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Viaggio in Israele – Sesto Giorno

Mercoledì 17 giugno– Zippori – Bet She’arim – Cesarea – Tel Aviv

Ormai ci lasciamo sorprendere. Nessuno chiede più a Ornat quale sarà la nostra prossima meta. Anch’io, in un viaggio così bene organizzato come questo, mi abbandono completamente e non consulto più la guida. Lo farò al ritorno, e forse penserò, che peccato, avremmo potuto vedere questo e quest’altro, comprare un souvenir in più o assaggiare questa specialità. Pazienza, sarà per la prossima volta.
L’esperienza nel kibbutz è stata particolare. Per me, che appartengo ad una generazione pre-68, la parola aveva un valore speciale. Io non ero riuscita ad andarci da giovane, nonostante lo sognassi, così quando nostra figlia ha avuto l’opportunità di passare un breve periodo in un kibbutz, l’ho incoraggiata e convinta ad andarci. Penso sia stata una bella esperienza, l’ho invidiata un po’, ma si sa, quando i figli fanno una cosa è un po’ come se la facessimo anche noi.
La mia amica R. ha ricordi bellissimi del suo kibbutz, dove si era anche sposata e aveva avuto i suoi figli, anche lei era andata inseguendo un sogno e ancora adesso ricorda quegli anni con nostalgia. Il mio era un kibbutz laico, racconta, anzi comunista, festeggiavamo il primo maggio ed eravamo tutti compagni.
Ornat tuttavia ci parla di un altro tipo di insediamento agricolo: il Moshav (pl. Moshavim). Io naturalmente non ne avevo mai sentito parlare. Quante cose si possono imparare quando si è un po’ ignoranti.
I moshavim, cooperative molto simili a quelle occidentali, sono costituiti da singole fattorie istituite dai sionisti socialisti durante la seconda aliyah (Ritorno nella terra di Israele 1904-1914, in seguito ai pogrom del 1903-1906).
La differenza sostanziale con i Kibbutz è che, nel moshav, le fattorie sono di proprietà individuale, con un’estensione uguale per tutti. Mentre nel Kibbutz, i membri non sono pagati in denaro, ma ricevono tutto ciò di cui hanno bisogno dalla comunità, nel moshav utilizzano il profitto per il proprio sostentamento e si occupano della commercializzazione dei prodotti insieme alle altre aziende individuali del villaggio di appartenenza. Con il passare del tempo, si andò creando un sistema dove gli agricoltori che si impegnavano di più potevano diventare più benestanti, rispetto a chi produceva meno. Insomma un sistema più meritocratico, a differenza dei kibbutzim collettivi, dove tutti i membri dovevano avere lo stesso tenore di vita.
Nei moshavim, come nei kibbutzim, esiste un consiglio elettivo che governa il villaggio.
I moshavim possono essere di due tipi:
• Moshav Ovdim: un insediamento cooperativo di lavoratori;
• Moshav Shitufi: un insediamento di piccoli proprietari dove i lavori agricoli sono eseguiti collettivamente e i profitti vengono divisi in parti uguali. (un miscuglio tra le caratteristiche dei kibbutz e quelle dei moshav).
Oggi esistono ancora moltissimi moshav sparsi su tutto il territorio israeliano, tra cui quello di Nahalal, che abbiamo visto anche noi nel nord , nella valle di Jezreel. E’ importante perché fu il primo moshav ovidim e fu fondato nel 1921.
Ho scoperto anche che questo tipo di insediamento era più gradito ai coloni Mizrahi, ebrei di provenienza mediorientale, forse più individualisti, che accettavano meno lo stile di vita comunitario dei kibbutzim, più consono agli askenaziti.
