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Viaggio In Israele 11- 18 giugno 2015 3° giorno

Domenica 14 giugno

Si riparte verso il Deserto del Negev. Confesso che ho le idee un po’ confuse in fatto di geografia. Poi, quando non si è alla guida, ci si lascia trasportare senza preoccuparsi minimamente di strade, semafori, frecce, incroci, nord sud. Ci basta il fatto che Ornat ha promesso di portarci in un posto molto speciale, una meraviglia della natura. Ci lasceremo sorprendere.
Arriviamo a Makhtesh Ramon per ammirare un altro panorama impressionante. Da un torrione naturale ammiriamo la distesa desertica che si estende a perdita d’occhio sotto lo strapiombo sotto di noi. Non è una piana monotona, ma una vallata molto variegata, con bellissimi chiaroscuri. Makhtesh non ha una traduzione, alcuni lo chiamano cratere, altri canyon, ma non è nessuno dei due. Si tratta di una zona che ha una conformazione geologica particolare e si trova solo nel deserto del Negev. E’ una depressione geologica lunga 40 km, larga 2–10 km and profonda 500 metri, con la forma di un cuore allungato. Oggi è il parco nazionale più grande di Israele e anche noi abbiamo incontrato alcuni simpatici animali che sembravano stambecchi, ma forse erano ibex. E’ un posto ideale per trekking avventurosi, basterebbe avere tempo, entusiasmo ed energia.
Poco oltre, a Mizpe Ramon abbiamo visitato il memoriale dedicato a Ilan Ramon, l’astronauta israeliano perito nel disastro dello shuttle Columbia nel 2003. E’ un moderno eroe israeliano, morto non in guerra o in un attentato, ma durante una missione spaziale. Era figlio di sopravvissuti alla Shoah, pieno di entusiasmo e totalmente proiettato verso la vita. Come molti altri nuovi israeliani aveva cambiato il suo nome da Wolferman in Ramon proprio per il suo grande amore per quel luogo.
C’è qui anche una piccola storia commovente da raccontare, che collega la memoria al sogno e al presente. Ilan Ramon decise di portare con sé, nello spazio, un disegno di un bambino ucciso ad Auschwitz, Petr Ginz, Paesaggio Lunare. L’originale è esposto in una vetrina al Museo Yad Vashem, che visiteremo anche noi.
Il suo schizzo riflette il modo in cui il ragazzo si immaginava la Terra vista dalla Luna. Durante la prigionia, Ginz amava viaggiare sulle ali dell’immaginazione in luoghi vicini e lontani, il paesaggio nel disegno testimonia la sua aspirazione di raggiungere un luogo da cui la Terra, che minacciava la sua esistenza, potesse essere vista da una distanza di sicurezza.
Natura, storia, uomini. I tre elementi sono sempre uniti nel nostro viaggio.
E questo deserto, la terra del libro del Genesi, invita alla contemplazione e alla meditazione. C’è questa luce, quest’aria leggera, questo paesaggio così diverso dai nostri..
Siamo arrivati in un altro luogo particolare, uno dei tanti siti archeologi, testimoni delle antiche civiltà che si sono succedute in questa terra. Il nome è Avdat, sito UNESCO, città nota anche come Ovdat e Obodat. fondata dai Nabatei. Ma chi sono i Nabatei? Confesso che non ne avevo mai sentito parlare.
Sono quelli di Petra, ci dice la nostra guida. Appunto, io a Petra non ci sono mai stata e non avevo mai capito da che popolo fosse stata costruita. Adesso comincio a comprendere… Scopro che Avdat un tempo fu, tra il I secolo a.C. e il VII secolo d.C., dopo Petra, la città più importante della Via dell’incenso. Incenso, come Oro, Incenso e Mirra, i doni dei Re Magi? Sì, proprio quello. L’incenso lo conosciamo, ma la mirra resta una cosa per me sempre un po’ misteriosa e proprio per questo affascinante. Ornat ci mostra una carta con la Via dell’Incenso che collegava l’estremità della Penisola arabica con il Mediterraneo. Sono quei luoghi leggendari, che ormai fanno parte del nostro immaginario. Non tutto il passato è leggenda, ma quello così lontano forse sì. E quando ci si trova in questi luoghi, fra le rovine di una città che evidentemente doveva essere stata ricca e fiorente, un crocevia di carovane, si è catapultati direttamente dentro una storia delle Mille e una Notte, dentro il presepio, dentro la Bibbia. Ed è vero, perché tutto è nato in questi luoghi.
Forse il clima una volta era più favorevole, o forse erano solo molto bravi, ma in questa città, oltre al tempio nabateo divenuto poi chiesa bizantina, si sono trovati un sofisticato sistema idraulico con canali e cisterne, le terme, una fornace, e perfino un torchio per la produzione del vino. I Nabatei erano un popolo nomade, ma a quanto pare questo era divenuto un insediamento stabile ed erano diventati dei bravi ingegneri e dei bravi agricoltori.
Fare i turisti è faticoso, si cammina molto, sempre sotto il sole. Abbiamo calcolato che, grazie al contapassi di un partecipante abbiamo fatto una media di 14 -16000 passi ogni giorno, (7 – 8 km) per lo più sotto il sole. Per fortuna nei siti archeologici si trova spesso un tendone sotto il quale ascoltare le spiegazioni di Ornat, ed una fontana con acqua fresca.
