Guerra dei Figli della Luce contro i Figli delle Tenebre.

Altra cosa è stata la visita di Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto. Anch’esso è in mezzo a un giardino, il famoso Giardino dei Giusti di cui avevo sentito tanto parlare. Non c’è molto da commentare, ma più si pensa a quello che è successo, più si stenta a crederlo. Si è tutti senza parole. Ci sono molti giovani, scolaresche, soldati, semplici turisti, tutti molto coinvolti. Ci sono anche note positive, come la bicicletta di Bartali, che non aveva mai voluto parlare pubblicamente dei suoi atti di eroismo durante la resistenza.

In fondo al percorso c’è una grande finestra, simbolo della fede del popolo di Israele nel futuro, una finestra di luce e speranza, nonostante tutto.

Particolarmente suggestivo il padiglione dedicato ai bambini, tante stelle nella notte buia.
E poi i Giusti, avrei voluto trovare quello del signor Perlasca, e altri nomi familiari, ma non ne ho avuto il tempo.

Dopo tanto raccoglimento si ha bisogno di uscire, tornare nella confusione della città, della vita. E quale luogo meglio del mercato Mahane Yehudah, con i suoi colori, le sue spezie, i suoi personaggi? Ne approfittiamo per fare qualche acquisto, Ester trova un grande shofar, come farà a riportarlo a casa?

Le specialità di oggi sono curde? Ottime come sempre, in un posticino un po’ angusto, ma qui lo spazio è prezioso.

Nel pomeriggio lasciamo Gerusalemme, con una gran voglia di ritornarci, per toccare altri luoghi simbolo.

Betlemme è il primo. La strada si inerpica su ripide rocce bianche. Vediamo altrettanto bianchi complessi di palazzi in costruzione. Sono i famosi insediamenti ebraici nei territori occupati, nella zona di Gerusalemme est. A me non sembrano esattamente insediamenti di pionieri, piuttosto ricordano i nostri episodi di speculazione edilizia. Che sia anche qui un fatto legato al denaro? Tutto il mondo è paese. Certo, inoltrandoci nei “territori” il problema si avverte in tutta la sua gravità. Abbiamo anche intravisto il famoso “Muro”. Non so più cosa pensare. Prima di sposarmi sapevo tutto del matrimonio. Prima di venire qui credevo di sapere tutto su Israele. Adesso, come dice Wittgenstein, “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Ci vorrebbe tanta, tanta buona volontà, e, poiché questa è la terra dei miracoli, dobbiamo solo sperare. Di certo i turisti sono protetti, pochi giorni non bastano per capire una situazione così incancrenita. Ma non è questo né il luogo né il momento per fare riflessioni politiche, anche perché non ne avrei la competenza.

Penso però a grandi uomini che ho incontrato, gli scrittori di Israele, Grossman, Oz, Yehoshua, solo per citare i più noti, ma ce ne sono tanti, anche palestinesi. Penso ai registi, agli artisti. Voglio e devo sperare. Se le idee si scontrano, le persone si incontrano, penso per esempio all’iniziativa Semi di Pace, suoi rappresentanti erano venuti anche a Lugano. Speriamo, speriamo.

A Betlemme naturalmente visitiamo la Chiesa della Natività. Confesso che non sono questi i luoghi che mi commuovono di più, anche se c’è tanta, tanta storia.

Rimane poco probabilmente della semplicità e natura primitiva, la grande chiesa è in fase di restauro, cosa che piace molto a Sarah. E’ un pensiero nuovo, che mi sorprende, ma ne capisco la portata.

Bisogna inchinarsi in una porticina piccola piccola per entrare nella grande chiesa, mi sembra giusto. Ci sono, come sempre in questi luoghi, persone in raccoglimento, passiamo davanti ad alcune splendide icone, non dimentichiamo che siamo in area di cristianesimo orientale, e arriviamo alla grotta. Sono colpita da un drappo con alcuni fori, degli occhielli. A che cosa servono, chiedo? Ma per infilare le dita e toccare la roccia della grotta, mi viene detto.

Lasciamo Betlemme, attraversiamo i territori occupati. In questo paese si entra sempre nei titoli dei giornali e nella storia antica e recente.

Vediamo il confine, un reticolato elettrificato. Dall’altra parte c’è la Giordania, con cui peraltro è stata firmata la pace. Piantagioni di palme da datteri e altro. Rientriamo in Israele, c’è un fugace controllo della polizia, come nelle nostre dogane, e ci apprestiamo a sostare nel kibbutz, per due notti.

Altra parola simbolica ed evocativa. Non avevo idea di come fosse fisicamente un kibbutz. Entriamo in quello che potrebbe sembrare un villaggio di vacanze o un centro residenziale. All’ingresso c’è una bella ragazza bionda in shorts, che ci fa segno di entrare. Siamo attesi.

Siamo accolti con grande calore e riceviamo le chiavi dei nostri bungalow. Alcuni cagnolini vengono a salutarci. Le stanze sono semplici, ma c’è un cucinino, il bagno, aria condizionata e tv. La sala da pranzo è in un altro padiglione a un centinaio di metri. Vediamo alcuni gruppi di persone fuori dai loro bungalow che si stanno facendo una grigliata. Bellissimi alberi fioriti dappertutto. Nella caffetteria ci aspetta Pennina, altro nome biblico, che ci mette subito a nostro agio.

Avremo modo di capire di più di questo Kibbutz quando lo visiteremo insieme al suo direttore – o responsabile. A quanto pare non sono più i kibbutz di una volta, istituzioni rigidamente socialiste e utopiche. Adesso sono presenti nel paese in numero inferiore, sono gestiti in modo democratico ma anche manageriale dai consigli dei propri membri, le loro attività sono molto diversificate, vanno dal bed and breakfast all’allevamento di polli, ovini e bovini, all’agricoltura, alle fabbriche high tech. Alcuni membri vi risiedono, altri vanno fuori a lavorare. Gli anziani e i giovani sono curati e assistiti. Ho ammirato i laboratori in cui signore anziane erano attive nella creazione di gioielli e altri oggetti; i piccoli veicoli elettrici messi a disposizione dei membri anziani per girare tra le strade del kibbutz; l’asilo, in particolare il cortile delle cianfrusaglie in cui i bambini giocavano pacifici con i più disparati oggetti scartati dalle abitazioni; gli animali messi a disposizione anche per la terapia dei meno fortunati. Cani e gatti si aggirano tranquilli, si vede che sono amati.
Come ho detto piante e fiori splendidi, che crescono rigogliosi grazie alla cura del bravo giardiniere arabo. Non c’è lusso nel kibbutz, ma certamente non c’è nemmeno squallore.

Lungo le vie sono esposti i vecchi attrezzi, usati per dissodare il terreno e aiutare nel lavoro agricolo ai tempi della sua fondazione.