Tutto questo ci racconta Ornat prima di arrivare alla nostra prossima meta,
Mi ha colpito anche sentire che gli abitanti dei kibbutzim sono chiamati kibbutznik e quelli dei moshavim, moshavnik, con un suffisso di derivazione russa. Pensiamo a sputnik o mobilnik, che vuol dire telefonino, o refusenik, in Israele soldato obiettore, che si rifiuta di svolgere certe mansioni. Devo dire che mi è pesato molto non capire la lingua, avrei voluto saper almeno decifrare l’alfabeto, ma non ho avuto il tempo di prepararmi prima del viaggio.
Eccoci ora a Seffori o Zippori, splendido sito a soli a 6 km da Nazareth. E’ un paradiso per gli storici e gli archeologi: vi sono segni di presenze assire, babilonesi, ellenistiche, romane, giudee, bizantine, arabe, crociate e ottomane.
Tra le strutture di rilievo, un teatro romano, due chiese paleocristiane, una sinagoga del 6° secolo, case e bagni rituali ebraici, una fortezza crociata restaurata nel XVIII secolo e quaranta mosaici. Noi naturalmente non abbiamo potuto vedere tutto, ma solo i siti più rilevanti. E’ uno di quei posti che mi riprometto di visitare meglio nel mio prossimo viaggio, o nella mia prossima vita. Purtroppo in quel momento ero stanca, il caldo cominciava a farsi sentire, le emozioni troppe, lo spazio libero per nuove informazioni nel mio cervello sempre più limitato. Ma, ripensandoci in seguito e riguardando le fotografie, mi rendo conto che è un sito davvero unico. Le parole sincretismo e sinergia, per non dire sinestesia, acquistano valore. Dove, infatti, si può vedere un mosaico che rappresenta da una parte una menorah e dall’altra uno zodiaco, come sul pavimento di questa antica sinagoga? E poi nella villa romana altre figure insolite: un centauro donna e amazzoni che non si sono sottoposte alla mastectomia, e splendide scene di caccia. E ancora un altro mosaico con il fiume Nilo. Il più famoso è tuttavia il bellissimo ritratto musivo, ormai chiamato la Monalisa della Galilea, che è diventato il “logo” di Zippori. Tutte queste opere rivelano la presenza di una comunità illuminata, colta, aperta agli scambi di idee e persone, benestante e con il gusto del bello. Un grande esempio anche per noi.
Il sole è cocente e siamo grati al nostro caro autista per la frescura del pullman.
E adesso dove?
Un cartello ci dice Beit She’arim National Park. Fa piacere trovarsi in un parco, il verde riposa gli occhi e l’ombra rinfresca. Splendidi alberi. Una compagna mi fotografa accanto a un mirto fiorito. Non avevo mai visto un mirto fiorito.
Bando agli indugi, dobbiamo raggiungere Ornat, che ci aspetta di fronte a una grande porta scavata nella roccia. Siamo davanti ad una necropoli ebraica, anzi la necropoli ebraica. Il famoso storico ebreo Giuseppe Flavio ci racconta che, dopo la distruzione del secondo tempio, nel 70 d.C., il Sinedrio fu trasferito a Beit She’arim. Qui viveva anche Il famoso Rabbino Judah HaNasi, che qui decise di farsi seppellire avendo ricevuto il terreno in dono dal suo amico, l’imperatore Marco Aurelio. Gli ebrei a quel tempo non potevano più essere sepolti a Gerusalemme sul Monte degli Ulivi. Ricordate l’immenso cimitero ebraico che abbiamo visto il primo giorno del nostro viaggio?
Entriamo nell’ampia catacomba, dove vediamo molti sarcofagi, e persino una menorah scolpita nella roccia. Non mancano iscrizioni nelle varie lingue del tempo e decorazioni con simboli ebraici, ma anche con immagini di divinità e miti ellenistici.
Tutto il mondo è paese, anche qui purtroppo i primi visitatori della necropoli sono stati i tombaroli. Probabilmente c’è ancora moltissimo da scavare e da scoprire. Diamo tempo al tempo. Ritorniamo alla luce del sole per salutare un’altra bella coppia di sposi, venuti qui probabilmente per le foto ricordo. Esprimono il desiderio di farsi ritrarre con noi. Clic, clic, clic.
