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La Vita È Bella,

quando la memoria passa per l’arte..

terezin

Oggi è la giornata della memoria. Sinceramente per me è sempre la giornata della memoria. Anche per noi tutti, credo. Non c’è giorno in cui non la esercitiamo. Non c’è giorno in cui non ricordiamo qualcosa, un fatto, una persona, un avvenimento. Quante volte ripetiamo: la memoria non è più quella di una volta. E ci credo. Pensiamo ai computer, la cui capacità di contenere dati va sempre aumentata, non basta mai. Lo stesso vale per la nostra. E’ sovraccarica, ma non possiamo utilizzare chiavette, cd, I-cloud o altro. E’ chiaro che quando si comincia ad avere una certa età, questa povera memoria fa buchi da tutte le parti e si difende. Ricordiamo solo quello che conta veramente. Non per niente si dice che la memoria è selettiva.

Molti criticano questa scelta di istituzionalizzare la giornata della memoria, coi suoi riti, le sue cerimonie, i suoi discorsi. Mi avvalgo della facoltà di non esprimere giudizi in merito, parlo solo per me. Tuttavia continuo a ricordare, tanto, in ordine sparso, quando meno me l’aspetto, quando sono sollecitata da ascolti, letture, chiacchierate, viaggi. Oggi si ricorda soprattutto la Shoah. E’ un argomento che non smette e non smetterà mai di turbarmi, e la cosa peggiora col tempo.

C’è chi si preoccupa che con l’inevitabile scomparsa degli ultimi sopravvissuti alle persecuzioni naziste anche la memoria della Shoah verrà a mancare. Ebbene io non lo credo. Ribadisco quanto ho ascoltato non ricordo quando e dove, ma che ho fatto mio. L’arte ci aiuterà, e per arte intendo letteratura, cinema, pittura, scultura, fotografia e musica.

Ho visitato tre campi di concentramento, confesso che quelli che mi hanno colpito di più sono la Risiera di San Saba e Terezin. Sono stata anche a Maidanek in Polonia.

San Saba è quello che mi ha fatto più orrore, forse perche più piccolo, forse perché la giornata era cupa e livida, forse perché accompagnato da una mostra fotografica letteralmente orripilante nel suo contenuto, forse perché in terra a noi vicina, nella bella Trieste che amo tanto.

A Terezin, non lontano da Praga, sono stata una decina di anni fa. Ricordo come fosse oggi il grigiore di quel posto, eppure era una giornata estiva, calda. Ricordo di aver pensato, ma come si fa ad abitare in un posto così, con la memoria che ha? Ricordo le stanze con tre piani di cuccette in cui gli internati dormivano stretti come sardine sotto un tetto pieno di fessure. Ricordo il tunnel che percorrevano i condannati fino al luogo dell’esecuzione, in un piccolo prato con lo sfondo di un alto muro. Adesso Terezin è una “cittadina”. Strano chiamarla così. Più appropriato forse chiamarla cittadella. Era nata infatti come insediamento militare difensivo al limite dell’impero asburgico, alla fine del diciottesimo secolo.

Con pianta a forma di stella ospitava, in due zone separate, la guarnigione militare nella cosiddetta Grande Fortezza e un carcere nella Piccola Fortezza. Un po’ come lo Spielberg; ricordate Le Mie Prigioni di Silvio Pellico? Durante la prima guerra mondiale Terezin fu utilizzata come campo di internamento per i prigionieri russi. Vi fu rinchiuso anche Gavrilo Princip, l’assassino dell’arciduca Ferdinando a Sarajevo.

Così quando i nazisti invasero la Cecoslovacchia nel ‘39 si trovarono questa cittadella già bell’e pronta e la utilizzarono subito, senza neppur doverne cambiare la destinazione d’uso.

Perché mi ha tanto colpito Terezin o Theresienstadt, come fu chiamata dai tedeschi, che ne avrebbero voluto fare una cittadina modello per gli ebrei cechi, un nuovo ghetto? Proprio per il contrasto che porta in sé: luogo abitato oggi che non può prescindere dalla sua storia, che gli rimarrà sempre attaccata, come rimangono appiccicate ai posti le leggende, che siano di apparizioni sacre o di roghi di streghe, di pestilenze o di miracoli. E la gente non si stacca dalle sue leggende… Di Terezin rimangono gli splendidi disegni dei bambini, con tante farfalle… Rimane l’attaccamento alle cose belle della vita, le opere d’arte, la musica, il teatro, nonostante la morte incombente. Davvero incredibile.

Di Maidanek, più che gli innumerevoli dettagli macabri, risuonano ancora nelle mie orecchie i singhiozzi veri di una coppia di visitatori. Chissà quanto avrebbero avuto da raccontare.

Del ghetto di Varsavia, di cui rimangono solo alcuni pezzi di muro e alcune targhe, ricordo le lacrime di un nostro compagno di viaggio, che piangeva per la sua gente.

Ma ricordo anche che, quando andai a vedere il film Il Pianista, ad un certo punto avrei voluto uscire, tanto reali erano le scene, così come ricordo la struggente scena finale dell’ufficiale tedesco catturato dai russi..

Dello Yad Vashem a Gerusalemme ricordo soprattutto, del padiglione dedicato ai bambini, la cupola blu con le innumerevoli stelline e il monumento al Dottor Korczak, anche perché ero stata in precedenza commossa dalla sua storia raccontata in un film da Andre Waida.

E poi altri film, altri libri. Ricordo che un mio allievo, non particolarmente studioso, ci portò i dvd di Schindler’s list da guardare insieme a scuola, e l’aveva visto parecchie volte.

Ecco allora che anche film come La Vita è Bella o Train de Vie non vanno criticati, perché celebrano la vita e cercano di raccontare l’indicibile anche ai bambini. E io, che ebrea non sono, mi sono avvicinata alla cultura ebraica non tanto per gli orrori della Shoah, ma per i suoi libri, a cominciare da quel Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg, che raccontava di una famiglia, una famiglia che avrebbe potuto essere la mia, con le sue vicende di tutti i giorni, i pettegolezzi, gli avvenimenti della Grande Storia sullo sfondo. A quello di libri ne sono seguiti tanti, tantissimi, ma in tutti si rivendica il diritto di essere simpatici e antipatici, buoni e cattivi, avari e generosi, ricchi e poveri, insomma di essere uomini e donne come tutti, con qualità e difetti. E ogni uomo, ogni donna è comunque sempre una storia, da ricordare e raccontare ai figli, ai nipoti…

Per approfondire la storia di Terezin rimando al libro:

TEREZÍN

LA FORTEZZA DELLA RESISTENZA NON ARMATA

di Maria Teresa Milano, Effatà Editrice, 2017.

Anna Carbich, Lugano, 27 gennaio 2017

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Viaggio in Iran 2. Le donne.

 

Ho fatto questo viaggio nel 2008. Da allora molte cose sono successe. C’è stata una rivolta, il presidente è cambiato, è stato firmato l’accordo con gli USA. Speriamo che anche la situazione per molte donne sia migliorata. Se lo meritano davvero. Nelle foto, io che visito una moschea tutta rivestita di frammenti di specchi, con un chador messomi a disposizione all’ingresso, un gruppo di ragazze che volevano sapere di noi e parlare inglese, una famiglia di nomadi a Persepoli.

Ancora una volta è il popolo a subire. In una piazza di Shiraz, subito dopo il calar del sole, quando la gente affolla le piazze e i giardini in cerca di un po’ di refrigerio,   due guardiani della rivoluzione, i famosi “pasdaran” , arrivano in motoretta e portano via il pallone a un gruppo di ragazzini che giocano al calcio. Chissà, forse non potevano stare sul prato, o calpestare l’erba. Non sapremo mai il perché. Un altro pasdaran, questa volta appiedato, intima ad un gruppo di giovani donne di non mangiare il gelato in pubblico.

Che meraviglia i sorrisi delle giovani persiane. Denti bianchi e perfetti. Che sguardi! Occhi dolci e profondi evidenziati da un trucco accurato. Non possono “svelare” altro quelle belle ragazze. Non possono scoprire né polsi né caviglie. Subiscono rassegnate, anche se le più audaci usano “hejab” (i loro foulard ) fantasiosi e colorati che non riescono a nascondere le folte capigliature.Per potere osservare scene di questo genere bisogna avere un po’ di tempo. Il turista telecomandato spesso non ne ha né la pazienza né l’opportunità . In compenso l’ingenuo visitatore straniero è sempre oggetto di curiosità e manifestazioni di grande cortesia. Ogni volta che ho incontrato lo sguardo di una donna iraniana mi è stato regalato uno splendido sorriso.

Le donne più modeste e timorose si coprono il capo con un foulard nero, mentre le più osservanti portano il famoso chador, quasi sempre nero, un grande triangolo di stoffa che le avvolge completamente. Se si pensa che l’estate in Iran è torrida e molto lunga, si può immaginare il supplizio imposto a queste donne.   Confesso che nel vedere quelle figure nere, quasi sempre in piccoli gruppi, ho provato una sensazione di angoscia, di compassione. Una componente del nostro gruppo ha voluto indossare il chador per una giornata intera in segno di solidarietà ed empatia nei loro confronti. Si è sentita prigioniera ed oppressa. Insegna italiano e storia alle scuole medie. Dice che utilizzerà quel mantello nero in classe per fare una lezione di “libertà”. Sui volti di queste donne in nero ci sono meno sorrisi, forse perché troppo prese dalla vita spirituale e sprezzanti delle gioie di questo mondo, o forse sottomesse a mariti, padri o fratelli   prepotenti o padroni. Oppure sono rimaste traumatizzate, perché già vittime di arresti arbitrari.Mi è sembrato di vivere una scena del film “Il cerchio” di di Jafar Panahi.

