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La Vita È Bella,

quando la memoria passa per l’arte..

terezin

Oggi è la giornata della memoria. Sinceramente per me è sempre la giornata della memoria. Anche per noi tutti, credo. Non c’è giorno in cui non la esercitiamo. Non c’è giorno in cui non ricordiamo qualcosa, un fatto, una persona, un avvenimento. Quante volte ripetiamo: la memoria non è più quella di una volta. E ci credo. Pensiamo ai computer, la cui capacità di contenere dati va sempre aumentata, non basta mai. Lo stesso vale per la nostra. E’ sovraccarica, ma non possiamo utilizzare chiavette, cd, I-cloud o altro. E’ chiaro che quando si comincia ad avere una certa età, questa povera memoria fa buchi da tutte le parti e si difende. Ricordiamo solo quello che conta veramente. Non per niente si dice che la memoria è selettiva.

Molti criticano questa scelta di istituzionalizzare la giornata della memoria, coi suoi riti, le sue cerimonie, i suoi discorsi. Mi avvalgo della facoltà di non esprimere giudizi in merito, parlo solo per me. Tuttavia continuo a ricordare, tanto, in ordine sparso, quando meno me l’aspetto, quando sono sollecitata da ascolti, letture, chiacchierate, viaggi. Oggi si ricorda soprattutto la Shoah. E’ un argomento che non smette e non smetterà mai di turbarmi, e la cosa peggiora col tempo.

C’è chi si preoccupa che con l’inevitabile scomparsa degli ultimi sopravvissuti alle persecuzioni naziste anche la memoria della Shoah verrà a mancare. Ebbene io non lo credo. Ribadisco quanto ho ascoltato non ricordo quando e dove, ma che ho fatto mio. L’arte ci aiuterà, e per arte intendo letteratura, cinema, pittura, scultura, fotografia e musica.

Ho visitato tre campi di concentramento, confesso che quelli che mi hanno colpito di più sono la Risiera di San Saba e Terezin. Sono stata anche a Maidanek in Polonia.

San Saba è quello che mi ha fatto più orrore, forse perche più piccolo, forse perché la giornata era cupa e livida, forse perché accompagnato da una mostra fotografica letteralmente orripilante nel suo contenuto, forse perché in terra a noi vicina, nella bella Trieste che amo tanto.

A Terezin, non lontano da Praga, sono stata una decina di anni fa. Ricordo come fosse oggi il grigiore di quel posto, eppure era una giornata estiva, calda. Ricordo di aver pensato, ma come si fa ad abitare in un posto così, con la memoria che ha? Ricordo le stanze con tre piani di cuccette in cui gli internati dormivano stretti come sardine sotto un tetto pieno di fessure. Ricordo il tunnel che percorrevano i condannati fino al luogo dell’esecuzione, in un piccolo prato con lo sfondo di un alto muro. Adesso Terezin è una “cittadina”. Strano chiamarla così. Più appropriato forse chiamarla cittadella. Era nata infatti come insediamento militare difensivo al limite dell’impero asburgico, alla fine del diciottesimo secolo.

Con pianta a forma di stella ospitava, in due zone separate, la guarnigione militare nella cosiddetta Grande Fortezza e un carcere nella Piccola Fortezza. Un po’ come lo Spielberg; ricordate Le Mie Prigioni di Silvio Pellico? Durante la prima guerra mondiale Terezin fu utilizzata come campo di internamento per i prigionieri russi. Vi fu rinchiuso anche Gavrilo Princip, l’assassino dell’arciduca Ferdinando a Sarajevo.

Così quando i nazisti invasero la Cecoslovacchia nel ‘39 si trovarono questa cittadella già bell’e pronta e la utilizzarono subito, senza neppur doverne cambiare la destinazione d’uso.

Perché mi ha tanto colpito Terezin o Theresienstadt, come fu chiamata dai tedeschi, che ne avrebbero voluto fare una cittadina modello per gli ebrei cechi, un nuovo ghetto? Proprio per il contrasto che porta in sé: luogo abitato oggi che non può prescindere dalla sua storia, che gli rimarrà sempre attaccata, come rimangono appiccicate ai posti le leggende, che siano di apparizioni sacre o di roghi di streghe, di pestilenze o di miracoli. E la gente non si stacca dalle sue leggende… Di Terezin rimangono gli splendidi disegni dei bambini, con tante farfalle… Rimane l’attaccamento alle cose belle della vita, le opere d’arte, la musica, il teatro, nonostante la morte incombente. Davvero incredibile.

Di Maidanek, più che gli innumerevoli dettagli macabri, risuonano ancora nelle mie orecchie i singhiozzi veri di una coppia di visitatori. Chissà quanto avrebbero avuto da raccontare.

Del ghetto di Varsavia, di cui rimangono solo alcuni pezzi di muro e alcune targhe, ricordo le lacrime di un nostro compagno di viaggio, che piangeva per la sua gente.

Ma ricordo anche che, quando andai a vedere il film Il Pianista, ad un certo punto avrei voluto uscire, tanto reali erano le scene, così come ricordo la struggente scena finale dell’ufficiale tedesco catturato dai russi..

Dello Yad Vashem a Gerusalemme ricordo soprattutto, del padiglione dedicato ai bambini, la cupola blu con le innumerevoli stelline e il monumento al Dottor Korczak, anche perché ero stata in precedenza commossa dalla sua storia raccontata in un film da Andre Waida.

E poi altri film, altri libri. Ricordo che un mio allievo, non particolarmente studioso, ci portò i dvd di Schindler’s list da guardare insieme a scuola, e l’aveva visto parecchie volte.

