Viaggio In Israele – 11- 18 giugno 2015 – Settimo ed ultimo giorno – Tel Aviv

Stasera si riparte. Ci spiace. E’ stato un viaggio speciale, con dei compagni speciali, con delle guide speciali.
Come ha detto una nostra compagna, alla sua seconda o terza esperienza in questo paese, “sembra che Israele abbia fatto una ennesima magia”-
Ma bando alle malinconie, ci aspetta comunque un’altra giornata intensa.
Ieri sera, dopo cena, dopo esserci rinfrescati e ristorati, abbiamo preso un taxi con Sarah che ci ha guidato nella vecchia Jaffa, nome che io associavo sempre ai pompelmi. Invece siamo arrivati in una vivacissima città di mare, unita a Tel Aviv. Infatti entrambe appartengono alla municipalità di Tel Aviv –Yapho. Ricorda un po’ le nostre città di mare, con la bella chiesa di San Pietro sull’ampia piazza, tanti locali e caffè, ateliers di artisti, antiche costruzioni ottomane.
Adesso purtroppo la crisi e il timore di recarsi in Medio Oriente tengono lontani i turisti, peccato.
In un caffè all’aperto suonano una vecchia canzone resa famosa da Tommy Dorsey, I’m Getting Sentimental Over You, come resistere a questo fascino? Sarah ci ha anche raccontato che in Israele alcune vecchie canzoni italiane sono molto popolari, come quella di Toto Cotugno, Un Italiano Vero, cantata anche in ebraico!
Stamattina ci siamo ritornati, col sole splendido, il mare blu, il faro che domina la baia. Mediterraneo.
Capisco perché Jaffa sia molto amata e chi c’è stato la ricorda sempre con nostalgia. Jaffa e Tel Aviv sono città di mare, gli abitanti vivono la passeggiata che unisce i due centri recandosi a fare sport, correre, portarci i bambini; la spiaggia è libera ed è normale andare a fare il bagno appena si ha un momento libero. E la stagione è lunga e calda. Forse è per combattere il gran calore che le case sono bianche, con terrazzi e balconi e tante piante, ovunque sia possibile mettere anche solo un vaso. E che piante, che fiori e che colori!
Ci fermiamo per un caffè nella vecchia stazione Ha Tahana della ferrovia che univa Jaffa a Gerusalemme, fino al 1948. Adesso è un simpatico centro commerciale e turistico. Le rotaie sono rimaste intatte, così come le pensiline e le piccole costruzioni liberty. Fa effetto vedere un bambino che gioca sui binari di un treno. Intorno ci sono boutiques, anche qui ateliers, caffè con tavolini all’aperto. Un po’ come il Covent Garden a Londra, trasformato in centro turistico dopo essere stato il mercato più importante della città.
Non è il solo esempio di ristrutturazione e conservazione a Tel Aviv.
Abbiamo visto anche le casette “tedesche” di Sarona, considerate molto speciali, ma che a me sinceramente non dicono gran che, forse perché così simili alle casette dei nostri paesi con i tetti in tegole rosse. Alcune sono state addirittura spostate e rimesse un po’ più in là, come le case del gioco Monopoli, pur di conservarle. Ma dietro c’è una lunga storia, come sempre capita in questo paese.
Ci racconta Ornat che nella seconda metà dell’ottocento ci fu un gruppo di protestanti tedeschi, “Templeri” o “Templari”, da non confondersi con i cavalieri Templari, che si stabilì in Israele.
Erano numerosi in quel periodo i cristiani, molti appartenenti a sette millenariste, che sentivano il desiderio di andare a vivere in Terra Santa per motivi religiosi.
Nuovi crociati senz’armi.
Furono proprio dei cristiani europei e americani i pionieri dei primi moderni insediamenti agricoli, che si stabilì qui anche contro il parere dei loro governi.
I nuovi templari arrivarono intorno al 1850. Nel giro di pochi anni raggiunsero un certo benessere in seguito all’avvio di piccole imprese a conduzione famigliare.
