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Viaggio In Israele 11- 18 giugno 2015 3° giorno

Domenica 14 giugno

Si riparte verso il Deserto del Negev. Confesso che ho le idee un po’ confuse in fatto di geografia. Poi, quando non si è alla guida, ci si lascia trasportare senza preoccuparsi minimamente di strade, semafori, frecce, incroci, nord sud. Ci basta il fatto che Ornat ha promesso di portarci in un posto molto speciale, una meraviglia della natura. Ci lasceremo sorprendere.
Arriviamo a Makhtesh Ramon per ammirare un altro panorama impressionante. Da un torrione naturale ammiriamo la distesa desertica che si estende a perdita d’occhio sotto lo strapiombo sotto di noi. Non è una piana monotona, ma una vallata molto variegata, con bellissimi chiaroscuri. Makhtesh non ha una traduzione, alcuni lo chiamano cratere, altri canyon, ma non è nessuno dei due. Si tratta di una zona che ha una conformazione geologica particolare e si trova solo nel deserto del Negev. E’ una depressione geologica lunga 40 km, larga 2–10 km and profonda 500 metri, con la forma di un cuore allungato. Oggi è il parco nazionale più grande di Israele e anche noi abbiamo incontrato alcuni simpatici animali che sembravano stambecchi, ma forse erano ibex. E’ un posto ideale per trekking avventurosi, basterebbe avere tempo, entusiasmo ed energia.
Poco oltre, a Mizpe Ramon abbiamo visitato il memoriale dedicato a Ilan Ramon, l’astronauta israeliano perito nel disastro dello shuttle Columbia nel 2003. E’ un moderno eroe israeliano, morto non in guerra o in un attentato, ma durante una missione spaziale. Era figlio di sopravvissuti alla Shoah, pieno di entusiasmo e totalmente proiettato verso la vita. Come molti altri nuovi israeliani aveva cambiato il suo nome da Wolferman in Ramon proprio per il suo grande amore per quel luogo.
C’è qui anche una piccola storia commovente da raccontare, che collega la memoria al sogno e al presente. Ilan Ramon decise di portare con sé, nello spazio, un disegno di un bambino ucciso ad Auschwitz, Petr Ginz, Paesaggio Lunare. L’originale è esposto in una vetrina al Museo Yad Vashem, che visiteremo anche noi.
Il suo schizzo riflette il modo in cui il ragazzo si immaginava la Terra vista dalla Luna. Durante la prigionia, Ginz amava viaggiare sulle ali dell’immaginazione in luoghi vicini e lontani, il paesaggio nel disegno testimonia la sua aspirazione di raggiungere un luogo da cui la Terra, che minacciava la sua esistenza, potesse essere vista da una distanza di sicurezza.
Natura, storia, uomini. I tre elementi sono sempre uniti nel nostro viaggio.
E questo deserto, la terra del libro del Genesi, invita alla contemplazione e alla meditazione. C’è questa luce, quest’aria leggera, questo paesaggio così diverso dai nostri..
Siamo arrivati in un altro luogo particolare, uno dei tanti siti archeologi, testimoni delle antiche civiltà che si sono succedute in questa terra. Il nome è Avdat, sito UNESCO, città nota anche come Ovdat e Obodat. fondata dai Nabatei. Ma chi sono i Nabatei? Confesso che non ne avevo mai sentito parlare.
Sono quelli di Petra, ci dice la nostra guida. Appunto, io a Petra non ci sono mai stata e non avevo mai capito da che popolo fosse stata costruita. Adesso comincio a comprendere… Scopro che Avdat un tempo fu, tra il I secolo a.C. e il VII secolo d.C., dopo Petra, la città più importante della Via dell’incenso. Incenso, come Oro, Incenso e Mirra, i doni dei Re Magi? Sì, proprio quello. L’incenso lo conosciamo, ma la mirra resta una cosa per me sempre un po’ misteriosa e proprio per questo affascinante. Ornat ci mostra una carta con la Via dell’Incenso che collegava l’estremità della Penisola arabica con il Mediterraneo. Sono quei luoghi leggendari, che ormai fanno parte del nostro immaginario. Non tutto il passato è leggenda, ma quello così lontano forse sì. E quando ci si trova in questi luoghi, fra le rovine di una città che evidentemente doveva essere stata ricca e fiorente, un crocevia di carovane, si è catapultati direttamente dentro una storia delle Mille e una Notte, dentro il presepio, dentro la Bibbia. Ed è vero, perché tutto è nato in questi luoghi.
Forse il clima una volta era più favorevole, o forse erano solo molto bravi, ma in questa città, oltre al tempio nabateo divenuto poi chiesa bizantina, si sono trovati un sofisticato sistema idraulico con canali e cisterne, le terme, una fornace, e perfino un torchio per la produzione del vino. I Nabatei erano un popolo nomade, ma a quanto pare questo era divenuto un insediamento stabile ed erano diventati dei bravi ingegneri e dei bravi agricoltori.
Fare i turisti è faticoso, si cammina molto, sempre sotto il sole. Abbiamo calcolato che, grazie al contapassi di un partecipante abbiamo fatto una media di 14 -16000 passi ogni giorno, (7 – 8 km) per lo più sotto il sole. Per fortuna nei siti archeologici si trova spesso un tendone sotto il quale ascoltare le spiegazioni di Ornat, ed una fontana con acqua fresca.