Ecco allora che anche film come La Vita è Bella o Train de Vie non vanno criticati, perché celebrano la vita e cercano di raccontare l’indicibile anche ai bambini. E io, che ebrea non sono, mi sono avvicinata alla cultura ebraica non tanto per gli orrori della Shoah, ma per i suoi libri, a cominciare da quel Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg, che raccontava di una famiglia, una famiglia che avrebbe potuto essere la mia, con le sue vicende di tutti i giorni, i pettegolezzi, gli avvenimenti della Grande Storia sullo sfondo. A quello di libri ne sono seguiti tanti, tantissimi, ma in tutti si rivendica il diritto di essere simpatici e antipatici, buoni e cattivi, avari e generosi, ricchi e poveri, insomma di essere uomini e donne come tutti, con qualità e difetti. E ogni uomo, ogni donna è comunque sempre una storia, da ricordare e raccontare ai figli, ai nipoti…

Per approfondire la storia di Terezin rimando al libro:

TEREZÍN

LA FORTEZZA DELLA RESISTENZA NON ARMATA

di Maria Teresa Milano, Effatà Editrice, 2017.

Anna Carbich, Lugano, 27 gennaio 2017

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Viaggio in Polonia. Impressioni e Pensieri

2. CRACOVIA – LUBLINO – VARSAVIA

Lasciata la bella Cracovia continuiamo il nostro cammino. Campagna, boschi, casette. Una prima sosta a Tarnow, tranquilla cittadina con una bella piazza. “Prima della guerra era un attivo centro industriale, ma durante la seconda guerra mondiale Tarnów fu oggetto, da parte dei nazisti, di uno sterminio dei suoi cittadini di religione ebraica, all’epoca circa 25.000 persone, pari a circa la metà dell’intera popolazione (Wikipedia)”. Di questa presenza rimane la bimà di una grande sinagoga bruciata, un’altra sinagoga di tipo moresco oggi diventata ristorante, e qualche nome ebraico sulle targhe delle vie.

Il nostro viaggio non può prescindere dalla storia degli ebrei in Polonia e quindi dalla storia della Polonia stessa. Ho cercato di fare una sintesi impossibile, ho accennato solo agli avvenimenti più importanti, connessi anche alla presenza ebraica. Non ho parlato della tripartizione della Polonia fra Russia, Prussia e Impero Asburgico, dalla fine del ‘700 alla prima guerra mondiale, proprio negli anni in cui nascevano i nazionalismi. Non ho parlato delle due guerre mondiali. Non ho parlato della nascita del sionismo e dell’avanzare dell’antisemitismo. Tema delicato e scottante. Ho sentito una professoressa di Lod rispondere così a un giornalista che la intervistava a proposito della questione ebraica: “A differenza di altri paesi noi abbiamo cominciato ad elaborare il nostro passato solo da una ventina d’anni. Siamo diventati una nazione libera solo dopo la prima guerra mondiale, poi siamo stati di nuovo invasi un po’ dai tedeschi e un po’ dai russi, abbiamo subito perdite e distruzioni tremende, siamo stati “occupati” dai comunisti per quarant’anni. È solo da poco che possiamo godere della libertà.” Parole dure.

Come mai in Polonia c’erano tanti ebrei? Altra domanda che richiederebbe una risposta lunga e articolata. Accontentiamoci di dire che mano a mano che gli ebrei subivano persecuzioni nel resto d’Europa, durante le crociate, durante la Peste Nera quando erano accusati di diffondere il morbo, e poi ancora dopo la cacciata dalla Spagna, essi si spostavano verso est, dove la chiesa era meno potente, dove la peste non era arrivata e dove venivano accolti e tutelati. In Polonia essi godettero di relativa tranquillità e tutela per più di due secoli, a partire dalla metà ‘300, cioè dal regno di quel Casimiro il Grande di cui abbiamo già parlato, fino alla fine del ‘500, quando il regno di Polonia, unito in confederazione con la Lituania, cominciò ad indebolirsi e decadere.

Ma perché venivano perseguitati gli ebrei? Per motivi religiosi, economici, forse linguistici, perché erano oggetto di invidia, ma soprattutto perché erano considerati “diversi”. Ma nessuno di questi motivi può giustificare le persecuzioni di cui sono stati oggetto, culminate con la Shoah.

Più passa il tempo, più leggo, ascolto e rifletto, più queste persecuzioni e la tragedia immane della Shoah mi sembrano incredibili, incomprensibili, inspiegabili, nonostante tutti gli sforzi per capire, spiegare, razionalizzare..

Non è umanamente concepibile e accettabile essere puniti per dove si è nati, per come si è nati, per una condizione che nessuno di noi può scegliere. Ricordo sempre quella bella canzone di Joan Baez: There But For Fortune, Solo per caso. Solo per caso quei milioni erano nati ebrei.. ma non per caso sono stati sterminati.

Ormai possiamo solo ricordare, e vigilare affinché non si ripeta più…

Dobbiamo ricordare un altro momento traumatico, un’altra cesura nella storia polacca: il cosiddetto massacro di Chmielnicki del 1648 compiuto dai cosacchi ucraini scontenti del trattamento cui erano sottoposti dai nobili polacchi che li utilizzavano per controllare le loro terre in Ucraina. Guidati da Bohdan Chmielnicki trucidarono spietatamente i nobili polacchi e anche gli ebrei in quanto amministratori economici dei beni della nobiltà. Per assurdo gli stessi polacchi si rifecero con gli ebrei, incolpandoli di essere loro ad aizzare cosacchi e russi ad invadere la Polonia. A seguito di ciò quasi 1/4 degli ebrei morì tra atrocità e torture, e altrettanti furono venduti come schiavi nei mercati di Istanbul.

Questo periodo – noto come Il Diluvio – coincise anche con l’invasione della Polonia da parte degli svedesi e il definitivo indebolimento della corona polacca. Una curiosità, sarebbe interessante leggere o rileggere il romanzo IL Diluvio di Henryk Sienkiewicz, l’autore di Quo Vadis, che narra proprio una vicenda che si svolge in questo periodo in Polonia.

