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Viaggio in Israele – Quinto Giorno

Martedì 16 giugno – Nazareth – Haifa – San Giovanni d’Acri

E’ piccola Israele, eppure.. “Sa quante minoranze interessanti ci sono qui? – mi dice un’amica – La più piccola è quella dei Samaritani, poche centinaia di persone, che seguono una specie di ebraismo antichissimo; poi ci sono i Circassi, fuggiti dal Caucaso secoli fa dove erano perseguitati, di fede islamica”. E poi altre, come vedremo. Non è proprio un melting pot, piuttosto un’insalata mista, in cui le differenze convivono, ma mantengono le proprie caratteristiche. Oggi, il nostro quinto giorno di viaggio, ne incontreremo addirittura due nuove, i Drusi e i Baha’i. Prima però faremo tappa in un altro dei luoghi simbolo del cristianesimo, Nazareth.
Mi è sembrata una bella città, molto viva, accogliente, in collina. Naturalmente andiamo subito a vedere la Basilica dell’Annunciazione, che sorge sul luogo in cui, secondo la tradizione cristiana, l’arcangelo Gabriele annunciò a Maria la prossima nascita di Gesù. Non dimentichiamo che gli angeli sono esseri spirituali presenti in tutte le religioni antiche e precristiane, di solito rappresentati come figure alate. Gesù visse a Nazareth la prima parte della sua vita: era detto, appunto, il Nazareno.
La basilica è recente, fu Paolo VI, in occasione della sua visita qui, a porre la prima pietra. Come spesso capita in questi casi, durante gli scavi per la sua costruzione sono venuti alla luce i resti di due chiese precedenti, una bizantina e una crociata e addirittura qualche rudere del primitivo edificio giudeo-cristiano.
La chiesa nuova è molto grande, non mi sento di dire che è bella, ma il mio parere non ha importanza. Certamente è molto spaziosa, anche all’interno.
Ho scoperto con una certa sorpresa che è stata progettata dall’architetto Giovanni Muzio, lo stesso che ha progettato il “Palazzo del Governo” nella mia città natale, Sondrio. Non lo immaginavo proprio.
Nel cortile all’esterno della basilica vi sono molte raffigurazioni della Madonna offerte da varie nazioni del mondo. Alcune sono mosaici, mi sembra, tutte molto colorate e un po’ naïfs, ma proprio per questo simpatiche. Mi hanno colpito molto le madonne orientali: giapponese, cinese e tailandese, con i tipici abiti e tratti somatici, così come quelle dell’America latina, tutte coloratissime.
Riprendiamo il viaggio per recarci verso il Monte Carmelo. E’ montagna, anche se un po’ diversa dalla mia, e ammiro molto la vegetazione. Come mi piacerebbe fare un viaggio con un botanico. Siamo in un villaggio druso, ci dice Ornat, e comincia a raccontarci di questa comunità. Sono una minoranza molto particolare, seguono un cammino religioso nato in ambito islamico un migliaio di anni fa, ma la loro dottrina è piuttosto complessa perché accoglie elementi non solo dell’Islam ma anche del Giudaismo, dell’Induismo e del Cristianesimo. E’ una dottrina esoterica, non fanno proselitismo, credono nella reincarnazione. Il loro profeta è Jethro, suocero di Mosè e padre di sua moglie Sefora (o Zippora, Tzipora). A lui è dedicato un grande tempio nei pressi di Tiberiade. Rispettano il governo del paese in cui si trovano. Infatti i giovani prestano servizio militare nell’esercito israeliano. Anche le donne hanno accesso alle loro scritture, anzi, sono più numerose le donne che raggiungono lo status di Uqqal – guide spirituali, saggi – che non gli uomini. “Guardatene una che sta passando – ci dice Ornat indicandoci una donna con un lungo abito nero e un velo bianco che le copre il capo – siete fortunati!” Piccola curiosità mondana, la moglie di George Clooney, Amal Alamuddin, proviene dalla comunità drusa del Libano.
Mangiamo delle ottime focacce, con carne e con verdura, in una locanda drusa. Sono molto gentili e ci offrono anche il caffè speziato, tipico di qui.
Rifocillati – anche se non ci si muove troppo l’appetito non manca mai – proseguiamo il nostro viaggio delle meraviglie oltrepassando il Monte Carmelo fino a scorgere il Mare Mediterraneo. Peccato, c’è un po’ di foschia, ma il panorama che ci è apparso è comunque splendido.
