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Viaggio in Israele – Sesto Giorno

Mercoledì 17 giugno– Zippori – Bet She’arim – Cesarea – Tel Aviv

Ormai ci lasciamo sorprendere. Nessuno chiede più a Ornat quale sarà la nostra prossima meta. Anch’io, in un viaggio così bene organizzato come questo, mi abbandono completamente e non consulto più la guida. Lo farò al ritorno, e forse penserò, che peccato, avremmo potuto vedere questo e quest’altro, comprare un souvenir in più o assaggiare questa specialità. Pazienza, sarà per la prossima volta.
L’esperienza nel kibbutz è stata particolare. Per me, che appartengo ad una generazione pre-68, la parola aveva un valore speciale. Io non ero riuscita ad andarci da giovane, nonostante lo sognassi, così quando nostra figlia ha avuto l’opportunità di passare un breve periodo in un kibbutz, l’ho incoraggiata e convinta ad andarci. Penso sia stata una bella esperienza, l’ho invidiata un po’, ma si sa, quando i figli fanno una cosa è un po’ come se la facessimo anche noi.
La mia amica R. ha ricordi bellissimi del suo kibbutz, dove si era anche sposata e aveva avuto i suoi figli, anche lei era andata inseguendo un sogno e ancora adesso ricorda quegli anni con nostalgia. Il mio era un kibbutz laico, racconta, anzi comunista, festeggiavamo il primo maggio ed eravamo tutti compagni.
Ornat tuttavia ci parla di un altro tipo di insediamento agricolo: il Moshav (pl. Moshavim). Io naturalmente non ne avevo mai sentito parlare. Quante cose si possono imparare quando si è un po’ ignoranti.
I moshavim, cooperative molto simili a quelle occidentali, sono costituiti da singole fattorie istituite dai sionisti socialisti durante la seconda aliyah (Ritorno nella terra di Israele 1904-1914, in seguito ai pogrom del 1903-1906).
La differenza sostanziale con i Kibbutz è che, nel moshav, le fattorie sono di proprietà individuale, con un’estensione uguale per tutti. Mentre nel Kibbutz, i membri non sono pagati in denaro, ma ricevono tutto ciò di cui hanno bisogno dalla comunità, nel moshav utilizzano il profitto per il proprio sostentamento e si occupano della commercializzazione dei prodotti insieme alle altre aziende individuali del villaggio di appartenenza. Con il passare del tempo, si andò creando un sistema dove gli agricoltori che si impegnavano di più potevano diventare più benestanti, rispetto a chi produceva meno. Insomma un sistema più meritocratico, a differenza dei kibbutzim collettivi, dove tutti i membri dovevano avere lo stesso tenore di vita.
Nei moshavim, come nei kibbutzim, esiste un consiglio elettivo che governa il villaggio.
I moshavim possono essere di due tipi:
• Moshav Ovdim: un insediamento cooperativo di lavoratori;
• Moshav Shitufi: un insediamento di piccoli proprietari dove i lavori agricoli sono eseguiti collettivamente e i profitti vengono divisi in parti uguali. (un miscuglio tra le caratteristiche dei kibbutz e quelle dei moshav).
Oggi esistono ancora moltissimi moshav sparsi su tutto il territorio israeliano, tra cui quello di Nahalal, che abbiamo visto anche noi nel nord , nella valle di Jezreel. E’ importante perché fu il primo moshav ovidim e fu fondato nel 1921.
Ho scoperto anche che questo tipo di insediamento era più gradito ai coloni Mizrahi, ebrei di provenienza mediorientale, forse più individualisti, che accettavano meno lo stile di vita comunitario dei kibbutzim, più consono agli askenaziti.