Fu in seguito a queste tragedie che anche la comunità ebraica si indebolì. Solo nel ‘700 cominciarono a nascere nuove correnti, fra le quali la più nota è senz’altro quella hassidica, che rianimarono la vita negli shtetl e riportarono la gioia di vivere, introducendo anche canti e danze nei riti religiosi.

Questo breve cenno storico era dovuto, se vogliamo capire il nesso fra il bel palazzo nobiliare che abbiamo visto a Lancut, una vera e propria reggia, appartenuto ai conti Potocki, e la coloratissima sinagoga non molto distante. I Conti Potocki erano una potente famiglia polacca celebre per i numerosi statisti, leader militari, e intellettuali. Era anche proprietaria della distilleria di vodka più antica del paese. Un suo famoso esponente è Jean Potocki, autore del famoso Manoscritto Trovato a Saragozza, libro che è diventato esso stesso un topos letterario, citato in innumerevoli altre opere, anche in un episodio di Montalbano.

Nel 1944, quando il conte Alfred Potocki, probabilmente collaborazionista, si accorse che i tedeschi avevano appiccato fuoco alla sinagoga del villaggio, la “sua” sinagoga, andò su tutte le furie e riuscì a fermare la distruzione e salvarne il corpo centrale. E’ quella coloratissima sinagoga in cui abbiamo visto un gruppo di giovani hassidim provenienti da Israele pregare, cantare e infine mettersi a ballare coinvolgendo anche i membri del nostro gruppo. A quanto pare erano così le sinagoghe polacche, decorate con rappresentazioni di animali e simboli biblici. E non penso di essere irriverente se associo le immagini di una vecchia giostra decorata alla bimà della sinagoga riprodotta all’interno dello stupendo Museo Polin di Varsavia. Ripenso ai racconti di Sholem Aleichem (Il violinista sul tetto), ai Racconti dei Hassidim, raccolti da Martin Buber, ai libri di Isaac B. Singer, al film Train de Vie. E penso soprattutto alla danza gioiosa di quel gruppo di giovani Hassidim incontrati nella Sinagoga di Lancut.
A proposito di I. B. Singer, abbiamo visto un tentativo di ricostruire uno shtetl, con tanto di sinagoga, proprio a Bilgoraj, il villaggio dove visse lo scrittore. Eravamo perplessi, ci dava un’idea di “posticcio”, come il villaggio Medievale a Torino o Grazzano Visconti vicino a Piacenza. Le casette erano belle e moderne, con tutte le comodità, destinate ad essere abitate. La sinagoga in legno era ancora in costruzione, secondo un metodo e uno stile “filologicamente corretto”.
Forse abbiamo apprezzato di più quella vista al Museo Polin, ricostruita con il solo scopo di mostrare al pubblico la tipologia di quegli edifici di culto. Comunque un risultato apprezzatissimo.
Continuiamo nel nostro pellegrinaggio nei luoghi di vita e di morte di quella Polonia che non c’è più .
Paradossalmente molto vivo, con le testimonianze delle preghiere dei fedeli e la calda accoglienza del custode, il ricordo dello Tzadik Eleazar Shapiro nel suo Ohel (tenda), cioè il suo luogo di sepoltura, nella campagna presso Lancut.

Poi il campo di Majdanek. Uno dei sei campi di sterminio costruiti dai nazisti in Polonia. Gli altri sono Chelmo, Belzec, Sobibor, Treblinka, Auschwitz-Birkenau.

Più delle parole della guida ci hanno scosso i singhiozzi, veri, di una coppia di anziani visitatori e la commozione dei membri del nostro gruppo.. Una di noi ha posto una piccola pietra sul grande tumulo sottostante la cupola del memoriale. Che cos’altro mi ha colpito? La razionalità della follia omicida… Tutto troppo macabro..
Consola solo vedere alcuni fiori di campo accanto a delle baracche e delle balle di fieno raccolto là dove allora di prato proprio non ce n’era. La vita che preme? La natura che vuole una rivincita?
Ripartiamo in silenzio per Lublino.

A Lublino siamo ospitati nell’albergo Ilan, già sede della Jesziwat Chachmei (Yeshiva), costruita nel 1930 in una Polonia ancora libera e fiduciosa, solo recentemente ritornata alla comunità ebraica, e che oltre all’hotel ospita la sinagoga e un bel museo fotografico.

Bella città Lublino, anche se molto più povera di Cracovia e Varsavia. Crocevia intellettuale e culturale di rinomanza internazionale, dove convivevano pacificamente ebrei, protestanti e cattolici. Punto d’incontro e scambio fra oriente e occidente, non fu toccata dalle sanguinose guerre di religione che devastarono il resto d’Europa. All’interno del suo bel castello abbiamo ammirato la Chiesa della Santissima Trinità, completamente affrescata in stile bizantineggiante da un artista ortodosso per il committente cattolico. Con l’occupazione nazista la piccola Gerusalemme dell’est Europa divenne un centro di raccolta per lo sterminio di massa, mentre il quartiere ebraico veniva raso al suolo. Nessuna traccia quindi del Mago di Lublino (I. B. Singer). Rimane solo un lampione, che non viene mai spento, una Lampada della Memoria. Almeno quello.

Il viaggio volge a termine. Raggiungiamo Varsavia in tempo per sostare in raccoglimento davanti ad un frammento del muro del ghetto. Anche qui commozione e religioso silenzio. Anche qui la posa di un sassolino. Passiamo davanti alla casa del Dottor Janusz Korczak, immortalato nel film omonimo di Wajda. Figura meravigliosa di umanista, pediatra, educatore. Anche a Gerusalemme l’abbiamo ricordato davanti al monumento a lui dedicato nello Yad Vashem (Museo della Shoah) .

