Archivi categoria: Società

La Vita È Bella,

quando la memoria passa per l’arte..

terezin

Oggi è la giornata della memoria. Sinceramente per me è sempre la giornata della memoria. Anche per noi tutti, credo. Non c’è giorno in cui non la esercitiamo. Non c’è giorno in cui non ricordiamo qualcosa, un fatto, una persona, un avvenimento. Quante volte ripetiamo: la memoria non è più quella di una volta. E ci credo. Pensiamo ai computer, la cui capacità di contenere dati va sempre aumentata, non basta mai. Lo stesso vale per la nostra. E’ sovraccarica, ma non possiamo utilizzare chiavette, cd, I-cloud o altro. E’ chiaro che quando si comincia ad avere una certa età, questa povera memoria fa buchi da tutte le parti e si difende. Ricordiamo solo quello che conta veramente. Non per niente si dice che la memoria è selettiva.

Molti criticano questa scelta di istituzionalizzare la giornata della memoria, coi suoi riti, le sue cerimonie, i suoi discorsi. Mi avvalgo della facoltà di non esprimere giudizi in merito, parlo solo per me. Tuttavia continuo a ricordare, tanto, in ordine sparso, quando meno me l’aspetto, quando sono sollecitata da ascolti, letture, chiacchierate, viaggi. Oggi si ricorda soprattutto la Shoah. E’ un argomento che non smette e non smetterà mai di turbarmi, e la cosa peggiora col tempo.

C’è chi si preoccupa che con l’inevitabile scomparsa degli ultimi sopravvissuti alle persecuzioni naziste anche la memoria della Shoah verrà a mancare. Ebbene io non lo credo. Ribadisco quanto ho ascoltato non ricordo quando e dove, ma che ho fatto mio. L’arte ci aiuterà, e per arte intendo letteratura, cinema, pittura, scultura, fotografia e musica.

Ho visitato tre campi di concentramento, confesso che quelli che mi hanno colpito di più sono la Risiera di San Saba e Terezin. Sono stata anche a Maidanek in Polonia.

San Saba è quello che mi ha fatto più orrore, forse perche più piccolo, forse perché la giornata era cupa e livida, forse perché accompagnato da una mostra fotografica letteralmente orripilante nel suo contenuto, forse perché in terra a noi vicina, nella bella Trieste che amo tanto.

A Terezin, non lontano da Praga, sono stata una decina di anni fa. Ricordo come fosse oggi il grigiore di quel posto, eppure era una giornata estiva, calda. Ricordo di aver pensato, ma come si fa ad abitare in un posto così, con la memoria che ha? Ricordo le stanze con tre piani di cuccette in cui gli internati dormivano stretti come sardine sotto un tetto pieno di fessure. Ricordo il tunnel che percorrevano i condannati fino al luogo dell’esecuzione, in un piccolo prato con lo sfondo di un alto muro. Adesso Terezin è una “cittadina”. Strano chiamarla così. Più appropriato forse chiamarla cittadella. Era nata infatti come insediamento militare difensivo al limite dell’impero asburgico, alla fine del diciottesimo secolo.

Con pianta a forma di stella ospitava, in due zone separate, la guarnigione militare nella cosiddetta Grande Fortezza e un carcere nella Piccola Fortezza. Un po’ come lo Spielberg; ricordate Le Mie Prigioni di Silvio Pellico? Durante la prima guerra mondiale Terezin fu utilizzata come campo di internamento per i prigionieri russi. Vi fu rinchiuso anche Gavrilo Princip, l’assassino dell’arciduca Ferdinando a Sarajevo.

Così quando i nazisti invasero la Cecoslovacchia nel ‘39 si trovarono questa cittadella già bell’e pronta e la utilizzarono subito, senza neppur doverne cambiare la destinazione d’uso.

Perché mi ha tanto colpito Terezin o Theresienstadt, come fu chiamata dai tedeschi, che ne avrebbero voluto fare una cittadina modello per gli ebrei cechi, un nuovo ghetto? Proprio per il contrasto che porta in sé: luogo abitato oggi che non può prescindere dalla sua storia, che gli rimarrà sempre attaccata, come rimangono appiccicate ai posti le leggende, che siano di apparizioni sacre o di roghi di streghe, di pestilenze o di miracoli. E la gente non si stacca dalle sue leggende… Di Terezin rimangono gli splendidi disegni dei bambini, con tante farfalle… Rimane l’attaccamento alle cose belle della vita, le opere d’arte, la musica, il teatro, nonostante la morte incombente. Davvero incredibile.

Di Maidanek, più che gli innumerevoli dettagli macabri, risuonano ancora nelle mie orecchie i singhiozzi veri di una coppia di visitatori. Chissà quanto avrebbero avuto da raccontare.

Del ghetto di Varsavia, di cui rimangono solo alcuni pezzi di muro e alcune targhe, ricordo le lacrime di un nostro compagno di viaggio, che piangeva per la sua gente.

Ma ricordo anche che, quando andai a vedere il film Il Pianista, ad un certo punto avrei voluto uscire, tanto reali erano le scene, così come ricordo la struggente scena finale dell’ufficiale tedesco catturato dai russi..

Dello Yad Vashem a Gerusalemme ricordo soprattutto, del padiglione dedicato ai bambini, la cupola blu con le innumerevoli stelline e il monumento al Dottor Korczak, anche perché ero stata in precedenza commossa dalla sua storia raccontata in un film da Andre Waida.

E poi altri film, altri libri. Ricordo che un mio allievo, non particolarmente studioso, ci portò i dvd di Schindler’s list da guardare insieme a scuola, e l’aveva visto parecchie volte.

Ecco allora che anche film come La Vita è Bella o Train de Vie non vanno criticati, perché celebrano la vita e cercano di raccontare l’indicibile anche ai bambini. E io, che ebrea non sono, mi sono avvicinata alla cultura ebraica non tanto per gli orrori della Shoah, ma per i suoi libri, a cominciare da quel Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg, che raccontava di una famiglia, una famiglia che avrebbe potuto essere la mia, con le sue vicende di tutti i giorni, i pettegolezzi, gli avvenimenti della Grande Storia sullo sfondo. A quello di libri ne sono seguiti tanti, tantissimi, ma in tutti si rivendica il diritto di essere simpatici e antipatici, buoni e cattivi, avari e generosi, ricchi e poveri, insomma di essere uomini e donne come tutti, con qualità e difetti. E ogni uomo, ogni donna è comunque sempre una storia, da ricordare e raccontare ai figli, ai nipoti…

Per approfondire la storia di Terezin rimando al libro:

TEREZÍN

LA FORTEZZA DELLA RESISTENZA NON ARMATA

di Maria Teresa Milano, Effatà Editrice, 2017.

Anna Carbich, Lugano, 27 gennaio 2017

Annunci

White Elephants ovvero le belle cose di pessimo gusto.

All’inizio di dicembre a Lugano si tiene sempre un grande mercato delle pulci. Ormai è una tradizione. Un paio di anni fa c’era stato un incendio e io mi ero preoccupata molto per quei poveri rigattieri che contano probabilmente sull’incasso di quei tre giorni. Per fortuna il mercato è ritornato puntualmente l’anno successivo.

Tengo molto a quest’appuntamento. Una volta ho visto un nostro tavolo, che mio marito aveva appena scambiato per una scrivania con un amico antiquario. Confesso che mi è venuta voglia di ricomprarlo, poveretto, era lì, tutto solo in ambiente sconosciuto. Pazienza.

Di solito cerco delle matriosche, anche se ormai ne ho parecchie, di varie misure. Quest’anno ne ho trovato una piuttosto grossa, con tanti figli, fatta a mano in URSS, quindi piuttosto vecchia.

Ho visto una teiera di peltro che mi piaceva, ma mi sono controllata e ho rinunciato ad acquistarla. In compenso ho trovato una bella brocca di cristallo – o di vetro – per mia figlia che ne aveva appena rotta una. Giro, giro, osservo tutti questi oggetti in questi stand improvvisati. No, non sono stand progettati da architetti, è tutto piuttosto modesto ed impolverato, poco svizzero, direi. Molti i cani, buonissimi, spesso sembrano anche loro in vendita, sdraiati ai piedi di una signora tutta imbacuccata – di solito fa freddo – seduta su una vecchia poltrona in un angolo intenta a bere un caffè e a controllare i potenziali clienti.

