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Viaggio in Iran, le mille e una contraddizioni.

Ho fatto questo viaggio nel 2008, quando la situazione internazionale era molto diversa. C’erano ancora le sanzioni, non era stato firmato l’accordo fra Iran e USA, c’erano altri presidenti. Questo è da tenere presente nel leggere il mio racconto.

Di solito mi astengo dal fare commenti politici. Ma a volte è impossibile. Soprattutto quando si parla di un paese come l’Iran, di cui i giornali, radio e televisione sembrano conoscere solo il nome del presidente – non certo eletto democraticamente – e riportarne le frasi propagandistiche, dimenticando troppo spesso la sofferenza del popolo.  E stiamo attenti a criticare i politici di altri paesi quando abbiamo in casa personaggi pubblici  che predicano spudoratamente odio e intolleranza. Chissà, forse alcuni hanno scelto il verde – colore dell’islam, presente in tutte le bandiere dei paesi musulmani – proprio perché intolleranti e fanatici come i pasdaran iraniani.

Forse il modo migliore per combattere la stupidità degli uni e degli altri sarebbe invece cercare di conoscere, capire e raccontare la realtà di questo paese, con tutte le sue contraddizioni. Non mi sarà possibile affrontare in modo esauriente tutti gli argomenti correlati, ma invito chi fosse interessato ad approfondire i temi trattati cercandoli – e trovandoli – su  testi seri e affidabili.

Non è facile scrivere di un viaggio in un paese esotico. Si possono descrivere i luoghi, le bellezze artistiche e naturali, commentando le fotografie. Si può parlare della storia, riferendosi ai monumenti storici. Si può parlare delle difficoltà incontrate, della gente scontrosa e inospitale, delle strade sconnesse, della sporcizia ed inadeguatezza degli alberghi, della diarrea del viaggiatore, dell’acqua non potabile, delle zanzare, ma in questo caso allora non avrei proprio niente da dire. Nessuna difficoltà invece, ma solo gente educata e cortese, gentile ma non invadente, alberghi in ordine e puliti, cibo sano e semplice, acqua potabilizzata in tutto il paese, nessun pizzico di nessun insetto. Certo avrei potuto tenere un diario, ma sarebbe stato troppo lungo e ripetitivo per chi legge. E si rischierebbe di saltare di palo in frasca. Perché in un diario si possono annotare anche i pensieri che arrivano incontrollati a interrompere la cronaca del viaggio. Non seguirò quindi un tracciato fisso, ma  mi lascerò andare ai ricordi e alle emozioni, solo con alcune note a margine. Perché si tratta di un paese particolare, di cui si parla tanto, ma si sa ben poco.

La favolosa Persia, l’odierno Iran.

Già, perché ha cambiato nome la Persia? Dicono le guide che Il nome Iran è stato ufficialmente adottato nel 1935 dallo Shah Reza, forse anche per compiacere la Germania nazista. Iran infatti è “La terra degli Ariani”. Si stabiliva così un collegamento fra la razza ariana idealizzata dalla Germina e la razza ariana persiana. La parola Persia, anch’essa antichissima , deriva dall’antico nome greco dell’Iran, Persis, che a sua volta deriva dal nome del clan principale di Ciro il Grande Pars o Parsa, i Parti. Ma lasciamo perdere la grande storia, perché ce n’è talmente tanta in un paese così che non basterebbe un’enciclopedia.

Accontentiamoci delle impressioni, e magari di qualche ricordo. Cosa sappiamo noi della Persia, o Iran, se non che Bush junior l’ha definito paese canaglia? Che bello quando le sue principesse e imperatrici riempivano le pagine dei nostri rotocalchi. Soraya, la principessa ripudiata, così triste, Farah Diba, che andava anche a sciare sul Mar Caspio. Le abbiamo viste le sue corone, nel museo dei gioielli, sotto la banca di Tehran, e abbiamo anche visto tutti i palazzi che ha fatto decorare e rimodernare, con un gran gusto per lo stile ornato tipico persiano, lei che aveva studiato architettura a Parigi. Lo Scià, sempre in divisa scintillante, anche un bell’uomo, che aveva invitato a una festa sfarzosa per i 2500 anni di Persepoli i reali del mondo intero, poveretti. Lo scià, che andava anche a sciare a Saint Moritz e che era così amico del nostro bravo principino Vittorio Emanuele. Trafficavano in armi ed elicotteri. Della SAVAK, la sua brutale polizia segreta, invece non si parlava proprio. Infatti era segreta. Poi il gran botto, la rivoluzione islamica. Se ne è parlato per un po’, poi per fortuna hanno fatto la guerra, Iraq e Iran, bambini e giovani mandati al macello per il nostro petrolio. Gli iracheni erano bravi, gli iraniani erano cattivi. Tutti però utilizzavano le armi che producevamo noi, gli ancora più bravi occidentali.

Poi, dopo anni, quella guerra lì è finita. Chi ha vinto? Non si sa. Si sa solo che l’ayatollah (ayat Allah = segno di Dio) Komeini e i suoi successori ogni tanto tuonano contro l’occidente, e noi diciamo che sono delle canaglie. Forse, ma “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, oppure, “da che pulpito viene la predica”….   Ma perché non si dice che è uno stato canaglia dato che è uno stato totalitario e una dittatura feroce con il suo popolo? Ma diciamoci la verità, cosa importa a noi occidentali se in Iran non c’è libertà? Cosa ci importa se le donne sono obbligate a portare il velo, a coprirsi fino ai piedi anche con 40° all’ombra, a occupare la parte posteriore degli autobus, o a fare il bagno in piscine riservate solo alle donne? (Questa forse è una punizione più per gli uomini che per le donne). Cosa ci importa se una donna è condannata alla lapidazione se sospettata di adulterio? Cosa ci importa se un omosessuale se non vuole essere impiccato deve cambiare sesso sottoponendosi ad un intervento chirurgico? (In Iran si effettua il maggior numero di queste operazioni, che se forzate si possono anche chiamare “castrazioni”). Cosa ci importa se l’anno scorso sono stati condannati a morte centocinquanta giovani, dico centocinquanta, solo perché sospettati di essere contrari al regime? Cosa ci importa se gli arresti sono sempre arbitrari e non vige certo uno stato di diritto? Non ce ne importa niente, perché tanto è uno stato canaglia. Ho persino letto sull’Herald Tribune un articolo di un “esperto” di medio oriente – di cui non farò il nome per non fargli pubblicità – che diceva che in fondo se fossero bombardati gli impianti iraniani per l’arricchimento dell’uranio sarebbe un bene per tutti, iraniani compresi. A parte naturalmente le inevitabili migliaia di morti. Tanto è uno stato canaglia. Cosa ci importa se alcuni monumenti, patrimonio dell’umanità, come la torre di Ciro a Pasargad, rischiano di essere danneggiati dalla costruzione di una ferrovia troppo vicina?

Anche la Corea del Nord era uno stato canaglia e la sua gente moriva di fame. E la Cina? La Cina non è più uno stato canaglia, anche se non si contano le condanne a morte, anche se i minatori cinesi continuano a morire per tirar fuori un po’ di carbone. Forse dovremmo finalmente cominciare a fare una differenza fra “Stato” e “Popolo”, fra “governanti” e “governati”. Diceva bene il nostro autista nel suo inglese essenziale, il sempre sorridente e premuroso Merhab, “tutte le persone sono buone, tutti i presidenti sono cattivi”.

Un ragazzo iraniano, un architetto adesso residente a Los Angeles, colto ed intelligente, seduto accanto a me in aereo nel viaggio di andata, mi ha esposto la sua interessante teoria.  Chi comanda veramente in Iran, ha continuato il mio interlocutore, sta a Qom, la città santa, non lontana da Tehran. Non servono le sanzioni, ha continuato, perché i potenti religiosi hanno comunque grandi proprietà e beni all’estero, moltissimi in Canada. Se mai si danneggiano proprio gli esportatori occidentali. (In Iran adesso non si possono usare né bancomat né carte di credito. Ufficialmente. Ma abili commercianti riescono ad eludere il divieto collegandosi con il Dubai.) Mi ha detto inoltre che nella sola Los Angeles, vivono un milione e mezzo di iraniani, ma in tutto il mondo l’Iran esporta cervelli da trent’anni. Proprio come l’Italia. Per lo più professionisti qualificati,medici, architetti, ingegneri, professori di università. Poi, ha continuato, in Iran si beve forse più di prima. Al mercato nero si trova tutto l’alcool che si vuole. E la sera bisogna stare attenti perché spesso chi è al volante ha bevuto e va velocissimo anche per non farsi prendere. E molti fanno persino il vino in casa.

Che strano, le moschee iraniane non sono brulicanti di fedeli come immaginavo. Solo una volta stava per esserci vietato un ingresso perché c’era un digiuno di donne. Nei giorni di festa la gente si reca con tutta la famiglia nei loro splendidi e curatissimi giardini, stendono un gran tappeto su un prato e passano lì il pomeriggio e la serata, in allegra compagnia. Però il nostro laico autista ogni volta che andavamo al ristorante e sulla tavola avanzavano piatti pieni di cibo ancora intatti si faceva dare delle scatole di plastica e li offriva con naturalezza ed un sorriso una volta a dei mendicanti, un’altra volta a degli operai afgani, che lavoravano lì vicino e cercavano di risparmiare il più possibile da mandare alla famiglia.

Che strano, il 16 di luglio, giorno di festa, “festa del papà” e compleanno del saggio e Alì, di cui lo stesso Maometto aveva detto di seguire le tracce, non riconosciuto dai sunniti, abbiamo sentito cantare con gioia, La voce tuonante veniva da una delle tante arcate del bellissimo ponte di Isfahan, dove la gente si raccoglie per trovare un po’ di refrigerio. Cantava quest’uomo e quando ha visto che eravamo stranieri ha chiesto alla nostra guida di tradurre le parole della canzone, probabilmente di un poeta iraniano, e ci ha coinvolto tutti nel canto. Si trattava solo di parole di amore, verso tutti, verso i vecchi, verso la famiglia, verso l’ospite. Come ci ha detto la guida è il modo degli iraniani per dire agli stranieri che non provano odio, anzi. Prima di lasciarci, l’artista ha abbracciato tutti gli uomini del nostro gruppo, mentre intorno a noi si era formata una piccola folla curiosa e affettuosa.