Varsavia è oggi una cittadona moderna, come tante. Grattacieli, negozi Benetton, Prada, Luis Vuitton, Armani, come in tutte le altre cittadone Non somiglia alla Varsavia del Pianista di Polanski. . E’ una ricostruzione fedele dalla città rasa al suolo dai tedeschi, ma resti del ghetto bisogna andarli a cercare in mezzo a case popolari del periodo comunista. Il ghetto si trovava in una zona, Muranow, (di Murano) dal nome di un palazzo così chamato che apparteneva a un architetto veneziano, Josef Belotti. Le case popolari furono costruite dopo la guerra intenzionalmente sulle ceneri Ghetto utilizzandone le Macerie e i mattoni recuperabili. Molto inquietante. Anche la storia del Ghetto di Varsavia, pur tanto raccontata è una storia inenarrabile. E qui vorrei ricordare Ian Karski, il cui momumento avevamo incontrato a Cracovia, autore de La mia testimonianza davanti al mondo, uno dei libri che mi ha colpito e commosso di più in assoluto. Egli racconta la sua resistenza ai tedeschi durante la guerra, la sua cattura e le sue torture da parte dei tedeschi, la sua liberazione e la sua visita prima al ghetto poi addirittura in un campo, travestito da guardia ucraina. E’ un racconto scarno, senza fronzoli. Egli poi riuscì ad attraversare l’Europa in guerra e raggiungere Londra come membro del governo clandestino polacco. Raccontò quello che aveva visto agli alleati. Non fu ascoltato. Racconta Ian Karski di come, dopo essere riuscito ad uscire dal campo avesse vomitato sangue per tre giorni. Quello che forse lo colpì di più furono i trasporti dal ghetto ai campi, le scene di disperazione, gli urli.. e poi la scoperta che i vagoni per il trasporto erano ricoperti di calce viva..                         A questo pensavo mentre stavo davanti al pezzo rimasto in piedi del muro del ghetto. Pensavo anche che comunque, per quanto ci sforziamo, tutto quanto successo proprio lì, settantatré anni fa, oltre che inenarrabile è anche inimmaginabile, nel vero senso della parola.

Per fortuna abbiamo chiuso il nostro viaggio con la visita allo splendido Museo Polin, con la sua architettura essenziale pensata da un architetto finlandese, Rainer Mahlamäki.       In esso si raccontano i mille anni della storia ebraica in Polonia, non solo le tragedie. Storia che non prescinde dalla storia della Polonia, dalla storia dell’Europa, dalla nostra storia. Non basta una mattina per visitare quel museo. Ogni sezione è un racconto, ogni racconto merita tempo e riflessione.

Dovrò tornarci a Varsavia, anche solo per rivedere il Museo Polin.

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Museo Polin, Varsavia. La sinagoga ricostruita all’interno.

Anna Carbich

Lugano, luglio 2016

Viaggio in Israele – Quarto Giorno

Lunedì, 15 giugno

Nostro ultimo giorno a Gerusalemme. Mattina dedicata alla visita dell’Israel Museum, imponente complesso museale non lontano dalla nuova sede della Knesset e della Corte Suprema. Qui si trovano fra gli altri il Tempio del Libro, in cui sono conservati gli originali dei rotoli di Qumran, e il famoso Yad Vashem, con il Giardino dei Giusti.

Visitare musei a Gerusalemme è come visitare un teatro in un teatro. La città stessa infatti è un museo, anzi di più.

Le costruzioni sono recenti, immerse in un grande parco, così come grandi sono gli spazi e bellissima la luce.

Andiamo subito a vedere il Modello del Secondo Tempio, un grande plastico in pietra rappresentante la città prima della sua distruzione da parte dei Romani nel 66 d.C. Come ho detto questo plastico è grande, ma non abbastanza per camminarci dentro, peccato, avrebbe potuto un’attrazione didattica come la Swiss Miniatur. Infatti originariamente si trovava nel giardino di un albergo.

Ripassiamo con Ornat la lezione appresa in questi giorni, qui si trovava il palazzo di Erode, qui una porta, qui un teatro. E’ un esercizio che aiuta e stimola sia la memoria che la fantasia.

Proseguiamo, oh, guarda, lì c’e un Rodin, invece questa statua è di Henry Moore. E quel cuore di plastica rossa argentata con nastro dorato che sembra uno di quegli orribili palloncini che vendono alle fiere? Appunto è il Cuore Sacro di Jeff Koons, artista statunitense specializzato in opere che rappresentano oggetti Kitsch. Viene voglia di bucarlo con uno spillo, peccato che sia di acciaio. Le apparenze ingannano.

Molto più seria e celebrativa è l’architettura del Tempio del Libro, dove sono custoditi i rotoli di Qumran. C’è una cupola bianca, su cui continua a scorrere acqua, che richiama la forma dei coperchi delle giare di coccio in cui furono trovati i rotoli. Accanto si vede un grande muro di pietra nero, che sovrasta la parete bianca da cui si accede all’interno per ammirare alcuni dei rotoli originali. E’ un chiaro riferimento a quanto scritto su uno dei rotoli trovati: La Guerra dei Figli della Luce contro i Figli delle Tenebre.

Altra cosa è stata la visita di Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto. Anch’esso è in mezzo a un giardino, il famoso Giardino dei Giusti di cui avevo sentito tanto parlare. Non c’è molto da commentare, ma più si pensa a quello che è successo, più si stenta a crederlo. Si è tutti senza parole. Ci sono molti giovani, scolaresche, soldati, semplici turisti, tutti molto coinvolti. Ci sono anche note positive, come la bicicletta di Bartali, che non aveva mai voluto parlare pubblicamente dei suoi atti di eroismo durante la resistenza.

In fondo al percorso c’è una grande finestra, simbolo della fede del popolo di Israele nel futuro, una finestra di luce e speranza, nonostante tutto.

