Nostalgia o magia?

 

Quanto mi affascinano le collezioni. I pochi amici che mi leggono lo sanno. Alcuni libri di cui ho parlato lo dimostrano (Homer & Langley, Il Collezionista di Mosche). Non ho la costanza o la determinazione per essere una collezionista io stessa, sono troppo disordinata e ondivaga.

Mi piace fare collezioni mentali: quando ero piccola ricordavo tutti i nomi delle medicine e delle case farmaceutiche. Oppure tutte le vie di Milano. Adesso ho rinunciato. Mi limito ad alcune teiere di peltro o a certi piattini a forma di teiera, ma se potessi..

Il fascino delle raccolte rimane. Così quando siamo andati a visitare un museo etnografico in Emilia sono rimasta immediatamente stregata da una parete tutta ricoperte da valigie. Valigie povere, di fibra, quelle degli emigranti, quelle che avevano le donne sul treno che andavano a vendere burro e formaggio in città, quelle che nessuno usava più e che erano state accantonate nel nostro solaio freddo e polveroso. Ma un’intera parete di vecchie valigie è una cosa molto speciale, l’unione fa la forza o, come direbbero gli inglesi, “safety in numbers”.

Io che non ho mai amato particolarmente i musei della civiltà contadina ho subito capito di trovarmi in un sito diverso, molto diverso. Eppure dall’esterno sembrava una casa contadina come un’altra, con una grande aia zeppa di vecchie cose, arnesi, una vecchia automobile con due o tre materassi legati sul tetto, un’enorme sagoma di un ciclista tutta di filo di ferro. Ma dove sono capitata, mi sono detta? Da un robivecchi, un rotamatt, uno di quei posti che ti mettono la malinconia, pieno di vecchie cose dimenticate, inutili e impolverate?

Quest’estate in montagna ho visto una mostra fotografica che mi ha messo a disagio. Foto tecnicamente belle, ma soggetti cupi: oggetti impolverati, scarpe rotte, bottiglie vuote mese ad arte sotto una finestrina coperta di ragnatele, baite abbandonate. Volti di vecchi rugosi, ma gliel’avrà chiesto il permesso prima di metterli in mostra? Ho cercato di capire la sensazione che ho provato in quel momento ma non sono riuscita a darle un nome. Sono stata aiutata da mio genero, museologo, che mi ha capita subito. Rifiutavo il culto della nostalgia fine a se stesso. Ma com’era quel vecchio quando era giovane? Perché quelle vecchie baite erano state abbandonate? Cosa c’era di bello in quelle scarpe rotte o in quelle bottiglie vuote? Il vecchio era stato certamente giovane e forse bello, le scarpe erano state nuove e la bottiglia piena, perché non fotografarle quando svolgevano la loro funzione? Le casupole forse erano state abbandonate per andare a stare un poco più comodi e confortevoli. Ero quindi un po’ scettica quando mi hanno proposto di andare a visitare questo museo.

Invece, che sorpresa! Mi sono trovata immersa in un mondo magico. Certo faceva freddo, era novembre, c’era parecchia polvere, ma come si fa a spolverare? La simpatia del giovane che ci guidava e raccontava tante storie, ogni oggetto una storia. I bossoli di granate riutilizzati come bottiglie del latte, gli elmetti dei tedeschi come pentole o pitali, le lattine, le tolle esposte come neppure Andy Warhol avrebbe potuto farlo, e poi vecchi martelli, zappe, vanghe e picconi, trasformati come d’incanto in raggi, arabeschi, decorazioni, ornamenti che a loro volta trasformano un fienile in sala delle meraviglie, che rimani a bocca aperta quando entri. Vere e proprie Wunderkammer degne di grandi alchimisti.

Persino il vecchio ometto di legno che non ho avuto il coraggio di buttare, quello col bastone per poterlo prendere dal basso, è diventato il soggetto di un allestimento artistico. Che consolazione.

Quanto ho pensato alla mia mamma, che diceva sempre, tieni quel pezzo di cuoio o di lana buona, o quella vite, o quel pezzo di legno, perché può sempre venir buono; come le sarebbe piaciuto ritrovare oggetti della sua infanzia riabilitati in allestimenti artistici.