Ci siamo chiesti più volte nel corso del viaggio dove erano finite tutte quelle belle ragazze che si trovavano sul nostro aereo, con magliette senza maniche, pantaloni attillati, sandali con i tacchi alti e capelli sciolti sulle spalle. Abbiamo assistito alla loro silenziosa trasformazione non appena il comandante dell’aereo ha annunciato che era iniziata la discesa su Tehran. Come per un tacito accordo le braccia, le gambe e i capelli si sono coperti, i colori sono spariti e le voci calmate. Perfino i bambini hanno fatto silenzio. Anche la ragazza seduta accanto a noi, ingegnere informatico laureata a Vienna e impiegata alla Siemens di Zurigo è scomparsa sotto un fazzoletto e un impermeabile neri. Solo un’anziana donna, prima di essere prelevata e accompagnata a terra su una sedia a rotelle, mi ha accarezzato quando ha visto che anch’io mi coprivo la testa. Anche la nostra guida è un gran personaggio . Ha dei capelli particolarmente ribelli e i suoi hejab sono decisamente anarchici e fuori ordinanza. La sua risata ci accompagna per tutto il viaggio. Nonostante la fatica questa è per lei un’occasione per lei di respiro, di libertà, di serenità. Ci racconta di tutte le contraddizioni e delle assurdità di questo regime totalitario di cui la donna è la vittima principale. Ricorda i suoi studi in Italia dove si è laureata ma dove ha anche sofferto di ansia e preoccupazione per la sua famiglia e il suo paese ai tempi della scellerata guerra Iran – Irak (un milione e mezzo di vittime iraniane e cinquecentomila irachene). Guerra senza vinti né vincitori che ha però unito il paese nel dolore e ha lasciato una terribile eredità di giovani feriti, mutilati e disabili per tutta la vita. Quanta sofferenza per gli uomini rovinati ma anche per le donne che in silenzio devono convivere con tale strazio.

Ma la voglia di sorridere e di comunicare delle belle iraniane è impossibile da domare. Con grande coraggio e determinazione le ragazze si rivolgono ai turisti e chiedono di tutto, sia per sapere che per fare esercizio nella lingua straniera che studiano. Non avendo la possibilità di andare all’estero molti insegnanti suggeriscono ai loro studenti di far pratica con i turisti, a loro volta contenti di poter conoscere la gente del luogo. Dopo l’incontro ci si saluta abbracciandosi e ci si scambia l’indirizzo e-mail. La vita tuttavia continua e per fortuna è più forte della morte. All’inizio degli anni ottanta c’è stata una vera e propria esplosione demografica perché nei primi tempi della rivoluzione islamica erano stati proibiti tutti i metodi contraccettivi. Adesso invece nelle farmacie si vendono liberamente sia i preservativi che le pasticche di Viagra.

Non parlano di politica con gli stranieri le donne iraniane, ma cercano in mille modi di dimostrare ai pochi turisti che non nutrono sentimenti ostili verso lo straniero, anzi. E allora ci viene da pensare che forse invece delle sanzioni sarebbe molto più utile ed efficace favorire la conoscenza reciproca, che invece di continuare a riportare in prima pagina le farneticazioni dei vari politici, dell’una o dell’altra parte, sarebbe molto più costruttivo e interessante raccontare della vita di tutti i giorni delle persone normali, della curiosità e della voglia di vivere di tutti quei giovani – e sono la maggioranza – che sognano un futuro di libertà, libertà dalla guerra, libertà dalla propaganda politico-religiosa, libertà dal chador e dall’hejab, libertà di giocare al pallone e di mangiare il gelato in un giardino pubblico.

 

 

 

Viaggio in Polonia. Impressioni e Pensieri

2. CRACOVIA – LUBLINO – VARSAVIA

Lasciata la bella Cracovia continuiamo il nostro cammino. Campagna, boschi, casette. Una prima sosta a Tarnow, tranquilla cittadina con una bella piazza. “Prima della guerra era un attivo centro industriale, ma durante la seconda guerra mondiale Tarnów fu oggetto, da parte dei nazisti, di uno sterminio dei suoi cittadini di religione ebraica, all’epoca circa 25.000 persone, pari a circa la metà dell’intera popolazione (Wikipedia)”. Di questa presenza rimane la bimà di una grande sinagoga bruciata, un’altra sinagoga di tipo moresco oggi diventata ristorante, e qualche nome ebraico sulle targhe delle vie.

Il nostro viaggio non può prescindere dalla storia degli ebrei in Polonia e quindi dalla storia della Polonia stessa. Ho cercato di fare una sintesi impossibile, ho accennato solo agli avvenimenti più importanti, connessi anche alla presenza ebraica. Non ho parlato della tripartizione della Polonia fra Russia, Prussia e Impero Asburgico, dalla fine del ‘700 alla prima guerra mondiale, proprio negli anni in cui nascevano i nazionalismi. Non ho parlato delle due guerre mondiali. Non ho parlato della nascita del sionismo e dell’avanzare dell’antisemitismo. Tema delicato e scottante. Ho sentito una professoressa di Lod rispondere così a un giornalista che la intervistava a proposito della questione ebraica: “A differenza di altri paesi noi abbiamo cominciato ad elaborare il nostro passato solo da una ventina d’anni. Siamo diventati una nazione libera solo dopo la prima guerra mondiale, poi siamo stati di nuovo invasi un po’ dai tedeschi e un po’ dai russi, abbiamo subito perdite e distruzioni tremende, siamo stati “occupati” dai comunisti per quarant’anni. È solo da poco che possiamo godere della libertà.” Parole dure.

Come mai in Polonia c’erano tanti ebrei? Altra domanda che richiederebbe una risposta lunga e articolata. Accontentiamoci di dire che mano a mano che gli ebrei subivano persecuzioni nel resto d’Europa, durante le crociate, durante la Peste Nera quando erano accusati di diffondere il morbo, e poi ancora dopo la cacciata dalla Spagna, essi si spostavano verso est, dove la chiesa era meno potente, dove la peste non era arrivata e dove venivano accolti e tutelati. In Polonia essi godettero di relativa tranquillità e tutela per più di due secoli, a partire dalla metà ‘300, cioè dal regno di quel Casimiro il Grande di cui abbiamo già parlato, fino alla fine del ‘500, quando il regno di Polonia, unito in confederazione con la Lituania, cominciò ad indebolirsi e decadere.

Ma perché venivano perseguitati gli ebrei? Per motivi religiosi, economici, forse linguistici, perché erano oggetto di invidia, ma soprattutto perché erano considerati “diversi”. Ma nessuno di questi motivi può giustificare le persecuzioni di cui sono stati oggetto, culminate con la Shoah.

Più passa il tempo, più leggo, ascolto e rifletto, più queste persecuzioni e la tragedia immane della Shoah mi sembrano incredibili, incomprensibili, inspiegabili, nonostante tutti gli sforzi per capire, spiegare, razionalizzare..

Non è umanamente concepibile e accettabile essere puniti per dove si è nati, per come si è nati, per una condizione che nessuno di noi può scegliere. Ricordo sempre quella bella canzone di Joan Baez: There But For Fortune, Solo per caso. Solo per caso quei milioni erano nati ebrei.. ma non per caso sono stati sterminati.

Ormai possiamo solo ricordare, e vigilare affinché non si ripeta più…

Dobbiamo ricordare un altro momento traumatico, un’altra cesura nella storia polacca: il cosiddetto massacro di Chmielnicki del 1648 compiuto dai cosacchi ucraini scontenti del trattamento cui erano sottoposti dai nobili polacchi che li utilizzavano per controllare le loro terre in Ucraina. Guidati da Bohdan Chmielnicki trucidarono spietatamente i nobili polacchi e anche gli ebrei in quanto amministratori economici dei beni della nobiltà. Per assurdo gli stessi polacchi si rifecero con gli ebrei, incolpandoli di essere loro ad aizzare cosacchi e russi ad invadere la Polonia. A seguito di ciò quasi 1/4 degli ebrei morì tra atrocità e torture, e altrettanti furono venduti come schiavi nei mercati di Istanbul.

Questo periodo – noto come Il Diluvio – coincise anche con l’invasione della Polonia da parte degli svedesi e il definitivo indebolimento della corona polacca. Una curiosità, sarebbe interessante leggere o rileggere il romanzo IL Diluvio di Henryk Sienkiewicz, l’autore di Quo Vadis, che narra proprio una vicenda che si svolge in questo periodo in Polonia.

Fu in seguito a queste tragedie che anche la comunità ebraica si indebolì. Solo nel ‘700 cominciarono a nascere nuove correnti, fra le quali la più nota è senz’altro quella hassidica, che rianimarono la vita negli shtetl e riportarono la gioia di vivere, introducendo anche canti e danze nei riti religiosi.

Questo breve cenno storico era dovuto, se vogliamo capire il nesso fra il bel palazzo nobiliare che abbiamo visto a Lancut, una vera e propria reggia, appartenuto ai conti Potocki, e la coloratissima sinagoga non molto distante. I Conti Potocki erano una potente famiglia polacca celebre per i numerosi statisti, leader militari, e intellettuali. Era anche proprietaria della distilleria di vodka più antica del paese. Un suo famoso esponente è Jean Potocki, autore del famoso Manoscritto Trovato a Saragozza, libro che è diventato esso stesso un topos letterario, citato in innumerevoli altre opere, anche in un episodio di Montalbano.