Particolarmente suggestivo il padiglione dedicato ai bambini, tante stelle nella notte buia.
E poi i Giusti, avrei voluto trovare quello del signor Perlasca, e altri nomi familiari, ma non ne ho avuto il tempo.

Dopo tanto raccoglimento si ha bisogno di uscire, tornare nella confusione della città, della vita. E quale luogo meglio del mercato Mahane Yehudah, con i suoi colori, le sue spezie, i suoi personaggi? Ne approfittiamo per fare qualche acquisto, Ester trova un grande shofar, come farà a riportarlo a casa?

Le specialità di oggi sono curde? Ottime come sempre, in un posticino un po’ angusto, ma qui lo spazio è prezioso.

Nel pomeriggio lasciamo Gerusalemme, con una gran voglia di ritornarci, per toccare altri luoghi simbolo.

Betlemme è il primo. La strada si inerpica su ripide rocce bianche. Vediamo altrettanto bianchi complessi di palazzi in costruzione. Sono i famosi insediamenti ebraici nei territori occupati, nella zona di Gerusalemme est. A me non sembrano esattamente insediamenti di pionieri, piuttosto ricordano i nostri episodi di speculazione edilizia. Che sia anche qui un fatto legato al denaro? Tutto il mondo è paese. Certo, inoltrandoci nei “territori” il problema si avverte in tutta la sua gravità. Abbiamo anche intravisto il famoso “Muro”. Non so più cosa pensare. Prima di sposarmi sapevo tutto del matrimonio. Prima di venire qui credevo di sapere tutto su Israele. Adesso, come dice Wittgenstein, “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Ci vorrebbe tanta, tanta buona volontà, e, poiché questa è la terra dei miracoli, dobbiamo solo sperare. Di certo i turisti sono protetti, pochi giorni non bastano per capire una situazione così incancrenita. Ma non è questo né il luogo né il momento per fare riflessioni politiche, anche perché non ne avrei la competenza.

Penso però a grandi uomini che ho incontrato, gli scrittori di Israele, Grossman, Oz, Yehoshua, solo per citare i più noti, ma ce ne sono tanti, anche palestinesi. Penso ai registi, agli artisti. Voglio e devo sperare. Se le idee si scontrano, le persone si incontrano, penso per esempio all’iniziativa Semi di Pace, suoi rappresentanti erano venuti anche a Lugano. Speriamo, speriamo.

A Betlemme naturalmente visitiamo la Chiesa della Natività. Confesso che non sono questi i luoghi che mi commuovono di più, anche se c’è tanta, tanta storia.

Rimane poco probabilmente della semplicità e natura primitiva, la grande chiesa è in fase di restauro, cosa che piace molto a Sarah. E’ un pensiero nuovo, che mi sorprende, ma ne capisco la portata.

Bisogna inchinarsi in una porticina piccola piccola per entrare nella grande chiesa, mi sembra giusto. Ci sono, come sempre in questi luoghi, persone in raccoglimento, passiamo davanti ad alcune splendide icone, non dimentichiamo che siamo in area di cristianesimo orientale, e arriviamo alla grotta. Sono colpita da un drappo con alcuni fori, degli occhielli. A che cosa servono, chiedo? Ma per infilare le dita e toccare la roccia della grotta, mi viene detto.

Lasciamo Betlemme, attraversiamo i territori occupati. In questo paese si entra sempre nei titoli dei giornali e nella storia antica e recente.

Vediamo il confine, un reticolato elettrificato. Dall’altra parte c’è la Giordania, con cui peraltro è stata firmata la pace. Piantagioni di palme da datteri e altro. Rientriamo in Israele, c’è un fugace controllo della polizia, come nelle nostre dogane, e ci apprestiamo a sostare nel kibbutz, per due notti.

Altra parola simbolica ed evocativa. Non avevo idea di come fosse fisicamente un kibbutz. Entriamo in quello che potrebbe sembrare un villaggio di vacanze o un centro residenziale. All’ingresso c’è una bella ragazza bionda in shorts, che ci fa segno di entrare. Siamo attesi.

Siamo accolti con grande calore e riceviamo le chiavi dei nostri bungalow. Alcuni cagnolini vengono a salutarci. Le stanze sono semplici, ma c’è un cucinino, il bagno, aria condizionata e tv. La sala da pranzo è in un altro padiglione a un centinaio di metri. Vediamo alcuni gruppi di persone fuori dai loro bungalow che si stanno facendo una grigliata. Bellissimi alberi fioriti dappertutto. Nella caffetteria ci aspetta Pennina, altro nome biblico, che ci mette subito a nostro agio.

Avremo modo di capire di più di questo Kibbutz quando lo visiteremo insieme al suo direttore – o responsabile. A quanto pare non sono più i kibbutz di una volta, istituzioni rigidamente socialiste e utopiche. Adesso sono presenti nel paese in numero inferiore, sono gestiti in modo democratico ma anche manageriale dai consigli dei propri membri, le loro attività sono molto diversificate, vanno dal bed and breakfast all’allevamento di polli, ovini e bovini, all’agricoltura, alle fabbriche high tech. Alcuni membri vi risiedono, altri vanno fuori a lavorare. Gli anziani e i giovani sono curati e assistiti. Ho ammirato i laboratori in cui signore anziane erano attive nella creazione di gioielli e altri oggetti; i piccoli veicoli elettrici messi a disposizione dei membri anziani per girare tra le strade del kibbutz; l’asilo, in particolare il cortile delle cianfrusaglie in cui i bambini giocavano pacifici con i più disparati oggetti scartati dalle abitazioni; gli animali messi a disposizione anche per la terapia dei meno fortunati. Cani e gatti si aggirano tranquilli, si vede che sono amati.
Come ho detto piante e fiori splendidi, che crescono rigogliosi grazie alla cura del bravo giardiniere arabo. Non c’è lusso nel kibbutz, ma certamente non c’è nemmeno squallore.