Adesso però ci meritiamo il pranzo. L’orario è più che mediterraneo, ci si ferma in genere per una breve sosta verso le due, due e mezza.
Di solito Sarah ci porta in posti tipici, etnici, diremmo noi, arabo, turco, curdo, druso e altro; qui forse ci fermiamo da discendenti di nabatei. Perché no, in fondo questo popolo si è mescolato con le popolazioni locali, è per questo che se ne sono perse le tracce. Ma anche le soste sono impegnative, oltre a capire che cosa si può mangiare, c’è chi fa un po’ di shopping, chi ruba qualche scatto per cogliere le nostre espressioni inconsapevoli, e chi osserva e fotografa fiori o curiosità. Alcune signore si ritrovano complici e senza sensi di colpa per una simpatica pausa fumo
Dopo pranzo ci aspetta un’altra tappa nel deserto, ancora più mistica. E’ Sde Boker, Campo del Mattino, compagni di viaggio, ricordate la canzone che ci cantava Ornat: Boker Tov (Buon Mattino)?
Mi avevano detto che era un luogo spirituale, ma non sapevo cosa aspettarmi.
Ornat ci racconta che Ben Gurion, il fondatore dello stato di Israele, lo aveva scelto come residenza quando si ritirò dalla vita pubblica. E qui si mise anche lui a fare il contadino.
Siamo in pieno deserto del Negev, ed ecco che cominciamo a percorrere un viale alberato su un’altura. Qualcuno mi fa notare che alla nostra sinistra ci sono degli stambecchi, che ci guardano tranquillamente e si lasciano fotografare, forse ci sono abituati. Il bus ci lascia e percorriamo un centinaio di metri fra alberi e stambecchi fino ad una terrazza con vista almeno a 180° sul deserto circostante. Su questa terrazza ci sono due tombe, basse, semplici, sono quelle di Ben Gurion e sua moglie Paula. Il sito è magico, letteralmente mozzafiato. C’è il kibbutz che non abbiamo il tempo di visitare, ma se dovessi tornare in Israele, questo è sicuramente il posto in cui tornerei più volentieri. Ci riempiamo gli occhi e il cuore di quanto ci circonda e ritorniamo al bus, seguendo un’altra strada, in mezzo a un prato verde circondato da alti alberi, sembra di essere in un parco inglese.
E se leggiamo queste parole di Ben Gurion possiamo capire molte cose: “Il deserto è il luogo che ci fornisce la migliore opportunità per ricominciare. E’ un elemento vitale della nostra rinascita in Israele. Controllando la natura l’uomo impara a controllare anche se stesso… ”
Mi chiedo quanto lavoro e quanta fatica siano stati necessari per creare questa nuova oasi. E’ forse questo lo spirito che mi ha sempre affascinato di questo paese.
Ed è certamente in questo spirito che è nata l’azienda agricola che ci apprestiamo a visitare. Ma forse ci siamo andati prima? La memoria comincia a fare scherzi. Anch’essa nel Negev. Vi si producono vari tipi di vino e il proprietario ci mostra la cantina e ci racconta dei suoi sforzi. Viticoltura in mezzo al deserto, proprio come i Nabatei. La sua azienda è piena di fantastici fiori, come sono belli e vari qui i fiori, ma c’è anche una vasca di acqua fresca in cui si bagnano beati tre bambini piccoli e biondi.
Tornati a Gerusalemme dobbiamo prepararci velocemente alla cena speciale che ci ha organizzato Sarah.
Stanchi, ma felici di come avevano passato la giornata, i viaggiatori saranno ospiti di una famiglia che ha non tanto un ristorante quanto un’impresa di catering. Il cuoco, che Sarah ha conosciuto in Italia, ha frequentato l’Università di Pollenzo, a Bra, nata per idea di Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food.
La stanchezza svanisce davanti al succedersi delle specialità che ci portano. Siamo soli su un terrazzo-giardino, ad Abu Gosh, un sobborgo di Gerusalemme. Che buono questo hummus, squisiti i falafel, ne prendo un altro.. e un altro ancora, e questo couscous? Ma guarda queste melanzane, che fanno da letto alla loro crema, assaggia questa tahina (crema di sesamo)… Ma ci sono anche le pizze, quattro, cinque qualità. Per fortuna a mezzogiorno avevamo mangiato poco e durante il giorno ci eravamo mossi molto.
Alla fine del pranzo il giovane cuoco ha fatto la sua apparizione per ricevere i meritati complimenti. Parla in perfetto italiano ed è molto simpatico.
Chiudiamo la splendida serata regalandoci una visita panoramica di Gerusalemme di notte. Magia raddoppiata. Ma cosa ci fa quel mulino a vento illuminato? E’ stato voluto da Sir Moses Montefiore, filantropo inglese – ma nato a Livorno – nella seconda metà dell’ottocento per favorire lo sviluppo di attività nella città, che allora era poverissima. Sopravvivono anche due cassette della posta inglese, tipiche, rosse, a forma cilindrica.
Adesso siamo proprio stanchi. A letto di corsa, perché domani la sveglia è per le sei e mezza! Oornat è inflessibile!

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