Essi furono i primi ad organizzare un servizio di trasporto tra il neonato villaggio Di Sarona e le città di Jaffa, San Giovanni d’Acri e Nazareth, luoghi in cui successivamente furono costruiti altri insediamenti.
Tuttavia con lo scoppio della prima guerra mondiale cominciarono i problemi perché i templari avevano sempre conservato la cittadinanza tedesca e il Medio Oriente era teatro di guerra. Con l’avvento del nazismo i templari, parecchi dei quali avevano aderito al partito, furono considerati con sempre maggiori ostilità dalle autorità inglesi, fino ad essere deportati in campi di internamento prima in Galilea, poi in Australia, e la comunità fu completamente disciolta.
Adesso si vuole rivalutare questo quartiere, questa presenza, e colpisce il contrasto con i modernissimi grattacieli della città. Ma si sa, il culto della memoria è il più sacro in Israele.
Così come l’arte è sempre incoraggiata. Sarah ci ha promesso – la prossima volta che veniamo – di portarci negli importanti musei che non abbiamo avuto il tempo di visitare. E’ bello che un paese giovane sostenga i suoi artisti.
Proprio nella hall del primo grattacielo di Tel Aviv, la Torre Shalom, abbiamo ammirato due grandi mosaici moderni, uno chiaro, naif, con scene bibliche e storiche, l’altro del famoso artista Nahum Gutman, ancora più intenso, colorato e ricco di profondo significato, che narra episodi della storia della città.
Fa caldo, mancano poche ore alla partenza. Il programma del viaggio è stato rispettato nei minimi particolari, anzi forse arricchito. Siamo stanchi e accaldati, ma, prima di gustare per l’ultima volta le specialità locali da “Suzana”, un simpatico ristorante all’ombra di enormi alberi, non vogliamo mancare l’appuntamento col vecchio Mercato Lewinski.
E’ il posto migliore di Tel Aviv per comprare spezie e frutta secca, legumi e miscele per il the; per gustare le burekas turche o altre specialità “etniche”, come diremmo ora.
Si sentono tante lingue, riconosco l’ebraico, ma anche l’arabo, e altre a me sconosciute. Siamo di corsa, ma, grazie ad Ornat che mi aspetta, riesco a comprare dei lunghi bastoni di cannella per mia figlia. Ci passerei una giornata, fra questi sapori e questi odori, spezie, noci, mandorle, pistacchi, carrube, olive, dolci orientali come l’halva, squisito, a base di sesamo e pistacchio quanto ne mangerei, hummus, tahina…
Non solo le spezie sono multicolori, anche la gente. Ci sono poveri, molti poveri. Vediamo i falascià etiopi, emarginati, come i nostri immigrati neri, anche qui tutto il mondo è paese.
E forse è proprio questa la conquista di Israele. Gli israeliani sono persone come tutti noi, con i loro pregi e difetti..
In questo paese abbiamo visto di tutto, poveri, ricchi, bianchi, neri, grandi, biondi, bruni, piccoli, belli, brutti, simpatici, antipatici, magri, grassi, allegri, tristi. E’ forse per questo che hanno voluto un loro paese, per dimostrare al mondo che sono persone che aspirano soprattutto alla normalità, come tutti noi.
E alla normalità eccoci tornati, ma le immagini, i ricordi, la voglia di tornare in questo paese magico, restano e resteranno chissà ancora per quanto tempo.
Grazie a Sarah, per aver pensato il viaggio, per i suoi pensieri e i suoi assaggi; a Ornat, per il suo sorriso, le sue canzoni e la sua professionalità. Grazie a Giancarlo per avercelo proposto. Grazie a Ester per le sue preghiere. Grazie ad Anastasia, per aver sopportato i compagni “anziani”. Grazie alle due carissime Lucie, Pierfranco e Graziella, Roberto e Carla, per la loro simpatia, sensibilità e discrezione e per aver condiviso le loro esperienze e i loro sorrisi. Grazie anche a mio marito per aver deciso di fare questo viaggio, di certo non se ne è pentito.

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