Lungo le vie sono esposti i vecchi attrezzi, usati per dissodare il terreno e aiutare nel lavoro agricolo ai tempi della sua fondazione.

LA FAMIGLIA KARNOWSKI E YOSHE KALB

Pubblicati anche in Italia i libri di Israel Singer

Non sono una critica letteraria di professione, mi piace parlare dei libri che ho amato per condividere il piacere con gli amici. Un libro è un amico, avere in comune un libro che piace è avere un amico in comune in più, una ricchezza. Quando scopro un autore mi piace conoscerlo a fondo e leggere molte delle sue opere.
L’estate scorsa mia figlia mi ha suggerito di leggere La Famiglia Karnowski, di Israel Singer, i cui libri sono stati pubblicati in Italia solo di recente, il fratello maggiore del più noto Isaac ,
Non sprecherò aggettivi, perché questo romanzo non ne ha bisogno. E’ un capolavoro, punto e basta. La cosa interessante è che ogni lettore ci trova qualcosa di diverso.
E’ una saga famigliare, che descrive le vicende alterne di tre generazioni, dall’emancipazione del padre che si vuole sottrarre al provincialismo e all’arretratezza del povero villaggio in cui vive e si sforza di apprendere il buon tedesco e imparare i modi cittadini per inserirsi nella grande Berlino, al figlio che è inserito nella società della grande città, ama la bella vita, ma diventerà un affermato professionista solo dopo l’esperienza tragica della prima guerra mondiale anche grazie a un buon matrimonio, al giovanissimo “erede” che non ha le spinte del padre e del nonno ma è più confuso, come spesso capita ai giovani che non hanno dovuto combattere per affermare il loro stato, e fatica a discernere tra il bene e il male. Pensiamo a tante storie di nostri immigrati, di self-made men, di grandi famiglie i cui eredi spesso non sono all’altezza dei loro nonni.
E’ la storia di un’epoca che da “belle” è diventata terribile, che ha visto orrori inimmaginabili, che ha avuto bisogno di nuove parole per descrivere ciò che stava succedendo: genocidio, razzismo, nazionalsocialismo, fascismo, campi di sterminio, guerra mondiale.
E’ un romanzo di formazione, e che formazione, di tre giovani, che lottano per la loro crescita, che vogliono disperatamente affermare la loro personalità, la loro autonomia, la loro individualità. Tre padri, tre figli, uno diverso dall’altro.
L’altra mia figlia, psicologa, mi ha detto che vi sono descritte molto bene le “sociopatie” tipiche delle diverse società ed epoche in cui vivono i protagonisti.
E’ la storia, o meglio, l’annuncio, di un’emancipazione femminile, con i suoi risvolti faticosi e dolorosi. A che cosa dovrà rinunciare la bella e intelligente Elsa per affermare i suoi diritti, per svolgere la sua lotta politica?
E’ un affresco sociale, con tutte le sfumature dei sentimenti, degli affetti, dei rancori, delle invidie, delle furberie, delle miserie umane, presenti là dove ci sono degli uomini e delle donne, cioè dappertutto.
Sono ebrei i Karnowski, ma la loro è una storia che va oltre il tempo, il luogo e la religione.
E’ soprattutto una vicenda umana e in quanto tale universale. Non per niente piace a tutti, giovani e meno giovani, uomini e donne.
Un mio giovane collega, che dice di essermi grato per averlo introdotto a un certo tipo di letture – e non è certo analfabeta, essendo laureato a pieni voti in lettere classiche – afferma che La Famiglia Karnowski offusca tutti gli altri libri che ha letto quest’estate, e sono moltissimi.
Di Israel Singer ho voluto leggere un altro romanzo, precedente, Yoshe Kalb. Un caso Bruneri-Canella yiddish, con tutte le ambiguità che può comportare una confusione di identità. Un affresco impietoso di una società chiusa e patriarcale, con le sue regole e le sue leggi a volte crudeli. La descrizione di un microcosmo che si è sviluppato all’interno di un mondo difficile e spesso ostile, come la Zona di Residenza degli ebrei sotto l’impero russo e anche asburgico, dove i pogrom erano frequenti ed era essenziale restare uniti. Ma il prezzo da pagare poteva essere molto alto. Pensiamo al giovane protagonista di questa storia. Un ragazzo adolescente, destinato agli studi rabbinici, che deve sposare un’altra giovanissima, che non ha mai nemmeno incontrato. Vede la moglie di suo suocero il patriarca, poco più che coetanea, e se ne innamora perdutamente, è il suo primo amore. Disperazione, sensi di colpa terribili, vicende drammatiche, nella corte di questo potente capofamiglia. In seguito a una tragedia il giovane sparisce, poi riappare, forse è lui, forse non è lui. C’è un grande processo, inevitabile pensare a Kafka, ma, soprattutto, c’è grandissima sofferenza.
L’associazione a Kafka non deve stupire. Anche il grande scrittore praghese, infatti, aveva studiato a fondo il mondo yiddish e tanti riferimenti ritornano nelle sue storie. Qui non sono velati, è un mondo descritto nei minimi particolari, in tutti i suoi aspetti, le regole ferree, le consuetudini, le superstizioni, le feste e le tragedie, le luci e le ombre. Si stentano a ritrovare i pensieri gioiosi raccolti da Martin Buber ne I Racconti dei Chassidim, ma c’è sempre la voglia di giustizia, l’amore per la legge, la ricerca del bene anche nel male, la voglia di capire. Mi hanno particolarmente colpito queste parole sul “peccato”:
“… Cieco è colui che, se ha incespicato ed è caduto, crede che non vi sia più speranza, poiché Dio è misericordioso, e ha dato all’uomo la forza di riparare il male che ha commesso. E, benché i suoi peccati siano rossi come un filo scarlatto, con il pentimento possono diventare bianchi come la neve.” Diceva una voce…
…Un’altra voce rideva beffarda: “Sciocco è colui che pensa che con i digiuni e le privazioni potrà avvicinarsi all’unità. Sciocchi! Non sanno che il pensiero dell’uomo è mille volte più forte del peccato stesso; e la meditazione sul peccato che non viene commesso è più malvagia del peccato stesso; poiché il peccato in sé è cosa fuggevole, mentre il pensiero è eterno. Poiché quando l’uomo ha ceduto alla cattiva inclinazione, e si è saziato, allora il peccato non è più in lui, perché se ne è liberato…”
Parole affascinanti, che continuo a ricordare, anche dopo mesi che ho finito di leggere Yoshe Kalb.
Ho trovato in casa un libro di Kirkegaard, La difficoltà di essere cristiani. I libri di Israel Singer potrebbero chiamarsi La difficoltà di essere ebrei.