Nel 1944, quando il conte Alfred Potocki, probabilmente collaborazionista, si accorse che i tedeschi avevano appiccato fuoco alla sinagoga del villaggio, la “sua” sinagoga, andò su tutte le furie e riuscì a fermare la distruzione e salvarne il corpo centrale. E’ quella coloratissima sinagoga in cui abbiamo visto un gruppo di giovani hassidim provenienti da Israele pregare, cantare e infine mettersi a ballare coinvolgendo anche i membri del nostro gruppo. A quanto pare erano così le sinagoghe polacche, decorate con rappresentazioni di animali e simboli biblici. E non penso di essere irriverente se associo le immagini di una vecchia giostra decorata alla bimà della sinagoga riprodotta all’interno dello stupendo Museo Polin di Varsavia. Ripenso ai racconti di Sholem Aleichem (Il violinista sul tetto), ai Racconti dei Hassidim, raccolti da Martin Buber, ai libri di Isaac B. Singer, al film Train de Vie. E penso soprattutto alla danza gioiosa di quel gruppo di giovani Hassidim incontrati nella Sinagoga di Lancut.
A proposito di I. B. Singer, abbiamo visto un tentativo di ricostruire uno shtetl, con tanto di sinagoga, proprio a Bilgoraj, il villaggio dove visse lo scrittore. Eravamo perplessi, ci dava un’idea di “posticcio”, come il villaggio Medievale a Torino o Grazzano Visconti vicino a Piacenza. Le casette erano belle e moderne, con tutte le comodità, destinate ad essere abitate. La sinagoga in legno era ancora in costruzione, secondo un metodo e uno stile “filologicamente corretto”.
Forse abbiamo apprezzato di più quella vista al Museo Polin, ricostruita con il solo scopo di mostrare al pubblico la tipologia di quegli edifici di culto. Comunque un risultato apprezzatissimo.
Continuiamo nel nostro pellegrinaggio nei luoghi di vita e di morte di quella Polonia che non c’è più .
Paradossalmente molto vivo, con le testimonianze delle preghiere dei fedeli e la calda accoglienza del custode, il ricordo dello Tzadik Eleazar Shapiro nel suo Ohel (tenda), cioè il suo luogo di sepoltura, nella campagna presso Lancut.

Poi il campo di Majdanek. Uno dei sei campi di sterminio costruiti dai nazisti in Polonia. Gli altri sono Chelmo, Belzec, Sobibor, Treblinka, Auschwitz-Birkenau.

Più delle parole della guida ci hanno scosso i singhiozzi, veri, di una coppia di anziani visitatori e la commozione dei membri del nostro gruppo.. Una di noi ha posto una piccola pietra sul grande tumulo sottostante la cupola del memoriale. Che cos’altro mi ha colpito? La razionalità della follia omicida… Tutto troppo macabro..
Consola solo vedere alcuni fiori di campo accanto a delle baracche e delle balle di fieno raccolto là dove allora di prato proprio non ce n’era. La vita che preme? La natura che vuole una rivincita?
Ripartiamo in silenzio per Lublino.

A Lublino siamo ospitati nell’albergo Ilan, già sede della Jesziwat Chachmei (Yeshiva), costruita nel 1930 in una Polonia ancora libera e fiduciosa, solo recentemente ritornata alla comunità ebraica, e che oltre all’hotel ospita la sinagoga e un bel museo fotografico.

Bella città Lublino, anche se molto più povera di Cracovia e Varsavia. Crocevia intellettuale e culturale di rinomanza internazionale, dove convivevano pacificamente ebrei, protestanti e cattolici. Punto d’incontro e scambio fra oriente e occidente, non fu toccata dalle sanguinose guerre di religione che devastarono il resto d’Europa. All’interno del suo bel castello abbiamo ammirato la Chiesa della Santissima Trinità, completamente affrescata in stile bizantineggiante da un artista ortodosso per il committente cattolico. Con l’occupazione nazista la piccola Gerusalemme dell’est Europa divenne un centro di raccolta per lo sterminio di massa, mentre il quartiere ebraico veniva raso al suolo. Nessuna traccia quindi del Mago di Lublino (I. B. Singer). Rimane solo un lampione, che non viene mai spento, una Lampada della Memoria. Almeno quello.

Il viaggio volge a termine. Raggiungiamo Varsavia in tempo per sostare in raccoglimento davanti ad un frammento del muro del ghetto. Anche qui commozione e religioso silenzio. Anche qui la posa di un sassolino. Passiamo davanti alla casa del Dottor Janusz Korczak, immortalato nel film omonimo di Wajda. Figura meravigliosa di umanista, pediatra, educatore. Anche a Gerusalemme l’abbiamo ricordato davanti al monumento a lui dedicato nello Yad Vashem (Museo della Shoah) .

Varsavia è oggi una cittadona moderna, come tante. Grattacieli, negozi Benetton, Prada, Luis Vuitton, Armani, come in tutte le altre cittadone Non somiglia alla Varsavia del Pianista di Polanski. . E’ una ricostruzione fedele dalla città rasa al suolo dai tedeschi, ma resti del ghetto bisogna andarli a cercare in mezzo a case popolari del periodo comunista. Il ghetto si trovava in una zona, Muranow, (di Murano) dal nome di un palazzo così chamato che apparteneva a un architetto veneziano, Josef Belotti. Le case popolari furono costruite dopo la guerra intenzionalmente sulle ceneri Ghetto utilizzandone le Macerie e i mattoni recuperabili. Molto inquietante. Anche la storia del Ghetto di Varsavia, pur tanto raccontata è una storia inenarrabile. E qui vorrei ricordare Ian Karski, il cui momumento avevamo incontrato a Cracovia, autore de La mia testimonianza davanti al mondo, uno dei libri che mi ha colpito e commosso di più in assoluto. Egli racconta la sua resistenza ai tedeschi durante la guerra, la sua cattura e le sue torture da parte dei tedeschi, la sua liberazione e la sua visita prima al ghetto poi addirittura in un campo, travestito da guardia ucraina. E’ un racconto scarno, senza fronzoli. Egli poi riuscì ad attraversare l’Europa in guerra e raggiungere Londra come membro del governo clandestino polacco. Raccontò quello che aveva visto agli alleati. Non fu ascoltato. Racconta Ian Karski di come, dopo essere riuscito ad uscire dal campo avesse vomitato sangue per tre giorni. Quello che forse lo colpì di più furono i trasporti dal ghetto ai campi, le scene di disperazione, gli urli.. e poi la scoperta che i vagoni per il trasporto erano ricoperti di calce viva..                         A questo pensavo mentre stavo davanti al pezzo rimasto in piedi del muro del ghetto. Pensavo anche che comunque, per quanto ci sforziamo, tutto quanto successo proprio lì, settantatré anni fa, oltre che inenarrabile è anche inimmaginabile, nel vero senso della parola.

Per fortuna abbiamo chiuso il nostro viaggio con la visita allo splendido Museo Polin, con la sua architettura essenziale pensata da un architetto finlandese, Rainer Mahlamäki.       In esso si raccontano i mille anni della storia ebraica in Polonia, non solo le tragedie. Storia che non prescinde dalla storia della Polonia, dalla storia dell’Europa, dalla nostra storia. Non basta una mattina per visitare quel museo. Ogni sezione è un racconto, ogni racconto merita tempo e riflessione.

Dovrò tornarci a Varsavia, anche solo per rivedere il Museo Polin.

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Museo Polin, Varsavia. La sinagoga ricostruita all’interno.

Anna Carbich

Lugano, luglio 2016

Viaggio in Polonia. Impressioni e Pensieri

  1. CRACOVIA

La prima cosa che si fa è guardare le foto. Naturalmente dopo aver aperto la valigia e distribuito i regalini a chi li aspettava. Peccato che in questo viaggio non ci sia stato il tempo di fare molti acquisti..

Le foto sono importanti. Servono a dilatare il tempo del viaggio. Servono a ricordare, capire e riflettere. Si guardano le foto insieme con il programma del viaggio e la guida, per non sbagliare, per non scrivere nomi sbagliati nelle didascalie.

Questo non è stato esattamente un viaggio di piacere. Meglio chiamarlo un pellegrinaggio. Anche per noi che non siamo particolarmente religiosi. Forse il senso religioso ce l’abbiamo, il senso del mistero anche, ma il rito, che dicono sia così importante, non ci dice granché.

Infatti, qualcuno di noi, che la sera dello Shabbat stava inavvertitamente portandosi un bicchiere alle labbra o sgranocchiando qualcosa per fame, è stato subito redarguito.

Vabbeh.

Route Chassidica? Polonia ebraica? Luoghi della Shoah? Religioni e popoli a confronto? Convivenza pacifica e non? Tutto questo e di più. Siamo stati sui luoghi della Storia, quella che non abbiamo studiato abbastanza a scuola, quella che non riesce ad insegnarci niente, perché non è brava, anzi, è sempre ripetente.

Siamo stati in Polonia. Io non la conoscevo. Sapevo e so ancora poco della sua storia, del suo popolo, della sua lingua. Sì, Chopin, Maria Walewska, l’amane di Napoleone, ma poi?

Il paese ha avuto molta visibilità da quando è arrivato il papa polacco, e poi Solidarnosc. Ricordiamo il nome di Jaruzelski, prima ancora sapevamo del Cardinale Wyszynski, perseguitato dai sovietici, di cui abbiamo visto la casa a Lublino. Prima ancora.. Danzica.. Ma erano echi di notizie lontane.

Adesso, con l’entrata nell’Unione Europea, è il paese dove vanno molti giovani. E’ un paese di start-up. E’ un paese dove i capitalisti – americani in primis – sono andati all’arrembaggio. Varsavia è tutta un grattacielo.

Tuttavia stupisce e turba all’arrivo a Cracovia vedere tutti quei velivoli verde scuro accanto alla pista di atterraggio. Un aeroporto sia civile che militare. Mah.

Il nostro era un viaggio a tema, Polonia Ebraica.

Due i nostri accompagnatori: Sarah, esperta di ebraismo e storia ebraica, lei stessa di origini polacche, e Ulrico, grande conoscitore della Polonia e della sua storia .

Il nome del viaggio era PO-LAN-YA . Traslitterato in ebraico questo nome fu considerato di buon auspicio perché può essere suddiviso in tre parole ebraiche: po (“qui”), lan (“abita”), ya (“Dio“). Il nome del museo ebraico di Varsavia POLIN invece è formato da due parole: po (“qui”) lin (“dovresti abitare”).

