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Nostalgia o magia?

 

Quanto mi affascinano le collezioni. I pochi amici che mi leggono lo sanno. Alcuni libri di cui ho parlato lo dimostrano (Homer & Langley, Il Collezionista di Mosche). Non ho la costanza o la determinazione per essere una collezionista io stessa, sono troppo disordinata e ondivaga.

Mi piace fare collezioni mentali: quando ero piccola ricordavo tutti i nomi delle medicine e delle case farmaceutiche. Oppure tutte le vie di Milano. Adesso ho rinunciato. Mi limito ad alcune teiere di peltro o a certi piattini a forma di teiera, ma se potessi..

Il fascino delle raccolte rimane. Così quando siamo andati a visitare un museo etnografico in Emilia sono rimasta immediatamente stregata da una parete tutta ricoperte da valigie. Valigie povere, di fibra, quelle degli emigranti, quelle che avevano le donne sul treno che andavano a vendere burro e formaggio in città, quelle che nessuno usava più e che erano state accantonate nel nostro solaio freddo e polveroso. Ma un’intera parete di vecchie valigie è una cosa molto speciale, l’unione fa la forza o, come direbbero gli inglesi, “safety in numbers”.

Io che non ho mai amato particolarmente i musei della civiltà contadina ho subito capito di trovarmi in un sito diverso, molto diverso. Eppure dall’esterno sembrava una casa contadina come un’altra, con una grande aia zeppa di vecchie cose, arnesi, una vecchia automobile con due o tre materassi legati sul tetto, un’enorme sagoma di un ciclista tutta di filo di ferro. Ma dove sono capitata, mi sono detta? Da un robivecchi, un rotamatt, uno di quei posti che ti mettono la malinconia, pieno di vecchie cose dimenticate, inutili e impolverate?

Quest’estate in montagna ho visto una mostra fotografica che mi ha messo a disagio. Foto tecnicamente belle, ma soggetti cupi: oggetti impolverati, scarpe rotte, bottiglie vuote mese ad arte sotto una finestrina coperta di ragnatele, baite abbandonate. Volti di vecchi rugosi, ma gliel’avrà chiesto il permesso prima di metterli in mostra? Ho cercato di capire la sensazione che ho provato in quel momento ma non sono riuscita a darle un nome. Sono stata aiutata da mio genero, museologo, che mi ha capita subito. Rifiutavo il culto della nostalgia fine a se stesso. Ma com’era quel vecchio quando era giovane? Perché quelle vecchie baite erano state abbandonate? Cosa c’era di bello in quelle scarpe rotte o in quelle bottiglie vuote? Il vecchio era stato certamente giovane e forse bello, le scarpe erano state nuove e la bottiglia piena, perché non fotografarle quando svolgevano la loro funzione? Le casupole forse erano state abbandonate per andare a stare un poco più comodi e confortevoli. Ero quindi un po’ scettica quando mi hanno proposto di andare a visitare questo museo.

Invece, che sorpresa! Mi sono trovata immersa in un mondo magico. Certo faceva freddo, era novembre, c’era parecchia polvere, ma come si fa a spolverare? La simpatia del giovane che ci guidava e raccontava tante storie, ogni oggetto una storia. I bossoli di granate riutilizzati come bottiglie del latte, gli elmetti dei tedeschi come pentole o pitali, le lattine, le tolle esposte come neppure Andy Warhol avrebbe potuto farlo, e poi vecchi martelli, zappe, vanghe e picconi, trasformati come d’incanto in raggi, arabeschi, decorazioni, ornamenti che a loro volta trasformano un fienile in sala delle meraviglie, che rimani a bocca aperta quando entri. Vere e proprie Wunderkammer degne di grandi alchimisti.

Persino il vecchio ometto di legno che non ho avuto il coraggio di buttare, quello col bastone per poterlo prendere dal basso, è diventato il soggetto di un allestimento artistico. Che consolazione.

Quanto ho pensato alla mia mamma, che diceva sempre, tieni quel pezzo di cuoio o di lana buona, o quella vite, o quel pezzo di legno, perché può sempre venir buono; come le sarebbe piaciuto ritrovare oggetti della sua infanzia riabilitati in allestimenti artistici.

Noi non siamo contadini, mi piace coltivare i fiori in vaso, ma quando ho avuto un giardino mio e ho dovuto cominciare a lottare contro gramigna, insalata matta, lumache, oziorrinchi, e pidocchi, ho perso immediatamente la passione per il giardinaggio che non avevo mai avuta. Mi ero nutrita di racconti e immagini di signore inglesi, con cappello di paglia a larghe tese tenuto fermo da un foulard, con guanti, forbici e cestino per raccogliere i fiori, ma quando ho provato io a zappare e strappare mi è subito venuto un gran mal di schiena e di mani..

Come ci racconta la nostra guida durante la visita, non è vero che si stava meglio quando si stava peggio. Forse il cibo era davvero più buono, ma ce n’era molto poco, le case erano fredde e sporche perché non c’erano i bagni, i detersivi, gli aspirapolvere, le cucine americane o il riscaldamento centrale.. I bambini dovevano essere magri per fare gli spazzacamini e comunque perché prima si dovevano curare e nutrire gli animali. Le malattie erano sempre in agguato, una caduta, un taglio su un sasso sporco o una ferita di un chiodo ed ecco il tetano che ti portava via..

Ma i bambini sono bambini e la voglia di giocare era sempre tanta, lo dimostrano le bamboline ricavate da rametti, i giochi creati con pezzo di fil di ferro e tanta immaginazione, ma tanta, tanta.

E allora mi ricordo i racconti di mia mamma, che giocava con due spazzole, io che giocavo con i bottoni su un tappeto, e quel tappeto diventava un palazzo reale, con sale e giardini, oppure mio fratello che mi diceva che le cartine delle bustine di idrolitina o idriz[1] erano i soldi dei nanetti. Se ne mettevo tante sotto il cuscino mi portavano un regalo. Ed era vero, perché ogni tanto trovavo una caramellina o un piccolo oggetto sotto il cuscino. Oppure di quando andavo a cercare nel cestino della carta straccia sotto la scrivania di mio zio, qualche tesoro lo trovavo sempre. I miei fratelli giocavano con i bossoli del flobert[2], con cui sparavano non so a cosa dal balcone di casa, interi battaglioni e reggimenti in assetto di guerra.

Come dicevo non sono contadina, ma certe parole facevano parte del nostro immaginario. Le letture del nostro sussidiario erano piene di parole come aia, spigolatrici, spighe, aratro.. In realtà non avevo mai visto un’aia o un aratro, ma forse proprio per questo quando vedo una macchina agricola all’opera ne sono sempre affascinata.

Usavamo borse e cartelle, ma non avevo mai viso una bisaccia. Così quando ho trovato in casa una tracolla che sembrava una bisaccia l’ho immediatamente amata e tesaurizzata.

Ammirando questi locali ho capito perché mio papà, nato in era antiplastica, conservava come tesori tutti i contenitori, possibilmente trasparenti, dalle scatole per le camicie a quelle delle scarpe. Vi conservava i suoi minerali di cui era un vero collezionista. Quando sono mancati il papà e la mamma e abbiamo dovuto svuotare la loro grande casa, ho dovuto buttare, a malincuore, decine e decine di scatole, sacchi di stracci, altri oggetti inutilizzabili, che però avrebbero potuto tornare utili..

E quando al museo Guatelli ho visto il suo “magazzino”, mi si è aperto il cuore: tutte le pareti di quel locale sono ricoperte di barattoli di vetro, grandi, ma tutti uguali, tutti pieni di piccoli oggetti, tappi, pezzi di orologi, temperini, chiodi, viti, e tanti altri. Una meraviglia, mi sono chiesta, ma perché non ci ho pensato anch’io? Io per le cose scompagnate ho solo il cassetto del disordine. Le cose vecchie, rotte e scompagnate, purtroppo io le butto. No, qui sono in compagnia, riacquistano dignità e vita. In questo museo tutti ritorniamo bambini, perché tutto, anche se impolverato, rotto e vecchio, ha e ha avuto una sua vita, una sua unicità, come il ferro di cavallo per lo zoccolo piccolo e quello grande, la zappa consumata dal mancino e il bolide velocissimo – siamo nel paese dei Ferrari, Ducati, Lamborghini ecc. – è stato ricostruito con vecchie lattine.

E’ il paese dei balocchi, della fantasia. E il suo proprietario era un maestro elementare, oltre che un artista e un poeta. I maestri elementari non dimenticano la creatività dell’infanzia, anzi, se sono bravi danno continuità al loro mondo magico e riescono persino a crearne di nuovi.

http://www.museoguatelli.it/

 

 

[1] Polverine per gassare l’acqua.

[2] Carabina leggera per il tiro da giardino o da sala.

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Russi, svedesi, americani. I libri che mi hanno cercata e trovata.

di Hannes Holm.Come scegliamo i libri che ci fanno tanta compagnia? Forse la domanda è mal formulata. Siamo noi che li scegliamo o sono loro che si impongono? Propendo per questa seconda ipotesi. È il libro che arriva con prepotenza sul mio comodino. Non solo, a volte porta con sé amici, colleghi, figli, e fratelli.

E’ successo così con gli scandinavi. Non li conoscevo proprio, neanche sapevo che esistessero, fatta eccezione per Pippi Calzelunghe, le favole di Andersen, i film di Bergman e pochi altri, tipo Ibsen e Strindberg, che tuttavia sapevano un po’ di grigio e vecchio. La supponenza dell’ignoranza.

Alcuni anni fa sono letteralmente inciampata nei gialli truculenti di Stieg Larson, che mi hanno “trattenuta” in Svezia per settimane, ma ero in vacanza, potevo permettermelo. Poi è atterrata sul mio piccolo e affollato comodino la storia di un collezionista, “L’Arte di collezionare Mosche” di Fredrik Sjöberg. Come resistere a un simile titolo? Naturalmente ha portato con sé un fratello, ”Il re dell’Uvetta”. Ho così scoperto che i freddi svedesi possono essere dei gran burloni, perfino gli scienziati, e si ridono anche addosso!

Poi così come sono arrivati questi personaggi hanno lasciato il posto ad altri conterranei, vecchi eccentrici e bambini intelligenti le cui avventure sono narrate da un giovane e gentile affabulatore, Fredrik Backmann ne “L’uomo che metteva in ordine il mondo” e “Mia nonna saluta e chiede scusa”. Forse questi libri avevano capito che dopo aver letto l’avvincente ma crudele storia dei Romanov, avevo bisogno di rilassarmi…

Eh sì, anche la Russia continua a inseguirmi, da quando ho cominciato a lottare con la sua splendida lingua.. Penso ai libri di Serena Vitale, per la cui cultura e conoscenza di tutte le cose russe provo una grandissima invidia. Difficile infatti trovare una studiosa che riesce ad appassionare anche i comuni mortali con le sue storie su Pietro o Caterina, con tutti quegli amanti, Pushkin e i suoi capricci.