Adesso però ci meritiamo il pranzo. L’orario è più che mediterraneo, ci si ferma in genere per una breve sosta verso le due, due e mezza.
Di solito Sarah ci porta in posti tipici, etnici, diremmo noi, arabo, turco, curdo, druso e altro; qui forse ci fermiamo da discendenti di nabatei. Perché no, in fondo questo popolo si è mescolato con le popolazioni locali, è per questo che se ne sono perse le tracce. Ma anche le soste sono impegnative, oltre a capire che cosa si può mangiare, c’è chi fa un po’ di shopping, chi ruba qualche scatto per cogliere le nostre espressioni inconsapevoli, e chi osserva e fotografa fiori o curiosità. Alcune signore si ritrovano complici e senza sensi di colpa per una simpatica pausa fumo
Dopo pranzo ci aspetta un’altra tappa nel deserto, ancora più mistica. E’ Sde Boker, Campo del Mattino, compagni di viaggio, ricordate la canzone che ci cantava Ornat: Boker Tov (Buon Mattino)?
Mi avevano detto che era un luogo spirituale, ma non sapevo cosa aspettarmi.
Ornat ci racconta che Ben Gurion, il fondatore dello stato di Israele, lo aveva scelto come residenza quando si ritirò dalla vita pubblica. E qui si mise anche lui a fare il contadino.
Siamo in pieno deserto del Negev, ed ecco che cominciamo a percorrere un viale alberato su un’altura. Qualcuno mi fa notare che alla nostra sinistra ci sono degli stambecchi, che ci guardano tranquillamente e si lasciano fotografare, forse ci sono abituati. Il bus ci lascia e percorriamo un centinaio di metri fra alberi e stambecchi fino ad una terrazza con vista almeno a 180° sul deserto circostante. Su questa terrazza ci sono due tombe, basse, semplici, sono quelle di Ben Gurion e sua moglie Paula. Il sito è magico, letteralmente mozzafiato. C’è il kibbutz che non abbiamo il tempo di visitare, ma se dovessi tornare in Israele, questo è sicuramente il posto in cui tornerei più volentieri. Ci riempiamo gli occhi e il cuore di quanto ci circonda e ritorniamo al bus, seguendo un’altra strada, in mezzo a un prato verde circondato da alti alberi, sembra di essere in un parco inglese.
E se leggiamo queste parole di Ben Gurion possiamo capire molte cose: “Il deserto è il luogo che ci fornisce la migliore opportunità per ricominciare. E’ un elemento vitale della nostra rinascita in Israele. Controllando la natura l’uomo impara a controllare anche se stesso… ”
Mi chiedo quanto lavoro e quanta fatica siano stati necessari per creare questa nuova oasi. E’ forse questo lo spirito che mi ha sempre affascinato di questo paese.
Ed è certamente in questo spirito che è nata l’azienda agricola che ci apprestiamo a visitare. Ma forse ci siamo andati prima? La memoria comincia a fare scherzi. Anch’essa nel Negev. Vi si producono vari tipi di vino e il proprietario ci mostra la cantina e ci racconta dei suoi sforzi. Viticoltura in mezzo al deserto, proprio come i Nabatei. La sua azienda è piena di fantastici fiori, come sono belli e vari qui i fiori, ma c’è anche una vasca di acqua fresca in cui si bagnano beati tre bambini piccoli e biondi.
Tornati a Gerusalemme dobbiamo prepararci velocemente alla cena speciale che ci ha organizzato Sarah.
Stanchi, ma felici di come avevano passato la giornata, i viaggiatori saranno ospiti di una famiglia che ha non tanto un ristorante quanto un’impresa di catering. Il cuoco, che Sarah ha conosciuto in Italia, ha frequentato l’Università di Pollenzo, a Bra, nata per idea di Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food.
La stanchezza svanisce davanti al succedersi delle specialità che ci portano. Siamo soli su un terrazzo-giardino, ad Abu Gosh, un sobborgo di Gerusalemme. Che buono questo hummus, squisiti i falafel, ne prendo un altro.. e un altro ancora, e questo couscous? Ma guarda queste melanzane, che fanno da letto alla loro crema, assaggia questa tahina (crema di sesamo)… Ma ci sono anche le pizze, quattro, cinque qualità. Per fortuna a mezzogiorno avevamo mangiato poco e durante il giorno ci eravamo mossi molto.
Alla fine del pranzo il giovane cuoco ha fatto la sua apparizione per ricevere i meritati complimenti. Parla in perfetto italiano ed è molto simpatico.
Chiudiamo la splendida serata regalandoci una visita panoramica di Gerusalemme di notte. Magia raddoppiata. Ma cosa ci fa quel mulino a vento illuminato? E’ stato voluto da Sir Moses Montefiore, filantropo inglese – ma nato a Livorno – nella seconda metà dell’ottocento per favorire lo sviluppo di attività nella città, che allora era poverissima. Sopravvivono anche due cassette della posta inglese, tipiche, rosse, a forma cilindrica.
Adesso siamo proprio stanchi. A letto di corsa, perché domani la sveglia è per le sei e mezza! Oornat è inflessibile!