Spesso gli espositori sono interessanti quanto e più della merce in vendita. Indossano vestiti vecchi, soprattutto le signore, scelti fra quelli che vendono. Infatti sono molti gli stand che offrono borse usate ma belle, scarpe fuori moda, sciarpe e foulard di seta, golf in cashmere ed altri abiti vintage, come si dice adesso. Penso ad un paio di colli di pelliccia che ho in un baule, che le mie figlie mi proibiscono di indossare perché sono moderne ed animaliste. Penso alla mia mamma che non buttava via niente, soprattutto le cose di pelle o di lana buona, perché “possono sempre servire, non si sa mai”. Ma lei aveva vissuto la guerra. Penso al solaio della nostra grande casa, dove c’erano bauli pieni di cose vecchie rotte e inutilizzabili, ma perché si tenevano? Quel poco di recuperabile era già stato venduto tutto per poche centinaia di lire allo straccivendolo, che ogni tanto passava di lì. Ricordo la felicità di mia mamma, per quelle vendite allo “strascé”.

Aggirandomi fra gli stand vedo oggetti che mai avremmo tenuto in casa nostra perché pacchiani, la parola kitsch non era ancora di moda. Tazzine scompagnate con bordi dorati, teiere senza coperchio, bocce di vetro con la neve, come mi piacevano, ma erano proibite. Vedo persino un vecchio meccano. Ricordo di aver fatto in tempo a comprarne uno a mio figlio, che mi sembra non ci abbia mai giocato. Era arrivato il Lego. Vedo cesti pieni di giornalini, vecchi libri, e macchinine, proprio come quelle che compravo ai miei bambini, perché non costavano molto, erano piccole e, soprattutto, mi piacevano: l’ambulanza, la macchina della polizia o dei carabinieri e l’autobotte dei pompieri, la mia preferita. Ci sono anche piccoli puffi, barbapapà e personaggi di Walt Disney, proprio come quelli che abbiamo conservato in un cassettino della scrivania di mio figlio, tutti molto preziosi. Manca però Ezechiele Lupo, perché una volta Riccardo, nel rievocare la vicenda dei porcellini e del lupo, era riuscito a catturarlo e buttarlo – ma davvero – nel caminetto acceso.

Guardo sconcertata oggetti che io ho eliminato da tempo, vasetti, caffettiere, cani e gatti di ceramica, tutto un po’ sporco. Rimango sbigottita quando vedo un apparecchio proprio come la mia prima macchina fotografica, Retinette Kodak, che aveva un obiettivo ottimo, funziona ancora perfettamente, non mi sembra così vecchia, ma rimane nel cassetto perché non ho la pazienza di cercare le pellicole.

Ecco un ragazzo che mi saluta, buongiorno prof! Oh carissimo, ma che ci fai qui? Sa, a noi piace, abbiamo chiesto un po’ di oggetti in casa, vecchi dischi in vinile, vecchi libri, sciarpe in cashmere, foulard firmati, asciugamani di lino, tazze piuttosto belle, qualche oggetto d’argento, ma si sa ormai l’argento non va più. Troppa fatica lucidarlo.. Il giovane beneducato è pulito ed elegante. Si dà il cambio con il fratello, un’amica, e la mamma. Le sorprese non finiscono mai.

Decido che non posso comprare niente da loro, troppo umiliante. Passo oltre un banco con vecchi ninnoli, spille, collane, vecchie boccette di profumo, statuette di Capodimonte, proprio come quelle che piacevano tanto a mia suocera e che mi ero affrettata a regalare a delle care signore appena possibile. Sembra siano di valore, ma continuano a non piacermi. Anche quest’anno c’è un commerciante di vecchie armi, lance, spade, scudi, elmi, bastoni da passeggio, orribili busti in bronzo, chissà forse sottratti a qualche tomba. Ma dove vanno a prenderle tutte quelle anticaglie finte, mi chiedo, e perché mai. Forse qui vengono i trovarobe dei teatri e del cinema. Chissà.

Ecco dei collezionisti di cartoline e francobolli, non è il mio campo. Passo oltre. Vecchi libri in tedesco, scritti in gotico. Mi fanno un po’ pena. Sento una voce che mi saluta. Ciao, come va? Ah ciao, è vero, ricordo che andavi a dei corsi di restauro. Sì, questa poltroncina l’ho restaurata io, va con quelle scrivania con la saracinesca scorrevole. E’ la mamma di un compagno della mia figlia più giovane. Molto simpatico, il bambino aveva ereditato la passione dalla mamma. Ricordo che un giorno ci aveva mostrato tutto orgoglioso una valigetta di plastica bianca contenente una mezzaluna, oggetti trovati fra i rifiuti ingombranti. Ero rimasta molto sorpresa, perché la mezzaluna era la nostra, eliminata da mio marito a mia insaputa.

Sai, mi dice l’amica, io non mi affeziono alle cose, ma mi piace comprarne sempre di nuove – cioè vecchie – e per fare ciò devo venderne, perché altrimenti non saprei più dove metterle. Ho appena venduto un paio di scarpe di pitone di mia madre ad una ragazza, che appena le ha viste se ne è innamorata.

Ha alcuni oggetti piuttosto ricercati, ma non li posso acquistare: poiché io non vendo, non ho più il posto per mettere quasi niente. La saluto con affetto e proseguo il mio giro.

Osservo affascinata alcune persone, c’è una signora con un gran cappello rosso, un vecchio cappotto grigio con cintura rossa e collo di volpe, ma non ho il coraggio di fotografarla, mi sembrerebbe scortese. Una signorina gentile mi saluta come se mi conoscesse. E’ accanto ad uno stand distinto, con pochi oggetti, una statuetta di mercurio come quella che aveva mio nonno, dei fermacarte e, al posto d’onore, uno stivale con lustrini. Guardo meglio, affascinata, si tratta di una lampada! Mi chiedo da dove possa venire un oggetto simile, se non da un bordello parigino. Mi permetto di chiedere informazioni al distinto signore che a quanto pare lo sta vendendo. Mi guarda sorridendo: ”Brutto, vero?”, mi dice. “Beh, in effetti.., ma mi dica da dove viene? “ “Vede, noi siamo avvocati e abbiamo uno studio anche a Milano, in un palazzo dove abitano delle modelle straniere, magari brasiliane, che vanno e vengono, e che, quando partono, abbandonano o vendono le loro cose.”

“Ah – riesco a dire – allora questo è un hobby?” “Sì, non ci facciamo mancare niente”, mi risponde il distinto avvocato, strascicando la erre.

Dimenticavo, la bella brocca che ho comprato per mia figlia l’ho presa proprio lì, a quanto pare era appartenuta alla nonna del distinto avvocato.

Torno a casa con la brocca e la matriosca, decisa a partecipare anch’io al mercato delle pulci l’anno venturo. Devo assolutamente cominciare a raccogliere gli oggetti più brutti che ho in casa. White elephants, li chiamano gli inglesi, elefanti bianchi, oggetti di cui ci si vuole disfare, in genere destinate alle pesche di beneficienza. Chi può tenere in casa lampade a forma di scarpa o scarpe a forma di elefante?

 

 

ANNO NUOVO VITA NUOVA, QUANTI BUONI PROPOSITI!

Nei paesi anglosassoni è tradizione stilare una lista di buoni propositi per l’anno nuovo. Buoni propositi che saranno dimenticati dopo pochi giorni. Noi ci limitiamo a dire anno nuovo, vita nuova.

I giornali pubblicano retrospettive degli eventi, in genere tragici, dell’anno passato, e i rotocalchi propongono previsioni più o meno scontate per l’anno che verrà. Una cosa che vorrei fare da tempo, ma che non ho mai avuto la costanza di mettere in atto è di confrontare le previsioni con le retrospettive.

Forse è una svogliatezza non casuale, chi ha voglia infatti di rivivere i guai passati? Anche le previsioni, le profezie   apocalittiche, con numeri cabalistici, quartine di Paracelso e altro ancora lasciano ormai il tempo che trovano. I meno giovani ricordano che la fine del mondo era stata prevista già molte volte, per non parlare del segreto di Fatima e del fatidico 2000. Invece eccoci qua come sempre, a fare la coda alla cassa del supermercato, ad aspettare il treno in ritardo, a lottare per la pagnotta e per un posteggio libero.

Allora meglio celebrare l’inizio del nuovo anno – dimenticando la fine di quello vecchio – con questo rito propiziatorio, un po’ infantile, dei buoni propositi. Attenzione, almeno dieci devono essere, non uno di meno.