Serena Vitale riesce a trasformare materiale rigorosamente d’archivio in drammi mozzafiato!

Dopo questi drammi ecco che è venuto a confortarmi un gran signore, il Conte Alexander Ilich Rostov, che, avendo assorbito anche la lingua e la cultura anglosassoni, riesce a mantenere il suo aplomb, la sua classe, ma soprattutto il suo sense of humour, attraverso i decenni più sanguinosi della storia russa e non solo..Gentleman

E’ uno scrittore americano che me l’ha presentato, un signore che mi incuriosisce molto, Amor Towels. Non sono riuscita a scoprire se questo autore ha nobili ascendenze russe, ma, come i suoi personaggi non se ne vanta, non ne ha bisogno.

Il libro, “Un Gentiluomo a Mosca” è un manuale di sopravvivenza un po’ insolito, che mi ha ricordato la vicenda di un personaggio di Alan Bennet, quella spia inglese rifugiatasi in URSS cui mancavano le sue scarpe su misura fatte a Londra. Sebbene la vita del Conte Rostov sia intrisa di Nostalgia russa, il suo pragmatismo gli impone di vivere al meglio la sua condizione di prigioniero a vita nel lussuoso hotel Metropol di Mosca, dove da ospite diventa cameriere. L’indulgenza della sua condanna si deve al fatto che era considerato un eroe della causa prerivoluzionaria. Comunque, qualora mettesse piede fuori dall’hotel, il conte sarebbe immediatamente fucilato.

Non si vede sangue in questa vicenda, le tragedie si lasciano fuori da un albergo di lusso che deve accogliere diplomatici e giornalisti stranieri e dare l’impressione di un “comunismo dal volto umano”.. Gli è andata bene al nostro conte. Poteva andargli molto peggio, visti i tempi. Era tornato in patria dalla Francia, dove si trovava, all’indomani della rivoluzione, per mettere in salvo la nonna, ma soprattutto perché amava il suo paese, tanto da non tradirlo mai, neppure quando ne avrebbe avuto l’occasione. Capisce che non si può litigare col destino, che lui chiama Fato, ma si deve assecondarne e accettarne i capricci con stile. Anche perché il Fato è eccentrico, caratteriale e imprevedibile, ma non è sempre maligno. Trent’anni passa il Conte agli arresti domiciliari nell’Hotel Metropol. Non si lamenta mai, fa buon viso a cattivo gioco, osserva senza scomporsi le miserie umane e le decisioni assurde del nuovo regime senza scomporsi.

Solo una volta sembra sopraffatto dallo sgomento, quando vengono tolte tutte le etichette alle bottiglie della ricca cantina dell’albergo. All’improvviso l’unico criterio per scegliere il vino è il loro colore, bianco o rosso. Punto e basta.

“Un Gentiluomo a Mosca” è un libro che ha il coraggio di essere “politically incorrect” alla rovescia: troppo garbato e troppo aristocratico, proprio come il suo protagonista, nonostante tutti gli sforzi che fa per adeguarsi al Nuovo Mondo.

Quando ho dovuto lasciare il caro Conte Rostov sono stata soccorsa da una sua “amica”, di origini russe anche lei, anche se proletarie, che per i capricci del nostro Fato è nata a New York e a New York è cresciuta, nel vero senso della parola. Altro mondo, altro regime. Altro tipo di aristocrazia. Un’altra vicenda narrata con grande classe, una lingua ricercata e gradevolissima, intelligenza e senso dell’umorismo, dallo stesso Amor Towles ne “La buona società”.

Se a Mosca si beveva preferibilmente champagne, qui è il regno dei Martini. La musica è nuova, ribelle. Il Fato è sempre presente, ma i personaggi si illudono di tenerlo sotto controllo, manipolarlo come un burattino. Non è possibile.

La voce narrante del libro è Katia Kontent, figlia di immigrati russi, intelligente e gran lettrice, che si trova a vivere nella New York della ripresa dopo la crisi, la New York del grande jazz, di Zelda e Francis Scott Fitzgerald, dei bar raffigurati da Hopper. È una vicenda newyorkese “La buona società”, un romanzo di formazione, una grande storia d’amore. Si sussegono inganni e destini incrociati, successi e insuccessi. Un bravo regista ne potrebbe fare un bel film, chissà, forse lo vedremo.

In inglese il titolo è “Rules of Civility”. Si ispira a una raccolta di 110 massime che Giorgio Washington copiò a mano prima di compiere 16 anni da un manuale di etichetta seicentesco. Ricordate il “Saper Vivere di Donna Letizia”? Ecco, qualcosa del genere. La giovane Kate è molto stupita dalla scoperta che il giovane ricco e affascinante Tinker Grey, che tanta parte avrà nella sua vita in quel 1938, conservi religiosamente quel libretto fra le sue cose più care.

Denaro, buone maniere, successo, cocktail parties e conoscenze, queste le ossessioni newyorkesi di quegli anni, quando l’Europa con i suoi drammi era ancora lontana, il comunismo non faceva ancora paura, i movimenti per i diritti civili e il femminismo erano ancora dormienti, ma il loro germe era già presente.

La lingua rende questo libro molto speciale. Raffinata, ricca e di gran classe, come gli ambienti del libro. Lo slang è assente, le citazioni discrete ma appropriate. Sotto questa patina lucida, le sofferenze sono vere, i personaggi reali. La storia di Katia/Kate/Katerine potrebbe somigliare a quella di Cenerentola o Pretty Woman, ma non è proprio così. Le armi di Kate non sono solo la bellezza o le lunghe gambe, sono la discrezione, l’intelligenza, le letture, la dedizione al lavoro, così come l’accettazione dei capricci del Fato. Mi è spiaciuto finire il libro, mi sono ripromessa di rileggerlo, per rigustarne le parole, oltre che la vicenda.

Adesso aspetto di essere trovata da un nuovo libro.

Lugano, 30 giugno 2017

 

 

Ove

 

Questi i libri che mi hanno trovata:

 

Fredrik Sjöberg, L’arte di collezionare mosche, traduzione di Fulvio Ferrari, Iperborea, Milano, 2015

Fredrik Sjöberg, Il Re dell’uvetta (Russinkungen), traduzione di Fulvio Ferrari, Iperborea, Milano, 2016

Fredrik Backman, L’uomo che metteva in ordine il mondo,(A man called Ove) Iperborea, Milano 2014. Da questo libro è stato tratto il film A Man called Ove, di Hannes Holm.

Fredrik Backman, Mia nonna saluta e chiede scusa, Mondadori, Milano, 2016

Serena Vitale, Il bottone di Puškin, Adelphi, Milano 1995

Simon Sebag Montefiore, I Romanov, 1613-1918 Milano, Mondadori, 2017

Amor Towles, Un gentiluomo a Mosca,   trad. di Serena Prina, Neri Pozza,  Vicenza, 2017

Amor Towles, La buona società , trad. di Massimiliano Morini, Neri Pozza, 2011, Vicenza

 

La Vita È Bella,

quando la memoria passa per l’arte..

terezin

Oggi è la giornata della memoria. Sinceramente per me è sempre la giornata della memoria. Anche per noi tutti, credo. Non c’è giorno in cui non la esercitiamo. Non c’è giorno in cui non ricordiamo qualcosa, un fatto, una persona, un avvenimento. Quante volte ripetiamo: la memoria non è più quella di una volta. E ci credo. Pensiamo ai computer, la cui capacità di contenere dati va sempre aumentata, non basta mai. Lo stesso vale per la nostra. E’ sovraccarica, ma non possiamo utilizzare chiavette, cd, I-cloud o altro. E’ chiaro che quando si comincia ad avere una certa età, questa povera memoria fa buchi da tutte le parti e si difende. Ricordiamo solo quello che conta veramente. Non per niente si dice che la memoria è selettiva.

Molti criticano questa scelta di istituzionalizzare la giornata della memoria, coi suoi riti, le sue cerimonie, i suoi discorsi. Mi avvalgo della facoltà di non esprimere giudizi in merito, parlo solo per me. Tuttavia continuo a ricordare, tanto, in ordine sparso, quando meno me l’aspetto, quando sono sollecitata da ascolti, letture, chiacchierate, viaggi. Oggi si ricorda soprattutto la Shoah. E’ un argomento che non smette e non smetterà mai di turbarmi, e la cosa peggiora col tempo.

C’è chi si preoccupa che con l’inevitabile scomparsa degli ultimi sopravvissuti alle persecuzioni naziste anche la memoria della Shoah verrà a mancare. Ebbene io non lo credo. Ribadisco quanto ho ascoltato non ricordo quando e dove, ma che ho fatto mio. L’arte ci aiuterà, e per arte intendo letteratura, cinema, pittura, scultura, fotografia e musica.

Ho visitato tre campi di concentramento, confesso che quelli che mi hanno colpito di più sono la Risiera di San Saba e Terezin. Sono stata anche a Maidanek in Polonia.

San Saba è quello che mi ha fatto più orrore, forse perche più piccolo, forse perché la giornata era cupa e livida, forse perché accompagnato da una mostra fotografica letteralmente orripilante nel suo contenuto, forse perché in terra a noi vicina, nella bella Trieste che amo tanto.

A Terezin, non lontano da Praga, sono stata una decina di anni fa. Ricordo come fosse oggi il grigiore di quel posto, eppure era una giornata estiva, calda. Ricordo di aver pensato, ma come si fa ad abitare in un posto così, con la memoria che ha? Ricordo le stanze con tre piani di cuccette in cui gli internati dormivano stretti come sardine sotto un tetto pieno di fessure. Ricordo il tunnel che percorrevano i condannati fino al luogo dell’esecuzione, in un piccolo prato con lo sfondo di un alto muro. Adesso Terezin è una “cittadina”. Strano chiamarla così. Più appropriato forse chiamarla cittadella. Era nata infatti come insediamento militare difensivo al limite dell’impero asburgico, alla fine del diciottesimo secolo.

Con pianta a forma di stella ospitava, in due zone separate, la guarnigione militare nella cosiddetta Grande Fortezza e un carcere nella Piccola Fortezza. Un po’ come lo Spielberg; ricordate Le Mie Prigioni di Silvio Pellico? Durante la prima guerra mondiale Terezin fu utilizzata come campo di internamento per i prigionieri russi. Vi fu rinchiuso anche Gavrilo Princip, l’assassino dell’arciduca Ferdinando a Sarajevo.