STRANE LETTURE

Quando il Times era ancora il giornale più prestigioso del mondo la sua prima pagina non era fatta di titoli a caratteri di scatola, fotografie a colori, notizie di politica internazionale. No, sulla prima pagina del Times c’erano tanti piccoli annunci, scritti in piccolo, fitti fitti. Necrologi, annunci di fidanzamento, matrimoni, nascite, divorzi perché no, lauree, promozioni e trasferimenti oltremare. Agatha Christie fa cominciare un suo romanzo con un assassinio annunciato sul Times per le sette del giovedì successivo. Ancora adesso c’è questa pagina, ma non è più la prima. L’accesso a questi annunci sull’edizione online è a pagamento.

I curiosi inglesi sono quindi disposti a pagare per avere queste notizie ghiotte. Non so se ci siano fotografie, ma di certo, essendo notizie autentiche, diffuse dai diretti interessati, si può verificare se gli articoli pettegoli pubblicati sui rotocalchi che si leggono dal parrucchiere o dal dentista abbiano fondamento reale.

Il culto del pettegolezzo elegante.

Io ho imparato ad apprezzarlo proprio in Inghilterra e sui libri inglesi. Citando ancora Agatha Christie, come potrebbe la sua cara Miss Marple risolvere i casi più complicati se non porgesse un orecchio attento e apparentemente privo di malizia alle conversazioni fatte soprattutto di succosi pettegolezzi nei salotti e nelle cucine delle case da lei frequentate?

Noi in Italia, non avendo un giornale come il Times, dobbiamo accontentarci dei necrologi sul Corriere della Sera. Gli altri non contano. In provincia ci sono interi muri ricoperti di avvisi bianchi e neri, alcuni con un fregio dorato o un fiocco viola, altri addirittura con una figura sacra – un angelo, la morte con la falce – a colori. Più a Sud si va, più l’ornato è lacrimogeno. In Sicilia su alcuni avvisi ho visto anche un accenno alla morte violenta, per ammazzamento, del compianto. Seme di vendetta. Stride il contrasto fra la notizia di cronaca nera sul giornale o peggio alla televisione e l’annuncio murale listato a lutto. Proprio l’altro giorno mentre scorrevano le immagini di un funerale di una giovane morta ammazzata l’obiettivo della cinepresa si è soffermato sull’annuncio bianco e nero affisso sul muro di fianco alla chiesa. Lutto sacro e divertimento profano. Pietà ed empietà. Realtà virtuale e dolore reale.

Tutti si fermano a guardare questi giornali murali. Tutti, senza eccezione. C’è chi lo fa di corsa, prendendo nota mentale solo del nome del caro estinto. C’è chi legge con espressione seria, meditabonda. C’è chi si lascia sfuggire un commento, di solito in dialetto, ma l’era püssé giuvin de mí!. Ma soprattutto ci sono quelli che, senza distinzione di sesso, leggendoli tutti da cima a fondo si mettono a ripercorrere, con l’amica sopraggiunta nel frattempo, la vita del defunto con tutti i particolari in cronaca della lunga malattia, e prendono nota dell’ora del funerale, cui non potranno mancare.

Non c’è niente di male.

E’ un modo per partecipare alla vita della comunità, di accettare la morte come fatto quotidiano, e, in ultima analisi, di esorcizzarla.

Io adesso abito un poco più a nord, e si sa, più a nord si va più si nascondono i sentimenti.

Nella pulita Svizzera non si possono imbrattare i muri con avvisi mortuari.

No, qui si pagano anche le lacrime che si piangono, ho sentito dire un giorno da una povera donna.

Qui l’intrattenimento da necrologio non è gratuito. Tutti infatti comprano il giornale per guardare i morti che sono strategicamente posti in fondo, sempre nella penultima pagina, facili da trovare. Guardare i morti fa parte del galateo locale. Adesso i necrologi si trovano anche sulla edizione online, a pagamento naturalmente.

Non c’è niente di male.

Ogni comunità ha le sue regole.

Io queste riflessioni non le avevo ancora fatte quando ero piccola. Però, essendo curiosa e non avendo ancora la televisione, fin da bambina mi “divertivo” a leggere gli annunci funebri sul Corriere.

Veramente non leggevo solo quelli.

Seguivo con interesse i grandi gialli del tempo. Fenaroli, Ghiani. Io ero innocentista.

Troppo giovane per il caso Montesi, peccato.

Non mi ero persa nemmeno una puntata della storia di quella sfortunata ragazza tedesca, una mondana, Rose Marie.

Poi c’era stato lo scandalo Profumo (il Signor Profumo era un ministro inglese) e una certa Christine, anche lei mondana o modella.

Aprivo il Corriere sul tappeto e me ne stavo sdraiata a leggere le cose più strane.