Mi sono divertita a curiosare in rete per vedere che cosa promettono di fare gli internettari di buona volontà . Promesse e buoni propositi virtuali, naturalmente. La maggior parte dei bloggers lamentano di essere internet-dipendenti e sono immediatamente consolati da amici virtuali con lo stesso problema. Mi fanno venire in mente mia suocera, persona intelligente, che aveva il coraggio di dire: “Che barba quando non c’era la televisione!” Confessione per confessione, vi mette più in crisi la lavapiatti rotta o il computer fuori uso? Io non potrei più fare a meno né di internet né del computer, né dell’iphone o del tablet, lo ammetto.

Ma ecco altri esempi di buoni propositi virtuali:

 

  1. Smetterla di scrivere e-mail, twits, sms al collega della scrivania accanto, al marito o alla moglie;
  2. Passare meno tempo al computer o guardando lo smartphone, ma guardare negli occhi le persone con cui mi trovo, anche se sconosciute (questo vale anche per me);
  3. Giocare meno in rete e dedicarsi all’infanzia trascurata (i propri figli o nipotini);
  4. Prima il dovere poi il piacere, prima i lavori di casa poi Facebook o Twitter ;
  5. Smetterla di controllare la posta ogni cinque minuti a partire dalle 6 della mattina. Il principe azzurro non ha tablet, ma solo un cavallo bianco;
  6. Cancellare messaggi, files e foto inutili;
  7. Non mandare immagini o video “buffi”, che non fanno ridere nessuno;
  8. Ricordarsi le password usate;
  9. Avere il coraggio di dimenticare a casa il telefono!

  

Poi naturalmente ci sono i buoni propositi classici, che riguardano soprattutto la sfera del piacere, da sempre associato a tragici sensi di colpa:

  1. Smettere di fumare è socialmente “in”;
  2. Ricordarsi che l’alcool contiene calorie inutili;
  3. Il cioccolato è superfluo in una dieta sana;
  4. Dimenticare che esistono il salame o il prosciutto;
  5. Fare acquisti quando si è depressi aggiunge senso di colpa alla depressione, aggravandola;
  6. Guardare la televisione non favorisce la crescita culturale;
  7. Leggere tutti i libri che aspettano sul comodino invece ti migliora culturalmente ed intellettualmente;
  8. Scrivere o telefonare o fare visita alla vecchia zia; l’avevi promesso quando eri scout;
  9. Programmare il lavoro – o i compiti – o i pagamenti, anche se non ti arricchisce, ti fa sentire meglio;
  10. Usare il cellulare o il programma di posta elettronica per ricordare i buoni propositi, pour épater les bourgeois
  11. Aprire tutte le buste che arrivano, non è detto che siano tutte fatture o multe;
  12. Leggere le clausole scritte in piccolo prima di firmare qualsiasi cosa, a che cosa servirebbero gli occhiali?;
  13. Essere tutti più buoni…;

 

Banalità. Ho pensato però che non dovremmo essere noi a scrivere i nostri buoni propositi, la lista dovrebbe invece essere compilata da chi vive con noi. Sarebbero senz’altro più aderenti alla realtà e la loro attuazione comporterebbe davvero un salto di qualità nella vita di coppia. Ecco ad esempio cosa potrebbero scrivere mio marito per me.

 

  1. Ricordati di far da mangiare al momento giusto e non abbandonare mai i fornelli, per nessuna ragione al mondo, mentre cucini;
  2. Non perdere gli scontrini del bancomat o della carta di credito;
  3. Non comprare cose inutili;
  4. È proprio necessario passare tanto tempo o al computer?
  5. Inutile comprare vestiti o scarpe nuove quando gli armadi sono stracolmi;
  6. Andare a letto alla stessa ora, così non ci si sveglia quando si è appena addormentati;
  7. Non aspettare che il sacco della spazzatura esondi;
  8. Lasciare più in ordine il bagno;
  9. Provare a guardare tutto, ma proprio tutto, con gli occhi del tuo compagno, anche sotto i mobili.
  10. Non pensare ad altro mentre tuo marito parla.

 

Tutti progetti irrealizzabili comunque.

Perché allora non provare a fare un altro tipo di elenco, la lista dei buoni propositi trasgressivi? Ci aiuterebbe a combattere quei sensi di colpa che ci perseguitano da quando scrivevamo le letterine di natale ai nostri genitori promettendo di essere più buoni.

Come questi per esempio:

 

  1. Se ho voglia di un cioccolatino non ne mangerò uno solo, ma tutta la scatola, è un antidepressivo naturale;
  2. Una sigaretta, perché no?
  3. Voglio credere all’oroscopo e farò di tutto per incoraggiare quell’ Ariete..;
  4. Assaporare un dolce è un fatto altamente intellettuale, pensiamo alle Madeleinettes di Proust;
  5. Ho deciso di iscrivermi a un corso per sommeliers, degustare il vino è un’arte che richiede grande competenza;
  6. Fare sport non è necessario, come dice Andreotti i suoi amici sportivi sono già tutti morti;
  7. Dormire il più a lungo possibile è indispensabile, mia mamma diceva che per i bambini il sonno è nutrimento, chi vuole avere denti d’oro in bocca?
  8. Mai avere fretta, rimandare tutto quello che si può rimandare, soprattutto morire.
  9. Ignorare tutti i buoni propositi.

 

 

Buon anno a tutti!

 

 

SFACCETTATURE

Quando le parole ci giocano degli scherzi

Alcuni giorni fa mi sono davvero preoccupata. Passo davanti ad una porta di una banca e vedo la scritta PORTA ALLARMATA. Aiuto, perché mai una porta si deve mettere in allarme? Poi ho capito, qualcuno aveva messo l’allarme su quella porta, quindi la porta era allarmata. Ma chi mai, parlando normalmente, dice che una porta è allarmata?
Un’altra volta, dopo aver sofferto per due ore in un grande centro commerciale fuori città, ho inserito lo scontrino nell’apposito apparecchio situato all’uscita del parcheggio sotterraneo. La sbarra tuttavia non si è alzata, la macchina ha risputato lo scontrino ed è apparsa la scritta “BIGLIETTO INVALIDO”.
I due episodi mi hanno sorpreso, ma a torto. Perché mai un biglietto non potrebbe essere invalido o una porta allarmata? Perché le parole sono birichine e amano giocarci degli scherzi. La lingua non è sorella gemella della grammatica e le parole sono anarchiche, sono infatti le prime a non rispettare certe regole. E hanno ragione. Le regole sono venute dopo, e si sono adattate alle parole, non viceversa.
Le macchine non hanno senso dell’umorismo. Ecco perché i traduttori automatici cadono così spesso in fallo. Proprio questa espressione mi fa venire in mente una collega inglese che, durante una riunione, a proposito di alcuni nostri errori, continuava a ripetere: “ma così continuiamo a mostrare i nostri falli”. Risate sotto i baffi dei colleghi, soprattutto maschi…
Ma torniamo al nostro biglietto invalido. Perché no? Molti contrari si formano apponendo un prefisso: in/im, ad esempio possibile/impossibile, felice/infelice. Tecnicamente valido/invalido non fa una piega, ma un biglietto invalido ci fa sorridere, ce lo immaginiamo a letto o sulla sedia a rotelle, poveretto.
Un altro caso potrebbe essere quello di un veicolo fermo. Allora un veicolo in movimento è un veicolo infermo? Forse che le auto da rottamare sono inferme? Meglio non addentrarci in questioni morali, si potrebbe arrivare a discutere l’eutanasia per le macchine. Non esageriamo.
L’antonimo (parola dotta che significa contrario) di cesto è incesto?
Ingiusto è il contrario di giusto, lo sappiamo. Ma se il condutture di un quiz dicesse che la risposta è ingiusta?
Una volta nelle vetrine dei negozi si vedevano cartelli con la scritta “PREZZI FISSI”. Si era più poveri e si chiedevano sempre sconti e rateazioni. I negozianti si difendevano con un cartello. Ma se non fossero stati fissi si sarebbe potuto dire PREZZI INFISSI? Non so. Conto è il contrario di sconto? Se in un negozio vediamo la scritta NON SI FANNO CONTI, cosa dobbiamo pensare, che ti regalano tutto? E se i prezzi non sono scontati, sono contati?
Sì, perché un altro modo molto infido per formare un contrario è aggiungere una “s” davanti alla parola.
Abbiamo così gradevole/sgradevole, contento/scontento, fortunato/sfortunato. Ma sposato è il contrario di posato? Sfondato è il contrario di fondato? Sfuso è il contrario di fuso? Svenuto è il contrario di venuto?
Giustamente una mia amica, definisce certi suoi conoscenti una coppia “scoppiata”. Perché no? Prima erano una coppia, adesso sono separati, quindi scoppiati.
Le parole offrono mille spunti per giocare e per sorridere, soprattutto coi bambini. Tanti scrittori lo hanno fatto, pensiamo a Gianni Rodari, e ci hanno fatto divertire.
Ma proviamoci anche noi. Ecco alcuni esempi.
– Sei disposto ad aiutarmi? No, sono indisposto.” Mi sembra giusto
– È maturo quel fico? No, è immaturo.
– È piegato il lenzuolo? No, è impiegato.
– È fondata la tua teoria? No, è sfondata.
E così via, buon divertimento.