Che strano, a Isfahan la zona armena è la più lussuosa della città, la chiesa di Vank con annesso un interessante museo era piena di visitatori. E’ loro chiesa più bella, è splendidamente affrescata. Risale al ‘600, periodo in cui gli armeni furono chiamati dai governanti persiani per potenziare i commerci.

Che strano, abbiamo potuto visitare liberamente in varie città anche alcuni templi del fuoco, dedicati a Zoroastro. E’ ancora molto vivo in Iran lo Zoroastrismo, una delle più antiche religioni monoteiste. In questi templi brucia una fiamma perenne, sorvegliata dai loro sacerdoti, persone semplici, che svolgono un lavoro qualsiasi. Ma hanno pregato per noi e davanti a noi e ci hanno ripetuto il loro comandamento: Pensare bene, Dire bene e Fare bene. Sembra facile. Sono ancora molto vive e radicate nel popolo le tradizioni preislamiche che nemmeno l’attuale regime riesce a cancellare.Che strano, a Shiraz siamo potuti entrare in una yeshiva (scuola ebraica), senza nemmeno suonare il campanello, e a Isfahan siamo stati accolti con baci e abbracci nella sinagoga locale, piena di bambini urlanti. In tutte le altre sinagoghe che ho visitato, in Italia e all’estero, avevamo dovuto annunciarci, chiedere permessi, presentare documenti. Il fatto è che il nemico è il sionismo, quindi Israele, non l’ebreo che abita in Iran. Ma allora come mai si vedono le piazze piene nelle “giornate dell’odio”? (Odio contro l’occidente e contro Israele). Semplice, invitano gli abitanti di paesini delle campagne, offrono loro gita e pranzo e così riempiono le piazze. Esattamente come facevano in Russia per le loro feste, ad esempio il primo maggio.  Pagavano delle ore di lavoro in più a chi partecipava alle parate, mi raccontava la mia insegnante di russo. Se non sbaglio si faceva qualcosa di simile anche da noi durante il ventennio. Nessuno però racconta perché la settimana scorsa le vie e le piazze Tehran fossero gremite da una folla che bloccava il traffico. Era morto – di infarto – un popolarissimo attore, Khosro Shakibaii, molto amato per la sua bravura ed ironia, che aveva preferito restare in patria, dimostrando seppur discretamente, sempre nei limiti del possibile , la sua voglia di libertà e l’amore per il suo popolo. Ma non mi risulta che alcun giornale occidentale abbia mostrato le foto della folla che ha partecipato al suo funerale.

Ricordare le radici persiane sta diventando una forma di trasgressione. I mausolei degli antichi poeti sono ancora oggetto di pellegrinaggio, come la tomba di Hafez a Shiraz, in un magnifico parco, frequentato da famiglie, giovani e studenti. Le poesie di Ferdousi, un altro celebrato poeta iraniano, sono lette e studiate con un amore a noi ignoto. Forse varrebbe la pena fare un piccolo sforzo per conoscerli. A Isfahan abbiamo potuto ammirare le opere di giovani grafici – la calligrafia è un’arte tipicamente persiana – che riescono a fare degli splendidi quadri moderni con poche lettere o parole. In altri invece si rappresentava l’invasione araba e la lotta del popolo persiano in un fumetto. Sono piccoli segni, ma è tutto quello che possono fare, per adesso.Studiano l’arabo gli iraniani, a partire dalle scuole medie. Ma non lo studiano volentieri. Preferiscono studiare l’inglese. Perché l’arabo è la lingua del Corano, imposto dal conquistatore, dall’oppressore, anche se di più di mille anni fa. Hanno adottato l’alfabeto arabo, ma la loro lingua, così come il loro ceppo etnico, sono indoeuropei. Infatti sono molto diversi. Spiega bene Ryszard Kapuściński nel suo libro Shah-in-Shah queste differenze. Anche nella religione i persiani sono diversi. Infatti sono shiiti. Venerano Alì, nipote di Maometto e lo rappresentano ovunque, con fattezze delicate, che a noi cattolici ricordano tanto quelle di Gesù Cristo. Anche Gesù è considerato un profeta ed è rappresentato spesso. Non sono certo iconoclasti i persiani. Isfahan è un trionfo di immagini, sacre e profane. C’è un palazzo in quella città magica, con un salone completamente affrescata con scene di caccia, di feste, di guerra e di gioia, che viene chiamato “la cappella Sistina di Isfahan”.

Certo, luglio forse non è il periodo migliore per visitare l’Iran. Teheran è in alto, ma oppressa dalla montagna, con i suoi quattordici milioni di abitanti, il suo traffico congestionato e i suoi palazzi, quasi tutti con l’aria condizionata, è anche molto inquinata. Ci sono degli splendidi parchi e giardini, ma non bastano ad alleviare il disagio. In questo hanno sbagliato a copiare l’occidente. Perché non hanno continuato a costruire come facevano gli antichi persiani nei loro deserti? Intonaci di paglia e fango, isolanti ed ecologici, soffitti a cupole per raccogliere il calore, sofisticati impianti di ventilazione – le cosiddette torri del vento – che assicurano una circolazione d’aria anche col caldo torrido, sistemi di canalizzazione – i ghanat – che assicuravano sempre il rifornimento di acqua alle città e permettevano di avere quei verdissimi giardini, e persino grandi ghiacciaie scavate nel terreno e coperte da alte cupole. Tutte cose che abbiamo potuto ammirare a Yazd, magica città oasi.

E’ davvero un luogo speciale Yazd. Lì abbiamo potuto assistere ad una sessione di Varzesh-e Pahlavani, un’antica disciplina di ginnastica e lotta tradizionale della Persia, originariamente nata come accademia di educazione fisica per scopi militari. È conosciuta in Italia anche con il nome di zorkana, nome che indica più strettamente il luogo dove si compiono gli esercizi fisici, in questo caso un’antica ghiacciaia circolare. E’ un’arte in cui si fondono elementi della cultura pre-islamica con la spiritualità del sufismo. Agli “atleti” si richiede purezza, sincerità e temperanza, solo in seguito viene la forza fisica. Alla fine di ogni esercizio si invoca Alì. E’ stata un’esperienza forte e, mentre noi sorseggiavamo il tè offertoci, il nostro autista e un giovane del nostro gruppo si sono cimentati nel sollevamento di quelle speciali clave e quei pesanti strumenti metallici a forma di arco.Quante cose ci sarebbero ancora da raccontare di questo viaggio. La suggestività delle Torri del Silenzio, poste sulla vetta di colline desertiche nei pressi di Yazd, dove i seguaci di Zoroastro ponevano i loro morti, poiché i cadaveri non potevano contaminare gli elementi sacri, come la terra e il fuoco elemento e allora venivano esposti su queste torri e “purificati” dagli uccelli rapaci. Adesso non sono più in funzione, ma si immergono i cadaveri nella calce viva. Almeno così fa la grande comunità di Zoroastriani in India.

Le piazze di Yazd o di Isfahan al tramonto. Le splendide moschee con le cupole turchese. I giardini con innumerevoli giochi d’acqua. I bazar variopinti con ogni genere di merce. Il bazar per i nomadi a Shiraz, tutto colori e luci, come fosse Natale, perché ai nomadi di Shiraz piacciono colori e lustrini, come quella bella signora, che si è lasciata fotografare insieme a noi, così elegante nel suo

Quante, quante contraddizioni in Iran. Ma forse quella che lo rappresenta meglio di tutte è, come ci ha fatto notare la nostra guida, la severità con cui la polizia impone il velo alle donne, ma il lassismo con cui tollera che i motociclisti non indossino il casco…abito rosso, tutto decorato di paillettes. I vasi di spezie colorati che sembrano mandala tibetani. Ma come faranno a non mischiarle? E poi i tappeti, ogni città ha il suo stile, ogni casa ha il suo telaio, ogni tribù il suo mercante.

 

Molti i libri sull’Iran, i più importanti consigliati dalla guida Lonely Planet.

Io ho trovato particolarmente interessanti:

Alla ricerca di Hassan. Il volto nascosto dell’Iran di Terence Ward. TEA (2006)

Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi. Editore Adelphi  (2004)

Persepolis. Ediz. integrale di Marjane Satrapi. Editore Lizard ( 2007)

Shah-in-Shah di Ryszard Kapuscinski. Editore Feltrinelli  (2004)

Persia in the Great Game: Sir Percy Sykes – Explorer, Consul, Soldier, Spy ( 2004) by Antony Wynn

 

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Non è così lontana Samarkanda

 

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Il colpo d’occhio all’arrivo a Khiva. La poesia di quell’immagine. La cittadella , un grande castello di sabbia rosata. La piazza, ampia, tanti fiori e una grande vasca che riflette il cielo, e, oltre la porta della cittadella, quella grande torre a tronco di cono, un minareto incompiuto, rivestita di piastrelline azzurre in tutte le sfumature.

Khiva fa parte del patrimonio dell’umanità. La favolosa Via della Seta. Forse dovremmo ricordare Marco Polo e lo spirito con cui viaggiava. O ripercorrere il cammino di Alessandro Magno. Cosa sappiamo avanzata araba verso oriente?

Lungo la via della seta c’erano ricchezza e cultura. Si parlavano tante lingue e c’era una grande libertà religiosa. Qui trovavano rifugio i perseguitati di altre religioni. Cristiani nestoriani, ebrei karaiti, sufi islamici, manichei, buddisti, seguaci di Zoroastro e sciamani. Il loro incontro creava interessanti fenomeni di sincretismo. In comune, un profondo misticismo.

Khiva, Bukara, Shakrisabz (la città di Tamerlano), Samarcanda.