Così quando i nazisti invasero la Cecoslovacchia nel ‘39 si trovarono questa cittadella già bell’e pronta e la utilizzarono subito, senza neppur doverne cambiare la destinazione d’uso.

Perché mi ha tanto colpito Terezin o Theresienstadt, come fu chiamata dai tedeschi, che ne avrebbero voluto fare una cittadina modello per gli ebrei cechi, un nuovo ghetto? Proprio per il contrasto che porta in sé: luogo abitato oggi che non può prescindere dalla sua storia, che gli rimarrà sempre attaccata, come rimangono appiccicate ai posti le leggende, che siano di apparizioni sacre o di roghi di streghe, di pestilenze o di miracoli. E la gente non si stacca dalle sue leggende… Di Terezin rimangono gli splendidi disegni dei bambini, con tante farfalle… Rimane l’attaccamento alle cose belle della vita, le opere d’arte, la musica, il teatro, nonostante la morte incombente. Davvero incredibile.

Di Maidanek, più che gli innumerevoli dettagli macabri, risuonano ancora nelle mie orecchie i singhiozzi veri di una coppia di visitatori. Chissà quanto avrebbero avuto da raccontare.

Del ghetto di Varsavia, di cui rimangono solo alcuni pezzi di muro e alcune targhe, ricordo le lacrime di un nostro compagno di viaggio, che piangeva per la sua gente.

Ma ricordo anche che, quando andai a vedere il film Il Pianista, ad un certo punto avrei voluto uscire, tanto reali erano le scene, così come ricordo la struggente scena finale dell’ufficiale tedesco catturato dai russi..

Dello Yad Vashem a Gerusalemme ricordo soprattutto, del padiglione dedicato ai bambini, la cupola blu con le innumerevoli stelline e il monumento al Dottor Korczak, anche perché ero stata in precedenza commossa dalla sua storia raccontata in un film da Andre Waida.

E poi altri film, altri libri. Ricordo che un mio allievo, non particolarmente studioso, ci portò i dvd di Schindler’s list da guardare insieme a scuola, e l’aveva visto parecchie volte.

Ecco allora che anche film come La Vita è Bella o Train de Vie non vanno criticati, perché celebrano la vita e cercano di raccontare l’indicibile anche ai bambini. E io, che ebrea non sono, mi sono avvicinata alla cultura ebraica non tanto per gli orrori della Shoah, ma per i suoi libri, a cominciare da quel Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg, che raccontava di una famiglia, una famiglia che avrebbe potuto essere la mia, con le sue vicende di tutti i giorni, i pettegolezzi, gli avvenimenti della Grande Storia sullo sfondo. A quello di libri ne sono seguiti tanti, tantissimi, ma in tutti si rivendica il diritto di essere simpatici e antipatici, buoni e cattivi, avari e generosi, ricchi e poveri, insomma di essere uomini e donne come tutti, con qualità e difetti. E ogni uomo, ogni donna è comunque sempre una storia, da ricordare e raccontare ai figli, ai nipoti…

Per approfondire la storia di Terezin rimando al libro:

TEREZÍN

LA FORTEZZA DELLA RESISTENZA NON ARMATA

di Maria Teresa Milano, Effatà Editrice, 2017.

Anna Carbich, Lugano, 27 gennaio 2017

Viaggio in Polonia. Impressioni e Pensieri

2. CRACOVIA – LUBLINO – VARSAVIA

Lasciata la bella Cracovia continuiamo il nostro cammino. Campagna, boschi, casette. Una prima sosta a Tarnow, tranquilla cittadina con una bella piazza. “Prima della guerra era un attivo centro industriale, ma durante la seconda guerra mondiale Tarnów fu oggetto, da parte dei nazisti, di uno sterminio dei suoi cittadini di religione ebraica, all’epoca circa 25.000 persone, pari a circa la metà dell’intera popolazione (Wikipedia)”. Di questa presenza rimane la bimà di una grande sinagoga bruciata, un’altra sinagoga di tipo moresco oggi diventata ristorante, e qualche nome ebraico sulle targhe delle vie.

Il nostro viaggio non può prescindere dalla storia degli ebrei in Polonia e quindi dalla storia della Polonia stessa. Ho cercato di fare una sintesi impossibile, ho accennato solo agli avvenimenti più importanti, connessi anche alla presenza ebraica. Non ho parlato della tripartizione della Polonia fra Russia, Prussia e Impero Asburgico, dalla fine del ‘700 alla prima guerra mondiale, proprio negli anni in cui nascevano i nazionalismi. Non ho parlato delle due guerre mondiali. Non ho parlato della nascita del sionismo e dell’avanzare dell’antisemitismo. Tema delicato e scottante. Ho sentito una professoressa di Lod rispondere così a un giornalista che la intervistava a proposito della questione ebraica: “A differenza di altri paesi noi abbiamo cominciato ad elaborare il nostro passato solo da una ventina d’anni. Siamo diventati una nazione libera solo dopo la prima guerra mondiale, poi siamo stati di nuovo invasi un po’ dai tedeschi e un po’ dai russi, abbiamo subito perdite e distruzioni tremende, siamo stati “occupati” dai comunisti per quarant’anni. È solo da poco che possiamo godere della libertà.” Parole dure.

Come mai in Polonia c’erano tanti ebrei? Altra domanda che richiederebbe una risposta lunga e articolata. Accontentiamoci di dire che mano a mano che gli ebrei subivano persecuzioni nel resto d’Europa, durante le crociate, durante la Peste Nera quando erano accusati di diffondere il morbo, e poi ancora dopo la cacciata dalla Spagna, essi si spostavano verso est, dove la chiesa era meno potente, dove la peste non era arrivata e dove venivano accolti e tutelati. In Polonia essi godettero di relativa tranquillità e tutela per più di due secoli, a partire dalla metà ‘300, cioè dal regno di quel Casimiro il Grande di cui abbiamo già parlato, fino alla fine del ‘500, quando il regno di Polonia, unito in confederazione con la Lituania, cominciò ad indebolirsi e decadere.

Ma perché venivano perseguitati gli ebrei? Per motivi religiosi, economici, forse linguistici, perché erano oggetto di invidia, ma soprattutto perché erano considerati “diversi”. Ma nessuno di questi motivi può giustificare le persecuzioni di cui sono stati oggetto, culminate con la Shoah.

Più passa il tempo, più leggo, ascolto e rifletto, più queste persecuzioni e la tragedia immane della Shoah mi sembrano incredibili, incomprensibili, inspiegabili, nonostante tutti gli sforzi per capire, spiegare, razionalizzare..

Non è umanamente concepibile e accettabile essere puniti per dove si è nati, per come si è nati, per una condizione che nessuno di noi può scegliere. Ricordo sempre quella bella canzone di Joan Baez: There But For Fortune, Solo per caso. Solo per caso quei milioni erano nati ebrei.. ma non per caso sono stati sterminati.

Ormai possiamo solo ricordare, e vigilare affinché non si ripeta più…

Dobbiamo ricordare un altro momento traumatico, un’altra cesura nella storia polacca: il cosiddetto massacro di Chmielnicki del 1648 compiuto dai cosacchi ucraini scontenti del trattamento cui erano sottoposti dai nobili polacchi che li utilizzavano per controllare le loro terre in Ucraina. Guidati da Bohdan Chmielnicki trucidarono spietatamente i nobili polacchi e anche gli ebrei in quanto amministratori economici dei beni della nobiltà. Per assurdo gli stessi polacchi si rifecero con gli ebrei, incolpandoli di essere loro ad aizzare cosacchi e russi ad invadere la Polonia. A seguito di ciò quasi 1/4 degli ebrei morì tra atrocità e torture, e altrettanti furono venduti come schiavi nei mercati di Istanbul.

Questo periodo – noto come Il Diluvio – coincise anche con l’invasione della Polonia da parte degli svedesi e il definitivo indebolimento della corona polacca. Una curiosità, sarebbe interessante leggere o rileggere il romanzo IL Diluvio di Henryk Sienkiewicz, l’autore di Quo Vadis, che narra proprio una vicenda che si svolge in questo periodo in Polonia.

Fu in seguito a queste tragedie che anche la comunità ebraica si indebolì. Solo nel ‘700 cominciarono a nascere nuove correnti, fra le quali la più nota è senz’altro quella hassidica, che rianimarono la vita negli shtetl e riportarono la gioia di vivere, introducendo anche canti e danze nei riti religiosi.

Questo breve cenno storico era dovuto, se vogliamo capire il nesso fra il bel palazzo nobiliare che abbiamo visto a Lancut, una vera e propria reggia, appartenuto ai conti Potocki, e la coloratissima sinagoga non molto distante. I Conti Potocki erano una potente famiglia polacca celebre per i numerosi statisti, leader militari, e intellettuali. Era anche proprietaria della distilleria di vodka più antica del paese. Un suo famoso esponente è Jean Potocki, autore del famoso Manoscritto Trovato a Saragozza, libro che è diventato esso stesso un topos letterario, citato in innumerevoli altre opere, anche in un episodio di Montalbano.

Nel 1944, quando il conte Alfred Potocki, probabilmente collaborazionista, si accorse che i tedeschi avevano appiccato fuoco alla sinagoga del villaggio, la “sua” sinagoga, andò su tutte le furie e riuscì a fermare la distruzione e salvarne il corpo centrale. E’ quella coloratissima sinagoga in cui abbiamo visto un gruppo di giovani hassidim provenienti da Israele pregare, cantare e infine mettersi a ballare coinvolgendo anche i membri del nostro gruppo. A quanto pare erano così le sinagoghe polacche, decorate con rappresentazioni di animali e simboli biblici. E non penso di essere irriverente se associo le immagini di una vecchia giostra decorata alla bimà della sinagoga riprodotta all’interno dello stupendo Museo Polin di Varsavia. Ripenso ai racconti di Sholem Aleichem (Il violinista sul tetto), ai Racconti dei Hassidim, raccolti da Martin Buber, ai libri di Isaac B. Singer, al film Train de Vie. E penso soprattutto alla danza gioiosa di quel gruppo di giovani Hassidim incontrati nella Sinagoga di Lancut.
A proposito di I. B. Singer, abbiamo visto un tentativo di ricostruire uno shtetl, con tanto di sinagoga, proprio a Bilgoraj, il villaggio dove visse lo scrittore. Eravamo perplessi, ci dava un’idea di “posticcio”, come il villaggio Medievale a Torino o Grazzano Visconti vicino a Piacenza. Le casette erano belle e moderne, con tutte le comodità, destinate ad essere abitate. La sinagoga in legno era ancora in costruzione, secondo un metodo e uno stile “filologicamente corretto”.
Forse abbiamo apprezzato di più quella vista al Museo Polin, ricostruita con il solo scopo di mostrare al pubblico la tipologia di quegli edifici di culto. Comunque un risultato apprezzatissimo.
Continuiamo nel nostro pellegrinaggio nei luoghi di vita e di morte di quella Polonia che non c’è più .
Paradossalmente molto vivo, con le testimonianze delle preghiere dei fedeli e la calda accoglienza del custode, il ricordo dello Tzadik Eleazar Shapiro nel suo Ohel (tenda), cioè il suo luogo di sepoltura, nella campagna presso Lancut.