Mountainman, poteri magici sull’Alpe.

Ho conosciuto un uomo dotato di poteri magici! Non l’avrei mai ritenuto possibile: io, che non sono nemmeno appassionata di Superman, Spiderman, Batman e simili, ho visto con i miei occhi Mountainman!

Da sempre passo le mie vacanze in montagna. Io non sono una montanara “ruspante”, di quelli che dicono la “mia” montagna, sono sempre abbigliati nel modo giusto, vanno più veloci degli altri, raccontano di passeggiate faticosissime fatte di corsa, avventure incredibili vissute. In genere sono persone prive di senso dell’umorismo, al massimo si divertono con qualche barzelletta sporca dopo qualche bicchiere di vino di troppo. No, a me piace la montagna perché è bella, ma non è mia, e a volte mi fa paura, se è brutto tempo, se è troppo ripida o se sto percorrendo un sentiero pericoloso.

Devo dire tuttavia che mi piace sempre di più, forse perché mal sopporto il caldo e soprattutto perché ho la fortuna di avere una casetta in una località montana. Naturalmente ci sono i riti delle vacanze, come le passeggiate nei siti preferiti, belli e facili da raggiungere anche con i bambini.

Uno di questi siti, ma non solo, è così bello che sembra magico. Almeno quando il tempo è favorevole, perché quando piove o grandina può essere molto inquietante. È una bellissima vallata alpina, molto ampia e lunga, se la si percorre tutta si può arrivare in Svizzera, attraverso un passo agibile. A noi basta raggiungere l’alpeggio, una grande piana, una torbiera, un torrente gelido ma limpido, fiori rari sparsi qua e là – fiocchetti bianchi, genzianelle azzurre – capre che si arrampicano sui fianchi della montagna, marmotte che fischiano, un paio di cani pastore, un asino che va a rubare il cibo delle galline, una fontana in cui una volta ho visto cadere un pargolo, con la disperazione dei genitori ansiosi, alcune baite dei pochi residenti.

Due sono i residenti che conosco. La Signora delle Capre, e il Signor Fausto Bianchi. Con loro il rito continua. Si offrono un paio di tavolette di cioccolato alla Signora delle Capre e si scambiano due parole. La mia amica tedesca va oltre, la prega di mungere un po’ di latte per berlo sul posto. Io non ho il coraggio di chiederglielo, è pieno giorno e le capre sono in cima a un dosso a pascolare tranquillamente. L’ora della mungitura è verso sera, quando rientrano.

Beviamo il caffè che ci viene offerto e acquistiamo una forma di caprino. Ammiriamo la baita, linda, con tutto il necessario, fornello, tavolo, sedie, quattro letti a castello nascosti da una tenda e un televisore. Molto dignitosa, ci racconta di aver raggiunto l’alpeggio in sole tre ore dal suo paese, perché, si sa, le capre hanno il loro ritmo. Io, per percorrere quella distanza, impiegherei cinque, sei ore con grandissima fatica.. La sua è una scelta di vita, lei vive con e per le sue capre, e lo fa con grande dignità. Qualche anno fa le chiesi quanti anni aveva, pensando che fosse molto più vecchia di me. Invece è di dieci anni più giovane, ma, se le rughe sono titoli di merito come le medaglie, si è guadagnata molte più medaglie di me,.

E’ lei che scaccia l’asino, presenza rassicurante dell’alpeggio, che ama farsi accarezzare dai bambini e chiede sfacciatamente qualche bocconcino. E’ lei che ci racconta che l’asino lo portano su per fare compagnia al mulo, che lavora un sacco, poveraccio, per andare a prendere il latte delle vacche che trascorrono l’estate all’alpe superiore. Quattro viaggi al giorno, con un carico pesante, ma quando non lavora c’è il simpatico asino a fargli compagnia. Ed è vero. Io li ho visti un giorno che pioveva e tirava vento e grandine e loro due erano quasi abbracciati, per scaldarsi a vicenda. Commoventi.

Dopo la prima visita rituale, alla Signora delle Capre, facciamo qualche metro e incontriamo il Signor Fausto Bianchi. La sua baita è un bijou, pavimento luccicante in ceramica, mobili da cucina in formica colorata, un vaso di fiori sul tavolo. Non possiamo bere un altro caffè, grazie, ma i bambini accettano molto volentieri la Coca Cola. Ha molta ammirazione per gli svizzeri che passano di lì, dice che accettano di buon grado il caffè, ma ricambiano sempre, insomma lo pagano. In Svizzera, si sa, non si ha mai niente per niente. Ci racconta cose interessanti, il signor Fausto Bianchi, ci dice che il formaggio prodotto sopra i duemila metri non ha il colesterolo cattivo. È scientificamente provato, e confermato da un professore di università che viene apposta da lui a comprare il formaggio buono. È da lui che ho scoperto l’origine del nome stracchino, dato al formaggio, ha a che fare con la stanchezza delle vacche. Quando poi racconto questa storia come una cosa nuova e interessantissima, scopro che lo sapevano tutti. Beh, io non lo sapevo e sono grata a Fausto Bianchi per avermela raccontata. Gli chiediamo se possiamo acquistare del formaggio. Allora lui va in “cantina”, un ripostiglio quasi scavato nella roccia, molto freddo, e ci porta un’enorme forma, circa sessanta centimetri di diametro. Il rito prosegue con l’assaggio e apprezzamento di una fettina, si conclude quindi con l’acquisto di una metà della forma. È un po’ sorpreso perché ne acquistiamo metà, molto grande e soprattutto molto pesante da portare in spalla, nello zaino. Ma mio figlio è giovane e forte, siamo in tanti, il formaggio piace a tutti e poi non ha il colesterolo. Ancora un po’ di “small talk”, proprio come dei gentlemen inglesi. Si parla del tempo e della montagna rovinata e violata. Allora Lei è un’ambientalista, mi dice, osservandomi sorridendo da dietro due spesse lenti. Forse sì, ma non me ne rendevo conto, ammetto io. Poi ci dice che fa questo lavoro per passione, anche lui, nonostante i grandi sacrifici, ma d’inverno ha un altro lavoro, sugli impianti sciistici della zona. Sempre al caldo, penso io. Gli chiedo cosa ne pensa di un altro Signor Bianchi che racconta di aver avuto degli incontri ravvicinati con degli alieni, proprio in quella zona. Sembra che poco più sopra ci sia un campo magnetico favorevole all’atterraggio degli UFO, e che dei locali, per stanare i poveri alieni, mettano dei fuochi d’artificio nelle fessure tra le rocce e li facciano esplodere. La zona è ricca di minerali pregiati, forse è per quello che gli alieni scendono. Fausto Bianchi liquida la cosa con due parole: ma quello è un cacciaballe. Però un giorno sì e un giorno no, le locandine dei giornali locali annunciano un avvistamento UFO, un incontro di esperti UfO, e un pranzo di lavoro UFO.

Oggi Fausto Bianchi ha un po’ fretta, dice che deve andare incontro alla moglie che lo vuole raggiungere, perché domani è il suo giorno libero. Il punto d’incontro è a circa un’ora di cammino, dove abbiamo lasciato la macchina. Ci salutiamo ritualmente, con la promessa di rivederci quest’inverno e la prossima estate.

Prendiamo soddisfatti la via del ritorno, cani e bambini in libertà, respirando l’aria speciale e ammirando la magia del panorama che ci circonda, sempre con la speranza di avvistare un UFO o fare anche noi un incontro ravvicinato…

Poco dopo sentiamo un rombo di motore alle nostre spalle e vediamo un centauro quasi volare in piedi su una motocicletta da montagna. L’uomo indossa un costume color argento coi bordi rossi e un casco pure argenteo. Riusciamo ad intravvedere due spesse lenti dietro la visiera del casco. Ci sorpassa librandosi sulle due ruote e ci fa un cenno di saluto. I bambini elettrizzati gridano: ma è Mountainman, Fausto Bianchi ha i poteri magici!