Le splendide facciate delle moschee e delle madrasse. Azzurro il cielo, sempre, azzurre le decorazioni di ceramica. Mai uguali però, si potrebbe stare ore a contemplarle, a notarne i dettagli, le simbologie, i richiami ad altre religioni. La stella di Davide accanto alla svastica, e poi fiori e uccelli stilizzati. Anche nella bandiera uzbeka c’è un uccello, il Simurgh, il simbolo sufico per eccellenza.

Due le architetture delle moschee, quelle come la moschea azzurra di Istanbul, cupola in mezzo, quattro minareti agli angoli esterni, che si ispirano a Santa Sofia, e quelle che seguono il modello di Medina, un grande chiostro con cortile al centro. Qui sono così, con alcune eccezioni, come una moschea a Bukhara sorta sul sito di un tempio zoroastriano, forse una ex sinagoga, con un portale le cui colonne laterali ricordano il dorso di due libri.

Ancora sincretismo, antico testamento in ambiente islamico nei mausolei a San Daniele e a San Giobbe. O il mausoleo di Ismail Samanid, piccola costruzione cubica, le cui uniche decorazioni sono i giochi geometrici ottenuti con i mattoni: un gioiello cesellato con riferimenti al culto di Zoroastro, dodici finestre che rappresentano i mesi. Gli Zoroastriani, erano i più grandi astronomi dell’antichità. Cultori del fuoco, erigevano templi là dove il gas naturale sotterraneo lo alimentava. Anche gli arcangeli hanno “origine persiana”, passati poi all’ebraismo e all’islam.

Le moschee estive, tre lati chiusi e uno aperto rivolto a nord, il soffitto di legno lavorato sostenuto da una colonna centrale in legno.

Gli splendidi soffitti variopinti degli harem.

Khiva e Bukhara erano città universitarie, vi si insegnavano le arti liberali del Trivio (Grammatica, dialettica e retorica) e del Quadrivio (Astronomia, matematica, geografia e musica). Anche l’università di Bologna è cominciata così.

Troppo pochi i turisti a Bukhara. Hanno forse paura? Paura di essere rapiti e venduti proprio qui in questi androni, nel più ricco mercato di schiavi fino al secolo scorso? Paura di essere rinchiusi nella orrenda prigione della fortezza insieme a ratti e insetti malefici, su un letto di putrido liquame? O di avere la testa mozzata, proprio qui, davanti alla fortezza, per un capriccio del crudele emiro, come capitò ai due ufficiali inglesi intorno al 1840? O di essere aggrediti dal temibile “verme di Bukhara”, micidiale parassita che viveva in queste vasche in cui si conservava l’acqua? Ma Bukhara è bellissima, nonostante il suo sinistro passato.

La città di Tamerlano, Shakrisabz, da cui si intravedono le montagne del Pamir! Forse ancora più importante di Tamerlano è stato il nipote, Ulug Beg, grande astronomo. Eppure fu ucciso proprio da chi gli doveva tutto, il figlio. Ma egli rivivrà nei suoi studi, nelle sue opere, nel suo osservatorio di .

Via di nuovo. Chilometri e chilometri in mezzo a colline desertiche. Come per incanto su una collinetta d’oro appaiono tre figure. Tre macchie di colore. Tre ragazzine, su tre minuscoli asinelli. Ci sorridono, ecco che dal nulla spunta un’altra pastorella bionda, anche lei coloratissima. Ci guardano e sorridono. Ecco, a queste tre graziose kazake ho scattato la foto più bella del viaggio.

L’ultima tappa è Samarcanda. La piazza del Registan è troppo imponente e maestosa per entrare in un piccolo obiettivo. Comprerò delle cartoline, ma non sarà la stessa cosa. Comunque non è più la stessa cosa. Immagino il viaggiatore che, dopo un’estenuante marcia nella steppa, d’un tratto si trova in questa piazza racchiusa fra edifici colossali, cupole azzurre e altissimi minareti. Lo vedo che arriva mentre si stanno svolgendo le pubbliche esecuzioni sulla piazza del Registan, tutta coperta di sabbia per assorbire il sangue dei condannati… Siamo davvero in un luogo reale o siamo entrati direttamente in una favola delle Mille e Una Notte? Spiccano sulla moschea le immagini di due tigri…

Non è così lontana Samarcanda.

 

Viaggio in Polonia. Impressioni e Pensieri

2. CRACOVIA – LUBLINO – VARSAVIA

Lasciata la bella Cracovia continuiamo il nostro cammino. Campagna, boschi, casette. Una prima sosta a Tarnow, tranquilla cittadina con una bella piazza. “Prima della guerra era un attivo centro industriale, ma durante la seconda guerra mondiale Tarnów fu oggetto, da parte dei nazisti, di uno sterminio dei suoi cittadini di religione ebraica, all’epoca circa 25.000 persone, pari a circa la metà dell’intera popolazione (Wikipedia)”. Di questa presenza rimane la bimà di una grande sinagoga bruciata, un’altra sinagoga di tipo moresco oggi diventata ristorante, e qualche nome ebraico sulle targhe delle vie.

Il nostro viaggio non può prescindere dalla storia degli ebrei in Polonia e quindi dalla storia della Polonia stessa. Ho cercato di fare una sintesi impossibile, ho accennato solo agli avvenimenti più importanti, connessi anche alla presenza ebraica. Non ho parlato della tripartizione della Polonia fra Russia, Prussia e Impero Asburgico, dalla fine del ‘700 alla prima guerra mondiale, proprio negli anni in cui nascevano i nazionalismi. Non ho parlato delle due guerre mondiali. Non ho parlato della nascita del sionismo e dell’avanzare dell’antisemitismo. Tema delicato e scottante. Ho sentito una professoressa di Lod rispondere così a un giornalista che la intervistava a proposito della questione ebraica: “A differenza di altri paesi noi abbiamo cominciato ad elaborare il nostro passato solo da una ventina d’anni. Siamo diventati una nazione libera solo dopo la prima guerra mondiale, poi siamo stati di nuovo invasi un po’ dai tedeschi e un po’ dai russi, abbiamo subito perdite e distruzioni tremende, siamo stati “occupati” dai comunisti per quarant’anni. È solo da poco che possiamo godere della libertà.” Parole dure.

Come mai in Polonia c’erano tanti ebrei? Altra domanda che richiederebbe una risposta lunga e articolata. Accontentiamoci di dire che mano a mano che gli ebrei subivano persecuzioni nel resto d’Europa, durante le crociate, durante la Peste Nera quando erano accusati di diffondere il morbo, e poi ancora dopo la cacciata dalla Spagna, essi si spostavano verso est, dove la chiesa era meno potente, dove la peste non era arrivata e dove venivano accolti e tutelati. In Polonia essi godettero di relativa tranquillità e tutela per più di due secoli, a partire dalla metà ‘300, cioè dal regno di quel Casimiro il Grande di cui abbiamo già parlato, fino alla fine del ‘500, quando il regno di Polonia, unito in confederazione con la Lituania, cominciò ad indebolirsi e decadere.

Ma perché venivano perseguitati gli ebrei? Per motivi religiosi, economici, forse linguistici, perché erano oggetto di invidia, ma soprattutto perché erano considerati “diversi”. Ma nessuno di questi motivi può giustificare le persecuzioni di cui sono stati oggetto, culminate con la Shoah.

Più passa il tempo, più leggo, ascolto e rifletto, più queste persecuzioni e la tragedia immane della Shoah mi sembrano incredibili, incomprensibili, inspiegabili, nonostante tutti gli sforzi per capire, spiegare, razionalizzare..

Non è umanamente concepibile e accettabile essere puniti per dove si è nati, per come si è nati, per una condizione che nessuno di noi può scegliere. Ricordo sempre quella bella canzone di Joan Baez: There But For Fortune, Solo per caso. Solo per caso quei milioni erano nati ebrei.. ma non per caso sono stati sterminati.

Ormai possiamo solo ricordare, e vigilare affinché non si ripeta più…

Dobbiamo ricordare un altro momento traumatico, un’altra cesura nella storia polacca: il cosiddetto massacro di Chmielnicki del 1648 compiuto dai cosacchi ucraini scontenti del trattamento cui erano sottoposti dai nobili polacchi che li utilizzavano per controllare le loro terre in Ucraina. Guidati da Bohdan Chmielnicki trucidarono spietatamente i nobili polacchi e anche gli ebrei in quanto amministratori economici dei beni della nobiltà. Per assurdo gli stessi polacchi si rifecero con gli ebrei, incolpandoli di essere loro ad aizzare cosacchi e russi ad invadere la Polonia. A seguito di ciò quasi 1/4 degli ebrei morì tra atrocità e torture, e altrettanti furono venduti come schiavi nei mercati di Istanbul.

Questo periodo – noto come Il Diluvio – coincise anche con l’invasione della Polonia da parte degli svedesi e il definitivo indebolimento della corona polacca. Una curiosità, sarebbe interessante leggere o rileggere il romanzo IL Diluvio di Henryk Sienkiewicz, l’autore di Quo Vadis, che narra proprio una vicenda che si svolge in questo periodo in Polonia.

Fu in seguito a queste tragedie che anche la comunità ebraica si indebolì. Solo nel ‘700 cominciarono a nascere nuove correnti, fra le quali la più nota è senz’altro quella hassidica, che rianimarono la vita negli shtetl e riportarono la gioia di vivere, introducendo anche canti e danze nei riti religiosi.

Questo breve cenno storico era dovuto, se vogliamo capire il nesso fra il bel palazzo nobiliare che abbiamo visto a Lancut, una vera e propria reggia, appartenuto ai conti Potocki, e la coloratissima sinagoga non molto distante. I Conti Potocki erano una potente famiglia polacca celebre per i numerosi statisti, leader militari, e intellettuali. Era anche proprietaria della distilleria di vodka più antica del paese. Un suo famoso esponente è Jean Potocki, autore del famoso Manoscritto Trovato a Saragozza, libro che è diventato esso stesso un topos letterario, citato in innumerevoli altre opere, anche in un episodio di Montalbano.