Noi non siamo contadini, mi piace coltivare i fiori in vaso, ma quando ho avuto un giardino mio e ho dovuto cominciare a lottare contro gramigna, insalata matta, lumache, oziorrinchi, e pidocchi, ho perso immediatamente la passione per il giardinaggio che non avevo mai avuta. Mi ero nutrita di racconti e immagini di signore inglesi, con cappello di paglia a larghe tese tenuto fermo da un foulard, con guanti, forbici e cestino per raccogliere i fiori, ma quando ho provato io a zappare e strappare mi è subito venuto un gran mal di schiena e di mani..

Come ci racconta la nostra guida durante la visita, non è vero che si stava meglio quando si stava peggio. Forse il cibo era davvero più buono, ma ce n’era molto poco, le case erano fredde e sporche perché non c’erano i bagni, i detersivi, gli aspirapolvere, le cucine americane o il riscaldamento centrale.. I bambini dovevano essere magri per fare gli spazzacamini e comunque perché prima si dovevano curare e nutrire gli animali. Le malattie erano sempre in agguato, una caduta, un taglio su un sasso sporco o una ferita di un chiodo ed ecco il tetano che ti portava via..

Ma i bambini sono bambini e la voglia di giocare era sempre tanta, lo dimostrano le bamboline ricavate da rametti, i giochi creati con pezzo di fil di ferro e tanta immaginazione, ma tanta, tanta.

E allora mi ricordo i racconti di mia mamma, che giocava con due spazzole, io che giocavo con i bottoni su un tappeto, e quel tappeto diventava un palazzo reale, con sale e giardini, oppure mio fratello che mi diceva che le cartine delle bustine di idrolitina o idriz[1] erano i soldi dei nanetti. Se ne mettevo tante sotto il cuscino mi portavano un regalo. Ed era vero, perché ogni tanto trovavo una caramellina o un piccolo oggetto sotto il cuscino. Oppure di quando andavo a cercare nel cestino della carta straccia sotto la scrivania di mio zio, qualche tesoro lo trovavo sempre. I miei fratelli giocavano con i bossoli del flobert[2], con cui sparavano non so a cosa dal balcone di casa, interi battaglioni e reggimenti in assetto di guerra.

Come dicevo non sono contadina, ma certe parole facevano parte del nostro immaginario. Le letture del nostro sussidiario erano piene di parole come aia, spigolatrici, spighe, aratro.. In realtà non avevo mai visto un’aia o un aratro, ma forse proprio per questo quando vedo una macchina agricola all’opera ne sono sempre affascinata.

Usavamo borse e cartelle, ma non avevo mai viso una bisaccia. Così quando ho trovato in casa una tracolla che sembrava una bisaccia l’ho immediatamente amata e tesaurizzata.

Ammirando questi locali ho capito perché mio papà, nato in era antiplastica, conservava come tesori tutti i contenitori, possibilmente trasparenti, dalle scatole per le camicie a quelle delle scarpe. Vi conservava i suoi minerali di cui era un vero collezionista. Quando sono mancati il papà e la mamma e abbiamo dovuto svuotare la loro grande casa, ho dovuto buttare, a malincuore, decine e decine di scatole, sacchi di stracci, altri oggetti inutilizzabili, che però avrebbero potuto tornare utili..

E quando al museo Guatelli ho visto il suo “magazzino”, mi si è aperto il cuore: tutte le pareti di quel locale sono ricoperte di barattoli di vetro, grandi, ma tutti uguali, tutti pieni di piccoli oggetti, tappi, pezzi di orologi, temperini, chiodi, viti, e tanti altri. Una meraviglia, mi sono chiesta, ma perché non ci ho pensato anch’io? Io per le cose scompagnate ho solo il cassetto del disordine. Le cose vecchie, rotte e scompagnate, purtroppo io le butto. No, qui sono in compagnia, riacquistano dignità e vita. In questo museo tutti ritorniamo bambini, perché tutto, anche se impolverato, rotto e vecchio, ha e ha avuto una sua vita, una sua unicità, come il ferro di cavallo per lo zoccolo piccolo e quello grande, la zappa consumata dal mancino e il bolide velocissimo – siamo nel paese dei Ferrari, Ducati, Lamborghini ecc. – è stato ricostruito con vecchie lattine.

E’ il paese dei balocchi, della fantasia. E il suo proprietario era un maestro elementare, oltre che un artista e un poeta. I maestri elementari non dimenticano la creatività dell’infanzia, anzi, se sono bravi danno continuità al loro mondo magico e riescono persino a crearne di nuovi.

http://www.museoguatelli.it/

 

 

[1] Polverine per gassare l’acqua.

[2] Carabina leggera per il tiro da giardino o da sala.

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