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Mountainman, poteri magici sull’Alpe.

Ho conosciuto un uomo dotato di poteri magici! Non l’avrei mai ritenuto possibile: io, che non sono nemmeno appassionata di Superman, Spiderman, Batman e simili, ho visto con i miei occhi Mountainman!

Da sempre passo le mie vacanze in montagna. Io non sono una montanara “ruspante”, di quelli che dicono la “mia” montagna, sono sempre abbigliati nel modo giusto, vanno più veloci degli altri, raccontano di passeggiate faticosissime fatte di corsa, avventure incredibili vissute. In genere sono persone prive di senso dell’umorismo, al massimo si divertono con qualche barzelletta sporca dopo qualche bicchiere di vino di troppo. No, a me piace la montagna perché è bella, ma non è mia, e a volte mi fa paura, se è brutto tempo, se è troppo ripida o se sto percorrendo un sentiero pericoloso.

Devo dire tuttavia che mi piace sempre di più, forse perché mal sopporto il caldo e soprattutto perché ho la fortuna di avere una casetta in una località montana. Naturalmente ci sono i riti delle vacanze, come le passeggiate nei siti preferiti, belli e facili da raggiungere anche con i bambini.

Uno di questi siti, ma non solo, è così bello che sembra magico. Almeno quando il tempo è favorevole, perché quando piove o grandina può essere molto inquietante. È una bellissima vallata alpina, molto ampia e lunga, se la si percorre tutta si può arrivare in Svizzera, attraverso un passo agibile. A noi basta raggiungere l’alpeggio, una grande piana, una torbiera, un torrente gelido ma limpido, fiori rari sparsi qua e là – fiocchetti bianchi, genzianelle azzurre – capre che si arrampicano sui fianchi della montagna, marmotte che fischiano, un paio di cani pastore, un asino che va a rubare il cibo delle galline, una fontana in cui una volta ho visto cadere un pargolo, con la disperazione dei genitori ansiosi, alcune baite dei pochi residenti.

Due sono i residenti che conosco. La Signora delle Capre, e il Signor Fausto Bianchi. Con loro il rito continua. Si offrono un paio di tavolette di cioccolato alla Signora delle Capre e si scambiano due parole. La mia amica tedesca va oltre, la prega di mungere un po’ di latte per berlo sul posto. Io non ho il coraggio di chiederglielo, è pieno giorno e le capre sono in cima a un dosso a pascolare tranquillamente. L’ora della mungitura è verso sera, quando rientrano.