Nel 1944, quando il conte Alfred Potocki, probabilmente collaborazionista, si accorse che i tedeschi avevano appiccato fuoco alla sinagoga del villaggio, la “sua” sinagoga, andò su tutte le furie e riuscì a fermare la distruzione e salvarne il corpo centrale. E’ quella coloratissima sinagoga in cui abbiamo visto un gruppo di giovani hassidim provenienti da Israele pregare, cantare e infine mettersi a ballare coinvolgendo anche i membri del nostro gruppo. A quanto pare erano così le sinagoghe polacche, decorate con rappresentazioni di animali e simboli biblici. E non penso di essere irriverente se associo le immagini di una vecchia giostra decorata alla bimà della sinagoga riprodotta all’interno dello stupendo Museo Polin di Varsavia. Ripenso ai racconti di Sholem Aleichem (Il violinista sul tetto), ai Racconti dei Hassidim, raccolti da Martin Buber, ai libri di Isaac B. Singer, al film Train de Vie. E penso soprattutto alla danza gioiosa di quel gruppo di giovani Hassidim incontrati nella Sinagoga di Lancut.
A proposito di I. B. Singer, abbiamo visto un tentativo di ricostruire uno shtetl, con tanto di sinagoga, proprio a Bilgoraj, il villaggio dove visse lo scrittore. Eravamo perplessi, ci dava un’idea di “posticcio”, come il villaggio Medievale a Torino o Grazzano Visconti vicino a Piacenza. Le casette erano belle e moderne, con tutte le comodità, destinate ad essere abitate. La sinagoga in legno era ancora in costruzione, secondo un metodo e uno stile “filologicamente corretto”.
Forse abbiamo apprezzato di più quella vista al Museo Polin, ricostruita con il solo scopo di mostrare al pubblico la tipologia di quegli edifici di culto. Comunque un risultato apprezzatissimo.
Continuiamo nel nostro pellegrinaggio nei luoghi di vita e di morte di quella Polonia che non c’è più .
Paradossalmente molto vivo, con le testimonianze delle preghiere dei fedeli e la calda accoglienza del custode, il ricordo dello Tzadik Eleazar Shapiro nel suo Ohel (tenda), cioè il suo luogo di sepoltura, nella campagna presso Lancut.

Poi il campo di Majdanek. Uno dei sei campi di sterminio costruiti dai nazisti in Polonia. Gli altri sono Chelmo, Belzec, Sobibor, Treblinka, Auschwitz-Birkenau.

Più delle parole della guida ci hanno scosso i singhiozzi, veri, di una coppia di anziani visitatori e la commozione dei membri del nostro gruppo.. Una di noi ha posto una piccola pietra sul grande tumulo sottostante la cupola del memoriale. Che cos’altro mi ha colpito? La razionalità della follia omicida… Tutto troppo macabro..
Consola solo vedere alcuni fiori di campo accanto a delle baracche e delle balle di fieno raccolto là dove allora di prato proprio non ce n’era. La vita che preme? La natura che vuole una rivincita?
Ripartiamo in silenzio per Lublino.

A Lublino siamo ospitati nell’albergo Ilan, già sede della Jesziwat Chachmei (Yeshiva), costruita nel 1930 in una Polonia ancora libera e fiduciosa, solo recentemente ritornata alla comunità ebraica, e che oltre all’hotel ospita la sinagoga e un bel museo fotografico.

Bella città Lublino, anche se molto più povera di Cracovia e Varsavia. Crocevia intellettuale e culturale di rinomanza internazionale, dove convivevano pacificamente ebrei, protestanti e cattolici. Punto d’incontro e scambio fra oriente e occidente, non fu toccata dalle sanguinose guerre di religione che devastarono il resto d’Europa. All’interno del suo bel castello abbiamo ammirato la Chiesa della Santissima Trinità, completamente affrescata in stile bizantineggiante da un artista ortodosso per il committente cattolico. Con l’occupazione nazista la piccola Gerusalemme dell’est Europa divenne un centro di raccolta per lo sterminio di massa, mentre il quartiere ebraico veniva raso al suolo. Nessuna traccia quindi del Mago di Lublino (I. B. Singer). Rimane solo un lampione, che non viene mai spento, una Lampada della Memoria. Almeno quello.

Il viaggio volge a termine. Raggiungiamo Varsavia in tempo per sostare in raccoglimento davanti ad un frammento del muro del ghetto. Anche qui commozione e religioso silenzio. Anche qui la posa di un sassolino. Passiamo davanti alla casa del Dottor Janusz Korczak, immortalato nel film omonimo di Wajda. Figura meravigliosa di umanista, pediatra, educatore. Anche a Gerusalemme l’abbiamo ricordato davanti al monumento a lui dedicato nello Yad Vashem (Museo della Shoah) .

Varsavia è oggi una cittadona moderna, come tante. Grattacieli, negozi Benetton, Prada, Luis Vuitton, Armani, come in tutte le altre cittadone Non somiglia alla Varsavia del Pianista di Polanski. . E’ una ricostruzione fedele dalla città rasa al suolo dai tedeschi, ma resti del ghetto bisogna andarli a cercare in mezzo a case popolari del periodo comunista. Il ghetto si trovava in una zona, Muranow, (di Murano) dal nome di un palazzo così chamato che apparteneva a un architetto veneziano, Josef Belotti. Le case popolari furono costruite dopo la guerra intenzionalmente sulle ceneri Ghetto utilizzandone le Macerie e i mattoni recuperabili. Molto inquietante. Anche la storia del Ghetto di Varsavia, pur tanto raccontata è una storia inenarrabile. E qui vorrei ricordare Ian Karski, il cui momumento avevamo incontrato a Cracovia, autore de La mia testimonianza davanti al mondo, uno dei libri che mi ha colpito e commosso di più in assoluto. Egli racconta la sua resistenza ai tedeschi durante la guerra, la sua cattura e le sue torture da parte dei tedeschi, la sua liberazione e la sua visita prima al ghetto poi addirittura in un campo, travestito da guardia ucraina. E’ un racconto scarno, senza fronzoli. Egli poi riuscì ad attraversare l’Europa in guerra e raggiungere Londra come membro del governo clandestino polacco. Raccontò quello che aveva visto agli alleati. Non fu ascoltato. Racconta Ian Karski di come, dopo essere riuscito ad uscire dal campo avesse vomitato sangue per tre giorni. Quello che forse lo colpì di più furono i trasporti dal ghetto ai campi, le scene di disperazione, gli urli.. e poi la scoperta che i vagoni per il trasporto erano ricoperti di calce viva..                         A questo pensavo mentre stavo davanti al pezzo rimasto in piedi del muro del ghetto. Pensavo anche che comunque, per quanto ci sforziamo, tutto quanto successo proprio lì, settantatré anni fa, oltre che inenarrabile è anche inimmaginabile, nel vero senso della parola.

Per fortuna abbiamo chiuso il nostro viaggio con la visita allo splendido Museo Polin, con la sua architettura essenziale pensata da un architetto finlandese, Rainer Mahlamäki.       In esso si raccontano i mille anni della storia ebraica in Polonia, non solo le tragedie. Storia che non prescinde dalla storia della Polonia, dalla storia dell’Europa, dalla nostra storia. Non basta una mattina per visitare quel museo. Ogni sezione è un racconto, ogni racconto merita tempo e riflessione.

Dovrò tornarci a Varsavia, anche solo per rivedere il Museo Polin.

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Museo Polin, Varsavia. La sinagoga ricostruita all’interno.

Anna Carbich

Lugano, luglio 2016

Viaggio in Polonia. Impressioni e Pensieri

  1. CRACOVIA

La prima cosa che si fa è guardare le foto. Naturalmente dopo aver aperto la valigia e distribuito i regalini a chi li aspettava. Peccato che in questo viaggio non ci sia stato il tempo di fare molti acquisti..

Le foto sono importanti. Servono a dilatare il tempo del viaggio. Servono a ricordare, capire e riflettere. Si guardano le foto insieme con il programma del viaggio e la guida, per non sbagliare, per non scrivere nomi sbagliati nelle didascalie.

Questo non è stato esattamente un viaggio di piacere. Meglio chiamarlo un pellegrinaggio. Anche per noi che non siamo particolarmente religiosi. Forse il senso religioso ce l’abbiamo, il senso del mistero anche, ma il rito, che dicono sia così importante, non ci dice granché.

Infatti, qualcuno di noi, che la sera dello Shabbat stava inavvertitamente portandosi un bicchiere alle labbra o sgranocchiando qualcosa per fame, è stato subito redarguito.

Vabbeh.

Route Chassidica? Polonia ebraica? Luoghi della Shoah? Religioni e popoli a confronto? Convivenza pacifica e non? Tutto questo e di più. Siamo stati sui luoghi della Storia, quella che non abbiamo studiato abbastanza a scuola, quella che non riesce ad insegnarci niente, perché non è brava, anzi, è sempre ripetente.

Siamo stati in Polonia. Io non la conoscevo. Sapevo e so ancora poco della sua storia, del suo popolo, della sua lingua. Sì, Chopin, Maria Walewska, l’amane di Napoleone, ma poi?

Il paese ha avuto molta visibilità da quando è arrivato il papa polacco, e poi Solidarnosc. Ricordiamo il nome di Jaruzelski, prima ancora sapevamo del Cardinale Wyszynski, perseguitato dai sovietici, di cui abbiamo visto la casa a Lublino. Prima ancora.. Danzica.. Ma erano echi di notizie lontane.

Adesso, con l’entrata nell’Unione Europea, è il paese dove vanno molti giovani. E’ un paese di start-up. E’ un paese dove i capitalisti – americani in primis – sono andati all’arrembaggio. Varsavia è tutta un grattacielo.

Tuttavia stupisce e turba all’arrivo a Cracovia vedere tutti quei velivoli verde scuro accanto alla pista di atterraggio. Un aeroporto sia civile che militare. Mah.

Il nostro era un viaggio a tema, Polonia Ebraica.

Due i nostri accompagnatori: Sarah, esperta di ebraismo e storia ebraica, lei stessa di origini polacche, e Ulrico, grande conoscitore della Polonia e della sua storia .

Il nome del viaggio era PO-LAN-YA . Traslitterato in ebraico questo nome fu considerato di buon auspicio perché può essere suddiviso in tre parole ebraiche: po (“qui”), lan (“abita”), ya (“Dio“). Il nome del museo ebraico di Varsavia POLIN invece è formato da due parole: po (“qui”) lin (“dovresti abitare”).