Poi il campo di Majdanek. Uno dei sei campi di sterminio costruiti dai nazisti in Polonia. Gli altri sono Chelmo, Belzec, Sobibor, Treblinka, Auschwitz-Birkenau.

Più delle parole della guida ci hanno scosso i singhiozzi, veri, di una coppia di anziani visitatori e la commozione dei membri del nostro gruppo.. Una di noi ha posto una piccola pietra sul grande tumulo sottostante la cupola del memoriale. Che cos’altro mi ha colpito? La razionalità della follia omicida… Tutto troppo macabro..
Consola solo vedere alcuni fiori di campo accanto a delle baracche e delle balle di fieno raccolto là dove allora di prato proprio non ce n’era. La vita che preme? La natura che vuole una rivincita?
Ripartiamo in silenzio per Lublino.

A Lublino siamo ospitati nell’albergo Ilan, già sede della Jesziwat Chachmei (Yeshiva), costruita nel 1930 in una Polonia ancora libera e fiduciosa, solo recentemente ritornata alla comunità ebraica, e che oltre all’hotel ospita la sinagoga e un bel museo fotografico.

Bella città Lublino, anche se molto più povera di Cracovia e Varsavia. Crocevia intellettuale e culturale di rinomanza internazionale, dove convivevano pacificamente ebrei, protestanti e cattolici. Punto d’incontro e scambio fra oriente e occidente, non fu toccata dalle sanguinose guerre di religione che devastarono il resto d’Europa. All’interno del suo bel castello abbiamo ammirato la Chiesa della Santissima Trinità, completamente affrescata in stile bizantineggiante da un artista ortodosso per il committente cattolico. Con l’occupazione nazista la piccola Gerusalemme dell’est Europa divenne un centro di raccolta per lo sterminio di massa, mentre il quartiere ebraico veniva raso al suolo. Nessuna traccia quindi del Mago di Lublino (I. B. Singer). Rimane solo un lampione, che non viene mai spento, una Lampada della Memoria. Almeno quello.

Il viaggio volge a termine. Raggiungiamo Varsavia in tempo per sostare in raccoglimento davanti ad un frammento del muro del ghetto. Anche qui commozione e religioso silenzio. Anche qui la posa di un sassolino. Passiamo davanti alla casa del Dottor Janusz Korczak, immortalato nel film omonimo di Wajda. Figura meravigliosa di umanista, pediatra, educatore. Anche a Gerusalemme l’abbiamo ricordato davanti al monumento a lui dedicato nello Yad Vashem (Museo della Shoah) .

Varsavia è oggi una cittadona moderna, come tante. Grattacieli, negozi Benetton, Prada, Luis Vuitton, Armani, come in tutte le altre cittadone Non somiglia alla Varsavia del Pianista di Polanski. . E’ una ricostruzione fedele dalla città rasa al suolo dai tedeschi, ma resti del ghetto bisogna andarli a cercare in mezzo a case popolari del periodo comunista. Il ghetto si trovava in una zona, Muranow, (di Murano) dal nome di un palazzo così chamato che apparteneva a un architetto veneziano, Josef Belotti. Le case popolari furono costruite dopo la guerra intenzionalmente sulle ceneri Ghetto utilizzandone le Macerie e i mattoni recuperabili. Molto inquietante. Anche la storia del Ghetto di Varsavia, pur tanto raccontata è una storia inenarrabile. E qui vorrei ricordare Ian Karski, il cui momumento avevamo incontrato a Cracovia, autore de La mia testimonianza davanti al mondo, uno dei libri che mi ha colpito e commosso di più in assoluto. Egli racconta la sua resistenza ai tedeschi durante la guerra, la sua cattura e le sue torture da parte dei tedeschi, la sua liberazione e la sua visita prima al ghetto poi addirittura in un campo, travestito da guardia ucraina. E’ un racconto scarno, senza fronzoli. Egli poi riuscì ad attraversare l’Europa in guerra e raggiungere Londra come membro del governo clandestino polacco. Raccontò quello che aveva visto agli alleati. Non fu ascoltato. Racconta Ian Karski di come, dopo essere riuscito ad uscire dal campo avesse vomitato sangue per tre giorni. Quello che forse lo colpì di più furono i trasporti dal ghetto ai campi, le scene di disperazione, gli urli.. e poi la scoperta che i vagoni per il trasporto erano ricoperti di calce viva..                         A questo pensavo mentre stavo davanti al pezzo rimasto in piedi del muro del ghetto. Pensavo anche che comunque, per quanto ci sforziamo, tutto quanto successo proprio lì, settantatré anni fa, oltre che inenarrabile è anche inimmaginabile, nel vero senso della parola.

Per fortuna abbiamo chiuso il nostro viaggio con la visita allo splendido Museo Polin, con la sua architettura essenziale pensata da un architetto finlandese, Rainer Mahlamäki.       In esso si raccontano i mille anni della storia ebraica in Polonia, non solo le tragedie. Storia che non prescinde dalla storia della Polonia, dalla storia dell’Europa, dalla nostra storia. Non basta una mattina per visitare quel museo. Ogni sezione è un racconto, ogni racconto merita tempo e riflessione.

Dovrò tornarci a Varsavia, anche solo per rivedere il Museo Polin.

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Museo Polin, Varsavia. La sinagoga ricostruita all’interno.

Anna Carbich

Lugano, luglio 2016

White Elephants ovvero le belle cose di pessimo gusto.

All’inizio di dicembre a Lugano si tiene sempre un grande mercato delle pulci. Ormai è una tradizione. Un paio di anni fa c’era stato un incendio e io mi ero preoccupata molto per quei poveri rigattieri che contano probabilmente sull’incasso di quei tre giorni. Per fortuna il mercato è ritornato puntualmente l’anno successivo.

Tengo molto a quest’appuntamento. Una volta ho visto un nostro tavolo, che mio marito aveva appena scambiato per una scrivania con un amico antiquario. Confesso che mi è venuta voglia di ricomprarlo, poveretto, era lì, tutto solo in ambiente sconosciuto. Pazienza.

Di solito cerco delle matriosche, anche se ormai ne ho parecchie, di varie misure. Quest’anno ne ho trovato una piuttosto grossa, con tanti figli, fatta a mano in URSS, quindi piuttosto vecchia.

Ho visto una teiera di peltro che mi piaceva, ma mi sono controllata e ho rinunciato ad acquistarla. In compenso ho trovato una bella brocca di cristallo – o di vetro – per mia figlia che ne aveva appena rotta una. Giro, giro, osservo tutti questi oggetti in questi stand improvvisati. No, non sono stand progettati da architetti, è tutto piuttosto modesto ed impolverato, poco svizzero, direi. Molti i cani, buonissimi, spesso sembrano anche loro in vendita, sdraiati ai piedi di una signora tutta imbacuccata – di solito fa freddo – seduta su una vecchia poltrona in un angolo intenta a bere un caffè e a controllare i potenziali clienti.

Spesso gli espositori sono interessanti quanto e più della merce in vendita. Indossano vestiti vecchi, soprattutto le signore, scelti fra quelli che vendono. Infatti sono molti gli stand che offrono borse usate ma belle, scarpe fuori moda, sciarpe e foulard di seta, golf in cashmere ed altri abiti vintage, come si dice adesso. Penso ad un paio di colli di pelliccia che ho in un baule, che le mie figlie mi proibiscono di indossare perché sono moderne ed animaliste. Penso alla mia mamma che non buttava via niente, soprattutto le cose di pelle o di lana buona, perché “possono sempre servire, non si sa mai”. Ma lei aveva vissuto la guerra. Penso al solaio della nostra grande casa, dove c’erano bauli pieni di cose vecchie rotte e inutilizzabili, ma perché si tenevano? Quel poco di recuperabile era già stato venduto tutto per poche centinaia di lire allo straccivendolo, che ogni tanto passava di lì. Ricordo la felicità di mia mamma, per quelle vendite allo “strascé”.

Aggirandomi fra gli stand vedo oggetti che mai avremmo tenuto in casa nostra perché pacchiani, la parola kitsch non era ancora di moda. Tazzine scompagnate con bordi dorati, teiere senza coperchio, bocce di vetro con la neve, come mi piacevano, ma erano proibite. Vedo persino un vecchio meccano. Ricordo di aver fatto in tempo a comprarne uno a mio figlio, che mi sembra non ci abbia mai giocato. Era arrivato il Lego. Vedo cesti pieni di giornalini, vecchi libri, e macchinine, proprio come quelle che compravo ai miei bambini, perché non costavano molto, erano piccole e, soprattutto, mi piacevano: l’ambulanza, la macchina della polizia o dei carabinieri e l’autobotte dei pompieri, la mia preferita. Ci sono anche piccoli puffi, barbapapà e personaggi di Walt Disney, proprio come quelli che abbiamo conservato in un cassettino della scrivania di mio figlio, tutti molto preziosi. Manca però Ezechiele Lupo, perché una volta Riccardo, nel rievocare la vicenda dei porcellini e del lupo, era riuscito a catturarlo e buttarlo – ma davvero – nel caminetto acceso.

Guardo sconcertata oggetti che io ho eliminato da tempo, vasetti, caffettiere, cani e gatti di ceramica, tutto un po’ sporco. Rimango sbigottita quando vedo un apparecchio proprio come la mia prima macchina fotografica, Retinette Kodak, che aveva un obiettivo ottimo, funziona ancora perfettamente, non mi sembra così vecchia, ma rimane nel cassetto perché non ho la pazienza di cercare le pellicole.

Ecco un ragazzo che mi saluta, buongiorno prof! Oh carissimo, ma che ci fai qui? Sa, a noi piace, abbiamo chiesto un po’ di oggetti in casa, vecchi dischi in vinile, vecchi libri, sciarpe in cashmere, foulard firmati, asciugamani di lino, tazze piuttosto belle, qualche oggetto d’argento, ma si sa ormai l’argento non va più. Troppa fatica lucidarlo.. Il giovane beneducato è pulito ed elegante. Si dà il cambio con il fratello, un’amica, e la mamma. Le sorprese non finiscono mai.