Tutto questo ci racconta Ornat prima di arrivare alla nostra prossima meta,
Mi ha colpito anche sentire che gli abitanti dei kibbutzim sono chiamati kibbutznik e quelli dei moshavim, moshavnik, con un suffisso di derivazione russa. Pensiamo a sputnik o mobilnik, che vuol dire telefonino, o refusenik, in Israele soldato obiettore, che si rifiuta di svolgere certe mansioni. Devo dire che mi è pesato molto non capire la lingua, avrei voluto saper almeno decifrare l’alfabeto, ma non ho avuto il tempo di prepararmi prima del viaggio.
Eccoci ora a Seffori o Zippori, splendido sito a soli a 6 km da Nazareth. E’ un paradiso per gli storici e gli archeologi: vi sono segni di presenze assire, babilonesi, ellenistiche, romane, giudee, bizantine, arabe, crociate e ottomane.
Tra le strutture di rilievo, un teatro romano, due chiese paleocristiane, una sinagoga del 6° secolo, case e bagni rituali ebraici, una fortezza crociata restaurata nel XVIII secolo e quaranta mosaici. Noi naturalmente non abbiamo potuto vedere tutto, ma solo i siti più rilevanti. E’ uno di quei posti che mi riprometto di visitare meglio nel mio prossimo viaggio, o nella mia prossima vita. Purtroppo in quel momento ero stanca, il caldo cominciava a farsi sentire, le emozioni troppe, lo spazio libero per nuove informazioni nel mio cervello sempre più limitato. Ma, ripensandoci in seguito e riguardando le fotografie, mi rendo conto che è un sito davvero unico. Le parole sincretismo e sinergia, per non dire sinestesia, acquistano valore. Dove, infatti, si può vedere un mosaico che rappresenta da una parte una menorah e dall’altra uno zodiaco, come sul pavimento di questa antica sinagoga? E poi nella villa romana altre figure insolite: un centauro donna e amazzoni che non si sono sottoposte alla mastectomia, e splendide scene di caccia. E ancora un altro mosaico con il fiume Nilo. Il più famoso è tuttavia il bellissimo ritratto musivo, ormai chiamato la Monalisa della Galilea, che è diventato il “logo” di Zippori. Tutte queste opere rivelano la presenza di una comunità illuminata, colta, aperta agli scambi di idee e persone, benestante e con il gusto del bello. Un grande esempio anche per noi.
Il sole è cocente e siamo grati al nostro caro autista per la frescura del pullman.
E adesso dove?
Un cartello ci dice Beit She’arim National Park. Fa piacere trovarsi in un parco, il verde riposa gli occhi e l’ombra rinfresca. Splendidi alberi. Una compagna mi fotografa accanto a un mirto fiorito. Non avevo mai visto un mirto fiorito.
Bando agli indugi, dobbiamo raggiungere Ornat, che ci aspetta di fronte a una grande porta scavata nella roccia. Siamo davanti ad una necropoli ebraica, anzi la necropoli ebraica. Il famoso storico ebreo Giuseppe Flavio ci racconta che, dopo la distruzione del secondo tempio, nel 70 d.C., il Sinedrio fu trasferito a Beit She’arim. Qui viveva anche Il famoso Rabbino Judah HaNasi, che qui decise di farsi seppellire avendo ricevuto il terreno in dono dal suo amico, l’imperatore Marco Aurelio. Gli ebrei a quel tempo non potevano più essere sepolti a Gerusalemme sul Monte degli Ulivi. Ricordate l’immenso cimitero ebraico che abbiamo visto il primo giorno del nostro viaggio?
Entriamo nell’ampia catacomba, dove vediamo molti sarcofagi, e persino una menorah scolpita nella roccia. Non mancano iscrizioni nelle varie lingue del tempo e decorazioni con simboli ebraici, ma anche con immagini di divinità e miti ellenistici.
Tutto il mondo è paese, anche qui purtroppo i primi visitatori della necropoli sono stati i tombaroli. Probabilmente c’è ancora moltissimo da scavare e da scoprire. Diamo tempo al tempo. Ritorniamo alla luce del sole per salutare un’altra bella coppia di sposi, venuti qui probabilmente per le foto ricordo. Esprimono il desiderio di farsi ritrarre con noi. Clic, clic, clic.