Polonia ebraica, dunque. E dove cominciare se non dalla bellissima Cracovia, dove il re Casimiro il Grande (1310 -1370) ebbe un atteggiamento estremamente favorevole e ben disposto nei confronti degli Ebrei? Noi stavamo appunto nel quartiere Casimierz, dove gli Ebrei hanno abitato tranquillamente per secoli. Dopo i tempi bui della guerra prima, e il degrado del periodo comunista poi, questo vecchio e tipico quartiere sta riacquistando vivacità e popolarità. Sta diventando il quartiere più “in” di Cracovia, preferito da giovani e turisti per le loro serate. Non so se il primo a riscoprirlo sia stato Spielberg, o i tanti figli o nipoti di emigrati polacchi, che scelgono di rivisitarlo. Anche la vita ebraica sta risorgendo, grazie anche agli sforzi di ebrei americani che gestiscono anche un Jewish Community Centre e le attività ad esse connesse. Noi stessi siamo stati loro ospiti per la cena di Shabbat.. Emozionante è stato ascoltare un anziano ospite di 86 anni cantare una canzone della resistenza in yiddish. Anche il giorno dopo abbiamo pranzato lì, dopo aver fatto un giro tra le vecchie sinagoghe, alcune ancora in attività, altre trasformate in museo o centri culturali, i cimiteri ebraici e le strette vie, testimoni di tanta storia. Sembra che molti giovani riscoprano le loro origini ebraiche e dimostrino interesse per la loro storia. La comunità, dopo essere stata annientata, da una ventina d’anni sta pian piano risorgendo.

Speriamo. Cracovia, a differenza di Varsavia, non fu distrutta durante l’ultima guerra perché sede del comando tedesco. Durante la guerra invece la popolazione ebraica residente fu trasferita nel ghetto in un’altra zona della città e poi avviata al suo triste destino.

Destino che ci viene ricordato nel museo ospitato dalla famosa fabbrica di Schindler, quella vera, e anche la stessa in cui si sono girate molte scene dell’omonimo film. Oppure dal monumento, nella piazza vuota dell’ex-ghetto, costituito da tante sedie vuote, rimaste senza occupante.

Troppi in questo paese i luoghi, le tracce, i segni di quanto successe durante la guerra.

Mi ha colpito vedere nelle vie di Cracovia i cartelli che pubblicizzavano le gite turistiche ad Auschwitz, esattamente come da noi si vedono cartelli simili per le gite in battello o in torpedone verso siti turistici.

Dove andiamo, a vedere il castello di Wawel, alla Madonna di Czestochowa, a fare una crociera sulla Vistola o ad Auschwitz? Non mi sembra proprio la stessa cosa.

Noi a Cracovia, dopo un breve giro del centro, con le sue vie reali percorse da carrozze bianche, trainate da magnifici cavalli e guidate da belle ragazze in costume, abbiamo visto il castello di Wawel, con quell’impronta rinascimentale data dagli architetti Francesco Fiorentino e Bartolomeo Berrecci. Questi era stato invitato da Bona Sforza, la nipote di Ludovico il Moro, figlia di Galeazzo Sforza e Iabella di Aragona. Bona era stata data in sposa a Sigismondo II Jagellone, vedovo, di 27 anni più vecchio di lei, nel 1517. Bona fu una figura molto importante nella storia di Polonia. Avrebbe voluto far diventare il regno di Polonia-Lituania un grande stato assolutista, come la Spagna, la Francia o l’Inghilterra. Fu una statista abile, illuminata e molto ambiziosa, che assicurò protezione legale ai contadini, ai borghesi ed agli Ebrei.

Ancora oggi la ricordano, forse con maggiore ammirazione di allora. In un ristorante ci hanno detto che molti cibi, fra cui le patate, sono stati introdotti proprio da lei. Vita importante la sua, degna di un grande romanzo, fino alla morte, per avvelenamento, avvenuta a Bari nel 1558.

Ma questa è un’altra storia, adesso torniamo a Cracovia, al bel fiume che la percorre, la Vistola, il fiume polacco per eccellenza. La città di Papa Giovanni Paolo II, colui che contribuì a portare la Polonia fuori dalla cortina di ferro. Abbiamo visto la casa dove abitava, in Via Canonicza, così come abbiamo visto il ricordo di un’utopia, Nova Hutta, la Nuova Acciaieria, la città satellite socialista, costruita dopo la guerra appena fuori da Cracovia, per i lavoratori della ferriera. Grandi strade per le parate, grandi isolati con un unico accesso controllabile, abitazioni ancora utilizzate, scuole e negozi, teatro e cinema (ora museo). Sarah ricorda che suo padre partecipò alla costruzione di Nova Hutta e ricorda il bar mleczny (bar del latte) dove si poteva consumare un pasto per pochi soldi. Ne abbiamo visto uno anche noi, ricordate le nostre vecchie latterie dove si poteva anche mangiare?

Tutto come sessant’anni fa, tranne i nomi. Stupisce infatti che proprio qui ci sia una via dedicata a Ronald Reagan. Anche l’acciaieria è passata in mano ai cinesi..

Così come ci lascia sconcertati sapere che uno statista moderno, Lech Kaczyńsky, e sua moglie, morti qualche anno fa in un incidente aereo, siano sepolti con tutti gli onori qui nel castello di Wawel, proprio come una coppia reale. Era il fratello gemello dell’attuale presidente, anche lui molto discusso ma votato. . Questo aveva creato un certo sconcerto nell’opinione pubblica, e si può capire. Un fatto un po’ anacronistico.

C’è una certa preoccupazione per la piega che ha preso o prenderà la politica polacca. Lo abbiamo indovinato anche dalle parole della Prof. Bogdana Pilichowska, Etnologa, responsabile dell’archivio Andre Wajda. Un archivio che occupa trecento metri e che si trova nel museo d’arte Giapponese, grazie a una donazione giapponese. (Per fortuna ci sono anche queste eccezioni nella storia).   Una persona squisita, gran signora, preoccupata di non parlare abbastanza bene l’italiano – che era perfetto – e di non poter dare risposte a chi chiedeva del futuro della Polonia. Quarant’anni di chiusura hanno lasciato un segno. Il regime comunista aveva tolto il senso di responsabilità ai cittadini. I cambiamenti richiedono tempo, tanto. Dove sta andando il paese? Oggi la Polonia sta vivendo un momento delicato: non piace Waida, non piace Walesa. Bogdana non se ne capacita. Gli intellettuali e i giovani sono contro questi atteggiamenti, ci sono dei buoni giornali, ma la gente di campagna, che è sempre stata oppressa e poco istruita, è ancora vittima di un cattolicesimo chiuso e reazionario. E’ la prima volta che capita, ci dice. L’attuale presidente, fratello di Lech, è un grande manipolatore.

Tuttavia ci sono molti musei, molti eventi culturali, molto turismo. Speriamo…

Cracovia, chiesa di San Stanislao sulla Roccia, sul fiume vistola.

Cracovia, chiesa di San Stanislao sulla Roccia, sul fiume Vistola.

Anna Carbich, 

Lugano luglio 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Viaggio in Israele – Sesto Giorno