Decido che non posso comprare niente da loro, troppo umiliante. Passo oltre un banco con vecchi ninnoli, spille, collane, vecchie boccette di profumo, statuette di Capodimonte, proprio come quelle che piacevano tanto a mia suocera e che mi ero affrettata a regalare a delle care signore appena possibile. Sembra siano di valore, ma continuano a non piacermi. Anche quest’anno c’è un commerciante di vecchie armi, lance, spade, scudi, elmi, bastoni da passeggio, orribili busti in bronzo, chissà forse sottratti a qualche tomba. Ma dove vanno a prenderle tutte quelle anticaglie finte, mi chiedo, e perché mai. Forse qui vengono i trovarobe dei teatri e del cinema. Chissà.

Ecco dei collezionisti di cartoline e francobolli, non è il mio campo. Passo oltre. Vecchi libri in tedesco, scritti in gotico. Mi fanno un po’ pena. Sento una voce che mi saluta. Ciao, come va? Ah ciao, è vero, ricordo che andavi a dei corsi di restauro. Sì, questa poltroncina l’ho restaurata io, va con quelle scrivania con la saracinesca scorrevole. E’ la mamma di un compagno della mia figlia più giovane. Molto simpatico, il bambino aveva ereditato la passione dalla mamma. Ricordo che un giorno ci aveva mostrato tutto orgoglioso una valigetta di plastica bianca contenente una mezzaluna, oggetti trovati fra i rifiuti ingombranti. Ero rimasta molto sorpresa, perché la mezzaluna era la nostra, eliminata da mio marito a mia insaputa.

Sai, mi dice l’amica, io non mi affeziono alle cose, ma mi piace comprarne sempre di nuove – cioè vecchie – e per fare ciò devo venderne, perché altrimenti non saprei più dove metterle. Ho appena venduto un paio di scarpe di pitone di mia madre ad una ragazza, che appena le ha viste se ne è innamorata.

Ha alcuni oggetti piuttosto ricercati, ma non li posso acquistare: poiché io non vendo, non ho più il posto per mettere quasi niente. La saluto con affetto e proseguo il mio giro.

Osservo affascinata alcune persone, c’è una signora con un gran cappello rosso, un vecchio cappotto grigio con cintura rossa e collo di volpe, ma non ho il coraggio di fotografarla, mi sembrerebbe scortese. Una signorina gentile mi saluta come se mi conoscesse. E’ accanto ad uno stand distinto, con pochi oggetti, una statuetta di mercurio come quella che aveva mio nonno, dei fermacarte e, al posto d’onore, uno stivale con lustrini. Guardo meglio, affascinata, si tratta di una lampada! Mi chiedo da dove possa venire un oggetto simile, se non da un bordello parigino. Mi permetto di chiedere informazioni al distinto signore che a quanto pare lo sta vendendo. Mi guarda sorridendo: ”Brutto, vero?”, mi dice. “Beh, in effetti.., ma mi dica da dove viene? “ “Vede, noi siamo avvocati e abbiamo uno studio anche a Milano, in un palazzo dove abitano delle modelle straniere, magari brasiliane, che vanno e vengono, e che, quando partono, abbandonano o vendono le loro cose.”

“Ah – riesco a dire – allora questo è un hobby?” “Sì, non ci facciamo mancare niente”, mi risponde il distinto avvocato, strascicando la erre.

Dimenticavo, la bella brocca che ho comprato per mia figlia l’ho presa proprio lì, a quanto pare era appartenuta alla nonna del distinto avvocato.

Torno a casa con la brocca e la matriosca, decisa a partecipare anch’io al mercato delle pulci l’anno venturo. Devo assolutamente cominciare a raccogliere gli oggetti più brutti che ho in casa. White elephants, li chiamano gli inglesi, elefanti bianchi, oggetti di cui ci si vuole disfare, in genere destinate alle pesche di beneficienza. Chi può tenere in casa lampade a forma di scarpa o scarpe a forma di elefante?

 

 

Il Futile ci Salverà

Mi è già capitato di soffermarmi, tempo fa, su parole come “disposofobia”, piuttosto brutte all’orecchio e alla vista, ma che forse si ricordano proprio per questo. Quest’orribile parola, disposofobia, sta semplicemente ad indicare la mania di accumulare tutto. Avevo forse anche parlato dei collezionisti, altro argomento correlato. La cosa mi tocca da vicino perché io tendo a tesaurizzare – altro termine pretenzioso – e ad affezionarmi alle cose più inutili, le scarpe anni cinquanta della mia mamma, il tagliacarte che stava sulla scrivania del mio papà, la mia prima penna stilografica, naturalmente rotta, e via di questo passo. La cosa non sarebbe un problema se mio marito non volesse sempre disfarsi di tutto. Il suo armadio è sempre vuoto perché quando si compra un paio di pantaloni, ne elimina un paio di vecchi, e così per tutto, scarpe, pigiami, giacche.
Ieri ne ho trovata un’altra di queste parole, e me ne sono subito innamorata. Bottonologia.
Fantastico, qualcuno si è inventato questa nuova scienza e ne ha fatto subito una parola cult.
Non solo, come con i vari Minions, Peppa Pig, Simpson e altre mode, si è subito allargato e ha dato vita a facoltà universitarie, seminari, corsi di studio; ha invaso con bottoni-pupazzetti tutti gli autogrill; ha pubblicato libri come Bottonology for Dummies (Bottonologia per Tonti) o La Bottonologia in 10 Lezioni e persino Lo Zen del Bottone.
Ho trovato queste preziose informazioni sul libro che un amico, un “Lettore Forte”, mi ha passato qualche tempo fa: di Fredrik SJÖBERG, L’ARTE DI COLLEZIONARE MOSCHE.
Già dal titolo si può capire come l’autore sia un gran burlone. Per carità, uno scienziato serissimo, ma con un gran senso dell’umorismo. Effettivamente a chi può venire in mente di collezionare l’odiato insetto? Ci mancava solo che fosse l’arte di collezionare zanzare. Eppure questo signore svedese, e chi osa ancora dire che i nordici sono freddi e insensibili, si rende perfettamente conto dell’anomalia del suo hobby o mania, e riesce a divertirci e farci pensare.
Eh sì, sto imparando molte cose davvero sui sirfidi, che sono un tipo di mosca, ma anche sulle isole, e forse anche su di me.
Perché questa citazione dotta sulla bottonologia mi ha fatto pensare alle mie di manie, grandi o piccole che siano. Quando le mie figlie erano piccole io collezionavo per loro delle piccole gomme profumate o colorate, avrei potuto scrivere un piccolo trattato e diventare gommologa, perché no. D’altra parte ho un’amica gemmologa, molto simpatica. Acquistavo in genere piccoli oggetti che piacevano a me, costavano poco e occupavano poco spazio, come delle scatoline di metallo. Togliendo la “e” , ero così diventata esperta di scatologia, piuttosto che di escatologia. Abbiamo ancora questi oggettini in un armadio in uno scatolone recante la scritta TESORI DI A. E DI G. . Loro adesso sono sposate e non abitano più con noi, ma ogni tanto vengono a controllare il loro scrigno. Io colleziono, meglio sarebbe dire ogni tanto acquisto, teiere di peltro inglesi. Cominciai anni fa a Brighton, e ogni tanto ne trovo una che mi piace, e non costa troppo, a un mercatino. Sono una tè-dipendente e così come amo le teiere sono anche affascinata dai piattini a forma di teiera che in inglese si chiamano ”Tea Bags Tidy Rest”, il riposo ordinato delle bustine di tè. Mi piace l’oggetto, e poi a un nome così non potevo resistere. Come si potrebbe chiamare questa scienza? Teabagstidirestology? Troppo bello. Se non fossi già in pensione potrei forse tenere dei corsi all’università, o almeno fare domanda per una borsa di studio.
Non sorridiamo troppo, spesso si ricordano le nozioni più strane, di una lingua straniera si imparano le parole più inutili, forse proprio perché sono insolite, si comprano oggetti superflui che forse un giorno riscopriremo in fondo a un cassetto come dei tesori.
Quando ero piccola andavo a cercarmi delle fiabe da leggere, era il mio divertimento, su dei grossi Libri Rossi, un’enciclopedia per ragazzi UTET più bella –secondo me – dei Libri Blu, della Mondadori. Guardavo scrupolosamente l’indice alla ricerca delle mie fiabe, ma l’occhio era attratto da un capitolo: Gli Albori del Regime. Non mi sono mai chiesta cosa fosse, perché io cercavo le mie belle storie, ma l’ho capito un giorno, parecchio tempo dopo, quando mio padre disse che il cugino Aleardo, che viveva di rendita ed era uno scapolone, aveva insegnato per breve tempo Diritto Coloniale e Mistica Fascista. Ci voleva un bel coraggio. Diritto coloniale da che parte, dei coloni o dei colonizzati? Oppure si riferiva alle colonie elioterapiche o marine del dopolavoro ENAL a Milano Marittima? Mistica fascista è un concetto ancora più sofisticato, come dire cabala nazista… Allora evviva, evviva la Bottonologia e l’Arte di Collezionare Mosche!