Peccato non aver tempo per un simpatico trekking in questo parco.
Invece, poiché cominciamo ad avvertire un certo languore, sostiamo in un posto davvero insolito. Sembra vi sia un caseificio, dove assaggiare i formaggi locali.
I proprietari evidentemente appartengono a quella categoria di persone che non butta via
niente e accumula, accumula. C’è un piccolo locale, il negozio, dove peschiamo olive da vari contenitori su un banco, l’igiene evidentemente non è una priorità, e dove non c’è un centimetro quadrato libero, né sulle pareti, né sul soffitto, né altrove. Oggetti vecchi o antichi, grigie fotografie in bianco e nero, vecchi avvisi e manifesti, una vetusta calcolatrice, collane d’aglio, bilance, macchine da cucire Singer, macinini, vasi, vasetti e bottiglie, pieni e vuote. Fuori, ma sembra non ci sia soluzione di continuità fra interno ed esterno, ci sono alcuni tavoli, paccottiglia varia, e tanti, tanti gatti e gattini sui cuscini delle panche e delle sedie. Riusciamo a farci spazio tra i felini e ci sediamo. I formaggi sono effettivamente buoni, ma l’inserviente non è particolarmente cordiale, forse ha litigato con la moglie. Sarah riesce a farci dare un po’ di pane da mangiare col formaggio accompagnato da fresca birra locale. Siamo all’ombra, seduti, c’è anche una toilette accettabile e siamo contenti.
Col senno di poi dico che avrei dovuto fotografare tutte le immagini e i documenti storici appesi alle pareti. Sono foto di vecchi pionieri, interessantissime testimonianze della vita dei primi insediamenti ancora nel periodo ottomano, quando il barone Rotschild acquistò questi terreni dai ricchi proprietari arabi. La didascalia di un’altra fotografia racconta di un amico arabo che protesse e aiutò gli abitanti della moshava (colonia agricola) persino ad acquistare nuovi terreni per l’insediamento da un ricco possidente arabo. Scopro ora che si tratta della moshava Bat’ Schlomo ed è anche piuttosto famosa! Le foto su internet mostrano un luogo molto più luccicante, adesso avrebbe bisogno di un bel repulisti, o perlomeno di una spolverata. Va bene lo stesso!
La giornata è lungi dall’essere compiuta. Prossima fermata Cesarea Marittima. Da non confondersi con le altre numerose Cesaree sparse nell’impero romano. Non so se ce n’è una anche in America. Un po’ come le varie Alessandrie. Ci arriviamo dopo aver percorso una strada che costeggia il mare incorniciata da alberi fioriti. Un tripudio per gli amanti dei fiori. Ci stiamo avvicinando a Tel Aviv. Sembra, anzi è certo, che la piana di Tel Aviv una volta fosse una palude malsana. Adesso è un giardino, grazie al durissimo lavoro dei pionieri. Cesarea è ricca di lussuose ville, noi ne ammiriamo le rovine romane, ma soprattutto siamo felici di sederci vicino al mare e bere qualcosa di fresco. Il sole è ancora alto, ma la giornata è stata molto intensa e siamo stanchi.
Riprendiamo il bus per raggiungere Tel Aviv, la famosa Città Bianca. Ornat ci mostra le case Bauhaus, che nella mia ignoranza trovo simili a quelle che noi chiamiamo di stile “fascista”, per comodità, senza dare una connotazione negativa alla parola. Molte sono in fase di ristrutturazione. Colpisce il contrasto fra i modernissimi grattacieli e questi edifici chiari, di due, tre, quattro piani al massimo. Ammiro soprattutto i larghi viali con due ordini di piante al centro, le bellissime poinciane, con la loro chioma verde sovrastata da una fitta corona di fiori rossi, che belli i viali fioriti!