Che avventura, finalmente anche noi abbiamo avuto il nostro incontro ravvicinato.

Ma le sorprese non sono finite qui. Poco dopo, mentre continuimo la nostra discesa, ecco che vediamo una aereomoto che ci viene incontro. A bordo due figure quasi eteree, argentee nelle loro tute speciali. Quando ci superano vediamo che la figura abbracciata a Mountainman è una bella ragazza, con la chioma bionda al vento, e un sorriso radiante di felicità.

P1070797

STRANE LETTURE

Quando il Times era ancora il giornale più prestigioso del mondo la sua prima pagina non era fatta di titoli a caratteri di scatola, fotografie a colori, notizie di politica internazionale. No, sulla prima pagina del Times c’erano tanti piccoli annunci, scritti in piccolo, fitti fitti. Necrologi, annunci di fidanzamento, matrimoni, nascite, divorzi perché no, lauree, promozioni e trasferimenti oltremare. Agatha Christie fa cominciare un suo romanzo con un assassinio annunciato sul Times per le sette del giovedì successivo. Ancora adesso c’è questa pagina, ma non è più la prima. L’accesso a questi annunci sull’edizione online è a pagamento.

I curiosi inglesi sono quindi disposti a pagare per avere queste notizie ghiotte. Non so se ci siano fotografie, ma di certo, essendo notizie autentiche, diffuse dai diretti interessati, si può verificare se gli articoli pettegoli pubblicati sui rotocalchi che si leggono dal parrucchiere o dal dentista abbiano fondamento reale.

Il culto del pettegolezzo elegante.

Io ho imparato ad apprezzarlo proprio in Inghilterra e sui libri inglesi. Citando ancora Agatha Christie, come potrebbe la sua cara Miss Marple risolvere i casi più complicati se non porgesse un orecchio attento e apparentemente privo di malizia alle conversazioni fatte soprattutto di succosi pettegolezzi nei salotti e nelle cucine delle case da lei frequentate?

Noi in Italia, non avendo un giornale come il Times, dobbiamo accontentarci dei necrologi sul Corriere della Sera. Gli altri non contano. In provincia ci sono interi muri ricoperti di avvisi bianchi e neri, alcuni con un fregio dorato o un fiocco viola, altri addirittura con una figura sacra – un angelo, la morte con la falce – a colori. Più a Sud si va, più l’ornato è lacrimogeno. In Sicilia su alcuni avvisi ho visto anche un accenno alla morte violenta, per ammazzamento, del compianto. Seme di vendetta. Stride il contrasto fra la notizia di cronaca nera sul giornale o peggio alla televisione e l’annuncio murale listato a lutto. Proprio l’altro giorno mentre scorrevano le immagini di un funerale di una giovane morta ammazzata l’obiettivo della cinepresa si è soffermato sull’annuncio bianco e nero affisso sul muro di fianco alla chiesa. Lutto sacro e divertimento profano. Pietà ed empietà. Realtà virtuale e dolore reale.

Tutti si fermano a guardare questi giornali murali. Tutti, senza eccezione. C’è chi lo fa di corsa, prendendo nota mentale solo del nome del caro estinto. C’è chi legge con espressione seria, meditabonda. C’è chi si lascia sfuggire un commento, di solito in dialetto, ma l’era püssé giuvin de mí!. Ma soprattutto ci sono quelli che, senza distinzione di sesso, leggendoli tutti da cima a fondo si mettono a ripercorrere, con l’amica sopraggiunta nel frattempo, la vita del defunto con tutti i particolari in cronaca della lunga malattia, e prendono nota dell’ora del funerale, cui non potranno mancare.

Non c’è niente di male.

E’ un modo per partecipare alla vita della comunità, di accettare la morte come fatto quotidiano, e, in ultima analisi, di esorcizzarla.

Io adesso abito un poco più a nord, e si sa, più a nord si va più si nascondono i sentimenti.

Nella pulita Svizzera non si possono imbrattare i muri con avvisi mortuari.

No, qui si pagano anche le lacrime che si piangono, ho sentito dire un giorno da una povera donna.

Qui l’intrattenimento da necrologio non è gratuito. Tutti infatti comprano il giornale per guardare i morti che sono strategicamente posti in fondo, sempre nella penultima pagina, facili da trovare. Guardare i morti fa parte del galateo locale. Adesso i necrologi si trovano anche sulla edizione online, a pagamento naturalmente.

Non c’è niente di male.

Ogni comunità ha le sue regole.

Io queste riflessioni non le avevo ancora fatte quando ero piccola. Però, essendo curiosa e non avendo ancora la televisione, fin da bambina mi “divertivo” a leggere gli annunci funebri sul Corriere.

Veramente non leggevo solo quelli.

Seguivo con interesse i grandi gialli del tempo. Fenaroli, Ghiani. Io ero innocentista.

Troppo giovane per il caso Montesi, peccato.

Non mi ero persa nemmeno una puntata della storia di quella sfortunata ragazza tedesca, una mondana, Rose Marie.

Poi c’era stato lo scandalo Profumo (il Signor Profumo era un ministro inglese) e una certa Christine, anche lei mondana o modella.

Aprivo il Corriere sul tappeto e me ne stavo sdraiata a leggere le cose più strane.

Avevo una certa cultura in fatto di cinema perché leggevo dalla A alla Z la pagina degli spettacoli. I piccoli manifesti in miniatura riprodotti sul giornale.

E poi i necrologi.

Ho la fortuna di avere buona memoria. Soprattutto per i nomi. La cosa mi ha sempre permesso di bluffare, a scuola prima, in società poi. Non riesco a dimenticare i nomi. Tutto il resto sì.

Ho sempre fatto collezione di nomi.

Nomi di strade.

Nomi di medicine.

Nomi di fiori.

Era un gioco, e forse lo è ancora.

Affrontavo la pagina dei necrologi con curiosità e metodo. Strano, io sono una persona assolutamente disorganizzata e disordinata, ma mi piace molto collocare le informazioni in categorie mentali.

Ecco allora che mi facevo subito un’idea della situazione familiare, finanziaria e sociale dei defunti.

Grazie ad accurati controlli incrociati si capisce subito quale famiglia sia imparentata con quale. Più numerosi gli annunci, più florida la situazione finanziaria. Alcuni conoscenti evidentemente partecipano al lutto per una questione di prestigio o addirittura per farsi pubblicità. Il direttore e il personale della ditta X…

I nobili non sono necessariamente ricchi, a meno che siano stati contratti matrimoni con industriali o commercianti.

Ancora oggi sul Corriere appaiono delle piccole lapidi, perché tali sono, che piangono la morte, avvenuta in una località dal nome augusto, Roccatorquata, Castelbardo, Cortepizzuta, Fossoverdone, di un antico nobiluomo o di una vetusta nobildonna del Sacro Romano Impero, conte di, duca di, principe di, marchesa di, medaglia d’oro, cavaliere di Malta, dell’ordine dei Templari o del Santo Sepolcro, imparentata con Borbone, Orléans, Angiò, Assia, Svevia, Asburgo, Hannover, Romanoff o Savoia, tutto un libro di storia in miniatura.

Non c’è mai nessuno che partecipa al lutto. Solo una lunghissima lista ti titoli nobiliari.

Penso che queste creature di altri tempi, già vecchie appena nate, abbiano in realtà vissuto in miseria, preoccupate di lasciare almeno il denaro necessario per pubblicare un degna iscrizione funeraria. Gli era rimasto solo il nome. Mi fanno molta pena. Perfino i necrologi sanno di muffa e naftalina, veri fossili ormai non più viventi.

Gli avvisi mortuari sono gli unici che contravvengono alle strettissime regole di riserbo e segretezza che in nessun altro caso vengono infrante.

E’ il caso dei defunti appartenenti alla massoneria.

Non capivo da bambina chi fossero i Gran Maestri, cosa fosse il Grande Oriente del Cielo o la Grande Loggia. Che cosa ci facevano la squadra e il compasso? Chi erano i massoni nella vita reale? Soprattutto, dove si nascondevano? Noi non ne conoscevamo e c’era sempre un alone di mistero su queste persone quando se ne parlava.