Avevo una certa cultura in fatto di cinema perché leggevo dalla A alla Z la pagina degli spettacoli. I piccoli manifesti in miniatura riprodotti sul giornale.

E poi i necrologi.

Ho la fortuna di avere buona memoria. Soprattutto per i nomi. La cosa mi ha sempre permesso di bluffare, a scuola prima, in società poi. Non riesco a dimenticare i nomi. Tutto il resto sì.

Ho sempre fatto collezione di nomi.

Nomi di strade.

Nomi di medicine.

Nomi di fiori.

Era un gioco, e forse lo è ancora.

Affrontavo la pagina dei necrologi con curiosità e metodo. Strano, io sono una persona assolutamente disorganizzata e disordinata, ma mi piace molto collocare le informazioni in categorie mentali.

Ecco allora che mi facevo subito un’idea della situazione familiare, finanziaria e sociale dei defunti.

Grazie ad accurati controlli incrociati si capisce subito quale famiglia sia imparentata con quale. Più numerosi gli annunci, più florida la situazione finanziaria. Alcuni conoscenti evidentemente partecipano al lutto per una questione di prestigio o addirittura per farsi pubblicità. Il direttore e il personale della ditta X…

I nobili non sono necessariamente ricchi, a meno che siano stati contratti matrimoni con industriali o commercianti.

Ancora oggi sul Corriere appaiono delle piccole lapidi, perché tali sono, che piangono la morte, avvenuta in una località dal nome augusto, Roccatorquata, Castelbardo, Cortepizzuta, Fossoverdone, di un antico nobiluomo o di una vetusta nobildonna del Sacro Romano Impero, conte di, duca di, principe di, marchesa di, medaglia d’oro, cavaliere di Malta, dell’ordine dei Templari o del Santo Sepolcro, imparentata con Borbone, Orléans, Angiò, Assia, Svevia, Asburgo, Hannover, Romanoff o Savoia, tutto un libro di storia in miniatura.

Non c’è mai nessuno che partecipa al lutto. Solo una lunghissima lista ti titoli nobiliari.

Penso che queste creature di altri tempi, già vecchie appena nate, abbiano in realtà vissuto in miseria, preoccupate di lasciare almeno il denaro necessario per pubblicare un degna iscrizione funeraria. Gli era rimasto solo il nome. Mi fanno molta pena. Perfino i necrologi sanno di muffa e naftalina, veri fossili ormai non più viventi.

Gli avvisi mortuari sono gli unici che contravvengono alle strettissime regole di riserbo e segretezza che in nessun altro caso vengono infrante.

E’ il caso dei defunti appartenenti alla massoneria.

Non capivo da bambina chi fossero i Gran Maestri, cosa fosse il Grande Oriente del Cielo o la Grande Loggia. Che cosa ci facevano la squadra e il compasso? Chi erano i massoni nella vita reale? Soprattutto, dove si nascondevano? Noi non ne conoscevamo e c’era sempre un alone di mistero su queste persone quando se ne parlava.

Non ho mai letto necrologi di massoni appartenuti alla Loggia P2. Forse non muoiono mai.

Gli ebrei invece li riconoscevo dai nomi biblici, Ruth, Sarah, Judith, Levi, Cohen, le dodici tribù. Per loro ho sempre provato sì curiosità, ma anche grande tenerezza. Saranno stati i racconti della mamma e della sua infanzia a Ferrara, Anna Frank, i campi di concentramento.

Altre religioni. La cerimonia funebre si svolgerà nella chiesa evangelica.

Noi abitavamo in provincia. Gli stranieri, gli eretici, i pagani, erano davvero tali, perché non ne avevamo mai visti. Eccoli lì invece proprio sul Corriere, insieme a quelli come noi. Allora non sono solo nei libri di scuola.

I dipendenti del Corriere invece non pagano la partecipazione al lutto. Ogni volta che viene a mancare un personaggio legato al mondo della stampa, tutti i dipendenti partecipano al lutto. Gratuitamente. La lista è lunghissima.

Ci fu grande confusione ai tempi del Grande Scisma. Montanelli aveva lasciato Il Corriere e fondato Il Giornale. Fece un timido tentativo di concorrenza. I necrologi per beneficenza. Non ebbe successo. Il Corriere è il Corriere.

Leggendo tutti quegli annunci avevo anche appreso che a Milano i cimiteri sono due. I ricchi vanno tutti al Monumentale. L’ho visto una volta, mi ha fatto impressione. Non avevo mai ammirato tanti orrori tutti insieme. Non ci sono più tornata. Un nostro lontano parente, vecchio e demente, ha pensato bene di togliersi la vita proprio lì, sulla tomba di famiglia. Che classe!

Dietro quelle righe nere le storie. Si capisce subito se si è verificato un avvenimento tragico o una morte naturale, al momento giusto. E allora si immaginano la vita e gli affetti di queste persone. Storie nascoste, da rispettare. Compiangere, piangere insieme.

Quando avevo tredici anni io non mi soffermavo a pensare. Osservavo, prendevo nota. Quando poi sono andata a studiare Milano mi sembrava di conoscere già molte compagne, perché avevano cognomi familiari, e le collocavo immediatamente nel contesto giusto.

Qui invece, nella provincia svizzera, gli annunci sono diversi. Spesso partecipano gli amici del bar Formula Uno, i compagni della bocciofila, i colleghi d’ufficio, i compagni della classe 4C. Non è più una lettura anonima, una ricerca anagrafica, perché spesso i nomi sono già noti, e le perdite riguardano persone vicine.

Io non avevo mai pubblicato un annuncio. L’unica volta che l’ho fatto, hanno sbagliato a scrivere il mio nome. Hanno scritto Mario e Giovanni insieme ai figli partecipano commossi….

Facile refuso, Mario invece che Maria.

 

N.B. Ho visto con i miei occhi anche necrologi insoliti, come si può vedere da questa immagine.

 

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