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Viaggio in Israele – Quinto Giorno

Martedì 16 giugno – Nazareth – Haifa – San Giovanni d’Acri

E’ piccola Israele, eppure.. “Sa quante minoranze interessanti ci sono qui? – mi dice un’amica – La più piccola è quella dei Samaritani, poche centinaia di persone, che seguono una specie di ebraismo antichissimo; poi ci sono i Circassi, fuggiti dal Caucaso secoli fa dove erano perseguitati, di fede islamica”. E poi altre, come vedremo. Non è proprio un melting pot, piuttosto un’insalata mista, in cui le differenze convivono, ma mantengono le proprie caratteristiche. Oggi, il nostro quinto giorno di viaggio, ne incontreremo addirittura due nuove, i Drusi e i Baha’i. Prima però faremo tappa in un altro dei luoghi simbolo del cristianesimo, Nazareth.
Mi è sembrata una bella città, molto viva, accogliente, in collina. Naturalmente andiamo subito a vedere la Basilica dell’Annunciazione, che sorge sul luogo in cui, secondo la tradizione cristiana, l’arcangelo Gabriele annunciò a Maria la prossima nascita di Gesù. Non dimentichiamo che gli angeli sono esseri spirituali presenti in tutte le religioni antiche e precristiane, di solito rappresentati come figure alate. Gesù visse a Nazareth la prima parte della sua vita: era detto, appunto, il Nazareno.
La basilica è recente, fu Paolo VI, in occasione della sua visita qui, a porre la prima pietra. Come spesso capita in questi casi, durante gli scavi per la sua costruzione sono venuti alla luce i resti di due chiese precedenti, una bizantina e una crociata e addirittura qualche rudere del primitivo edificio giudeo-cristiano.
La chiesa nuova è molto grande, non mi sento di dire che è bella, ma il mio parere non ha importanza. Certamente è molto spaziosa, anche all’interno.
Ho scoperto con una certa sorpresa che è stata progettata dall’architetto Giovanni Muzio, lo stesso che ha progettato il “Palazzo del Governo” nella mia città natale, Sondrio. Non lo immaginavo proprio.
Nel cortile all’esterno della basilica vi sono molte raffigurazioni della Madonna offerte da varie nazioni del mondo. Alcune sono mosaici, mi sembra, tutte molto colorate e un po’ naïfs, ma proprio per questo simpatiche. Mi hanno colpito molto le madonne orientali: giapponese, cinese e tailandese, con i tipici abiti e tratti somatici, così come quelle dell’America latina, tutte coloratissime.
Riprendiamo il viaggio per recarci verso il Monte Carmelo. E’ montagna, anche se un po’ diversa dalla mia, e ammiro molto la vegetazione. Come mi piacerebbe fare un viaggio con un botanico. Siamo in un villaggio druso, ci dice Ornat, e comincia a raccontarci di questa comunità. Sono una minoranza molto particolare, seguono un cammino religioso nato in ambito islamico un migliaio di anni fa, ma la loro dottrina è piuttosto complessa perché accoglie elementi non solo dell’Islam ma anche del Giudaismo, dell’Induismo e del Cristianesimo. E’ una dottrina esoterica, non fanno proselitismo, credono nella reincarnazione. Il loro profeta è Jethro, suocero di Mosè e padre di sua moglie Sefora (o Zippora, Tzipora). A lui è dedicato un grande tempio nei pressi di Tiberiade. Rispettano il governo del paese in cui si trovano. Infatti i giovani prestano servizio militare nell’esercito israeliano. Anche le donne hanno accesso alle loro scritture, anzi, sono più numerose le donne che raggiungono lo status di Uqqal – guide spirituali, saggi – che non gli uomini. “Guardatene una che sta passando – ci dice Ornat indicandoci una donna con un lungo abito nero e un velo bianco che le copre il capo – siete fortunati!” Piccola curiosità mondana, la moglie di George Clooney, Amal Alamuddin, proviene dalla comunità drusa del Libano.