Viaggio In Israele – 11- 18 giugno 2015 – Settimo ed ultimo giorno – Tel Aviv

Stasera si riparte. Ci spiace. E’ stato un viaggio speciale, con dei compagni speciali, con delle guide speciali.
Come ha detto una nostra compagna, alla sua seconda o terza esperienza in questo paese, “sembra che Israele abbia fatto una ennesima magia”-
Ma bando alle malinconie, ci aspetta comunque un’altra giornata intensa.
Ieri sera, dopo cena, dopo esserci rinfrescati e ristorati, abbiamo preso un taxi con Sarah che ci ha guidato nella vecchia Jaffa, nome che io associavo sempre ai pompelmi. Invece siamo arrivati in una vivacissima città di mare, unita a Tel Aviv. Infatti entrambe appartengono alla municipalità di Tel Aviv –Yapho. Ricorda un po’ le nostre città di mare, con la bella chiesa di San Pietro sull’ampia piazza, tanti locali e caffè, ateliers di artisti, antiche costruzioni ottomane.
Adesso purtroppo la crisi e il timore di recarsi in Medio Oriente tengono lontani i turisti, peccato.
In un caffè all’aperto suonano una vecchia canzone resa famosa da Tommy Dorsey, I’m Getting Sentimental Over You, come resistere a questo fascino? Sarah ci ha anche raccontato che in Israele alcune vecchie canzoni italiane sono molto popolari, come quella di Toto Cotugno, Un Italiano Vero, cantata anche in ebraico!
Stamattina ci siamo ritornati, col sole splendido, il mare blu, il faro che domina la baia. Mediterraneo.
Capisco perché Jaffa sia molto amata e chi c’è stato la ricorda sempre con nostalgia. Jaffa e Tel Aviv sono città di mare, gli abitanti vivono la passeggiata che unisce i due centri recandosi a fare sport, correre, portarci i bambini; la spiaggia è libera ed è normale andare a fare il bagno appena si ha un momento libero. E la stagione è lunga e calda. Forse è per combattere il gran calore che le case sono bianche, con terrazzi e balconi e tante piante, ovunque sia possibile mettere anche solo un vaso. E che piante, che fiori e che colori!
Ci fermiamo per un caffè nella vecchia stazione Ha Tahana della ferrovia che univa Jaffa a Gerusalemme, fino al 1948. Adesso è un simpatico centro commerciale e turistico. Le rotaie sono rimaste intatte, così come le pensiline e le piccole costruzioni liberty. Fa effetto vedere un bambino che gioca sui binari di un treno. Intorno ci sono boutiques, anche qui ateliers, caffè con tavolini all’aperto. Un po’ come il Covent Garden a Londra, trasformato in centro turistico dopo essere stato il mercato più importante della città.
Non è il solo esempio di ristrutturazione e conservazione a Tel Aviv.
Abbiamo visto anche le casette “tedesche” di Sarona, considerate molto speciali, ma che a me sinceramente non dicono gran che, forse perché così simili alle casette dei nostri paesi con i tetti in tegole rosse. Alcune sono state addirittura spostate e rimesse un po’ più in là, come le case del gioco Monopoli, pur di conservarle. Ma dietro c’è una lunga storia, come sempre capita in questo paese.
Ci racconta Ornat che nella seconda metà dell’ottocento ci fu un gruppo di protestanti tedeschi, “Templeri” o “Templari”, da non confondersi con i cavalieri Templari, che si stabilì in Israele.
Erano numerosi in quel periodo i cristiani, molti appartenenti a sette millenariste, che sentivano il desiderio di andare a vivere in Terra Santa per motivi religiosi.
Nuovi crociati senz’armi.
Furono proprio dei cristiani europei e americani i pionieri dei primi moderni insediamenti agricoli, che si stabilì qui anche contro il parere dei loro governi.
I nuovi templari arrivarono intorno al 1850. Nel giro di pochi anni raggiunsero un certo benessere in seguito all’avvio di piccole imprese a conduzione famigliare.
Essi furono i primi ad organizzare un servizio di trasporto tra il neonato villaggio Di Sarona e le città di Jaffa, San Giovanni d’Acri e Nazareth, luoghi in cui successivamente furono costruiti altri insediamenti.
Tuttavia con lo scoppio della prima guerra mondiale cominciarono i problemi perché i templari avevano sempre conservato la cittadinanza tedesca e il Medio Oriente era teatro di guerra. Con l’avvento del nazismo i templari, parecchi dei quali avevano aderito al partito, furono considerati con sempre maggiori ostilità dalle autorità inglesi, fino ad essere deportati in campi di internamento prima in Galilea, poi in Australia, e la comunità fu completamente disciolta.
Adesso si vuole rivalutare questo quartiere, questa presenza, e colpisce il contrasto con i modernissimi grattacieli della città. Ma si sa, il culto della memoria è il più sacro in Israele.
Così come l’arte è sempre incoraggiata. Sarah ci ha promesso – la prossima volta che veniamo – di portarci negli importanti musei che non abbiamo avuto il tempo di visitare. E’ bello che un paese giovane sostenga i suoi artisti.
Proprio nella hall del primo grattacielo di Tel Aviv, la Torre Shalom, abbiamo ammirato due grandi mosaici moderni, uno chiaro, naif, con scene bibliche e storiche, l’altro del famoso artista Nahum Gutman, ancora più intenso, colorato e ricco di profondo significato, che narra episodi della storia della città.
Fa caldo, mancano poche ore alla partenza. Il programma del viaggio è stato rispettato nei minimi particolari, anzi forse arricchito. Siamo stanchi e accaldati, ma, prima di gustare per l’ultima volta le specialità locali da “Suzana”, un simpatico ristorante all’ombra di enormi alberi, non vogliamo mancare l’appuntamento col vecchio Mercato Lewinski.
E’ il posto migliore di Tel Aviv per comprare spezie e frutta secca, legumi e miscele per il the; per gustare le burekas turche o altre specialità “etniche”, come diremmo ora.
Si sentono tante lingue, riconosco l’ebraico, ma anche l’arabo, e altre a me sconosciute. Siamo di corsa, ma, grazie ad Ornat che mi aspetta, riesco a comprare dei lunghi bastoni di cannella per mia figlia. Ci passerei una giornata, fra questi sapori e questi odori, spezie, noci, mandorle, pistacchi, carrube, olive, dolci orientali come l’halva, squisito, a base di sesamo e pistacchio quanto ne mangerei, hummus, tahina…
Non solo le spezie sono multicolori, anche la gente. Ci sono poveri, molti poveri. Vediamo i falascià etiopi, emarginati, come i nostri immigrati neri, anche qui tutto il mondo è paese.
E forse è proprio questa la conquista di Israele. Gli israeliani sono persone come tutti noi, con i loro pregi e difetti..
In questo paese abbiamo visto di tutto, poveri, ricchi, bianchi, neri, grandi, biondi, bruni, piccoli, belli, brutti, simpatici, antipatici, magri, grassi, allegri, tristi. E’ forse per questo che hanno voluto un loro paese, per dimostrare al mondo che sono persone che aspirano soprattutto alla normalità, come tutti noi.
E alla normalità eccoci tornati, ma le immagini, i ricordi, la voglia di tornare in questo paese magico, restano e resteranno chissà ancora per quanto tempo.
Grazie a Sarah, per aver pensato il viaggio, per i suoi pensieri e i suoi assaggi; a Ornat, per il suo sorriso, le sue canzoni e la sua professionalità. Grazie a Giancarlo per avercelo proposto. Grazie a Ester per le sue preghiere. Grazie ad Anastasia, per aver sopportato i compagni “anziani”. Grazie alle due carissime Lucie, Pierfranco e Graziella, Roberto e Carla, per la loro simpatia, sensibilità e discrezione e per aver condiviso le loro esperienze e i loro sorrisi. Grazie anche a mio marito per aver deciso di fare questo viaggio, di certo non se ne è pentito.

Viaggio In Israele 11- 18 giugno 2015 – 1° giorno

Giovedi 11 e Venerdì 12 giugno

Ormai non ci speravamo più. Si era sempre detto che per andare in Israele ci voleva un viaggio speciale, con accompagnatori speciali. Così quando Giancarlo ha proposto questo viaggio ci siamo detti, perché no? Se non ora quando? Se lo organizzano loro sarà senz’altro bello e interessante.
E così è stato.
Non è facile ora raccontare le impressioni, le sensazioni, le emozioni provate durante questa settimana così intensa, ma ci proverò, seguendo il percorso effettuato.
Siamo partiti giovedì11 da Malpensa, con volo El Al, dopo aver incontrato i compagni e la ideatrice del viaggio, Sarah, con i quali si è stabilita subito una corrente di forte simpatia.
A Tel Aviv siamo stati accolti da Ornat, la guida che ci ha accompagnati per l’intero tour, instancabile ed efficiente, che, mentre percorrevamo la strada che porta a Gerusalemme, ha cominciato a raccontarci la storia della nascita dello Stato di Israele a partire dal 1948. Ecco che le vicende lette in Exodus o in Gerusalemme, Gerusalemme di Dominique Lapierre, uscivano dai film e dai libri per ritornare nella loro vera ambientazione. Ornat ha persino intonato i canti ispirati a quei momenti così drammatici. Ci indica anche i nomi di alcune località che oltrepassiamo, come Emmaus!
L’arrivo a Gerusalemme, almeno per chi come me non c’era mai stato, è stato emozionante. La luce del tramonto dava un colore dorato alle case bianche in mezzo al verde degli alberi e sotto un cielo terso. L’aria leggera e pulita, la temperatura ideale. Da una parte una sensazione di déjà-vu, dall’altra una forte emozione, indescrivibile: ma come sono davvero qui, in mezzo alla Storia…
Che uno creda o no, Gerusalemme è una città spirituale, cosa che forse non le ha sempre portato fortuna… E proprio su Gerusalemme e sulla sua importanza per il popolo di Israele ci ha parlato la sera stessa il professor Alexander Rofé, insigne biblista, che ci ha regalato le sue dotte considerazioni in perfetto toscano. Non solo, sempre fra una citazione biblica e un’altra, ma con grande semplicità e chiarezza, ci ha spiegato come nella religione ebraica la preghiera è arrivata a sostituire il sacrificio umano. Affascinante.
Eravamo stanchi, ma Ornat, abituata ad insegnare ai bambini, ci ha fissato la sveglia per le sette del giorno dopo con partenza dall’albergo alle otto e trenta.
Per fortuna il clima era ideale, asciutto, gradevole, non troppo caldo.
Venerdì 12 gugno. Gerusalemme Sacra. Siamo tutti a bocca aperta ad ammirare il panorama dal monte degli Ulivi. Sotto di noi l’immenso cimitero ebraico, di un bianco accecante, con le tombe tutte uguali su cui si posano dei sassolini, secondo l’antico uso ebraico. Varie le spiegazioni sentite al riguardo, una dice che i sassi servivano a sostenere le tombe, un’altra dice che in assenza di fiori nel deserto si metteva una pietra, di certo non si sa, ma è comunque un atto di amore. Cominciamo a scendere, passiamo dalla cappella Dominus Flevit, https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_del_Dominus_Flevit , arriviamo ai Getsemani. Grande emozione. Il giardino con ulivi millenari – testimoni del tempo? – è ben curato. Arriviamo alla Chiesa di tutte le Nazioni. Il nome della chiesa ricorda il contributo di numerosi paesi alla sua costruzione, avvenuta tra il 1919 ed il 1924 ad opera dell’architetto italiano Antonio Barluzzi. La chiesa è conosciuta anche come chiesa dell’agonia in riferimento alla notte che Gesù vi trascorse alla vigilia del suo arresto. Ma è successo davvero tutto qui?
Proseguiamo risalendo verso il Monte Sion, dove ci troviamo nelle strette vie del quartiere musulmano. Un cartello ci dice che siamo nella Via Dolorosa, V stazione! Camminiamo controcorrente con grande attenzione per non essere travolti da una fiumana di uomini arabi che si stanno recando verso la spianata delle Moschee alla funzione del venerdì.
Noi non ci andremo, meglio evitarlo in una giornata festiva. Vediamo anche molti giovani militari, ragazzi e ragazze, che si preparano a fare il turno di guardia proprio in quei luoghi. Meglio prevenire che reprimere.
Dopo tante emozioni ci meritiamo un po’ di riposo e un buon pranzo. Hummus naturalmente, il migliore di Gerusalemme in un ristorantino arabo che Sarah conosce. Certo, Sarah non è sono una persona dotta e saggia, è anche una buongustaia, sempre alla ricerca delle specialità più tipiche, ogni cibo ha una storia, il cibo è un fatto culturale, richiede amore. Così ogni tanto, durante il viaggio ecco che ci farà gustare un frutto, un dolce, uno stuzzichino, ognuno con la sua storia. Grazie Sarah!
Ottimo l’hummus, ottima la birra locale, così come la Limonana, bevanda rinfrescante a base di limone e menta, ma si sa lì i sapori sono speciali.. Se qualcuno gradisce la ricetta eccola:
http://www.israel-travel-and-tours.com/lemonade-recipe.html
Continuiamo la visita passando dal quartiere ebraico, visitando le Quattro Sinagoghe Spagnole restituite al culto dopo la loro liberazione nel 1967, incontriamo tanti abitanti con l’abbigliamento tipico e tanti, tanti bambini. Percorriamo l’antico Cardo che separa i quartieri ebraico e arabo da quelli armeno e cristiano.
Arriviamo al Santo Sepolcro! Sembra impossibile, è qui! Avevo sentito parlare delle dispute fra ortodossi, cattolici e armeni all’interno della chiesa e ne ho avuta conferma. Severissimo infatti il pope a guardia del sito più sacro per i cristiani, che regola il traffico dei pellegrini commossi senza alcuna pietà!
Gli ortodossi, vuoi per vicinanza, vuoi per tradizione – visto che fu Sant’Elena, la madre di Costantino, a lanciare il culto dei luoghi santi – sono molto presenti in Terra Santa, seguiti dai francescani. Anche i protestanti e i nuovi culti cristiani, soprattutto americani, sono molto attivi in Israele, anche se non nei siti più antichi.
Ma la giornata è lungi dall’essere conclusa. Poco lontano dal Santo Sepolcro si trova il luogo più sacro per l’ebraismo, il Muro del Pianto. Imponenti anche qui le misure di sicurezza. Commoventi anche qui le manifestazioni di fede. Ebrei ortodossi ed ultra ortodossi abbigliati con i tradizionali soprabiti e cappelli neri, alcuni con i copricapi di pelliccia, secondo il costume dell’ Europa orientale del 18° secolo, i bambini e le signore vestite per la festa. Il venerdì sera infatti inizia lo Shabbat, la festa settimanale.
E per la sera di Shabbat siamo invitati da una famiglia ortodossa a condividere con loro la cena. Troviamo una tavola apparecchiata con cura, i padroni di casa che ci accolgono con grande calore come se fossimo amici di lunga data. Con molta pazienza ci spiegano i rituali, che comprendono preghiere, parecchi canti e molti brindisi, tutto all’insegna della vita e della riconoscenza. C’è un momento di imbarazzo quando i padroni di casa, con grande pragmatismo, ci invitano a presentarci e dire qualcosa di noi. In realtà è stato il momento che ha favorito la conoscenza reciproca e il nascere di un cameratismo fra i vari membri del gruppo che andrà consolidandosi lungo tutto il viaggio. Benedizione dello Shabbat? Forse.
Cibo e bevande ottime e abbondanti, ma a un certo momento si deve andare perché gli interruttori si spegneranno automaticamente. E’ Shabbat e i più osservanti non possono nemmeno premere un interruttore. Infatti anche in albergo non capivo come mai l’ascensore si fermasse da solo ad ogni piano, come un accelerato. Anacronismi? Mah..