Mercoledì 17 giugno– Zippori – Bet She’arim – Cesarea – Tel Aviv

Ormai ci lasciamo sorprendere. Nessuno chiede più a Ornat quale sarà la nostra prossima meta. Anch’io, in un viaggio così bene organizzato come questo, mi abbandono completamente e non consulto più la guida. Lo farò al ritorno, e forse penserò, che peccato, avremmo potuto vedere questo e quest’altro, comprare un souvenir in più o assaggiare questa specialità. Pazienza, sarà per la prossima volta.
L’esperienza nel kibbutz è stata particolare. Per me, che appartengo ad una generazione pre-68, la parola aveva un valore speciale. Io non ero riuscita ad andarci da giovane, nonostante lo sognassi, così quando nostra figlia ha avuto l’opportunità di passare un breve periodo in un kibbutz, l’ho incoraggiata e convinta ad andarci. Penso sia stata una bella esperienza, l’ho invidiata un po’, ma si sa, quando i figli fanno una cosa è un po’ come se la facessimo anche noi.
La mia amica R. ha ricordi bellissimi del suo kibbutz, dove si era anche sposata e aveva avuto i suoi figli, anche lei era andata inseguendo un sogno e ancora adesso ricorda quegli anni con nostalgia. Il mio era un kibbutz laico, racconta, anzi comunista, festeggiavamo il primo maggio ed eravamo tutti compagni.
Ornat tuttavia ci parla di un altro tipo di insediamento agricolo: il Moshav (pl. Moshavim). Io naturalmente non ne avevo mai sentito parlare. Quante cose si possono imparare quando si è un po’ ignoranti.
I moshavim, cooperative molto simili a quelle occidentali, sono costituiti da singole fattorie istituite dai sionisti socialisti durante la seconda aliyah (Ritorno nella terra di Israele 1904-1914, in seguito ai pogrom del 1903-1906).
La differenza sostanziale con i Kibbutz è che, nel moshav, le fattorie sono di proprietà individuale, con un’estensione uguale per tutti. Mentre nel Kibbutz, i membri non sono pagati in denaro, ma ricevono tutto ciò di cui hanno bisogno dalla comunità, nel moshav utilizzano il profitto per il proprio sostentamento e si occupano della commercializzazione dei prodotti insieme alle altre aziende individuali del villaggio di appartenenza. Con il passare del tempo, si andò creando un sistema dove gli agricoltori che si impegnavano di più potevano diventare più benestanti, rispetto a chi produceva meno. Insomma un sistema più meritocratico, a differenza dei kibbutzim collettivi, dove tutti i membri dovevano avere lo stesso tenore di vita.
Nei moshavim, come nei kibbutzim, esiste un consiglio elettivo che governa il villaggio.
I moshavim possono essere di due tipi:
• Moshav Ovdim: un insediamento cooperativo di lavoratori;
• Moshav Shitufi: un insediamento di piccoli proprietari dove i lavori agricoli sono eseguiti collettivamente e i profitti vengono divisi in parti uguali. (un miscuglio tra le caratteristiche dei kibbutz e quelle dei moshav).
Oggi esistono ancora moltissimi moshav sparsi su tutto il territorio israeliano, tra cui quello di Nahalal, che abbiamo visto anche noi nel nord , nella valle di Jezreel. E’ importante perché fu il primo moshav ovidim e fu fondato nel 1921.
Ho scoperto anche che questo tipo di insediamento era più gradito ai coloni Mizrahi, ebrei di provenienza mediorientale, forse più individualisti, che accettavano meno lo stile di vita comunitario dei kibbutzim, più consono agli askenaziti.
Tutto questo ci racconta Ornat prima di arrivare alla nostra prossima meta,
Mi ha colpito anche sentire che gli abitanti dei kibbutzim sono chiamati kibbutznik e quelli dei moshavim, moshavnik, con un suffisso di derivazione russa. Pensiamo a sputnik o mobilnik, che vuol dire telefonino, o refusenik, in Israele soldato obiettore, che si rifiuta di svolgere certe mansioni. Devo dire che mi è pesato molto non capire la lingua, avrei voluto saper almeno decifrare l’alfabeto, ma non ho avuto il tempo di prepararmi prima del viaggio.
Eccoci ora a Seffori o Zippori, splendido sito a soli a 6 km da Nazareth. E’ un paradiso per gli storici e gli archeologi: vi sono segni di presenze assire, babilonesi, ellenistiche, romane, giudee, bizantine, arabe, crociate e ottomane.
Tra le strutture di rilievo, un teatro romano, due chiese paleocristiane, una sinagoga del 6° secolo, case e bagni rituali ebraici, una fortezza crociata restaurata nel XVIII secolo e quaranta mosaici. Noi naturalmente non abbiamo potuto vedere tutto, ma solo i siti più rilevanti. E’ uno di quei posti che mi riprometto di visitare meglio nel mio prossimo viaggio, o nella mia prossima vita. Purtroppo in quel momento ero stanca, il caldo cominciava a farsi sentire, le emozioni troppe, lo spazio libero per nuove informazioni nel mio cervello sempre più limitato. Ma, ripensandoci in seguito e riguardando le fotografie, mi rendo conto che è un sito davvero unico. Le parole sincretismo e sinergia, per non dire sinestesia, acquistano valore. Dove, infatti, si può vedere un mosaico che rappresenta da una parte una menorah e dall’altra uno zodiaco, come sul pavimento di questa antica sinagoga? E poi nella villa romana altre figure insolite: un centauro donna e amazzoni che non si sono sottoposte alla mastectomia, e splendide scene di caccia. E ancora un altro mosaico con il fiume Nilo. Il più famoso è tuttavia il bellissimo ritratto musivo, ormai chiamato la Monalisa della Galilea, che è diventato il “logo” di Zippori. Tutte queste opere rivelano la presenza di una comunità illuminata, colta, aperta agli scambi di idee e persone, benestante e con il gusto del bello. Un grande esempio anche per noi.
Il sole è cocente e siamo grati al nostro caro autista per la frescura del pullman.
E adesso dove?
Un cartello ci dice Beit She’arim National Park. Fa piacere trovarsi in un parco, il verde riposa gli occhi e l’ombra rinfresca. Splendidi alberi. Una compagna mi fotografa accanto a un mirto fiorito. Non avevo mai visto un mirto fiorito.
Bando agli indugi, dobbiamo raggiungere Ornat, che ci aspetta di fronte a una grande porta scavata nella roccia. Siamo davanti ad una necropoli ebraica, anzi la necropoli ebraica. Il famoso storico ebreo Giuseppe Flavio ci racconta che, dopo la distruzione del secondo tempio, nel 70 d.C., il Sinedrio fu trasferito a Beit She’arim. Qui viveva anche Il famoso Rabbino Judah HaNasi, che qui decise di farsi seppellire avendo ricevuto il terreno in dono dal suo amico, l’imperatore Marco Aurelio. Gli ebrei a quel tempo non potevano più essere sepolti a Gerusalemme sul Monte degli Ulivi. Ricordate l’immenso cimitero ebraico che abbiamo visto il primo giorno del nostro viaggio?
Entriamo nell’ampia catacomba, dove vediamo molti sarcofagi, e persino una menorah scolpita nella roccia. Non mancano iscrizioni nelle varie lingue del tempo e decorazioni con simboli ebraici, ma anche con immagini di divinità e miti ellenistici.
Tutto il mondo è paese, anche qui purtroppo i primi visitatori della necropoli sono stati i tombaroli. Probabilmente c’è ancora moltissimo da scavare e da scoprire. Diamo tempo al tempo. Ritorniamo alla luce del sole per salutare un’altra bella coppia di sposi, venuti qui probabilmente per le foto ricordo. Esprimono il desiderio di farsi ritrarre con noi. Clic, clic, clic.
Peccato non aver tempo per un simpatico trekking in questo parco.
Invece, poiché cominciamo ad avvertire un certo languore, sostiamo in un posto davvero insolito. Sembra vi sia un caseificio, dove assaggiare i formaggi locali.
I proprietari evidentemente appartengono a quella categoria di persone che non butta via
niente e accumula, accumula. C’è un piccolo locale, il negozio, dove peschiamo olive da vari contenitori su un banco, l’igiene evidentemente non è una priorità, e dove non c’è un centimetro quadrato libero, né sulle pareti, né sul soffitto, né altrove. Oggetti vecchi o antichi, grigie fotografie in bianco e nero, vecchi avvisi e manifesti, una vetusta calcolatrice, collane d’aglio, bilance, macchine da cucire Singer, macinini, vasi, vasetti e bottiglie, pieni e vuote. Fuori, ma sembra non ci sia soluzione di continuità fra interno ed esterno, ci sono alcuni tavoli, paccottiglia varia, e tanti, tanti gatti e gattini sui cuscini delle panche e delle sedie. Riusciamo a farci spazio tra i felini e ci sediamo. I formaggi sono effettivamente buoni, ma l’inserviente non è particolarmente cordiale, forse ha litigato con la moglie. Sarah riesce a farci dare un po’ di pane da mangiare col formaggio accompagnato da fresca birra locale. Siamo all’ombra, seduti, c’è anche una toilette accettabile e siamo contenti.
Col senno di poi dico che avrei dovuto fotografare tutte le immagini e i documenti storici appesi alle pareti. Sono foto di vecchi pionieri, interessantissime testimonianze della vita dei primi insediamenti ancora nel periodo ottomano, quando il barone Rotschild acquistò questi terreni dai ricchi proprietari arabi. La didascalia di un’altra fotografia racconta di un amico arabo che protesse e aiutò gli abitanti della moshava (colonia agricola) persino ad acquistare nuovi terreni per l’insediamento da un ricco possidente arabo. Scopro ora che si tratta della moshava Bat’ Schlomo ed è anche piuttosto famosa! Le foto su internet mostrano un luogo molto più luccicante, adesso avrebbe bisogno di un bel repulisti, o perlomeno di una spolverata. Va bene lo stesso!
La giornata è lungi dall’essere compiuta. Prossima fermata Cesarea Marittima. Da non confondersi con le altre numerose Cesaree sparse nell’impero romano. Non so se ce n’è una anche in America. Un po’ come le varie Alessandrie. Ci arriviamo dopo aver percorso una strada che costeggia il mare incorniciata da alberi fioriti. Un tripudio per gli amanti dei fiori. Ci stiamo avvicinando a Tel Aviv. Sembra, anzi è certo, che la piana di Tel Aviv una volta fosse una palude malsana. Adesso è un giardino, grazie al durissimo lavoro dei pionieri. Cesarea è ricca di lussuose ville, noi ne ammiriamo le rovine romane, ma soprattutto siamo felici di sederci vicino al mare e bere qualcosa di fresco. Il sole è ancora alto, ma la giornata è stata molto intensa e siamo stanchi.
Riprendiamo il bus per raggiungere Tel Aviv, la famosa Città Bianca. Ornat ci mostra le case Bauhaus, che nella mia ignoranza trovo simili a quelle che noi chiamiamo di stile “fascista”, per comodità, senza dare una connotazione negativa alla parola. Molte sono in fase di ristrutturazione. Colpisce il contrasto fra i modernissimi grattacieli e questi edifici chiari, di due, tre, quattro piani al massimo. Ammiro soprattutto i larghi viali con due ordini di piante al centro, le bellissime poinciane, con la loro chioma verde sovrastata da una fitta corona di fiori rossi, che belli i viali fioriti!