Mangiamo delle ottime focacce, con carne e con verdura, in una locanda drusa. Sono molto gentili e ci offrono anche il caffè speziato, tipico di qui.
Rifocillati – anche se non ci si muove troppo l’appetito non manca mai – proseguiamo il nostro viaggio delle meraviglie oltrepassando il Monte Carmelo fino a scorgere il Mare Mediterraneo. Peccato, c’è un po’ di foschia, ma il panorama che ci è apparso è comunque splendido.
Vedete, là in fondo c’è il confine col Libano. Quello è un importante ospedale dove mandano anche soldati siriani feriti a curarsi. Inevitabili, in questo viaggio, i riferimenti a situazioni drammatiche.
Ecco che, all’improvviso scorgiamo una gran cupola d’oro su un pendio in mezzo a un giardino che arriva fin quasi al mare e occupa quasi tutto il versante del monte. “Che cos’è, chiediamo.” E’ il tempio Bahà con i suoi meravigliosi giardini pensili, così curati da sembrare finti.
Abbiamo appena lasciato i villaggi drusi ed ecco che veniamo a conoscenza di un’altra fede e questo è il loro tempio.
Ci viene spiegato che la fede Bahà è una religione monoteistica, nata in Persia nel XIX secolo. Il fondatore Bahá’u’lláh (1817-1892), nobile persiano che per la sua dottrina soffrì prigionia ed esilio, è considerato dai bahá’í l’ultimo in ordine di tempo – ma non definitivo – profeta o messaggero di Dio, titolo riservato dai bahá’í a personaggi come Adamo, Abramo, Mosè, Zoroastro, Krishna, Buddha, Gesù, Maometto. Perseguitato da Persiani e Ottomani morì nel 1892 nella colonia penale di Acri, dove andremo a cena stasera, sede anche del mausoleo a lui dedicato. Proprio qui, ad Haifa, si trova il centro spirituale e amministrativo mondiale Bahà.
Non vi è clero fra i Bahá’í. Sono guidati da un Consiglio internazionale e da consigli nazionali e locali, con voto segreto, senza candidature e propaganda.
I Baha’i si prefiggono di promuovere il benessere collettivo.
Sono in corso numerosi progetti di sviluppo, indirizzati verso l’istruzione, la sanità, la condizione femminile e l’ambiente.
Certo, penso, questo paese sarebbe la sede ideale per studiare le religioni e la loro storia.
Mi sembra tuttavia che qui il problema non sia tanto una questione di fede, quanto un problema di appartenenza ad una comunità, ad una tribù. Mi sembra tutto molto complicato.
Ho appena parlato di Acri ed ecco che ci arriviamo. Poche città hanno avuto una storia più complessa e agitata di questa, fin dall’antichità, probabilmente a causa della sua posizione strategica. Nessuno di noi immaginava l’imponenza di questa antica fortezza crociata prima di visitarla. Cominciamo la visita della cittadella dal cosiddetto Giardino Incantato. Ci accolgono infatti enormi Ficus Benjamina, sì proprio quello che ho in vaso nel mio soggiorno, ed altre piante maestose. Poi visitiamo quel che resta di questa fortezza possente, con immense sale e vie sotterranee. Fu difesa strenuamente dagli ordini cavallereschi degli ospedalieri e dei templari durante le crociate, motivo per cui il nome mi è famigliare, ma fu sempre un centro importante anche sotto i successivi occupanti, dai mamelucchi agli ottomani, dai quali fu utilizzata anche come colonia penale, fino agli inglesi e agli israeliani. Sangue, sempre sangue..
Povere, ma pittoresche, le strade ancora abitate della cittadella che portano al mare. Alcuni abitanti sono consapevoli della monumentalità del sito e hanno decorato le strade con installazioni spontanee, una vecchia macchina da cucire esposta insieme ad altri poveri oggetti, una chitarra, dei vasi, un tavolino, che noi naturalmente fotografiamo.