Non ho mai letto necrologi di massoni appartenuti alla Loggia P2. Forse non muoiono mai.

Gli ebrei invece li riconoscevo dai nomi biblici, Ruth, Sarah, Judith, Levi, Cohen, le dodici tribù. Per loro ho sempre provato sì curiosità, ma anche grande tenerezza. Saranno stati i racconti della mamma e della sua infanzia a Ferrara, Anna Frank, i campi di concentramento.

Altre religioni. La cerimonia funebre si svolgerà nella chiesa evangelica.

Noi abitavamo in provincia. Gli stranieri, gli eretici, i pagani, erano davvero tali, perché non ne avevamo mai visti. Eccoli lì invece proprio sul Corriere, insieme a quelli come noi. Allora non sono solo nei libri di scuola.

I dipendenti del Corriere invece non pagano la partecipazione al lutto. Ogni volta che viene a mancare un personaggio legato al mondo della stampa, tutti i dipendenti partecipano al lutto. Gratuitamente. La lista è lunghissima.

Ci fu grande confusione ai tempi del Grande Scisma. Montanelli aveva lasciato Il Corriere e fondato Il Giornale. Fece un timido tentativo di concorrenza. I necrologi per beneficenza. Non ebbe successo. Il Corriere è il Corriere.

Leggendo tutti quegli annunci avevo anche appreso che a Milano i cimiteri sono due. I ricchi vanno tutti al Monumentale. L’ho visto una volta, mi ha fatto impressione. Non avevo mai ammirato tanti orrori tutti insieme. Non ci sono più tornata. Un nostro lontano parente, vecchio e demente, ha pensato bene di togliersi la vita proprio lì, sulla tomba di famiglia. Che classe!

Dietro quelle righe nere le storie. Si capisce subito se si è verificato un avvenimento tragico o una morte naturale, al momento giusto. E allora si immaginano la vita e gli affetti di queste persone. Storie nascoste, da rispettare. Compiangere, piangere insieme.

Quando avevo tredici anni io non mi soffermavo a pensare. Osservavo, prendevo nota. Quando poi sono andata a studiare Milano mi sembrava di conoscere già molte compagne, perché avevano cognomi familiari, e le collocavo immediatamente nel contesto giusto.

Qui invece, nella provincia svizzera, gli annunci sono diversi. Spesso partecipano gli amici del bar Formula Uno, i compagni della bocciofila, i colleghi d’ufficio, i compagni della classe 4C. Non è più una lettura anonima, una ricerca anagrafica, perché spesso i nomi sono già noti, e le perdite riguardano persone vicine.

Io non avevo mai pubblicato un annuncio. L’unica volta che l’ho fatto, hanno sbagliato a scrivere il mio nome. Hanno scritto Mario e Giovanni insieme ai figli partecipano commossi….

Facile refuso, Mario invece che Maria.

 

N.B. Ho visto con i miei occhi anche necrologi insoliti, come si può vedere da questa immagine.

 

foto-2

 

Ingorghi, il lato tragicomico

Alcune sere fa siamo andati al cinema, in una di quelle multisale dove i ragazzi, ma non solo, mangiano i popcorn e si ubriacano di coca cola. Era una domenica piovosa di fine giugno e siamo andati a vedere la storia di una signora che attraversa il deserto australiano con quattro cammelli. Siamo usciti quasi disidratati e abbiamo apprezzato molto la pioggia scrosciante. Una storia vera, il film si chiama Tracks, valeva la pena vederlo. Ma non è di questo che voglio parlare. In quella multisala quando si acquista il biglietto si prenota automaticamente il posto, guai se non ci si siede nella poltrona prenotata se non si vuole provocare una pericolosa reazione a catena. Proprio come è successo questa volta. Uno spettatore arriva e, vuoi perché è presbite o perché distratto, si siede al posto sbagiato, Pian piano la saletta si riempie, e cominciano le complicazioni. Un altro, anzi due, vedendo il proprio posto occupato, pensano di sedersi su un “divanetto dell’amore” ancora libero. La stessa cosa capita ad una terza coppia. La cosa sarebbe finita così, senza incidenti, se, proprio quando si sono spente le luci, non fossero arrivate due signore tedesche, cioè la forza del diritto per antonomasia, che al senso dell’ordine abbinano anche una totale mancanza di flessibilità. Abbiamo quindi assistito ad una partita di domino, con gli spettatori alla disperata ricerca, prima del biglietto, poi del numero del posto e della fila, il tutto nella semioscurità. Essendo nella ordinata e discreta terra elvetica si sono udite molte scuse sommesse, che mascheravano alcune imprecazioni ancora più sommesse, si sono pestati alcuni piedi, ancora scusi scusi, e ci si è abbracciati per non rovinare sul vicino. Alla fine, cioè dopo aver perso l’inizio del film, tutti erano seduti al loro posto, non so se soddisfatti o no. Quando si sono riaccese le luci ho notato tuttavia parecchi sguardi sbiechi per capire chi era stato la causa di tanta confusione, ma la buona educazione ha prevalso e tutti hanno ostentato una totale indifferenza. 
L’episodio mi ha richiamato alla mente un fatto ben più increscioso accaduto troppi anni fa, quando ero ancora una giovanissima studentessa di lingue. 
Insieme ad altre compagne ero stata ingaggiata per un breve lavoro in occasione dell’apertura del Centro Commerciale Americano a Milano, un centro esposizioni collegato al consolato. Sarebbero state presenti tutte le autorità consolari e cittadine, non era però chiaro quali sarebbero stati i nostri compiti. 
Una volta arrivate, piene di entusiasmo, scoprimmo di essere state destinate al guardaroba. Va bene. Attaccapanni e due bigliettini, uno per noi e uno per il proprietario del cappotto. Ma le cose semplici non esistono. Primo: il guardaroba era un bugigattolo, troppo piccolo per ospitare quattro ragazze e una valanga di cappotti di cachemire e sciarpe di seta; secondo, e molto più tragico, era inverno, faceva freddo e le “autorità” portavano tutte il cappello. Che problema c’è, direste voi. Il problema c’era, e anche grave: non erano stati previsti né lo spazio per riporre i vari Borsalino, né il sistema di bigliettini, madri e figlie, da dare ai proprietari. 
All’inizio abbiamo accettato i lussuosi cappelli cercando di metterli il più vicino possibile al relativo cappotto. Il problema si è manifestato, in tutta la sua gravità, al ritiro. Chi si è presentato prima del termine della manifestazione è stato fortunato, ha potuto scegliere. Altri signori, dotati di senso dell’umorismo, hanno preso la cosa sul ridere, e hanno approfittato della compagnia di noi, giovani fanciulle – adesso posso dirlo, carine e gentili – e sono stati comprensivi. La maggior parte, purtroppo, ci ha umiliato. Non è possibile che non si trovi il copricapo del console generale, decano del corpo consolare di Milano! Questo non è il mio, tuona un altro trombone con un cappello di tre misure più grande sul suo crapino. E questo, da dove arriva, sbraita un altro con un testone pelato e una piccola bombetta che sembra quella di Charlot. Il mio era un borsalino, costosissimo! Alcuni notabili, esasperati, se ne sono andati a testa nuda, alcuni hanno preso, consapevolmente o no, un cappello altrui, pochi fortunati hanno trovato quello che sembrava il loro. Noi siamo rimaste sgomente, quasi in lacrime, ad osservare un paio di solitari cilindri, senza coniglio, certe di aver chiuso sul nascere le nostre promettenti i quell’episodio increscioso, che io naturalmente mi guardai di menzionare con alcuno…

Compagni di scuola

Avete mai frequentato un corso serale? E’ un’esperienza gratificante, che ci si trovi da una o dall’altra parte del banco. Io ho provato le due cose e ho sempre fatto degli incontri preziosi. Abituata a non essere ascoltata, a dover “mantenere” la disciplina – ma chi è questa signora che deve essere mantenuta – a dovermi far “rispettare” da allievi, colleghi e superiori, l’aula della scuola serale mi è sempre apparsa come un’oasi di pace e serenità. U-topia, nel senso di luogo dolce o luogo che non c’è?

Il mio primo corso serale lo tenni in un paese del comasco. Le “Centocinquanta ore”, per lavoratori che non avevano il diploma di terza media. Volli subito bene a quelle persone, operai con le mani poco avvezze ad usare la penna, o casalinghe ansiose di non fare brutte figure coi figli. Non avevo bisogno di farmi rispettare, ero soprattutto io che rispettavo loro e li ammiravo per lo sforzo che facevano.