Polonia ebraica, dunque. E dove cominciare se non dalla bellissima Cracovia, dove il re Casimiro il Grande (1310 -1370) ebbe un atteggiamento estremamente favorevole e ben disposto nei confronti degli Ebrei? Noi stavamo appunto nel quartiere Casimierz, dove gli Ebrei hanno abitato tranquillamente per secoli. Dopo i tempi bui della guerra prima, e il degrado del periodo comunista poi, questo vecchio e tipico quartiere sta riacquistando vivacità e popolarità. Sta diventando il quartiere più “in” di Cracovia, preferito da giovani e turisti per le loro serate. Non so se il primo a riscoprirlo sia stato Spielberg, o i tanti figli o nipoti di emigrati polacchi, che scelgono di rivisitarlo. Anche la vita ebraica sta risorgendo, grazie anche agli sforzi di ebrei americani che gestiscono anche un Jewish Community Centre e le attività ad esse connesse. Noi stessi siamo stati loro ospiti per la cena di Shabbat.. Emozionante è stato ascoltare un anziano ospite di 86 anni cantare una canzone della resistenza in yiddish. Anche il giorno dopo abbiamo pranzato lì, dopo aver fatto un giro tra le vecchie sinagoghe, alcune ancora in attività, altre trasformate in museo o centri culturali, i cimiteri ebraici e le strette vie, testimoni di tanta storia. Sembra che molti giovani riscoprano le loro origini ebraiche e dimostrino interesse per la loro storia. La comunità, dopo essere stata annientata, da una ventina d’anni sta pian piano risorgendo.

Speriamo. Cracovia, a differenza di Varsavia, non fu distrutta durante l’ultima guerra perché sede del comando tedesco. Durante la guerra invece la popolazione ebraica residente fu trasferita nel ghetto in un’altra zona della città e poi avviata al suo triste destino.

Destino che ci viene ricordato nel museo ospitato dalla famosa fabbrica di Schindler, quella vera, e anche la stessa in cui si sono girate molte scene dell’omonimo film. Oppure dal monumento, nella piazza vuota dell’ex-ghetto, costituito da tante sedie vuote, rimaste senza occupante.

Troppi in questo paese i luoghi, le tracce, i segni di quanto successe durante la guerra.

Mi ha colpito vedere nelle vie di Cracovia i cartelli che pubblicizzavano le gite turistiche ad Auschwitz, esattamente come da noi si vedono cartelli simili per le gite in battello o in torpedone verso siti turistici.

Dove andiamo, a vedere il castello di Wawel, alla Madonna di Czestochowa, a fare una crociera sulla Vistola o ad Auschwitz? Non mi sembra proprio la stessa cosa.

Noi a Cracovia, dopo un breve giro del centro, con le sue vie reali percorse da carrozze bianche, trainate da magnifici cavalli e guidate da belle ragazze in costume, abbiamo visto il castello di Wawel, con quell’impronta rinascimentale data dagli architetti Francesco Fiorentino e Bartolomeo Berrecci. Questi era stato invitato da Bona Sforza, la nipote di Ludovico il Moro, figlia di Galeazzo Sforza e Iabella di Aragona. Bona era stata data in sposa a Sigismondo II Jagellone, vedovo, di 27 anni più vecchio di lei, nel 1517. Bona fu una figura molto importante nella storia di Polonia. Avrebbe voluto far diventare il regno di Polonia-Lituania un grande stato assolutista, come la Spagna, la Francia o l’Inghilterra. Fu una statista abile, illuminata e molto ambiziosa, che assicurò protezione legale ai contadini, ai borghesi ed agli Ebrei.

Ancora oggi la ricordano, forse con maggiore ammirazione di allora. In un ristorante ci hanno detto che molti cibi, fra cui le patate, sono stati introdotti proprio da lei. Vita importante la sua, degna di un grande romanzo, fino alla morte, per avvelenamento, avvenuta a Bari nel 1558.

Ma questa è un’altra storia, adesso torniamo a Cracovia, al bel fiume che la percorre, la Vistola, il fiume polacco per eccellenza. La città di Papa Giovanni Paolo II, colui che contribuì a portare la Polonia fuori dalla cortina di ferro. Abbiamo visto la casa dove abitava, in Via Canonicza, così come abbiamo visto il ricordo di un’utopia, Nova Hutta, la Nuova Acciaieria, la città satellite socialista, costruita dopo la guerra appena fuori da Cracovia, per i lavoratori della ferriera. Grandi strade per le parate, grandi isolati con un unico accesso controllabile, abitazioni ancora utilizzate, scuole e negozi, teatro e cinema (ora museo). Sarah ricorda che suo padre partecipò alla costruzione di Nova Hutta e ricorda il bar mleczny (bar del latte) dove si poteva consumare un pasto per pochi soldi. Ne abbiamo visto uno anche noi, ricordate le nostre vecchie latterie dove si poteva anche mangiare?

Tutto come sessant’anni fa, tranne i nomi. Stupisce infatti che proprio qui ci sia una via dedicata a Ronald Reagan. Anche l’acciaieria è passata in mano ai cinesi..

Così come ci lascia sconcertati sapere che uno statista moderno, Lech Kaczyńsky, e sua moglie, morti qualche anno fa in un incidente aereo, siano sepolti con tutti gli onori qui nel castello di Wawel, proprio come una coppia reale. Era il fratello gemello dell’attuale presidente, anche lui molto discusso ma votato. . Questo aveva creato un certo sconcerto nell’opinione pubblica, e si può capire. Un fatto un po’ anacronistico.

C’è una certa preoccupazione per la piega che ha preso o prenderà la politica polacca. Lo abbiamo indovinato anche dalle parole della Prof. Bogdana Pilichowska, Etnologa, responsabile dell’archivio Andre Wajda. Un archivio che occupa trecento metri e che si trova nel museo d’arte Giapponese, grazie a una donazione giapponese. (Per fortuna ci sono anche queste eccezioni nella storia).   Una persona squisita, gran signora, preoccupata di non parlare abbastanza bene l’italiano – che era perfetto – e di non poter dare risposte a chi chiedeva del futuro della Polonia. Quarant’anni di chiusura hanno lasciato un segno. Il regime comunista aveva tolto il senso di responsabilità ai cittadini. I cambiamenti richiedono tempo, tanto. Dove sta andando il paese? Oggi la Polonia sta vivendo un momento delicato: non piace Waida, non piace Walesa. Bogdana non se ne capacita. Gli intellettuali e i giovani sono contro questi atteggiamenti, ci sono dei buoni giornali, ma la gente di campagna, che è sempre stata oppressa e poco istruita, è ancora vittima di un cattolicesimo chiuso e reazionario. E’ la prima volta che capita, ci dice. L’attuale presidente, fratello di Lech, è un grande manipolatore.

Tuttavia ci sono molti musei, molti eventi culturali, molto turismo. Speriamo…

Cracovia, chiesa di San Stanislao sulla Roccia, sul fiume vistola.

Cracovia, chiesa di San Stanislao sulla Roccia, sul fiume Vistola.

Anna Carbich, 

Lugano luglio 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

White Elephants ovvero le belle cose di pessimo gusto.

All’inizio di dicembre a Lugano si tiene sempre un grande mercato delle pulci. Ormai è una tradizione. Un paio di anni fa c’era stato un incendio e io mi ero preoccupata molto per quei poveri rigattieri che contano probabilmente sull’incasso di quei tre giorni. Per fortuna il mercato è ritornato puntualmente l’anno successivo.

Tengo molto a quest’appuntamento. Una volta ho visto un nostro tavolo, che mio marito aveva appena scambiato per una scrivania con un amico antiquario. Confesso che mi è venuta voglia di ricomprarlo, poveretto, era lì, tutto solo in ambiente sconosciuto. Pazienza.

Di solito cerco delle matriosche, anche se ormai ne ho parecchie, di varie misure. Quest’anno ne ho trovato una piuttosto grossa, con tanti figli, fatta a mano in URSS, quindi piuttosto vecchia.

Ho visto una teiera di peltro che mi piaceva, ma mi sono controllata e ho rinunciato ad acquistarla. In compenso ho trovato una bella brocca di cristallo – o di vetro – per mia figlia che ne aveva appena rotta una. Giro, giro, osservo tutti questi oggetti in questi stand improvvisati. No, non sono stand progettati da architetti, è tutto piuttosto modesto ed impolverato, poco svizzero, direi. Molti i cani, buonissimi, spesso sembrano anche loro in vendita, sdraiati ai piedi di una signora tutta imbacuccata – di solito fa freddo – seduta su una vecchia poltrona in un angolo intenta a bere un caffè e a controllare i potenziali clienti.

Spesso gli espositori sono interessanti quanto e più della merce in vendita. Indossano vestiti vecchi, soprattutto le signore, scelti fra quelli che vendono. Infatti sono molti gli stand che offrono borse usate ma belle, scarpe fuori moda, sciarpe e foulard di seta, golf in cashmere ed altri abiti vintage, come si dice adesso. Penso ad un paio di colli di pelliccia che ho in un baule, che le mie figlie mi proibiscono di indossare perché sono moderne ed animaliste. Penso alla mia mamma che non buttava via niente, soprattutto le cose di pelle o di lana buona, perché “possono sempre servire, non si sa mai”. Ma lei aveva vissuto la guerra. Penso al solaio della nostra grande casa, dove c’erano bauli pieni di cose vecchie rotte e inutilizzabili, ma perché si tenevano? Quel poco di recuperabile era già stato venduto tutto per poche centinaia di lire allo straccivendolo, che ogni tanto passava di lì. Ricordo la felicità di mia mamma, per quelle vendite allo “strascé”.