Siamo anche testimoni di un paio di preparativi per dei matrimoni. Prima vediamo una sposa in bianco, ma con un top molto, molto ridotto e delle scarpe che sembrano dei trampoli, scendere da una macchina bianca con fiocchi viola. Poi, quando arriviamo al porto incontriamo un paio di taxi aperti e decorati con signore molto truccate e felici col capo coperto di bianco. Le fotografiamo e facciamo loro tanti auguri.
Cominciamo ad essere stanchi. Confesso che non riesco più a ricordare tutto quanto ci racconta Ornat. Gli occhi però continuano a lavorare, così come l’obiettivo del mio apparecchio fotografico.
Le visite sono terminate. Adesso ci aspetta la meritata cena a base di pesce freschissimo in un piccolo ma elegante ristorante trovato da Sarah. Il nostro autista non beve, ma noi possiamo accompagnare l’ottimo pranzo con un paio di bicchieri di vino bianco locale molto fresco.

Viaggio In Israele 11- 18 giugno 2015 3° giorno

Domenica 14 giugno

Si riparte verso il Deserto del Negev. Confesso che ho le idee un po’ confuse in fatto di geografia. Poi, quando non si è alla guida, ci si lascia trasportare senza preoccuparsi minimamente di strade, semafori, frecce, incroci, nord sud. Ci basta il fatto che Ornat ha promesso di portarci in un posto molto speciale, una meraviglia della natura. Ci lasceremo sorprendere.
Arriviamo a Makhtesh Ramon per ammirare un altro panorama impressionante. Da un torrione naturale ammiriamo la distesa desertica che si estende a perdita d’occhio sotto lo strapiombo sotto di noi. Non è una piana monotona, ma una vallata molto variegata, con bellissimi chiaroscuri. Makhtesh non ha una traduzione, alcuni lo chiamano cratere, altri canyon, ma non è nessuno dei due. Si tratta di una zona che ha una conformazione geologica particolare e si trova solo nel deserto del Negev. E’ una depressione geologica lunga 40 km, larga 2–10 km and profonda 500 metri, con la forma di un cuore allungato. Oggi è il parco nazionale più grande di Israele e anche noi abbiamo incontrato alcuni simpatici animali che sembravano stambecchi, ma forse erano ibex. E’ un posto ideale per trekking avventurosi, basterebbe avere tempo, entusiasmo ed energia.
Poco oltre, a Mizpe Ramon abbiamo visitato il memoriale dedicato a Ilan Ramon, l’astronauta israeliano perito nel disastro dello shuttle Columbia nel 2003. E’ un moderno eroe israeliano, morto non in guerra o in un attentato, ma durante una missione spaziale. Era figlio di sopravvissuti alla Shoah, pieno di entusiasmo e totalmente proiettato verso la vita. Come molti altri nuovi israeliani aveva cambiato il suo nome da Wolferman in Ramon proprio per il suo grande amore per quel luogo.
C’è qui anche una piccola storia commovente da raccontare, che collega la memoria al sogno e al presente. Ilan Ramon decise di portare con sé, nello spazio, un disegno di un bambino ucciso ad Auschwitz, Petr Ginz, Paesaggio Lunare. L’originale è esposto in una vetrina al Museo Yad Vashem, che visiteremo anche noi.
Il suo schizzo riflette il modo in cui il ragazzo si immaginava la Terra vista dalla Luna. Durante la prigionia, Ginz amava viaggiare sulle ali dell’immaginazione in luoghi vicini e lontani, il paesaggio nel disegno testimonia la sua aspirazione di raggiungere un luogo da cui la Terra, che minacciava la sua esistenza, potesse essere vista da una distanza di sicurezza.