Beviamo il caffè che ci viene offerto e acquistiamo una forma di caprino. Ammiriamo la baita, linda, con tutto il necessario, fornello, tavolo, sedie, quattro letti a castello nascosti da una tenda e un televisore. Molto dignitosa, ci racconta di aver raggiunto l’alpeggio in sole tre ore dal suo paese, perché, si sa, le capre hanno il loro ritmo. Io, per percorrere quella distanza, impiegherei cinque, sei ore con grandissima fatica.. La sua è una scelta di vita, lei vive con e per le sue capre, e lo fa con grande dignità. Qualche anno fa le chiesi quanti anni aveva, pensando che fosse molto più vecchia di me. Invece è di dieci anni più giovane, ma, se le rughe sono titoli di merito come le medaglie, si è guadagnata molte più medaglie di me,.

E’ lei che scaccia l’asino, presenza rassicurante dell’alpeggio, che ama farsi accarezzare dai bambini e chiede sfacciatamente qualche bocconcino. E’ lei che ci racconta che l’asino lo portano su per fare compagnia al mulo, che lavora un sacco, poveraccio, per andare a prendere il latte delle vacche che trascorrono l’estate all’alpe superiore. Quattro viaggi al giorno, con un carico pesante, ma quando non lavora c’è il simpatico asino a fargli compagnia. Ed è vero. Io li ho visti un giorno che pioveva e tirava vento e grandine e loro due erano quasi abbracciati, per scaldarsi a vicenda. Commoventi.

Dopo la prima visita rituale, alla Signora delle Capre, facciamo qualche metro e incontriamo il Signor Fausto Bianchi. La sua baita è un bijou, pavimento luccicante in ceramica, mobili da cucina in formica colorata, un vaso di fiori sul tavolo. Non possiamo bere un altro caffè, grazie, ma i bambini accettano molto volentieri la Coca Cola. Ha molta ammirazione per gli svizzeri che passano di lì, dice che accettano di buon grado il caffè, ma ricambiano sempre, insomma lo pagano. In Svizzera, si sa, non si ha mai niente per niente. Ci racconta cose interessanti, il signor Fausto Bianchi, ci dice che il formaggio prodotto sopra i duemila metri non ha il colesterolo cattivo. È scientificamente provato, e confermato da un professore di università che viene apposta da lui a comprare il formaggio buono. È da lui che ho scoperto l’origine del nome stracchino, dato al formaggio, ha a che fare con la stanchezza delle vacche. Quando poi racconto questa storia come una cosa nuova e interessantissima, scopro che lo sapevano tutti. Beh, io non lo sapevo e sono grata a Fausto Bianchi per avermela raccontata. Gli chiediamo se possiamo acquistare del formaggio. Allora lui va in “cantina”, un ripostiglio quasi scavato nella roccia, molto freddo, e ci porta un’enorme forma, circa sessanta centimetri di diametro. Il rito prosegue con l’assaggio e apprezzamento di una fettina, si conclude quindi con l’acquisto di una metà della forma. È un po’ sorpreso perché ne acquistiamo metà, molto grande e soprattutto molto pesante da portare in spalla, nello zaino. Ma mio figlio è giovane e forte, siamo in tanti, il formaggio piace a tutti e poi non ha il colesterolo. Ancora un po’ di “small talk”, proprio come dei gentlemen inglesi. Si parla del tempo e della montagna rovinata e violata. Allora Lei è un’ambientalista, mi dice, osservandomi sorridendo da dietro due spesse lenti. Forse sì, ma non me ne rendevo conto, ammetto io. Poi ci dice che fa questo lavoro per passione, anche lui, nonostante i grandi sacrifici, ma d’inverno ha un altro lavoro, sugli impianti sciistici della zona. Sempre al caldo, penso io. Gli chiedo cosa ne pensa di un altro Signor Bianchi che racconta di aver avuto degli incontri ravvicinati con degli alieni, proprio in quella zona. Sembra che poco più sopra ci sia un campo magnetico favorevole all’atterraggio degli UFO, e che dei locali, per stanare i poveri alieni, mettano dei fuochi d’artificio nelle fessure tra le rocce e li facciano esplodere. La zona è ricca di minerali pregiati, forse è per quello che gli alieni scendono. Fausto Bianchi liquida la cosa con due parole: ma quello è un cacciaballe. Però un giorno sì e un giorno no, le locandine dei giornali locali annunciano un avvistamento UFO, un incontro di esperti UfO, e un pranzo di lavoro UFO.