Aggirandomi fra gli stand vedo oggetti che mai avremmo tenuto in casa nostra perché pacchiani, la parola kitsch non era ancora di moda. Tazzine scompagnate con bordi dorati, teiere senza coperchio, bocce di vetro con la neve, come mi piacevano, ma erano proibite. Vedo persino un vecchio meccano. Ricordo di aver fatto in tempo a comprarne uno a mio figlio, che mi sembra non ci abbia mai giocato. Era arrivato il Lego. Vedo cesti pieni di giornalini, vecchi libri, e macchinine, proprio come quelle che compravo ai miei bambini, perché non costavano molto, erano piccole e, soprattutto, mi piacevano: l’ambulanza, la macchina della polizia o dei carabinieri e l’autobotte dei pompieri, la mia preferita. Ci sono anche piccoli puffi, barbapapà e personaggi di Walt Disney, proprio come quelli che abbiamo conservato in un cassettino della scrivania di mio figlio, tutti molto preziosi. Manca però Ezechiele Lupo, perché una volta Riccardo, nel rievocare la vicenda dei porcellini e del lupo, era riuscito a catturarlo e buttarlo – ma davvero – nel caminetto acceso.

Guardo sconcertata oggetti che io ho eliminato da tempo, vasetti, caffettiere, cani e gatti di ceramica, tutto un po’ sporco. Rimango sbigottita quando vedo un apparecchio proprio come la mia prima macchina fotografica, Retinette Kodak, che aveva un obiettivo ottimo, funziona ancora perfettamente, non mi sembra così vecchia, ma rimane nel cassetto perché non ho la pazienza di cercare le pellicole.

Ecco un ragazzo che mi saluta, buongiorno prof! Oh carissimo, ma che ci fai qui? Sa, a noi piace, abbiamo chiesto un po’ di oggetti in casa, vecchi dischi in vinile, vecchi libri, sciarpe in cashmere, foulard firmati, asciugamani di lino, tazze piuttosto belle, qualche oggetto d’argento, ma si sa ormai l’argento non va più. Troppa fatica lucidarlo.. Il giovane beneducato è pulito ed elegante. Si dà il cambio con il fratello, un’amica, e la mamma. Le sorprese non finiscono mai.

Decido che non posso comprare niente da loro, troppo umiliante. Passo oltre un banco con vecchi ninnoli, spille, collane, vecchie boccette di profumo, statuette di Capodimonte, proprio come quelle che piacevano tanto a mia suocera e che mi ero affrettata a regalare a delle care signore appena possibile. Sembra siano di valore, ma continuano a non piacermi. Anche quest’anno c’è un commerciante di vecchie armi, lance, spade, scudi, elmi, bastoni da passeggio, orribili busti in bronzo, chissà forse sottratti a qualche tomba. Ma dove vanno a prenderle tutte quelle anticaglie finte, mi chiedo, e perché mai. Forse qui vengono i trovarobe dei teatri e del cinema. Chissà.

Ecco dei collezionisti di cartoline e francobolli, non è il mio campo. Passo oltre. Vecchi libri in tedesco, scritti in gotico. Mi fanno un po’ pena. Sento una voce che mi saluta. Ciao, come va? Ah ciao, è vero, ricordo che andavi a dei corsi di restauro. Sì, questa poltroncina l’ho restaurata io, va con quelle scrivania con la saracinesca scorrevole. E’ la mamma di un compagno della mia figlia più giovane. Molto simpatico, il bambino aveva ereditato la passione dalla mamma. Ricordo che un giorno ci aveva mostrato tutto orgoglioso una valigetta di plastica bianca contenente una mezzaluna, oggetti trovati fra i rifiuti ingombranti. Ero rimasta molto sorpresa, perché la mezzaluna era la nostra, eliminata da mio marito a mia insaputa.

Sai, mi dice l’amica, io non mi affeziono alle cose, ma mi piace comprarne sempre di nuove – cioè vecchie – e per fare ciò devo venderne, perché altrimenti non saprei più dove metterle. Ho appena venduto un paio di scarpe di pitone di mia madre ad una ragazza, che appena le ha viste se ne è innamorata.

Ha alcuni oggetti piuttosto ricercati, ma non li posso acquistare: poiché io non vendo, non ho più il posto per mettere quasi niente. La saluto con affetto e proseguo il mio giro.

Osservo affascinata alcune persone, c’è una signora con un gran cappello rosso, un vecchio cappotto grigio con cintura rossa e collo di volpe, ma non ho il coraggio di fotografarla, mi sembrerebbe scortese. Una signorina gentile mi saluta come se mi conoscesse. E’ accanto ad uno stand distinto, con pochi oggetti, una statuetta di mercurio come quella che aveva mio nonno, dei fermacarte e, al posto d’onore, uno stivale con lustrini. Guardo meglio, affascinata, si tratta di una lampada! Mi chiedo da dove possa venire un oggetto simile, se non da un bordello parigino. Mi permetto di chiedere informazioni al distinto signore che a quanto pare lo sta vendendo. Mi guarda sorridendo: ”Brutto, vero?”, mi dice. “Beh, in effetti.., ma mi dica da dove viene? “ “Vede, noi siamo avvocati e abbiamo uno studio anche a Milano, in un palazzo dove abitano delle modelle straniere, magari brasiliane, che vanno e vengono, e che, quando partono, abbandonano o vendono le loro cose.”

“Ah – riesco a dire – allora questo è un hobby?” “Sì, non ci facciamo mancare niente”, mi risponde il distinto avvocato, strascicando la erre.

Dimenticavo, la bella brocca che ho comprato per mia figlia l’ho presa proprio lì, a quanto pare era appartenuta alla nonna del distinto avvocato.

Torno a casa con la brocca e la matriosca, decisa a partecipare anch’io al mercato delle pulci l’anno venturo. Devo assolutamente cominciare a raccogliere gli oggetti più brutti che ho in casa. White elephants, li chiamano gli inglesi, elefanti bianchi, oggetti di cui ci si vuole disfare, in genere destinate alle pesche di beneficienza. Chi può tenere in casa lampade a forma di scarpa o scarpe a forma di elefante?

 

 

Viaggio in Israele – Quarto Giorno

Lunedì, 15 giugno

Nostro ultimo giorno a Gerusalemme. Mattina dedicata alla visita dell’Israel Museum, imponente complesso museale non lontano dalla nuova sede della Knesset e della Corte Suprema. Qui si trovano fra gli altri il Tempio del Libro, in cui sono conservati gli originali dei rotoli di Qumran, e il famoso Yad Vashem, con il Giardino dei Giusti.

Visitare musei a Gerusalemme è come visitare un teatro in un teatro. La città stessa infatti è un museo, anzi di più.

Le costruzioni sono recenti, immerse in un grande parco, così come grandi sono gli spazi e bellissima la luce.

Andiamo subito a vedere il Modello del Secondo Tempio, un grande plastico in pietra rappresentante la città prima della sua distruzione da parte dei Romani nel 66 d.C. Come ho detto questo plastico è grande, ma non abbastanza per camminarci dentro, peccato, avrebbe potuto un’attrazione didattica come la Swiss Miniatur. Infatti originariamente si trovava nel giardino di un albergo.

Ripassiamo con Ornat la lezione appresa in questi giorni, qui si trovava il palazzo di Erode, qui una porta, qui un teatro. E’ un esercizio che aiuta e stimola sia la memoria che la fantasia.

Proseguiamo, oh, guarda, lì c’e un Rodin, invece questa statua è di Henry Moore. E quel cuore di plastica rossa argentata con nastro dorato che sembra uno di quegli orribili palloncini che vendono alle fiere? Appunto è il Cuore Sacro di Jeff Koons, artista statunitense specializzato in opere che rappresentano oggetti Kitsch. Viene voglia di bucarlo con uno spillo, peccato che sia di acciaio. Le apparenze ingannano.

Molto più seria e celebrativa è l’architettura del Tempio del Libro, dove sono custoditi i rotoli di Qumran. C’è una cupola bianca, su cui continua a scorrere acqua, che richiama la forma dei coperchi delle giare di coccio in cui furono trovati i rotoli. Accanto si vede un grande muro di pietra nero, che sovrasta la parete bianca da cui si accede all’interno per ammirare alcuni dei rotoli originali. E’ un chiaro riferimento a quanto scritto su uno dei rotoli trovati: La Guerra dei Figli della Luce contro i Figli delle Tenebre.

Altra cosa è stata la visita di Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto. Anch’esso è in mezzo a un giardino, il famoso Giardino dei Giusti di cui avevo sentito tanto parlare. Non c’è molto da commentare, ma più si pensa a quello che è successo, più si stenta a crederlo. Si è tutti senza parole. Ci sono molti giovani, scolaresche, soldati, semplici turisti, tutti molto coinvolti. Ci sono anche note positive, come la bicicletta di Bartali, che non aveva mai voluto parlare pubblicamente dei suoi atti di eroismo durante la resistenza.

In fondo al percorso c’è una grande finestra, simbolo della fede del popolo di Israele nel futuro, una finestra di luce e speranza, nonostante tutto.

Particolarmente suggestivo il padiglione dedicato ai bambini, tante stelle nella notte buia.
E poi i Giusti, avrei voluto trovare quello del signor Perlasca, e altri nomi familiari, ma non ne ho avuto il tempo.

Dopo tanto raccoglimento si ha bisogno di uscire, tornare nella confusione della città, della vita. E quale luogo meglio del mercato Mahane Yehudah, con i suoi colori, le sue spezie, i suoi personaggi? Ne approfittiamo per fare qualche acquisto, Ester trova un grande shofar, come farà a riportarlo a casa?

Le specialità di oggi sono curde? Ottime come sempre, in un posticino un po’ angusto, ma qui lo spazio è prezioso.

Nel pomeriggio lasciamo Gerusalemme, con una gran voglia di ritornarci, per toccare altri luoghi simbolo.