Natura, storia, uomini. I tre elementi sono sempre uniti nel nostro viaggio.
E questo deserto, la terra del libro del Genesi, invita alla contemplazione e alla meditazione. C’è questa luce, quest’aria leggera, questo paesaggio così diverso dai nostri..
Siamo arrivati in un altro luogo particolare, uno dei tanti siti archeologi, testimoni delle antiche civiltà che si sono succedute in questa terra. Il nome è Avdat, sito UNESCO, città nota anche come Ovdat e Obodat. fondata dai Nabatei. Ma chi sono i Nabatei? Confesso che non ne avevo mai sentito parlare.
Sono quelli di Petra, ci dice la nostra guida. Appunto, io a Petra non ci sono mai stata e non avevo mai capito da che popolo fosse stata costruita. Adesso comincio a comprendere… Scopro che Avdat un tempo fu, tra il I secolo a.C. e il VII secolo d.C., dopo Petra, la città più importante della Via dell’incenso. Incenso, come Oro, Incenso e Mirra, i doni dei Re Magi? Sì, proprio quello. L’incenso lo conosciamo, ma la mirra resta una cosa per me sempre un po’ misteriosa e proprio per questo affascinante. Ornat ci mostra una carta con la Via dell’Incenso che collegava l’estremità della Penisola arabica con il Mediterraneo. Sono quei luoghi leggendari, che ormai fanno parte del nostro immaginario. Non tutto il passato è leggenda, ma quello così lontano forse sì. E quando ci si trova in questi luoghi, fra le rovine di una città che evidentemente doveva essere stata ricca e fiorente, un crocevia di carovane, si è catapultati direttamente dentro una storia delle Mille e una Notte, dentro il presepio, dentro la Bibbia. Ed è vero, perché tutto è nato in questi luoghi.
Forse il clima una volta era più favorevole, o forse erano solo molto bravi, ma in questa città, oltre al tempio nabateo divenuto poi chiesa bizantina, si sono trovati un sofisticato sistema idraulico con canali e cisterne, le terme, una fornace, e perfino un torchio per la produzione del vino. I Nabatei erano un popolo nomade, ma a quanto pare questo era divenuto un insediamento stabile ed erano diventati dei bravi ingegneri e dei bravi agricoltori.
Fare i turisti è faticoso, si cammina molto, sempre sotto il sole. Abbiamo calcolato che, grazie al contapassi di un partecipante abbiamo fatto una media di 14 -16000 passi ogni giorno, (7 – 8 km) per lo più sotto il sole. Per fortuna nei siti archeologici si trova spesso un tendone sotto il quale ascoltare le spiegazioni di Ornat, ed una fontana con acqua fresca.
Adesso però ci meritiamo il pranzo. L’orario è più che mediterraneo, ci si ferma in genere per una breve sosta verso le due, due e mezza.
Di solito Sarah ci porta in posti tipici, etnici, diremmo noi, arabo, turco, curdo, druso e altro; qui forse ci fermiamo da discendenti di nabatei. Perché no, in fondo questo popolo si è mescolato con le popolazioni locali, è per questo che se ne sono perse le tracce. Ma anche le soste sono impegnative, oltre a capire che cosa si può mangiare, c’è chi fa un po’ di shopping, chi ruba qualche scatto per cogliere le nostre espressioni inconsapevoli, e chi osserva e fotografa fiori o curiosità. Alcune signore si ritrovano complici e senza sensi di colpa per una simpatica pausa fumo
Dopo pranzo ci aspetta un’altra tappa nel deserto, ancora più mistica. E’ Sde Boker, Campo del Mattino, compagni di viaggio, ricordate la canzone che ci cantava Ornat: Boker Tov (Buon Mattino)?
Mi avevano detto che era un luogo spirituale, ma non sapevo cosa aspettarmi.
Ornat ci racconta che Ben Gurion, il fondatore dello stato di Israele, lo aveva scelto come residenza quando si ritirò dalla vita pubblica. E qui si mise anche lui a fare il contadino.