Oggi Fausto Bianchi ha un po’ fretta, dice che deve andare incontro alla moglie che lo vuole raggiungere, perché domani è il suo giorno libero. Il punto d’incontro è a circa un’ora di cammino, dove abbiamo lasciato la macchina. Ci salutiamo ritualmente, con la promessa di rivederci quest’inverno e la prossima estate.

Prendiamo soddisfatti la via del ritorno, cani e bambini in libertà, respirando l’aria speciale e ammirando la magia del panorama che ci circonda, sempre con la speranza di avvistare un UFO o fare anche noi un incontro ravvicinato…

Poco dopo sentiamo un rombo di motore alle nostre spalle e vediamo un centauro quasi volare in piedi su una motocicletta da montagna. L’uomo indossa un costume color argento coi bordi rossi e un casco pure argenteo. Riusciamo ad intravvedere due spesse lenti dietro la visiera del casco. Ci sorpassa librandosi sulle due ruote e ci fa un cenno di saluto. I bambini elettrizzati gridano: ma è Mountainman, Fausto Bianchi ha i poteri magici!

Che avventura, finalmente anche noi abbiamo avuto il nostro incontro ravvicinato.

Ma le sorprese non sono finite qui. Poco dopo, mentre continuimo la nostra discesa, ecco che vediamo una aereomoto che ci viene incontro. A bordo due figure quasi eteree, argentee nelle loro tute speciali. Quando ci superano vediamo che la figura abbracciata a Mountainman è una bella ragazza, con la chioma bionda al vento, e un sorriso radiante di felicità.

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Vogalonga, a Venezia non c’è solo il Mose

A Venezia c’è chi ruba e … chi rema, alla quarantesima Voga Longa.

 

Normalmente non parlo della mia famiglia o dei miei figli. A ciascuno il suo, è una questione di privacy. Oggi, tuttavia, sono emozionata. Mio figlio ieri ha partecipato alla Voga Longa. E’ il secondo anno che lo fa. Prima io non sapevo nemmeno che ci fosse, facevo un po’ di confusione con la Marcialonga. Così ho scoperto una realtà entusiasmante ed emozionante.

Non è una gara, non si vince niente, anzi, la partecipazione può essere costosa, se si comprende il viaggio, il pernottamento e i pasti fuori casa. Nel caso di mio figlio e della sua piccola squadra, si deve organizzare il trasporto delle barche da Zurigo, prevedere le spese di assicurazione, prenotare l’albergo o il bed and breakfast per tempo. Eppure è l’evento dell’anno.

L’anno scorso il suo commento è stato: un’esperienza magica, come vivere un sogno. Quest’anno, il suo messaggio è stato altrettanto laconico: “Fantastico. Bellissimo, caldissimo, stanchissimo!”. Eppure non sono mancate le difficoltà, come il brutto tempo e piccoli incidenti con danni alle barche.

I partecipanti provengono da tutto il mondo, con innumerevoli tipi di imbarcazioni. Basta vedere qualche foto e qualche video per farsene un’idea. L’allegra confusione di barche è totale.  Dai piccoli kayak con un solo vogatore, alle gondole, alle barche drago con dodici e più rematori, alle canoe classiche. Tutti i colori, tutte le bandiere, tutte le lingue, ma tutti condividono l’entusiasmo e il sorriso.

Ho letto di uno o forse più gruppi di persone malate di cancro che si preparano da mesi per partecipare, dalla Francia e da altri paesi. La loro è una gara per la vita. E probabilmente di storie così ce ne sono tante.

Forse danno fastidio al traffico locale di vaporetti e gondole, certo non fanno danni e non sono un pugno nell’occhio come le enormi navi da crociera che fanno l’inchino a San Marco (chi si ricorda della Costa Concordia e del capitano Schettino?). La loro onda d’urto non danneggia niente, anzi, ogni immagine della Voga Longa richiama quelle bellissime marine di Venezia che ammiriamo nei musei, pensiamo solo ai Guardi e ai Canaletto.

 

Anna Carbich, 9 giugno 2014.

Ho trasmesso  questo articolo anche a:

http://www.lideale.info/redPage.php

A proposito di centraline idroelettriche

Ricevo e pubblico, molto volentieri

Non mi sarei mai interessata di centraline idroelettriche, anzi non sapevo nemmeno che esistessero, se qualche anno fa, a Chiesa in Valmalenco, in provincia di Sondrio, dove ho una casetta, non fossimo rimasti senz’acqua proprio la sera dell’ultimo dell’anno e il giorno dopo. Chiesi spiegazioni in municipio, ma non ne ottenni, mi dissero che c’era siccità, faceva freddo, ed altre scempiaggini del genere. Poi, si sa, vox populi, vox dei, cominciai a sentire voci su questa fantomatica centralina che “rubava” la nostra acqua potabile.