Betlemme è il primo. La strada si inerpica su ripide rocce bianche. Vediamo altrettanto bianchi complessi di palazzi in costruzione. Sono i famosi insediamenti ebraici nei territori occupati, nella zona di Gerusalemme est. A me non sembrano esattamente insediamenti di pionieri, piuttosto ricordano i nostri episodi di speculazione edilizia. Che sia anche qui un fatto legato al denaro? Tutto il mondo è paese. Certo, inoltrandoci nei “territori” il problema si avverte in tutta la sua gravità. Abbiamo anche intravisto il famoso “Muro”. Non so più cosa pensare. Prima di sposarmi sapevo tutto del matrimonio. Prima di venire qui credevo di sapere tutto su Israele. Adesso, come dice Wittgenstein, “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Ci vorrebbe tanta, tanta buona volontà, e, poiché questa è la terra dei miracoli, dobbiamo solo sperare. Di certo i turisti sono protetti, pochi giorni non bastano per capire una situazione così incancrenita. Ma non è questo né il luogo né il momento per fare riflessioni politiche, anche perché non ne avrei la competenza.

Penso però a grandi uomini che ho incontrato, gli scrittori di Israele, Grossman, Oz, Yehoshua, solo per citare i più noti, ma ce ne sono tanti, anche palestinesi. Penso ai registi, agli artisti. Voglio e devo sperare. Se le idee si scontrano, le persone si incontrano, penso per esempio all’iniziativa Semi di Pace, suoi rappresentanti erano venuti anche a Lugano. Speriamo, speriamo.

A Betlemme naturalmente visitiamo la Chiesa della Natività. Confesso che non sono questi i luoghi che mi commuovono di più, anche se c’è tanta, tanta storia.

Rimane poco probabilmente della semplicità e natura primitiva, la grande chiesa è in fase di restauro, cosa che piace molto a Sarah. E’ un pensiero nuovo, che mi sorprende, ma ne capisco la portata.

Bisogna inchinarsi in una porticina piccola piccola per entrare nella grande chiesa, mi sembra giusto. Ci sono, come sempre in questi luoghi, persone in raccoglimento, passiamo davanti ad alcune splendide icone, non dimentichiamo che siamo in area di cristianesimo orientale, e arriviamo alla grotta. Sono colpita da un drappo con alcuni fori, degli occhielli. A che cosa servono, chiedo? Ma per infilare le dita e toccare la roccia della grotta, mi viene detto.

Lasciamo Betlemme, attraversiamo i territori occupati. In questo paese si entra sempre nei titoli dei giornali e nella storia antica e recente.

Vediamo il confine, un reticolato elettrificato. Dall’altra parte c’è la Giordania, con cui peraltro è stata firmata la pace. Piantagioni di palme da datteri e altro. Rientriamo in Israele, c’è un fugace controllo della polizia, come nelle nostre dogane, e ci apprestiamo a sostare nel kibbutz, per due notti.

Altra parola simbolica ed evocativa. Non avevo idea di come fosse fisicamente un kibbutz. Entriamo in quello che potrebbe sembrare un villaggio di vacanze o un centro residenziale. All’ingresso c’è una bella ragazza bionda in shorts, che ci fa segno di entrare. Siamo attesi.

Siamo accolti con grande calore e riceviamo le chiavi dei nostri bungalow. Alcuni cagnolini vengono a salutarci. Le stanze sono semplici, ma c’è un cucinino, il bagno, aria condizionata e tv. La sala da pranzo è in un altro padiglione a un centinaio di metri. Vediamo alcuni gruppi di persone fuori dai loro bungalow che si stanno facendo una grigliata. Bellissimi alberi fioriti dappertutto. Nella caffetteria ci aspetta Pennina, altro nome biblico, che ci mette subito a nostro agio.

Avremo modo di capire di più di questo Kibbutz quando lo visiteremo insieme al suo direttore – o responsabile. A quanto pare non sono più i kibbutz di una volta, istituzioni rigidamente socialiste e utopiche. Adesso sono presenti nel paese in numero inferiore, sono gestiti in modo democratico ma anche manageriale dai consigli dei propri membri, le loro attività sono molto diversificate, vanno dal bed and breakfast all’allevamento di polli, ovini e bovini, all’agricoltura, alle fabbriche high tech. Alcuni membri vi risiedono, altri vanno fuori a lavorare. Gli anziani e i giovani sono curati e assistiti. Ho ammirato i laboratori in cui signore anziane erano attive nella creazione di gioielli e altri oggetti; i piccoli veicoli elettrici messi a disposizione dei membri anziani per girare tra le strade del kibbutz; l’asilo, in particolare il cortile delle cianfrusaglie in cui i bambini giocavano pacifici con i più disparati oggetti scartati dalle abitazioni; gli animali messi a disposizione anche per la terapia dei meno fortunati. Cani e gatti si aggirano tranquilli, si vede che sono amati.
Come ho detto piante e fiori splendidi, che crescono rigogliosi grazie alla cura del bravo giardiniere arabo. Non c’è lusso nel kibbutz, ma certamente non c’è nemmeno squallore.

Lungo le vie sono esposti i vecchi attrezzi, usati per dissodare il terreno e aiutare nel lavoro agricolo ai tempi della sua fondazione.

Panta Rei, ovvero tutto cambia, anche i pensieri.

Panta Rei. Non so mai esattamente cosa vuol dire, ma suona bene. Sono andata a guardare su Wikipedia – ormai non potrei più vivere senza Wikipedia, le ho persino fatto una piccola offerta a Natale – e ho riscoperto che vuol dire “tutto scorre”. Sempre grazie alla mia amica Wiki, mi sono rinfrescata nel fiume di Eraclito, quello in cui non ci si può mai bagnare due volte, e ho pensato come è vero.
Io sono sempre io, ma forse anche questa è un’illusione. Oggi non è oggi che per un sol giorno, così come ieri, che domani sarà già l’altro ieri, e domani ieri era dopodomani. Ovvio, mi direbbe qualcuno. Certo, ovvio. Ma la dichiarazione delle tasse la devo presentare il 30 di questo mese, non un giorno più tardi, altrimenti si paga una multa. E che cos’è il 30 di questo mese se non un numero scritto su un calendario? E che cos’è un calendario, se non dei fogli con una lista di numeri e parole che noi ci divertiamo a colorare e cancellare e quando è tutto pieno, scarabocchiato e cancellato, appendiamo degli altri fogli, simili, ma non uguali, all’armadio della cucina?
Qualche giorno fa ho dovuto mostrare la patente a un poliziotto, poco più grande di un mio nipotino. Ho notato la sua espressione sorpresa quando ha visto il vecchio documento, ben conservato devo dire, ma vecchio, non nel formato nuovo che sembra una tessera del supermercato, e quando ha guardato prima la foto e poi ha guardato me. Cos’ho fatto? Cosa c’è di strano, ho pensato preoccupata, perché io ho sempre grande rispetto e timore reverenziale per l’autorità costituita, anche se rappresentata da un mio nipotino. Niente, mi ha detto solo: grazie signora, e mi ha ridato il prezioso reperto, maneggiandolo come fosse una scarpetta di cristallo. Allora ho guardato anch’io la foto, e mi sono chiesta, chi era costei?
Strano, non fa lo stesso effetto guardare le foto di quando eravamo bambini, ma proprio piccoli, quando non sapevamo ancora camminare e avevamo i boccolotti. Perché?
Pensieri che corrono, incontrollabili. Pensieri che ci perseguitano, più dei sogni, che di solito riusciamo a cancellare quando ci svegliamo, per quanto terrificanti.
Pensiero e percezione, che differenza c’è? Penso all’acqua, vado a fare il bagno, ma ecco che l’acqua è troppo fredda, poi troppo calda. Allora è vero, non si può fare lo stesso bagno nemmeno una volta, ma io penso al bagno, ho voglia di fare il bagno e quando ci penso non provo né caldo né freddo. Oppure non he voglia.
I pensieri saltano di palo in frasca. Infatti adesso mi viene in mente il libro che sto leggendo in questo periodo. Ho il brutto vizio di non rileggere mai lo stesso libro. Ci ho provato una volta, ma mi sembrava diverso, allora preferisco rimanere con il ricordo di quello che ho letto una volta sola. E’ bellissimo questo libro, Cigni Selvatici, di Chang Jung (è una donna, non so come si riconosca il genere nella lingua cinese), la storia vera di tre donne cinesi, tre generazioni, la prima nata nel 1910. E’ un libro che mi sta prendendo molto, mi fa pensare molto.
Ma è proprio vero che tutto cambia? O forse questo tutto continua solo a cambiarsi d’abito? Non è forse tutto un gran ballo in maschera, che si ripete ad ogni carnevale?
Tempo fa avevo letto un altro libro. Il mio calendario è in genere scandito dai libri che leggo, che sono le mie “ere”, le mie stagioni. Era una storia, molto ben scritta, documentata e raccontata, sulle guerre di religione e sulle persecuzioni in Europa fra il ‘500 e il ‘600. Storia di peccato, intolleranza, fame, terrore, persecuzioni, soldi e intrighi. Paura di pensare sbagliato, pena il rogo.
Nella Cina totalitaria della seconda metà del ‘900 si possono usare le stesse parole. Ma anche negli altri paesi con regimi totalitari.
Riforma = rivoluzione, controriforma = controrivoluzione, eresia = pensare con la propria testa, culto della personalità = idolatria? Inquisizione = tribunali speciali, purghe = persecuzioni, autocritica = esame di coscienza. Pensiamo a Galileo, al suo processo, alla sua abiura, quattro secoli fa. La prima vittima è sempre il Buon Senso. Pensiamo alle cadute in disgrazia e alle riabilitazioni dei vari personaggi delle dittature.
E’ paradossale che tutte queste indicibili sofferenze siano state inflitte nel nome di un fantomatico Bene Supremo, un paradiso in cielo o in terra, irraggiungibile. Nel ‘900 c’è stata un’ideologia deviata. Un’ideologia secondo la quale non era perseguitato chi pensava o si comportava in modo diverso, ma chi “era” diverso, secondo dei criteri, che in nome di teorie falsamente“scientifiche”, erano totalmente arbitrari. Terrificante, ma in fondo anche l’idea del peccato originale è terrificante.
Tutto cambia? Tutto passa? Come mi sento piccola e impotente quando comincio a pensare a queste cose.
Strano, riesco a pensare di meno, addirittura a non pensare, solo quando cammino nel bosco col mio cane e godo del susseguirsi delle stagioni, delle fioriture, delle nuvole che corrono, del mio faggio magico che cresce sempre più bello.. Panta Rei.