Viaggio In Israele 11- 18 giugno 2015 3° giorno

Domenica 14 giugno

Si riparte verso il Deserto del Negev. Confesso che ho le idee un po’ confuse in fatto di geografia. Poi, quando non si è alla guida, ci si lascia trasportare senza preoccuparsi minimamente di strade, semafori, frecce, incroci, nord sud. Ci basta il fatto che Ornat ha promesso di portarci in un posto molto speciale, una meraviglia della natura. Ci lasceremo sorprendere.
Arriviamo a Makhtesh Ramon per ammirare un altro panorama impressionante. Da un torrione naturale ammiriamo la distesa desertica che si estende a perdita d’occhio sotto lo strapiombo sotto di noi. Non è una piana monotona, ma una vallata molto variegata, con bellissimi chiaroscuri. Makhtesh non ha una traduzione, alcuni lo chiamano cratere, altri canyon, ma non è nessuno dei due. Si tratta di una zona che ha una conformazione geologica particolare e si trova solo nel deserto del Negev. E’ una depressione geologica lunga 40 km, larga 2–10 km and profonda 500 metri, con la forma di un cuore allungato. Oggi è il parco nazionale più grande di Israele e anche noi abbiamo incontrato alcuni simpatici animali che sembravano stambecchi, ma forse erano ibex. E’ un posto ideale per trekking avventurosi, basterebbe avere tempo, entusiasmo ed energia.
Poco oltre, a Mizpe Ramon abbiamo visitato il memoriale dedicato a Ilan Ramon, l’astronauta israeliano perito nel disastro dello shuttle Columbia nel 2003. E’ un moderno eroe israeliano, morto non in guerra o in un attentato, ma durante una missione spaziale. Era figlio di sopravvissuti alla Shoah, pieno di entusiasmo e totalmente proiettato verso la vita. Come molti altri nuovi israeliani aveva cambiato il suo nome da Wolferman in Ramon proprio per il suo grande amore per quel luogo.
C’è qui anche una piccola storia commovente da raccontare, che collega la memoria al sogno e al presente. Ilan Ramon decise di portare con sé, nello spazio, un disegno di un bambino ucciso ad Auschwitz, Petr Ginz, Paesaggio Lunare. L’originale è esposto in una vetrina al Museo Yad Vashem, che visiteremo anche noi.
Il suo schizzo riflette il modo in cui il ragazzo si immaginava la Terra vista dalla Luna. Durante la prigionia, Ginz amava viaggiare sulle ali dell’immaginazione in luoghi vicini e lontani, il paesaggio nel disegno testimonia la sua aspirazione di raggiungere un luogo da cui la Terra, che minacciava la sua esistenza, potesse essere vista da una distanza di sicurezza.
Natura, storia, uomini. I tre elementi sono sempre uniti nel nostro viaggio.
E questo deserto, la terra del libro del Genesi, invita alla contemplazione e alla meditazione. C’è questa luce, quest’aria leggera, questo paesaggio così diverso dai nostri..
Siamo arrivati in un altro luogo particolare, uno dei tanti siti archeologi, testimoni delle antiche civiltà che si sono succedute in questa terra. Il nome è Avdat, sito UNESCO, città nota anche come Ovdat e Obodat. fondata dai Nabatei. Ma chi sono i Nabatei? Confesso che non ne avevo mai sentito parlare.
Sono quelli di Petra, ci dice la nostra guida. Appunto, io a Petra non ci sono mai stata e non avevo mai capito da che popolo fosse stata costruita. Adesso comincio a comprendere… Scopro che Avdat un tempo fu, tra il I secolo a.C. e il VII secolo d.C., dopo Petra, la città più importante della Via dell’incenso. Incenso, come Oro, Incenso e Mirra, i doni dei Re Magi? Sì, proprio quello. L’incenso lo conosciamo, ma la mirra resta una cosa per me sempre un po’ misteriosa e proprio per questo affascinante. Ornat ci mostra una carta con la Via dell’Incenso che collegava l’estremità della Penisola arabica con il Mediterraneo. Sono quei luoghi leggendari, che ormai fanno parte del nostro immaginario. Non tutto il passato è leggenda, ma quello così lontano forse sì. E quando ci si trova in questi luoghi, fra le rovine di una città che evidentemente doveva essere stata ricca e fiorente, un crocevia di carovane, si è catapultati direttamente dentro una storia delle Mille e una Notte, dentro il presepio, dentro la Bibbia. Ed è vero, perché tutto è nato in questi luoghi.
Forse il clima una volta era più favorevole, o forse erano solo molto bravi, ma in questa città, oltre al tempio nabateo divenuto poi chiesa bizantina, si sono trovati un sofisticato sistema idraulico con canali e cisterne, le terme, una fornace, e perfino un torchio per la produzione del vino. I Nabatei erano un popolo nomade, ma a quanto pare questo era divenuto un insediamento stabile ed erano diventati dei bravi ingegneri e dei bravi agricoltori.
Fare i turisti è faticoso, si cammina molto, sempre sotto il sole. Abbiamo calcolato che, grazie al contapassi di un partecipante abbiamo fatto una media di 14 -16000 passi ogni giorno, (7 – 8 km) per lo più sotto il sole. Per fortuna nei siti archeologici si trova spesso un tendone sotto il quale ascoltare le spiegazioni di Ornat, ed una fontana con acqua fresca.
Adesso però ci meritiamo il pranzo. L’orario è più che mediterraneo, ci si ferma in genere per una breve sosta verso le due, due e mezza.
Di solito Sarah ci porta in posti tipici, etnici, diremmo noi, arabo, turco, curdo, druso e altro; qui forse ci fermiamo da discendenti di nabatei. Perché no, in fondo questo popolo si è mescolato con le popolazioni locali, è per questo che se ne sono perse le tracce. Ma anche le soste sono impegnative, oltre a capire che cosa si può mangiare, c’è chi fa un po’ di shopping, chi ruba qualche scatto per cogliere le nostre espressioni inconsapevoli, e chi osserva e fotografa fiori o curiosità. Alcune signore si ritrovano complici e senza sensi di colpa per una simpatica pausa fumo
Dopo pranzo ci aspetta un’altra tappa nel deserto, ancora più mistica. E’ Sde Boker, Campo del Mattino, compagni di viaggio, ricordate la canzone che ci cantava Ornat: Boker Tov (Buon Mattino)?
Mi avevano detto che era un luogo spirituale, ma non sapevo cosa aspettarmi.
Ornat ci racconta che Ben Gurion, il fondatore dello stato di Israele, lo aveva scelto come residenza quando si ritirò dalla vita pubblica. E qui si mise anche lui a fare il contadino.
Siamo in pieno deserto del Negev, ed ecco che cominciamo a percorrere un viale alberato su un’altura. Qualcuno mi fa notare che alla nostra sinistra ci sono degli stambecchi, che ci guardano tranquillamente e si lasciano fotografare, forse ci sono abituati. Il bus ci lascia e percorriamo un centinaio di metri fra alberi e stambecchi fino ad una terrazza con vista almeno a 180° sul deserto circostante. Su questa terrazza ci sono due tombe, basse, semplici, sono quelle di Ben Gurion e sua moglie Paula. Il sito è magico, letteralmente mozzafiato. C’è il kibbutz che non abbiamo il tempo di visitare, ma se dovessi tornare in Israele, questo è sicuramente il posto in cui tornerei più volentieri. Ci riempiamo gli occhi e il cuore di quanto ci circonda e ritorniamo al bus, seguendo un’altra strada, in mezzo a un prato verde circondato da alti alberi, sembra di essere in un parco inglese.
E se leggiamo queste parole di Ben Gurion possiamo capire molte cose: “Il deserto è il luogo che ci fornisce la migliore opportunità per ricominciare. E’ un elemento vitale della nostra rinascita in Israele. Controllando la natura l’uomo impara a controllare anche se stesso… ”
Mi chiedo quanto lavoro e quanta fatica siano stati necessari per creare questa nuova oasi. E’ forse questo lo spirito che mi ha sempre affascinato di questo paese.
Ed è certamente in questo spirito che è nata l’azienda agricola che ci apprestiamo a visitare. Ma forse ci siamo andati prima? La memoria comincia a fare scherzi. Anch’essa nel Negev. Vi si producono vari tipi di vino e il proprietario ci mostra la cantina e ci racconta dei suoi sforzi. Viticoltura in mezzo al deserto, proprio come i Nabatei. La sua azienda è piena di fantastici fiori, come sono belli e vari qui i fiori, ma c’è anche una vasca di acqua fresca in cui si bagnano beati tre bambini piccoli e biondi.
Tornati a Gerusalemme dobbiamo prepararci velocemente alla cena speciale che ci ha organizzato Sarah.
Stanchi, ma felici di come avevano passato la giornata, i viaggiatori saranno ospiti di una famiglia che ha non tanto un ristorante quanto un’impresa di catering. Il cuoco, che Sarah ha conosciuto in Italia, ha frequentato l’Università di Pollenzo, a Bra, nata per idea di Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food.
La stanchezza svanisce davanti al succedersi delle specialità che ci portano. Siamo soli su un terrazzo-giardino, ad Abu Gosh, un sobborgo di Gerusalemme. Che buono questo hummus, squisiti i falafel, ne prendo un altro.. e un altro ancora, e questo couscous? Ma guarda queste melanzane, che fanno da letto alla loro crema, assaggia questa tahina (crema di sesamo)… Ma ci sono anche le pizze, quattro, cinque qualità. Per fortuna a mezzogiorno avevamo mangiato poco e durante il giorno ci eravamo mossi molto.
Alla fine del pranzo il giovane cuoco ha fatto la sua apparizione per ricevere i meritati complimenti. Parla in perfetto italiano ed è molto simpatico.
Chiudiamo la splendida serata regalandoci una visita panoramica di Gerusalemme di notte. Magia raddoppiata. Ma cosa ci fa quel mulino a vento illuminato? E’ stato voluto da Sir Moses Montefiore, filantropo inglese – ma nato a Livorno – nella seconda metà dell’ottocento per favorire lo sviluppo di attività nella città, che allora era poverissima. Sopravvivono anche due cassette della posta inglese, tipiche, rosse, a forma cilindrica.
Adesso siamo proprio stanchi. A letto di corsa, perché domani la sveglia è per le sei e mezza! Oornat è inflessibile!

Panta Rei, ovvero tutto cambia, anche i pensieri.