L’assalto dei babbi natale

Tornando a casa ieri sera non ho potuto non essere colpita dagli addobbi natalizi che rischiarano la lunga notte dicembrina. Quando i bambini erano piccoli, si giocava a contare le stelle, le renne, gli alberi colorati. Adesso sembra ci sia un vero e proprio assalto di babbi natale che si arrampicano sui muri delle case, dando così un pessimo esempio. Istigazione a delinquere, la definirei. Non vorrei che uno di questi poveri benintenzionati si arrampicasse sul muro della mia vicina che ha appena fatto installare un sofisticato sistema di allarme. Non voglio immaginare i titoli sulle locandine dei giornali locali:
ARRESTATO BABBO NATALE
COLTO IN FLAGRANTE MENTRE TENTAVA DI INTRODURSI IN UN APPARTAMENTO DALLA FINESTRA DEL SECONDO PIANO
E se il sistema di allarme prevedesse una scarica elettrica? Altro titolo:
BABBO NATALE FULMINATO NELLA NOTTE.
E le renne? Anche per le povere amiche mala tempora curunt. I cani sono arrabbiatissimi per queste intrusioni, abbaiano come matti a queste presenze aliene nel loro territorio. I gatti si divertono a far loro dispetti, causando spesso incidenti anche gravi, come la perdita di un occhio o delle corna.
Non avete visto quanti cartelli segnalano la presenza di ungulati sulle strade? Di certo renne che si sono perse e vagano senza meta senza la loro slitta.
Non c’è amore nei confronti delle renne viventi o dei loro cugini cervi. La mia vicina ha predisposto una difesa fortificata anche contro di loro. Dopo aver sollevato e arrotolato il tappeto verde intorno alla sua casa e installato un raffinato impianto di irrigazione subcutaneo, inutilissimo in questo clima così piovoso, ha anche ingabbiato con una vera e propria camicia di forza tutti gli arbusti che potevano invitare queste dolci creature ad assaggiare le loro gemme. Non so se sia arrivata a circondare le camelie e i gelsomini di filo spinato, certo il suo giardino non ha più un’aria molto natalizia.
Io ho dei bei ricordi del mio natale di quando ero bambina. Un anno i miei fratelli avevano dato sfogo alla loro creatività occupando un’intera stanza, detta l’Ultima Camera perché in fondo in fondo alla casa e non riscaldata, con uno splendido presepe. Trionfo della meccanica, prima dell’elettronica. Avevano raccolto il muschio nel bosco, costruito un elaborato impianto idraulico per le varie fontane e i laghetti, previsto persino il suono di campanelle e trombe. Ricordo il grande entusiasmo in famiglia.
Perché da quando sono diventa grande non riesco più ad esaltarmi così? Forse, semplicemente per la grandissima fatica. Quando i bambini erano piccoli facevamo un piccolo presepe. Ho ancora delle statuette, un laghetto e dei pesciolini fatti col DAS. Adesso, anche volendo, non potremmo più avere un vero presepe, perché i nostri due gatti se ne approprierebbero immediatamente, così come si divertirebbero un sacco con le lucine esterne. Quando abbiamo cercato di addobbare un piccolo albero in giardino, è arrivato il Vento del Nord, che ha mandato tutto all’aria, letteralmente. Per non parlare della messa di mezzanotte. Sono sempre crollata prima. Freddo, caldo, sonno, influenze, raffreddori, stanchezza, stanchezza, stanchezza..
Vedo su facebook foto di presepi, alberi, decorazioni, luci di Hanukkah, paesaggi imbiancati, una vera e propria gara a chi li ha più belli, più grandi, più piccoli, più spirituali, più poveri più, più, più..
D’altra parte prima ci scagliavamo contro il consumismo, adesso, in tempo di crisi, lo rimpiangiamo.. L’altro giorno, in una di quelle trasmissioni radiofoniche in cui si dà voce anche a chi dovrebbe tacersi per sempre, ho sentito un quasi litigio a proposito di Gesù Bambino e Babbo Natale. Gesù Bambino che porta le Barbie, Lego e armi spaziali elettroniche è cattolico, Babbo Natale che porta le play station, i giochini elettronici e il nuovo I-phone al papà o alla mamma è neo pagano, un’invenzione della Coca Cola.
Ma a me piacciono tanto le canzoni di Natale, italiane, inglesi, americane, tedesche, francesi, russe (altre non ne conosco). Da White Christmas al Piccolo Albero russo, da Stille Nacht a Les Trois Grand Rois, da Scendi dalle Stelle ad Adeste Fidelis, da The Twelve Days of Christmas a Piva Piva l’Oli di Uliva. Sono tutte bellissime!
Per favore non litighiamo anche per il natale, un po’ di tolleranza per il natale degli altri! Godiamoci quello che ci piace del nostro natale: pandoro o panettone, albero o presepio, tacchino o cappone, tortellini o capitone, in allegria e in armonia, è comunque una festa dei nostri giorni, accettiamola e accettiamoci per quella che è e per quello che siamo, senza tutti questi rancori e sensi di colpa…
Un’ultima annotazione, anche se forse vado fuori tema, come mi dicevano una volta, e merito un’insufficienza. L’altra sera ho visto alla televisione della Svizzera italiana, un bel servizio dedicato al convento di Bigorio, vicino a Lugano. Splendido luogo, con vista “imprendibile”, come dicono qui. Ci si può andare per passare qualche giorno in silenzio. Mamma mia, che fatica, quando i bambini ci fanno giocare al gioco del silenzio, io perdo sempre e il gioco finisce in una risata. Mah… certo se si tace non si dicono stupidaggini.
Due i frati rimasti al Bigorio, più un giovane indiano, con denti bianchissimi e dolci occhi neri, che si occupa della produzione di grappa, nocino e miele. Questo giovane è innamorato delle api, le accarezza persino. Chi di noi ha mai accarezzato un’ape?
Il frate anziano è un artista, un pittore… dice che trova ispirazione nella natura circostante. E ci credo! Il frate più giovane ha un’attività esterna, insegna e pratica cure palliative ai malati terminali. Dice che di fronte al mistero del dolore, soprattutto dei bambini si può solo tacere…
Dice di essere contento di vivere in un luogo dove non sono avvenuti né miracoli né apparizioni. Che il miracolo più grande è la vita… breve o lunga che sia.
Come mi è piaciuto. Ecco voglio che sia questo il mio pensierino di natale.