La bambinaia con la Rolleiflex

La sorprendente scoperta di una straordinaria fotografa vissuta nel più completo anonimato raccontata in un avvincente film-documentario.

Anche in questa storia tutto è cominciato per caso. Una ricerca sulle origini di un vecchio quartiere di una città americana e l’acquisto ad un’asta di uno scatolone pieno di negativi. Chissà che il giovane ricercatore non trovi qualche documento interessante e utile alla sua indagine? E’ così che John Maloof ha scoperto un vero e proprio tesoro, che avrebbe cambiato anche la sua vita. Che cosa c’era in quei negativi?
Scatti, istantanee, ritratti, autoritratti, scene di vita comune e meno comune.
John si rende conto di avere scoperto dei capolavori. Sconosciuti, eseguiti da una mano e da occhi ignoti. Chi è la persona che ha scattato quelle fotografie?
La ricerca non è semplice. Con pazienza e determinazione John Maloof riesce a mettere insieme gli innumerevoli e minuscoli pezzi della vita di questo/a artista, recuperando in un agazzino scatole e scatole che stavano per essere distrutte. Si tratta di una donna, molto misteriosa. Si scopre che faceva la bambinaia, ma anche la donna di servizio. Si scopre che ha un legame con la Francia, perché sua mamma era francese e insieme avevano trascorso lunghi periodi in un paesino nelle Alpi. Il padre, americano, scompare molto presto dalla vita di Vivian. Si scopre che madre e figlia negli anni ’30 a New York hanno vissuto con una fotografa ritrattista piuttosto famosa, Jeanne Bertrand.
In seguito Vivian ha fatto molti viaggi, continuando a scattare, naturalmente. Pian piano il ritratto si fa più nitido, ma è sempre in bianco e nero. Luci – le sue fotografie – e molte ombre – la sua vita. Single, solitaria, intellettuale, con una grande passione, la fotografia, e un interesse, quasi morboso, per la cronaca nera. Non si sa se abbia amici o famiglia. Anche con i bambini che cura il rapporto è complesso, alcuni l’hanno amata, altri l’hanno temuta e subita.
Chi è quella bambinaia che porta una piccola di sette anni a vedere un mattatoio? Chi è quella babysitter che quando il bambino è investito da un’auto si preoccupa soprattutto di fotografare la scena dell’incidente? Chi è la governante dii una famiglia alto borghese che porta i bimbi a fare una passeggiata nei quartieri più malfamati della città per fissare gli sguardi delle persone più sfortunate? Perché questo interesse morboso per orrendi fatti di cronaca? Perché questa ritrosia ad allacciare amicizie, a lasciarsi avvicinare da un uomo? Perché questa mania di accumulare giornali: nelle sue stanze infatti accumulava pile e pile di giornali e ritagli, cosa aveva intenzione di farne?
Questa storia mi ha immediatamente ricordato un’altra storia drammatica, quella dei fratelli Collier di New York, che per tutta la vita non avevano fatto che accumulare, accumulare di tutto nel loro palazzo in centro a New York. Lo scrittore L. E. Doctorow ha scritto un libro in chiave filosofica ispirato a questa vicenda, Homer and Langley, bellissimo.
Stupisce, nella vicenda di Vivian Maier, il contrasto fra la sua ossessione compulsiva a scattare e scattare fotografie e il rifiuto di pubblicizzarle, persino di stamparle. Sono stati trovati innumerevoli rullini ancora non sviluppati, le stampe sono pochissime.
Purtroppo a tutte queste domande non sarà mai data risposta. Si è scoperto dove è nata, New York nel 1926; dove è morta, Chicago 2009, in assoluta solitudine; si sa dove e con quali famiglie ha lavorato. Si può capire qualcosa di questa persona così singolare dalle sue opere, ma nel complesso rimane un mistero.
C’è empatia o distacco nelle sue fotografie? Perché nei suoi magnifici autoritratti, “selfie” si direbbe adesso, non sorride mai? Perché questo interesse per oscuri fatti di cronaca nera, stupri, abusi, strani delitti? Una volta lei stessa si è definita una spia e forse è la descrizione più azzeccata per questa persona che tanto amava la segretezza.
Non si sa se avrebbe apprezzato la notorietà di cui sta godendo adesso. Soprattutto credo che non avrebbe certo gradito le polemiche e persino le cause legali che sono ora in corso riguardo ai diritti di pubblicazione delle stampe. Come avrebbe reagito al rifiuto dei maggiori musei di ospitare le sue opere. Il lato oscuro della vicenda.
Come avvicinarsi a questa artista e conoscerla meglio?
Io l’ho scoperta grazie al film :
Alla ricerca di Vivian Maier. DVD. Con libro
di John Maloof, Siskel Charlie
Feltrinelli
Inoltre la mostra “Vivian Maier: A photographic Revelation” sta viaggiando in Europa e arriverà a Torino per l’autunno 2015, e molto probabilmente per gli inizi del 2016 a Roma.

vivianmaier

Senza titolohttp://www.vivianmaier.com

LA FAMIGLIA KARNOWSKI E YOSHE KALB

Pubblicati anche in Italia i libri di Israel Singer

Non sono una critica letteraria di professione, mi piace parlare dei libri che ho amato per condividere il piacere con gli amici. Un libro è un amico, avere in comune un libro che piace è avere un amico in comune in più, una ricchezza. Quando scopro un autore mi piace conoscerlo a fondo e leggere molte delle sue opere.
L’estate scorsa mia figlia mi ha suggerito di leggere La Famiglia Karnowski, di Israel Singer, i cui libri sono stati pubblicati in Italia solo di recente, il fratello maggiore del più noto Isaac ,
Non sprecherò aggettivi, perché questo romanzo non ne ha bisogno. E’ un capolavoro, punto e basta. La cosa interessante è che ogni lettore ci trova qualcosa di diverso.
E’ una saga famigliare, che descrive le vicende alterne di tre generazioni, dall’emancipazione del padre che si vuole sottrarre al provincialismo e all’arretratezza del povero villaggio in cui vive e si sforza di apprendere il buon tedesco e imparare i modi cittadini per inserirsi nella grande Berlino, al figlio che è inserito nella società della grande città, ama la bella vita, ma diventerà un affermato professionista solo dopo l’esperienza tragica della prima guerra mondiale anche grazie a un buon matrimonio, al giovanissimo “erede” che non ha le spinte del padre e del nonno ma è più confuso, come spesso capita ai giovani che non hanno dovuto combattere per affermare il loro stato, e fatica a discernere tra il bene e il male. Pensiamo a tante storie di nostri immigrati, di self-made men, di grandi famiglie i cui eredi spesso non sono all’altezza dei loro nonni.
E’ la storia di un’epoca che da “belle” è diventata terribile, che ha visto orrori inimmaginabili, che ha avuto bisogno di nuove parole per descrivere ciò che stava succedendo: genocidio, razzismo, nazionalsocialismo, fascismo, campi di sterminio, guerra mondiale.
E’ un romanzo di formazione, e che formazione, di tre giovani, che lottano per la loro crescita, che vogliono disperatamente affermare la loro personalità, la loro autonomia, la loro individualità. Tre padri, tre figli, uno diverso dall’altro.
L’altra mia figlia, psicologa, mi ha detto che vi sono descritte molto bene le “sociopatie” tipiche delle diverse società ed epoche in cui vivono i protagonisti.
E’ la storia, o meglio, l’annuncio, di un’emancipazione femminile, con i suoi risvolti faticosi e dolorosi. A che cosa dovrà rinunciare la bella e intelligente Elsa per affermare i suoi diritti, per svolgere la sua lotta politica?
E’ un affresco sociale, con tutte le sfumature dei sentimenti, degli affetti, dei rancori, delle invidie, delle furberie, delle miserie umane, presenti là dove ci sono degli uomini e delle donne, cioè dappertutto.
Sono ebrei i Karnowski, ma la loro è una storia che va oltre il tempo, il luogo e la religione.
E’ soprattutto una vicenda umana e in quanto tale universale. Non per niente piace a tutti, giovani e meno giovani, uomini e donne.
Un mio giovane collega, che dice di essermi grato per averlo introdotto a un certo tipo di letture – e non è certo analfabeta, essendo laureato a pieni voti in lettere classiche – afferma che La Famiglia Karnowski offusca tutti gli altri libri che ha letto quest’estate, e sono moltissimi.
Di Israel Singer ho voluto leggere un altro romanzo, precedente, Yoshe Kalb. Un caso Bruneri-Canella yiddish, con tutte le ambiguità che può comportare una confusione di identità. Un affresco impietoso di una società chiusa e patriarcale, con le sue regole e le sue leggi a volte crudeli. La descrizione di un microcosmo che si è sviluppato all’interno di un mondo difficile e spesso ostile, come la Zona di Residenza degli ebrei sotto l’impero russo e anche asburgico, dove i pogrom erano frequenti ed era essenziale restare uniti. Ma il prezzo da pagare poteva essere molto alto. Pensiamo al giovane protagonista di questa storia. Un ragazzo adolescente, destinato agli studi rabbinici, che deve sposare un’altra giovanissima, che non ha mai nemmeno incontrato. Vede la moglie di suo suocero il patriarca, poco più che coetanea, e se ne innamora perdutamente, è il suo primo amore. Disperazione, sensi di colpa terribili, vicende drammatiche, nella corte di questo potente capofamiglia. In seguito a una tragedia il giovane sparisce, poi riappare, forse è lui, forse non è lui. C’è un grande processo, inevitabile pensare a Kafka, ma, soprattutto, c’è grandissima sofferenza.
L’associazione a Kafka non deve stupire. Anche il grande scrittore praghese, infatti, aveva studiato a fondo il mondo yiddish e tanti riferimenti ritornano nelle sue storie. Qui non sono velati, è un mondo descritto nei minimi particolari, in tutti i suoi aspetti, le regole ferree, le consuetudini, le superstizioni, le feste e le tragedie, le luci e le ombre. Si stentano a ritrovare i pensieri gioiosi raccolti da Martin Buber ne I Racconti dei Chassidim, ma c’è sempre la voglia di giustizia, l’amore per la legge, la ricerca del bene anche nel male, la voglia di capire. Mi hanno particolarmente colpito queste parole sul “peccato”:
“… Cieco è colui che, se ha incespicato ed è caduto, crede che non vi sia più speranza, poiché Dio è misericordioso, e ha dato all’uomo la forza di riparare il male che ha commesso. E, benché i suoi peccati siano rossi come un filo scarlatto, con il pentimento possono diventare bianchi come la neve.” Diceva una voce…
…Un’altra voce rideva beffarda: “Sciocco è colui che pensa che con i digiuni e le privazioni potrà avvicinarsi all’unità. Sciocchi! Non sanno che il pensiero dell’uomo è mille volte più forte del peccato stesso; e la meditazione sul peccato che non viene commesso è più malvagia del peccato stesso; poiché il peccato in sé è cosa fuggevole, mentre il pensiero è eterno. Poiché quando l’uomo ha ceduto alla cattiva inclinazione, e si è saziato, allora il peccato non è più in lui, perché se ne è liberato…”
Parole affascinanti, che continuo a ricordare, anche dopo mesi che ho finito di leggere Yoshe Kalb.
Ho trovato in casa un libro di Kirkegaard, La difficoltà di essere cristiani. I libri di Israel Singer potrebbero chiamarsi La difficoltà di essere ebrei.