Peccato non aver tempo per un simpatico trekking in questo parco.
Invece, poiché cominciamo ad avvertire un certo languore, sostiamo in un posto davvero insolito. Sembra vi sia un caseificio, dove assaggiare i formaggi locali.
I proprietari evidentemente appartengono a quella categoria di persone che non butta via
niente e accumula, accumula. C’è un piccolo locale, il negozio, dove peschiamo olive da vari contenitori su un banco, l’igiene evidentemente non è una priorità, e dove non c’è un centimetro quadrato libero, né sulle pareti, né sul soffitto, né altrove. Oggetti vecchi o antichi, grigie fotografie in bianco e nero, vecchi avvisi e manifesti, una vetusta calcolatrice, collane d’aglio, bilance, macchine da cucire Singer, macinini, vasi, vasetti e bottiglie, pieni e vuote. Fuori, ma sembra non ci sia soluzione di continuità fra interno ed esterno, ci sono alcuni tavoli, paccottiglia varia, e tanti, tanti gatti e gattini sui cuscini delle panche e delle sedie. Riusciamo a farci spazio tra i felini e ci sediamo. I formaggi sono effettivamente buoni, ma l’inserviente non è particolarmente cordiale, forse ha litigato con la moglie. Sarah riesce a farci dare un po’ di pane da mangiare col formaggio accompagnato da fresca birra locale. Siamo all’ombra, seduti, c’è anche una toilette accettabile e siamo contenti.
Col senno di poi dico che avrei dovuto fotografare tutte le immagini e i documenti storici appesi alle pareti. Sono foto di vecchi pionieri, interessantissime testimonianze della vita dei primi insediamenti ancora nel periodo ottomano, quando il barone Rotschild acquistò questi terreni dai ricchi proprietari arabi. La didascalia di un’altra fotografia racconta di un amico arabo che protesse e aiutò gli abitanti della moshava (colonia agricola) persino ad acquistare nuovi terreni per l’insediamento da un ricco possidente arabo. Scopro ora che si tratta della moshava Bat’ Schlomo ed è anche piuttosto famosa! Le foto su internet mostrano un luogo molto più luccicante, adesso avrebbe bisogno di un bel repulisti, o perlomeno di una spolverata. Va bene lo stesso!
La giornata è lungi dall’essere compiuta. Prossima fermata Cesarea Marittima. Da non confondersi con le altre numerose Cesaree sparse nell’impero romano. Non so se ce n’è una anche in America. Un po’ come le varie Alessandrie. Ci arriviamo dopo aver percorso una strada che costeggia il mare incorniciata da alberi fioriti. Un tripudio per gli amanti dei fiori. Ci stiamo avvicinando a Tel Aviv. Sembra, anzi è certo, che la piana di Tel Aviv una volta fosse una palude malsana. Adesso è un giardino, grazie al durissimo lavoro dei pionieri. Cesarea è ricca di lussuose ville, noi ne ammiriamo le rovine romane, ma soprattutto siamo felici di sederci vicino al mare e bere qualcosa di fresco. Il sole è ancora alto, ma la giornata è stata molto intensa e siamo stanchi.
Riprendiamo il bus per raggiungere Tel Aviv, la famosa Città Bianca. Ornat ci mostra le case Bauhaus, che nella mia ignoranza trovo simili a quelle che noi chiamiamo di stile “fascista”, per comodità, senza dare una connotazione negativa alla parola. Molte sono in fase di ristrutturazione. Colpisce il contrasto fra i modernissimi grattacieli e questi edifici chiari, di due, tre, quattro piani al massimo. Ammiro soprattutto i larghi viali con due ordini di piante al centro, le bellissime poinciane, con la loro chioma verde sovrastata da una fitta corona di fiori rossi, che belli i viali fioriti!

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