Dopo che mi trasferii in Svizzera cominciai ad insegnare inglese la sera. Anche lì, pubblico eterogeneo, ma sempre entusiasta. C’era una certa “mortalità”, spesso molti buttano la spugna quando si accorgono che studiare è fatica e rinunciano, ma provavo lo stesso un grande affetto per i miei scolari, gli volevo proprio bene, e spesso questo affetto era ricambiato. Con loro potevo fare le cose più strane: si cantava, si giocava, si parlava e si rideva. Guai se sentivo dire l’orribile frase: “Io sono negato per l’inglese o per le lingue”! Mai dire una cosa simile! Nemmeno pensarla! Quanti danni possono fare i professori!.,
A un certo punto rinunciai con dispiacere all’insegnamento serale per poter frequentare io stessa qualche corso. Molta storia, di quella che non si studia sui libri, storia per capire un po’ meglio l’incomprensibile di questo mondo..

E poi il russo. Avevo studiato lingue, ma non il russo. Quando ero giovane il mondo era diviso in due, c’era la cortina di ferro e anche ideologicamente si stava o da una parte o dall’altra. Io stavo da questa parte, per educazione, ambiente e, soprattutto, ignoranza. La mia conoscenza della Russia si fermava a Guerra e Pace, che bella Audrey Hepburn, e alla ritirata di Russia raccontata dai nostri alpini. Stop. Mia mamma aveva i classici russi, ma i figli non leggono i libri dei genitori, e poi mi angosciavano, mi sembravano cupi, disperati…

Quando la mamma ebbe bisogno di assistenza, trovammo, dopo vari tentativi, una carissima badante ucraina, russofona. Riscoprii un vecchio libro di russo, acquistato in una liquidazione, che si chiamava Il Russo Senza Sforzo, del Metodo Assimil. Mi aveva sempre intrigato, perché effettivamente proponeva un approccio rassicurante, che partiva dalle poche parole in comune con le nostre lingue, come mamma, dottore, attore, ecc. Così chiesi alla nostra Ludmilla di incidere su cassetta i buffi dialoghi del libro e cominciai ad ascoltarli e ripeterli, annoiando non poco i miei familiari che mi sentivano emettere dei suoni incomprensibili. E poi cominciai a frequentare i corsi serali.

Ora, chi frequenta i corsi serali di russo ha di solito forti motivazioni; c’è chi è già stato in Russia per lavoro, capisce abbastanza la lingua, ma non sa la grammatica. Ci sono medici, sempre molto bravi, che forse hanno dei pazienti russi. Hanno l’abitudine allo studio, la memoria esercitata, metodo e determinazione. In genere sono piuttosto “secchioni”. Ci sono alcune giovani donne in carriera, che conoscono già tre o quattro lingue, ci sono uomini, giovani e meno giovani, attratti da o già legati ad avvenenti donne russe.., e infine ci sono i romantici, alcuni nostalgici e altri semplicemente alla ricerca dell’ ”anima russa”. Dici poco.

Io non so bene a quale categoria appartengo, di certo mi sento più vicina a quest’ultima.

Un nostro amico di Milano è andato oltre: con la sua maestra di russo è persino andato a recitare in russo in piccoli teatri russi. Che invidia!

Bruno, un compagno di corso, viene a scuola con un vecchio zaino e grossi scarponi; lascia sempre presto la lezione perché abita in montagna, da solo, lontano da centri abitati, e dipende da un vicino di casa per tornare a casa la sera, quando non ci sono più le corriere. Sembra sia un chimico, ma adesso fa il giardiniere, comunque l’uomo di fatica. Parla correntemente la lingua, ma fa fatica con la grammatica. Sa cantare molto bene, una volta siamo riusciti a sentire la sua gran voce da basso, è buono, ma arrabbiato col mondo. Vive in una casa senza luce elettrica. Ha un cellulare e una lampada LED. Vive con due pecore. È da lui che ho imparato che le pecore devono essere sempre almeno in due. Le capre sono più indipendenti. Una volta Bruno mi ha prestato dei bellissimi libri d’arte russa, delle audiocassette e altro materiale raffinato. Ha grande rispetto e affetto per la nostra maestra.

E’ un mistero.

Poi ho incontrato Ellen. Sedute vicine eravamo un po’ indisciplinate, perché copiavamo e chiacchieravamo. Ma che gusto c’è ad andare a scuola se non si copia e non si chiacchiera col compagno di banco? Ellen veniva da Cadenabbia, vuol dire un’ora di macchina per andare e un’ora per tornare, ma era sempre più puntuale di me che abito a dieci minuti dalla scuola. Abbiamo scoperto di avere in comune l’amore per i viaggi e per la montagna. Quando una volta, d’estate, l’ho incontrata per caso a duemila metri alla ricerca di un po’ di latte di capra, l’ho considerato un segno del destino. Una volta è andata a fare un viaggio di una settimana in Russia, e quando è tornata l’abbiamo molto invidiata perché parlava benissimo. Un’altra volta è andata in Ucraina, d’inverno, ospite di una giovane badante che le dava lezioni di conversazione. Credo che sia stata un’esperienza difficile, anche perché si è ammalata per una settimana e la vita in una povera casa ucraina nel gelido inverno non è stata così facile. Poi la ragazza, divenuta testimone di Geova, l’ha trascinata in giro per l’Ucraina a conoscere altri adepti. Adesso Ellen vive in Germania, studia il portoghese, ma la vedo ancora in montagna d’estate.

Ho interrotto il corso di russo per alcuni anni. Ero stanca. Quest’anno sono andata in pensione e ho deciso di ricominciare, regredendo di alcune classi. Non volevo fare troppa fatica. Stessa insegnante. Quando avevo cominciato la maestra veniva in bicicletta, poi si era comprata una piccola Ford, quest’anno aveva una Mercedes. Io ho insegnato tanti anni, ma non ho mai avuto una Mercedes. Non l’avrò mai, preferisco le utilitarie.. Ma è simpatica la nostra Marushka. Altra classe, però, altri compagni. I soliti due medici secchioni, un’ex insegnante di liceo dei miei figli, ancora più secchiona e pedante, alcuni giovani uomini, una ragazza polacca, e Romana.

E’ una persona speciale, Romana. Discreta, schiva, tranquilla, capelli bianchi che sembrano tinti ad hoc, ogni tanto interviene con un aneddoto, del tipo: quando ero a Mosca dovevo fare delle lunghe file per comprare il pane. Oppure, mio nonno aveva conosciuto Tolstoj in treno. E ancora, mia nonna era russa, era “fuggita” con mio nonno. Oppure: conosco quella strada perché ci sono passata facendo la transumanza.

Non potevo rimanere indifferente, così ho cominciato a frequentarla, anche perché emana simpatia. Così, poco per volta, ho scoperto che abita anche lei in montagna, l’ultimo paesino di una valle qui sopra. Una scelta, evidentemente. Insomma sempre più interessante.

Quest’inverno ci ha raccontato di aver rischiato la pelle per portare un po’ di cibo a una capretta inselvatichita. La capretta stava benone, ma lei ha camminato per più di un’ora nella neve alta.

E il nonno? Un giramondo, che nelle sue peregrinazioni aveva vissuto anche in Russia, dove aveva trovato questa ragazza che si era invaghita di lui. Mi ha fatto vedere le foto, Romana, di questa giovane donna protagonista di una storia d’amore da romanzo. Non fu fortunata la piccola russa, rimase vedova a ventisette anni con quattro figli. Romana mi ha mostrato la foto di questa donna dolce, attorniata dai suoi bambini, vestiti a festa per la fotografia.

Quante storie ha Romana. Ogni tanto ne racconta una nuova, con grandissima semplicità. Una più affascinante dell’altra. Ecco qualche esempio. Un giorno ricorda la scuola media frequentata a Roma, una scuola davvero speciale, all’Aventino. La mattina lezioni normali, il pomeriggio teatro. Un maestro carismatico, poeta artista, attore.

Di nazionalità Svizzera, padre di origine italiana e mamma svizzera tedesca, narra che durante la guerra la vita era difficile per tutti anche a Lugano. Sua mamma si ricordava di una povera donna, che aveva una botteguccia a Lugano, accasciata piangente in mezzo alla strada, perché le avevano devastato il negozietto, strappato i sacchi di farina e di riso, gettato tutto. Perché? Perché era italiana con due figli in guerra.