Bibliografia:
Babbo Natale Briggs Raymond, 2014, Rizzoli
Babbo Natale va in vacanza Briggs Raymond, 2014, Rizzoli

Natale 2014

Compagni di scuola

Avete mai frequentato un corso serale? E’ un’esperienza gratificante, che ci si trovi da una o dall’altra parte del banco. Io ho provato le due cose e ho sempre fatto degli incontri preziosi. Abituata a non essere ascoltata, a dover “mantenere” la disciplina – ma chi è questa signora che deve essere mantenuta – a dovermi far “rispettare” da allievi, colleghi e superiori, l’aula della scuola serale mi è sempre apparsa come un’oasi di pace e serenità. U-topia, nel senso di luogo dolce o luogo che non c’è?

Il mio primo corso serale lo tenni in un paese del comasco. Le “Centocinquanta ore”, per lavoratori che non avevano il diploma di terza media. Volli subito bene a quelle persone, operai con le mani poco avvezze ad usare la penna, o casalinghe ansiose di non fare brutte figure coi figli. Non avevo bisogno di farmi rispettare, ero soprattutto io che rispettavo loro e li ammiravo per lo sforzo che facevano.

Dopo che mi trasferii in Svizzera cominciai ad insegnare inglese la sera. Anche lì, pubblico eterogeneo, ma sempre entusiasta. C’era una certa “mortalità”, spesso molti buttano la spugna quando si accorgono che studiare è fatica e rinunciano, ma provavo lo stesso un grande affetto per i miei scolari, gli volevo proprio bene, e spesso questo affetto era ricambiato. Con loro potevo fare le cose più strane: si cantava, si giocava, si parlava e si rideva. Guai se sentivo dire l’orribile frase: “Io sono negato per l’inglese o per le lingue”! Mai dire una cosa simile! Nemmeno pensarla! Quanti danni possono fare i professori!.,
A un certo punto rinunciai con dispiacere all’insegnamento serale per poter frequentare io stessa qualche corso. Molta storia, di quella che non si studia sui libri, storia per capire un po’ meglio l’incomprensibile di questo mondo..

E poi il russo. Avevo studiato lingue, ma non il russo. Quando ero giovane il mondo era diviso in due, c’era la cortina di ferro e anche ideologicamente si stava o da una parte o dall’altra. Io stavo da questa parte, per educazione, ambiente e, soprattutto, ignoranza. La mia conoscenza della Russia si fermava a Guerra e Pace, che bella Audrey Hepburn, e alla ritirata di Russia raccontata dai nostri alpini. Stop. Mia mamma aveva i classici russi, ma i figli non leggono i libri dei genitori, e poi mi angosciavano, mi sembravano cupi, disperati…

Quando la mamma ebbe bisogno di assistenza, trovammo, dopo vari tentativi, una carissima badante ucraina, russofona. Riscoprii un vecchio libro di russo, acquistato in una liquidazione, che si chiamava Il Russo Senza Sforzo, del Metodo Assimil. Mi aveva sempre intrigato, perché effettivamente proponeva un approccio rassicurante, che partiva dalle poche parole in comune con le nostre lingue, come mamma, dottore, attore, ecc. Così chiesi alla nostra Ludmilla di incidere su cassetta i buffi dialoghi del libro e cominciai ad ascoltarli e ripeterli, annoiando non poco i miei familiari che mi sentivano emettere dei suoni incomprensibili. E poi cominciai a frequentare i corsi serali.

Ora, chi frequenta i corsi serali di russo ha di solito forti motivazioni; c’è chi è già stato in Russia per lavoro, capisce abbastanza la lingua, ma non sa la grammatica. Ci sono medici, sempre molto bravi, che forse hanno dei pazienti russi. Hanno l’abitudine allo studio, la memoria esercitata, metodo e determinazione. In genere sono piuttosto “secchioni”. Ci sono alcune giovani donne in carriera, che conoscono già tre o quattro lingue, ci sono uomini, giovani e meno giovani, attratti da o già legati ad avvenenti donne russe.., e infine ci sono i romantici, alcuni nostalgici e altri semplicemente alla ricerca dell’ ”anima russa”. Dici poco.

Io non so bene a quale categoria appartengo, di certo mi sento più vicina a quest’ultima.

Un nostro amico di Milano è andato oltre: con la sua maestra di russo è persino andato a recitare in russo in piccoli teatri russi. Che invidia!

Bruno, un compagno di corso, viene a scuola con un vecchio zaino e grossi scarponi; lascia sempre presto la lezione perché abita in montagna, da solo, lontano da centri abitati, e dipende da un vicino di casa per tornare a casa la sera, quando non ci sono più le corriere. Sembra sia un chimico, ma adesso fa il giardiniere, comunque l’uomo di fatica. Parla correntemente la lingua, ma fa fatica con la grammatica. Sa cantare molto bene, una volta siamo riusciti a sentire la sua gran voce da basso, è buono, ma arrabbiato col mondo. Vive in una casa senza luce elettrica. Ha un cellulare e una lampada LED. Vive con due pecore. È da lui che ho imparato che le pecore devono essere sempre almeno in due. Le capre sono più indipendenti. Una volta Bruno mi ha prestato dei bellissimi libri d’arte russa, delle audiocassette e altro materiale raffinato. Ha grande rispetto e affetto per la nostra maestra.

E’ un mistero.

Poi ho incontrato Ellen. Sedute vicine eravamo un po’ indisciplinate, perché copiavamo e chiacchieravamo. Ma che gusto c’è ad andare a scuola se non si copia e non si chiacchiera col compagno di banco? Ellen veniva da Cadenabbia, vuol dire un’ora di macchina per andare e un’ora per tornare, ma era sempre più puntuale di me che abito a dieci minuti dalla scuola. Abbiamo scoperto di avere in comune l’amore per i viaggi e per la montagna. Quando una volta, d’estate, l’ho incontrata per caso a duemila metri alla ricerca di un po’ di latte di capra, l’ho considerato un segno del destino. Una volta è andata a fare un viaggio di una settimana in Russia, e quando è tornata l’abbiamo molto invidiata perché parlava benissimo. Un’altra volta è andata in Ucraina, d’inverno, ospite di una giovane badante che le dava lezioni di conversazione. Credo che sia stata un’esperienza difficile, anche perché si è ammalata per una settimana e la vita in una povera casa ucraina nel gelido inverno non è stata così facile. Poi la ragazza, divenuta testimone di Geova, l’ha trascinata in giro per l’Ucraina a conoscere altri adepti. Adesso Ellen vive in Germania, studia il portoghese, ma la vedo ancora in montagna d’estate.

Ho interrotto il corso di russo per alcuni anni. Ero stanca. Quest’anno sono andata in pensione e ho deciso di ricominciare, regredendo di alcune classi. Non volevo fare troppa fatica. Stessa insegnante. Quando avevo cominciato la maestra veniva in bicicletta, poi si era comprata una piccola Ford, quest’anno aveva una Mercedes. Io ho insegnato tanti anni, ma non ho mai avuto una Mercedes. Non l’avrò mai, preferisco le utilitarie.. Ma è simpatica la nostra Marushka. Altra classe, però, altri compagni. I soliti due medici secchioni, un’ex insegnante di liceo dei miei figli, ancora più secchiona e pedante, alcuni giovani uomini, una ragazza polacca, e Romana.

E’ una persona speciale, Romana. Discreta, schiva, tranquilla, capelli bianchi che sembrano tinti ad hoc, ogni tanto interviene con un aneddoto, del tipo: quando ero a Mosca dovevo fare delle lunghe file per comprare il pane. Oppure, mio nonno aveva conosciuto Tolstoj in treno. E ancora, mia nonna era russa, era “fuggita” con mio nonno. Oppure: conosco quella strada perché ci sono passata facendo la transumanza.

Non potevo rimanere indifferente, così ho cominciato a frequentarla, anche perché emana simpatia. Così, poco per volta, ho scoperto che abita anche lei in montagna, l’ultimo paesino di una valle qui sopra. Una scelta, evidentemente. Insomma sempre più interessante.

Quest’inverno ci ha raccontato di aver rischiato la pelle per portare un po’ di cibo a una capretta inselvatichita. La capretta stava benone, ma lei ha camminato per più di un’ora nella neve alta.

E il nonno? Un giramondo, che nelle sue peregrinazioni aveva vissuto anche in Russia, dove aveva trovato questa ragazza che si era invaghita di lui. Mi ha fatto vedere le foto, Romana, di questa giovane donna protagonista di una storia d’amore da romanzo. Non fu fortunata la piccola russa, rimase vedova a ventisette anni con quattro figli. Romana mi ha mostrato la foto di questa donna dolce, attorniata dai suoi bambini, vestiti a festa per la fotografia.

Quante storie ha Romana. Ogni tanto ne racconta una nuova, con grandissima semplicità. Una più affascinante dell’altra. Ecco qualche esempio. Un giorno ricorda la scuola media frequentata a Roma, una scuola davvero speciale, all’Aventino. La mattina lezioni normali, il pomeriggio teatro. Un maestro carismatico, poeta artista, attore.

Di nazionalità Svizzera, padre di origine italiana e mamma svizzera tedesca, narra che durante la guerra la vita era difficile per tutti anche a Lugano. Sua mamma si ricordava di una povera donna, che aveva una botteguccia a Lugano, accasciata piangente in mezzo alla strada, perché le avevano devastato il negozietto, strappato i sacchi di farina e di riso, gettato tutto. Perché? Perché era italiana con due figli in guerra.

E ancora, la mamma di Romana, svizzera tedesca, preferiva parlare in italiano qui, perché i tedeschi di Germania erano malvisti, ma poi, trasferitisi nella Svizzera interna, la famiglia aveva subito angherie, perché italiani… Altri tempi? Speriamo.

E che generosità! Sempre durante la guerra, quando sembrava che i nazifascisti avessero la meglio nell’Ossola, molti bambini di là furono evacuati e mandati in Ticino. Loro ne accolsero subito uno, che, dopo le prime, inevitabili difficoltà, poi divenne un membro della famiglia, che ancora rivedono con piacere.

E la Russia? Grande amore di gioventù. Quando noi andavamo in Inghilterra come ragazze alla pari per imparare l’inglese, lei come ragazza alla pari andò a Mosca con una famiglia di diplomatici svizzeri. Questo sarà un altro capitolo del libro di memorie che le ho suggerito di scrivere.

La sorpresa più grande l’ho avuta quando in classe, in uno di quegli esercizi orali in cui si fanno domande del tipo: che cosa ti piace fare, che lingue straniere conosci, lei ha detto che oltre al tedesco e all’italiano conosce anche l’ebraico, solo parlato, si è affrettata a precisare. Sì, perché Romana aveva sposato un israeliano ed era andata a vivere in un kibbutz.

Ma questo sarà il secondo volume.

Devo ancora scoprire cosa ci sarà nel terzo, un po’ di pazienza.

 

 

 

 

 

 

Lugano, 4 luglio 2014