Vedete, là in fondo c’è il confine col Libano. Quello è un importante ospedale dove mandano anche soldati siriani feriti a curarsi. Inevitabili, in questo viaggio, i riferimenti a situazioni drammatiche.
Ecco che, all’improvviso scorgiamo una gran cupola d’oro su un pendio in mezzo a un giardino che arriva fin quasi al mare e occupa quasi tutto il versante del monte. “Che cos’è, chiediamo.” E’ il tempio Bahà con i suoi meravigliosi giardini pensili, così curati da sembrare finti.
Abbiamo appena lasciato i villaggi drusi ed ecco che veniamo a conoscenza di un’altra fede e questo è il loro tempio.
Ci viene spiegato che la fede Bahà è una religione monoteistica, nata in Persia nel XIX secolo. Il fondatore Bahá’u’lláh (1817-1892), nobile persiano che per la sua dottrina soffrì prigionia ed esilio, è considerato dai bahá’í l’ultimo in ordine di tempo – ma non definitivo – profeta o messaggero di Dio, titolo riservato dai bahá’í a personaggi come Adamo, Abramo, Mosè, Zoroastro, Krishna, Buddha, Gesù, Maometto. Perseguitato da Persiani e Ottomani morì nel 1892 nella colonia penale di Acri, dove andremo a cena stasera, sede anche del mausoleo a lui dedicato. Proprio qui, ad Haifa, si trova il centro spirituale e amministrativo mondiale Bahà.
Non vi è clero fra i Bahá’í. Sono guidati da un Consiglio internazionale e da consigli nazionali e locali, con voto segreto, senza candidature e propaganda.
I Baha’i si prefiggono di promuovere il benessere collettivo.
Sono in corso numerosi progetti di sviluppo, indirizzati verso l’istruzione, la sanità, la condizione femminile e l’ambiente.
Certo, penso, questo paese sarebbe la sede ideale per studiare le religioni e la loro storia.
Mi sembra tuttavia che qui il problema non sia tanto una questione di fede, quanto un problema di appartenenza ad una comunità, ad una tribù. Mi sembra tutto molto complicato.
Ho appena parlato di Acri ed ecco che ci arriviamo. Poche città hanno avuto una storia più complessa e agitata di questa, fin dall’antichità, probabilmente a causa della sua posizione strategica. Nessuno di noi immaginava l’imponenza di questa antica fortezza crociata prima di visitarla. Cominciamo la visita della cittadella dal cosiddetto Giardino Incantato. Ci accolgono infatti enormi Ficus Benjamina, sì proprio quello che ho in vaso nel mio soggiorno, ed altre piante maestose. Poi visitiamo quel che resta di questa fortezza possente, con immense sale e vie sotterranee. Fu difesa strenuamente dagli ordini cavallereschi degli ospedalieri e dei templari durante le crociate, motivo per cui il nome mi è famigliare, ma fu sempre un centro importante anche sotto i successivi occupanti, dai mamelucchi agli ottomani, dai quali fu utilizzata anche come colonia penale, fino agli inglesi e agli israeliani. Sangue, sempre sangue..
Povere, ma pittoresche, le strade ancora abitate della cittadella che portano al mare. Alcuni abitanti sono consapevoli della monumentalità del sito e hanno decorato le strade con installazioni spontanee, una vecchia macchina da cucire esposta insieme ad altri poveri oggetti, una chitarra, dei vasi, un tavolino, che noi naturalmente fotografiamo.
Siamo anche testimoni di un paio di preparativi per dei matrimoni. Prima vediamo una sposa in bianco, ma con un top molto, molto ridotto e delle scarpe che sembrano dei trampoli, scendere da una macchina bianca con fiocchi viola. Poi, quando arriviamo al porto incontriamo un paio di taxi aperti e decorati con signore molto truccate e felici col capo coperto di bianco. Le fotografiamo e facciamo loro tanti auguri.
Cominciamo ad essere stanchi. Confesso che non riesco più a ricordare tutto quanto ci racconta Ornat. Gli occhi però continuano a lavorare, così come l’obiettivo del mio apparecchio fotografico.
Le visite sono terminate. Adesso ci aspetta la meritata cena a base di pesce freschissimo in un piccolo ma elegante ristorante trovato da Sarah. Il nostro autista non beve, ma noi possiamo accompagnare l’ottimo pranzo con un paio di bicchieri di vino bianco locale molto fresco.

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