E ancora, la mamma di Romana, svizzera tedesca, preferiva parlare in italiano qui, perché i tedeschi di Germania erano malvisti, ma poi, trasferitisi nella Svizzera interna, la famiglia aveva subito angherie, perché italiani… Altri tempi? Speriamo.

E che generosità! Sempre durante la guerra, quando sembrava che i nazifascisti avessero la meglio nell’Ossola, molti bambini di là furono evacuati e mandati in Ticino. Loro ne accolsero subito uno, che, dopo le prime, inevitabili difficoltà, poi divenne un membro della famiglia, che ancora rivedono con piacere.

E la Russia? Grande amore di gioventù. Quando noi andavamo in Inghilterra come ragazze alla pari per imparare l’inglese, lei come ragazza alla pari andò a Mosca con una famiglia di diplomatici svizzeri. Questo sarà un altro capitolo del libro di memorie che le ho suggerito di scrivere.

La sorpresa più grande l’ho avuta quando in classe, in uno di quegli esercizi orali in cui si fanno domande del tipo: che cosa ti piace fare, che lingue straniere conosci, lei ha detto che oltre al tedesco e all’italiano conosce anche l’ebraico, solo parlato, si è affrettata a precisare. Sì, perché Romana aveva sposato un israeliano ed era andata a vivere in un kibbutz.

Ma questo sarà il secondo volume.

Devo ancora scoprire cosa ci sarà nel terzo, un po’ di pazienza.

 

 

 

 

 

 

Lugano, 4 luglio 2014

History o Her story, storia al maschile o al femminile? La Campana di Rovereto e le sue Madrine.

In occasione del centenario dello scoppio della prima guerra mondiale, ricopio questo scritto, già apparso in rete qualche anno fa.

“Mai Più, Never again, Nie Mehr, Jamais Plus, Nikogda Snova!”.

Qualche tempo fa ho letto  un articolo in cui si ricordavano gli “eroi” valtellinesi, in particolare si faceva riferimento alla figura di mio nonno paterno, Luigi Guicciardi, di Sondrio, già prefetto a Pavia, arruolatosi volontario come soldato semplice nel giugno 1915, a sessant’anni, e caduto sul Carso dopo poche settimane .

Tutto vero, purtroppo, ma se c’è un eroe, c’è anche una morte, in genere violenta e prematura. Allora si pensava anche che fosse per una buona causa, adesso ci si chiede se quella causa era davvero buona.

Ormai questi fatti fanno parte della Storia. In inglese si fa un gioco di parole, History, “Storia”, sembra essere la storia di “lui” , “His story”, e le donne, che questa storia al maschile da sempre subiscono, dicono che ci dovrebbe anche essere una “Her story”, la storia di “lei”, la storia vista da un punto di vista femminile.

Pensiamoci un momento, vedove, orfani e orfane, madri che hanno perso figli, sorelle che hanno perso fratelli, fidanzate che hanno perso fidanzati, mogli che hanno perso mariti, figli e figlie che hanno perso padri.

Certo, alcune di queste donne, come la mia nonna Giuseppina Carbonera (discendente diretta di quell’Azzo Carbonera delle Cinque Giornate di Milano), hanno avuto l’onore di essere vedove di guerra speciali, mogli di eroi. Onore di cui credo avrebbero fatto volentieri a meno. Mio padre e i suoi fratelli sono stati figli di eroi, ma mio padre ha perso il suo papà a otto anni e la sua vita, così come quella di altri milioni di orfani, è stata profondamente segnata da questo avvenimento tragico.

E allora da un punto di vista femminile mi piace ricordare tutte le eroine silenziose che hanno continuato a vivere e lottare dopo questi eventi luttuosi, e mi piace ricordare un altro fatto, secondo me altrettanto importante, della vita di mia nonna Giuseppina Carbonera Guicciardi.

All’indomani della Grande Guerra il sacerdote roveretano don Antonio Rossaro volle realizzare la Campana di Rovereto, come simbolo imperituro di condanna del conflitto, di pacificazione delle coscienze, di fratellanza fra gli uomini, di solidarietà fra i popoli, utilizzando il bronzo dei cannoni offerto dalle nazioni partecipanti al primo conflitto mondiale.

La campana suonò il primo rintocco il giorno 4 ottobre 1925, alla presenza del Re Vittorio Emanuele, e di tanti silenziosi personaggi femminili, fra cui vedove di guerra e crocerossine.

Ecco che cosa diceva nel suo discorso di inaugurazione il principe Emanuele Filiberto:

 

“……….. La guerra non è mai la via per ottenere la Pace. Il nostro elogio è rivolto anche al Comitato per la realizzazione della Campana ed alle Madrine che lo composero, tra cui figura anche l’amata Regina Margherita: senza di loro non sarebbe stato possibile innalzare questo simbolo della memoria che appartiene non solo all’Italia ma all’Europa tutta….”

 

Ebbene, confesso che sono molto fiera di ricordare che fra queste madrine vi era anche la mia nonna Giuseppina Carbonera Guicciardi.

In tutti questi anni Uomini di Stato, Presidenti ed Ambasciatori unitamente a cittadini di ogni Nazione, hanno reso omaggio alla Campana e continuano a sentirla come voce della propria coscienza. Ben ottantaquattro Nazioni hanno esposto il loro vessillo intorno a Maria Dolens, nome di battesimo della Campana stessa, lungo il Viale delle Bandiere e sulla Piazza delle Genti, a testimoniare, anche visibilmente, la fedeltà ad un messaggio, ad una sorta di “Patto della Pace”.

Anch’io sono stata a rendere omaggio alla Campana, qualche anno fa, e devo dire che l’emozione è stata grande, paragonabile soltanto a quella provata nel visitare i cimiteri di guerra americani e tedeschi in Normandia, dove ovunque si respirava il grido “Mai Più, Never again, Nie Mehr, Jamais Plus, Nikogda Snova!”.

 

Cristina Guicciardi

Vogalonga, a Venezia non c’è solo il Mose

A Venezia c’è chi ruba e … chi rema, alla quarantesima Voga Longa.

 

Normalmente non parlo della mia famiglia o dei miei figli. A ciascuno il suo, è una questione di privacy. Oggi, tuttavia, sono emozionata. Mio figlio ieri ha partecipato alla Voga Longa. E’ il secondo anno che lo fa. Prima io non sapevo nemmeno che ci fosse, facevo un po’ di confusione con la Marcialonga. Così ho scoperto una realtà entusiasmante ed emozionante.

Non è una gara, non si vince niente, anzi, la partecipazione può essere costosa, se si comprende il viaggio, il pernottamento e i pasti fuori casa. Nel caso di mio figlio e della sua piccola squadra, si deve organizzare il trasporto delle barche da Zurigo, prevedere le spese di assicurazione, prenotare l’albergo o il bed and breakfast per tempo. Eppure è l’evento dell’anno.

L’anno scorso il suo commento è stato: un’esperienza magica, come vivere un sogno. Quest’anno, il suo messaggio è stato altrettanto laconico: “Fantastico. Bellissimo, caldissimo, stanchissimo!”. Eppure non sono mancate le difficoltà, come il brutto tempo e piccoli incidenti con danni alle barche.

I partecipanti provengono da tutto il mondo, con innumerevoli tipi di imbarcazioni. Basta vedere qualche foto e qualche video per farsene un’idea. L’allegra confusione di barche è totale.  Dai piccoli kayak con un solo vogatore, alle gondole, alle barche drago con dodici e più rematori, alle canoe classiche. Tutti i colori, tutte le bandiere, tutte le lingue, ma tutti condividono l’entusiasmo e il sorriso.

Ho letto di uno o forse più gruppi di persone malate di cancro che si preparano da mesi per partecipare, dalla Francia e da altri paesi. La loro è una gara per la vita. E probabilmente di storie così ce ne sono tante.

Forse danno fastidio al traffico locale di vaporetti e gondole, certo non fanno danni e non sono un pugno nell’occhio come le enormi navi da crociera che fanno l’inchino a San Marco (chi si ricorda della Costa Concordia e del capitano Schettino?). La loro onda d’urto non danneggia niente, anzi, ogni immagine della Voga Longa richiama quelle bellissime marine di Venezia che ammiriamo nei musei, pensiamo solo ai Guardi e ai Canaletto.

 

Anna Carbich, 9 giugno 2014.

Ho trasmesso  questo articolo anche a:

http://www.lideale.info/redPage.php