Siamo in pieno deserto del Negev, ed ecco che cominciamo a percorrere un viale alberato su un’altura. Qualcuno mi fa notare che alla nostra sinistra ci sono degli stambecchi, che ci guardano tranquillamente e si lasciano fotografare, forse ci sono abituati. Il bus ci lascia e percorriamo un centinaio di metri fra alberi e stambecchi fino ad una terrazza con vista almeno a 180° sul deserto circostante. Su questa terrazza ci sono due tombe, basse, semplici, sono quelle di Ben Gurion e sua moglie Paula. Il sito è magico, letteralmente mozzafiato. C’è il kibbutz che non abbiamo il tempo di visitare, ma se dovessi tornare in Israele, questo è sicuramente il posto in cui tornerei più volentieri. Ci riempiamo gli occhi e il cuore di quanto ci circonda e ritorniamo al bus, seguendo un’altra strada, in mezzo a un prato verde circondato da alti alberi, sembra di essere in un parco inglese.
E se leggiamo queste parole di Ben Gurion possiamo capire molte cose: “Il deserto è il luogo che ci fornisce la migliore opportunità per ricominciare. E’ un elemento vitale della nostra rinascita in Israele. Controllando la natura l’uomo impara a controllare anche se stesso… ”
Mi chiedo quanto lavoro e quanta fatica siano stati necessari per creare questa nuova oasi. E’ forse questo lo spirito che mi ha sempre affascinato di questo paese.
Ed è certamente in questo spirito che è nata l’azienda agricola che ci apprestiamo a visitare. Ma forse ci siamo andati prima? La memoria comincia a fare scherzi. Anch’essa nel Negev. Vi si producono vari tipi di vino e il proprietario ci mostra la cantina e ci racconta dei suoi sforzi. Viticoltura in mezzo al deserto, proprio come i Nabatei. La sua azienda è piena di fantastici fiori, come sono belli e vari qui i fiori, ma c’è anche una vasca di acqua fresca in cui si bagnano beati tre bambini piccoli e biondi.
Tornati a Gerusalemme dobbiamo prepararci velocemente alla cena speciale che ci ha organizzato Sarah.
Stanchi, ma felici di come avevano passato la giornata, i viaggiatori saranno ospiti di una famiglia che ha non tanto un ristorante quanto un’impresa di catering. Il cuoco, che Sarah ha conosciuto in Italia, ha frequentato l’Università di Pollenzo, a Bra, nata per idea di Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food.
La stanchezza svanisce davanti al succedersi delle specialità che ci portano. Siamo soli su un terrazzo-giardino, ad Abu Gosh, un sobborgo di Gerusalemme. Che buono questo hummus, squisiti i falafel, ne prendo un altro.. e un altro ancora, e questo couscous? Ma guarda queste melanzane, che fanno da letto alla loro crema, assaggia questa tahina (crema di sesamo)… Ma ci sono anche le pizze, quattro, cinque qualità. Per fortuna a mezzogiorno avevamo mangiato poco e durante il giorno ci eravamo mossi molto.
Alla fine del pranzo il giovane cuoco ha fatto la sua apparizione per ricevere i meritati complimenti. Parla in perfetto italiano ed è molto simpatico.
Chiudiamo la splendida serata regalandoci una visita panoramica di Gerusalemme di notte. Magia raddoppiata. Ma cosa ci fa quel mulino a vento illuminato? E’ stato voluto da Sir Moses Montefiore, filantropo inglese – ma nato a Livorno – nella seconda metà dell’ottocento per favorire lo sviluppo di attività nella città, che allora era poverissima. Sopravvivono anche due cassette della posta inglese, tipiche, rosse, a forma cilindrica.
Adesso siamo proprio stanchi. A letto di corsa, perché domani la sveglia è per le sei e mezza! Oornat è inflessibile!