Da allora, e sono passati almeno sei o sette anni, il problema ritorna ciclicamente. Il cittadino comune, soprattutto se non risiede regolarmente in zona, si sente impotente di fronte a questi fatti. Pensa, spera, che ci siano persone, funzionari, tecnici, delegati a queste mansioni, come faceva mio padre, ingegnere della provincia di Sondrio, e prima ancora, mio nonno, Corrado Balzani, ingegnere del genio civile, con serietà e dedizione.

Pare non sia più così, e le cronache quotidiane purtroppo lo dimostrano.

Ma torniamo alle nostre centraline. Sembra che ci sia stata una moratoria, quindi per un paio d’anni non se ne è più parlato, ma la moratoria, come le quarantene, è decaduta, e le centraline stanno crescendo come i funghi dopo la pioggia. C’è una legge che le disciplina, ma, come per tutte le leggi, occorre guardarne lo spirito più che la lettera, e, si sa, le leggi sono scritte in modo tale che richiedono un’interpretazione…

Ne stanno costruendo una che sfrutterà le acque del torrente Secchione, proprio sopra casa nostra. Fa impressione vedere lo scavo per la posa della condotta, in una zona di per sé franosa. Qualsiasi scavo, su un terreno così, in verticale, è un rischio, è come una ferita che dovrà cicatrizzarsi, più o meno bene, più o meno in fretta, ma sempre ferita è.

Questo è un caso esemplare,, che vedo da vicino, ma quante altre centraline ci sono nelle Alpi? Sono tutte costruite secondo i giusti criteri di protezione ambientale? Non so.

Mi sono iscritta a facebook proprio seguire meglio questo problema. Ho condiviso, cliccato mi piace ogni volta che potevo, ma, naturalmente, nessun risultato. Gli “ambientalisti” sono mal visti, criticati, considerati eccentrici dalla maggior parte dei cittadini comuni, ridicolizzati.

Ora io capisco la sete di energia rinnovabile e pulita – visto che si parla di sfruttamento delle acque il termine è più che mai appropriato – ma il gioco deve valere la candela. E non parlo solo di soldi, qui la posta è un delicatissimo equilibrio idrogeologico. Sono abbastanza vecchia per essere stata testimone impotente di alluvioni, frane, valanghe, con ciclica ripetitività, e aver visto troppi versare lacrime di coccodrillo e implorare lo stato di emergenza.

Vale sempre il vecchio adagio: meglio prevenire che reprimere. Non è solo un discorso affettivo il mio, o rifiuto della modernità e del progresso, no, è un timore pratico. Non ho nessuna fiducia in un consiglio provinciale che dà il permesso di procedere con gli scavi per una derivazione del torrente Mallero nonostante i pareri negativi di noti geologi in merito. Non ho nessuna fiducia di chi fa un’opera così invasiva su suolo ed acque pubbliche solo per interesse privato. Chi beneficerà dell’energia prodotta? Non ho nessuna fiducia di un’amministrazione comunale di un luogo turistico che non riesce a capire che l’ambiente sia la sua maggiore ricchezza, e come tale va tutelato e valorizzato.

In un altro comune della Valmalenco, Torre Santa Maria, amministrazione e popolazione hanno respinto le domande di costruzione di centraline idroelettriche. Il motivo? C’è una situazione idrogeologica delicatissima, il rischio di frane è altissimo e la popolazione ne è consapevole. Eppure qualcuno aveva sperato di poter fare una centralina anche lì!

La montagna non ha fretta. Prima o poi si vendica. Chi si ricorda dell’alluvione del 1987? O di quelle precedenti? O delle varie frane che incombono in vari siti? E’ possibile che questo maledetto dio denaro l’abbia sempre vinta su tutto e tutti? Esistono ancora uomini di buona volontà, onesti e scrupolosi, nelle amministrazioni della cosa pubblica?

So che queste parole serviranno a ben poco, una lacrima in più in un oceano, ma è l’unica cosa che posso fare, in questo momento.

 

Cristina Cattaneo Guicciardi

5 giugno 2014

http://www.acquavaltellina.altervista.org/comitato-acque-delle-alpi-italiane/