Un’eredità di avorio e ambra, di Edmund de Waal

Animista è una parola che mi piace. Mi fa ritornare bambina, quando collezionavo tesori, una medaglietta, una spilla rotta, un pezzetto di pelliccia, oggetti scovati nel cestino della carta straccia che a me sembravano preziosissimi.
Questo libro è la storia di tanti piccoli oggetti, che preziosi lo sono davvero, che sono stati lasciati in eredità all’autore di questo libro. “Ti lascio questo perché ti voglio bene. Perché qualcun altro l’ha lasciato a me. Perché te ne prenderai cura, perché ti complicherà la vita. Le eredità non sono mai banali”, si legge sulla copertina.
Non è un caso che questa speciale collezione di netsuke giapponesi sia stata lasciata da un prozio a questo nipote, artista, ceramista, inglese. Lo scopriremo leggendo questo libro: Un’eredità di avorio e ambra, di Edmund de Waal. Ci affezioneremo a questi oggetti minuscoli, perfetti, ognuno la raffigurazione di un momento nella vita di un animale, di un uomo, di un monaco, di un bambino, di un lottatore di Sumo. Oggetti da portare con sé, in tasca, da toccare, da contemplare. Come hanno fatto ad arrivare fino a Edmund? Da dove sono partiti?
Edmund de Waal è curioso, ripercorre insieme a noi la storia di questi oggetti, una storia di globalizzazione, diremmo adesso, indissolubilmente legata alla storia della famiglia della nonna paterna, gli Ephrussi. Una famiglia molto speciale, un po’ come i Rothschild, con cui peraltro era imparentata, ma meno fortunata. Una famiglia originaria di uno sperduto paese dell’Ucraina e di conseguenza all’impero russo, poi trasferitasi ad Odessa agli inizi dell’ottocento, da dove si spostò ancora verso il centro Europa, Parigi, Vienna.
Sono ricchi gli Ephrussi: posseggono una banca a Vienna e una a Parigi, vivono in splendidi palazzi. Chi non ha la vocazione degli affari l’ha per l’arte o per la storia. Charles Ephrussi a Parigi è amico e mecenate dei maggiori pittori impressionisti, Degas, Manet, Renoir… Vive un’intensa vita mondana, è amico di Proust, lo si può ritrovare in molti ricordi della Recherche.
Sono ebrei gli Ephrussi. “Gli ebrei sono tutt’altro che irreprensibili” si legge nel libro. Duelli, amanti. Ricchi, forse troppo, considerati dei parvenus. “Proteggere il proprio nome e l’onore della famiglia diventa sempre più difficile per gli ebrei di Parigi”. Charles è critico ed esperto d’arte, ma soprattutto è un gran collezionista. Commissiona quadri, acquista oggetti. E’ il tempo in cui impazza il japonisme, la moda per gli oggetti giapponesi. Charles compra una ricca collezione di netsuke, e li ripone in una vetrina.
Quando il cugino Viktor, di Vienna, si sposa, gli regala la collezione di netsuke, con la loro vetrina. La città giusta al momento giusto? Dalla Parigi della Belle Époque, degli impressionisti e di Proust, alla Vienna di Francesco Giuseppe, Schönbrunn, Sissi, ma anche di Freud, Kraus, e Musil. La nonna di Edmund de Waal – l’autore del libro – si chiama Elisabeth in onore di Sissi, è molto intelligente e sarà una delle prime donne a laurearsi in diritto. Il padre di Elisabeth è Viktor, il banchiere che ama soprattutto i suoi libri e la sua biblioteca. La mamma, Emmy, una bellissima donna che passa da una festa all’altra, da un amante all’altro. Abitano nel Palais Ephrussi sul Ring, la passeggiata imperiale di Vienna, un palazzo lussuoso, anzi sfarzoso, che oggi ospita anche un casinò. Emmy vede i suoi figli, Elisabeth, Gisela e Iggie, solo una volta al giorno, mentre si cambia per la serata, nel suo spogliatoio, dove ha trovato posto la vetrinetta con i netsuke. Ai bambini è permesso aprirla, prendere in mano questi piccoli meravigliosi oggetti e giocarci. Ma i giochi finiscono. Vienna è travolta dalla guerra, insieme all’impero. Tutto cambia, tutto finisce. Iggie “scappa”, prima a Parigi, poi a New York, impara a vivere con pochi mezzi. Arrivano a Vienna molti poveri profughi, ebrei dalla Galizia, gli ebrei in genere sono sempre più malvisti, ci vuole il capro espiatorio nei momenti di crisi. 1938, l’Anschluss, l’annessione dell’Austria. Un mondo che crolla, uno, terribile, che nasce. Molti ebrei avevano già lasciato l’Austria, non gli Ephrussi. Ora è tutto più difficile. Molti sono i suicidi. Smarrimento, incredulità. La banca è “arianizzata”, il palazzo sequestrato. Emmy muore, suicidio? Elisabeth riesce a portare a Londra il vecchio padre Viktor.
Non andrà meglio per il ramo francese della famiglia. Alcuni parenti moriranno ad Auschwitz. “Le calunnie, l’astio, le invettive rivolte alle famiglie ebraiche, alla fine erano esplose in tutto il loro orrore anche a Parigi”.
E i netsuke? Per uno di quei casi straordinari della storia, questi minuscoli oggetti sono tra i pochissimi a salvarsi dalle requisizioni naziste grazie all’astuzia di una fedele domestica, che era riuscita a nasconderli in un materasso. Di tutto un palazzo, di tutti gli oggetti, i quadri, i libri preziosi, si salvarono solo loro e trovarono posto in una modesta valigetta. Solo in seguito gli eredi Ephrussi ebbero un misero risarcimento per tutto il danno subito.
Dopo la guerra Iggie accettò un lavoro in Giappone, così riportò a casa i Netsuke. E’ lì che Edmund li vede per la prima volta, in occasione di un soggiorno di studio a Tokio. E’ lì che comincia a capirli e ad amarli. Giusto che alla morte dello zio Iggie sia lui a riceverli in eredità e scoprirne la storia.
Il suo è stato un viaggio a ritroso nel tempo e nella storia della famiglia molto lungo e doloroso.
Leggere questo libro è stata per me un’esperienza sinestetica: oltre a godere della narrazione e della scrittura intima, elegante, ho cominciato ad amare questi oggetti, a provarne curiosità, voglia di conoscerli, mi si è aperta una piccola finestra su questo mondo a me sconosciuto, il Giappone dei giapponesi. Ho avuto voglia di tenerli fra le mani, toccarli, accarezzarli, giocarci,
averne uno a farmi compagnia, come la tigre con gli occhi fiammeggianti intarsiati di corno giallo. Racconta l’autore di averla dimenticata un giorno sopra degli appunti su un tavolo della British Library, ma di averla ritrovata al suo ritorno, intatta. Era “minaccia allo stato puro. Nessuno ha osato toccarla”.
Edmund de Waal, critico, storico dell’arte e professore di ceramica alla University of Westmister, è uno dei più famosi artisti della ceramica inglesi. Vive e lavora a Londra. Un’eredità di avorio e ambra è il suo primo libro: subito accolto con entusiasmo dalla critica e dal pubblico, ha collezionato recensioni autorevoli e suscitato i commenti appassionati dei lettori, salendo inesorabilmente nelle classifiche di vendita. Ha ricevuto due tra i più ambiti premi letterari, il Costa Biography e il New Writer of the Year al Galaxy Book Award.