Panta Rei. Non so mai esattamente cosa vuol dire, ma suona bene. Sono andata a guardare su Wikipedia – ormai non potrei più vivere senza Wikipedia, le ho persino fatto una piccola offerta a Natale – e ho riscoperto che vuol dire “tutto scorre”. Sempre grazie alla mia amica Wiki, mi sono rinfrescata nel fiume di Eraclito, quello in cui non ci si può mai bagnare due volte, e ho pensato come è vero.
Io sono sempre io, ma forse anche questa è un’illusione. Oggi non è oggi che per un sol giorno, così come ieri, che domani sarà già l’altro ieri, e domani ieri era dopodomani. Ovvio, mi direbbe qualcuno. Certo, ovvio. Ma la dichiarazione delle tasse la devo presentare il 30 di questo mese, non un giorno più tardi, altrimenti si paga una multa. E che cos’è il 30 di questo mese se non un numero scritto su un calendario? E che cos’è un calendario, se non dei fogli con una lista di numeri e parole che noi ci divertiamo a colorare e cancellare e quando è tutto pieno, scarabocchiato e cancellato, appendiamo degli altri fogli, simili, ma non uguali, all’armadio della cucina?
Qualche giorno fa ho dovuto mostrare la patente a un poliziotto, poco più grande di un mio nipotino. Ho notato la sua espressione sorpresa quando ha visto il vecchio documento, ben conservato devo dire, ma vecchio, non nel formato nuovo che sembra una tessera del supermercato, e quando ha guardato prima la foto e poi ha guardato me. Cos’ho fatto? Cosa c’è di strano, ho pensato preoccupata, perché io ho sempre grande rispetto e timore reverenziale per l’autorità costituita, anche se rappresentata da un mio nipotino. Niente, mi ha detto solo: grazie signora, e mi ha ridato il prezioso reperto, maneggiandolo come fosse una scarpetta di cristallo. Allora ho guardato anch’io la foto, e mi sono chiesta, chi era costei?
Strano, non fa lo stesso effetto guardare le foto di quando eravamo bambini, ma proprio piccoli, quando non sapevamo ancora camminare e avevamo i boccolotti. Perché?
Pensieri che corrono, incontrollabili. Pensieri che ci perseguitano, più dei sogni, che di solito riusciamo a cancellare quando ci svegliamo, per quanto terrificanti.
Pensiero e percezione, che differenza c’è? Penso all’acqua, vado a fare il bagno, ma ecco che l’acqua è troppo fredda, poi troppo calda. Allora è vero, non si può fare lo stesso bagno nemmeno una volta, ma io penso al bagno, ho voglia di fare il bagno e quando ci penso non provo né caldo né freddo. Oppure non he voglia.
I pensieri saltano di palo in frasca. Infatti adesso mi viene in mente il libro che sto leggendo in questo periodo. Ho il brutto vizio di non rileggere mai lo stesso libro. Ci ho provato una volta, ma mi sembrava diverso, allora preferisco rimanere con il ricordo di quello che ho letto una volta sola. E’ bellissimo questo libro, Cigni Selvatici, di Chang Jung (è una donna, non so come si riconosca il genere nella lingua cinese), la storia vera di tre donne cinesi, tre generazioni, la prima nata nel 1910. E’ un libro che mi sta prendendo molto, mi fa pensare molto.
Ma è proprio vero che tutto cambia? O forse questo tutto continua solo a cambiarsi d’abito? Non è forse tutto un gran ballo in maschera, che si ripete ad ogni carnevale?
Tempo fa avevo letto un altro libro. Il mio calendario è in genere scandito dai libri che leggo, che sono le mie “ere”, le mie stagioni. Era una storia, molto ben scritta, documentata e raccontata, sulle guerre di religione e sulle persecuzioni in Europa fra il ‘500 e il ‘600. Storia di peccato, intolleranza, fame, terrore, persecuzioni, soldi e intrighi. Paura di pensare sbagliato, pena il rogo.
Nella Cina totalitaria della seconda metà del ‘900 si possono usare le stesse parole. Ma anche negli altri paesi con regimi totalitari.
Riforma = rivoluzione, controriforma = controrivoluzione, eresia = pensare con la propria testa, culto della personalità = idolatria? Inquisizione = tribunali speciali, purghe = persecuzioni, autocritica = esame di coscienza. Pensiamo a Galileo, al suo processo, alla sua abiura, quattro secoli fa. La prima vittima è sempre il Buon Senso. Pensiamo alle cadute in disgrazia e alle riabilitazioni dei vari personaggi delle dittature.
E’ paradossale che tutte queste indicibili sofferenze siano state inflitte nel nome di un fantomatico Bene Supremo, un paradiso in cielo o in terra, irraggiungibile. Nel ‘900 c’è stata un’ideologia deviata. Un’ideologia secondo la quale non era perseguitato chi pensava o si comportava in modo diverso, ma chi “era” diverso, secondo dei criteri, che in nome di teorie falsamente“scientifiche”, erano totalmente arbitrari. Terrificante, ma in fondo anche l’idea del peccato originale è terrificante.
Tutto cambia? Tutto passa? Come mi sento piccola e impotente quando comincio a pensare a queste cose.
Strano, riesco a pensare di meno, addirittura a non pensare, solo quando cammino nel bosco col mio cane e godo del susseguirsi delle stagioni, delle fioriture, delle nuvole che corrono, del mio faggio magico che cresce sempre più bello.. Panta Rei.

Un’eredità di avorio e ambra, di Edmund de Waal

Animista è una parola che mi piace. Mi fa ritornare bambina, quando collezionavo tesori, una medaglietta, una spilla rotta, un pezzetto di pelliccia, oggetti scovati nel cestino della carta straccia che a me sembravano preziosissimi.
Questo libro è la storia di tanti piccoli oggetti, che preziosi lo sono davvero, che sono stati lasciati in eredità all’autore di questo libro. “Ti lascio questo perché ti voglio bene. Perché qualcun altro l’ha lasciato a me. Perché te ne prenderai cura, perché ti complicherà la vita. Le eredità non sono mai banali”, si legge sulla copertina.
Non è un caso che questa speciale collezione di netsuke giapponesi sia stata lasciata da un prozio a questo nipote, artista, ceramista, inglese. Lo scopriremo leggendo questo libro: Un’eredità di avorio e ambra, di Edmund de Waal. Ci affezioneremo a questi oggetti minuscoli, perfetti, ognuno la raffigurazione di un momento nella vita di un animale, di un uomo, di un monaco, di un bambino, di un lottatore di Sumo. Oggetti da portare con sé, in tasca, da toccare, da contemplare. Come hanno fatto ad arrivare fino a Edmund? Da dove sono partiti?
Edmund de Waal è curioso, ripercorre insieme a noi la storia di questi oggetti, una storia di globalizzazione, diremmo adesso, indissolubilmente legata alla storia della famiglia della nonna paterna, gli Ephrussi. Una famiglia molto speciale, un po’ come i Rothschild, con cui peraltro era imparentata, ma meno fortunata. Una famiglia originaria di uno sperduto paese dell’Ucraina e di conseguenza all’impero russo, poi trasferitasi ad Odessa agli inizi dell’ottocento, da dove si spostò ancora verso il centro Europa, Parigi, Vienna.
Sono ricchi gli Ephrussi: posseggono una banca a Vienna e una a Parigi, vivono in splendidi palazzi. Chi non ha la vocazione degli affari l’ha per l’arte o per la storia. Charles Ephrussi a Parigi è amico e mecenate dei maggiori pittori impressionisti, Degas, Manet, Renoir… Vive un’intensa vita mondana, è amico di Proust, lo si può ritrovare in molti ricordi della Recherche.
Sono ebrei gli Ephrussi. “Gli ebrei sono tutt’altro che irreprensibili” si legge nel libro. Duelli, amanti. Ricchi, forse troppo, considerati dei parvenus. “Proteggere il proprio nome e l’onore della famiglia diventa sempre più difficile per gli ebrei di Parigi”. Charles è critico ed esperto d’arte, ma soprattutto è un gran collezionista. Commissiona quadri, acquista oggetti. E’ il tempo in cui impazza il japonisme, la moda per gli oggetti giapponesi. Charles compra una ricca collezione di netsuke, e li ripone in una vetrina.
Quando il cugino Viktor, di Vienna, si sposa, gli regala la collezione di netsuke, con la loro vetrina. La città giusta al momento giusto? Dalla Parigi della Belle Époque, degli impressionisti e di Proust, alla Vienna di Francesco Giuseppe, Schönbrunn, Sissi, ma anche di Freud, Kraus, e Musil. La nonna di Edmund de Waal – l’autore del libro – si chiama Elisabeth in onore di Sissi, è molto intelligente e sarà una delle prime donne a laurearsi in diritto. Il padre di Elisabeth è Viktor, il banchiere che ama soprattutto i suoi libri e la sua biblioteca. La mamma, Emmy, una bellissima donna che passa da una festa all’altra, da un amante all’altro. Abitano nel Palais Ephrussi sul Ring, la passeggiata imperiale di Vienna, un palazzo lussuoso, anzi sfarzoso, che oggi ospita anche un casinò. Emmy vede i suoi figli, Elisabeth, Gisela e Iggie, solo una volta al giorno, mentre si cambia per la serata, nel suo spogliatoio, dove ha trovato posto la vetrinetta con i netsuke. Ai bambini è permesso aprirla, prendere in mano questi piccoli meravigliosi oggetti e giocarci. Ma i giochi finiscono. Vienna è travolta dalla guerra, insieme all’impero. Tutto cambia, tutto finisce. Iggie “scappa”, prima a Parigi, poi a New York, impara a vivere con pochi mezzi. Arrivano a Vienna molti poveri profughi, ebrei dalla Galizia, gli ebrei in genere sono sempre più malvisti, ci vuole il capro espiatorio nei momenti di crisi. 1938, l’Anschluss, l’annessione dell’Austria. Un mondo che crolla, uno, terribile, che nasce. Molti ebrei avevano già lasciato l’Austria, non gli Ephrussi. Ora è tutto più difficile. Molti sono i suicidi. Smarrimento, incredulità. La banca è “arianizzata”, il palazzo sequestrato. Emmy muore, suicidio? Elisabeth riesce a portare a Londra il vecchio padre Viktor.
Non andrà meglio per il ramo francese della famiglia. Alcuni parenti moriranno ad Auschwitz. “Le calunnie, l’astio, le invettive rivolte alle famiglie ebraiche, alla fine erano esplose in tutto il loro orrore anche a Parigi”.
E i netsuke? Per uno di quei casi straordinari della storia, questi minuscoli oggetti sono tra i pochissimi a salvarsi dalle requisizioni naziste grazie all’astuzia di una fedele domestica, che era riuscita a nasconderli in un materasso. Di tutto un palazzo, di tutti gli oggetti, i quadri, i libri preziosi, si salvarono solo loro e trovarono posto in una modesta valigetta. Solo in seguito gli eredi Ephrussi ebbero un misero risarcimento per tutto il danno subito.
Dopo la guerra Iggie accettò un lavoro in Giappone, così riportò a casa i Netsuke. E’ lì che Edmund li vede per la prima volta, in occasione di un soggiorno di studio a Tokio. E’ lì che comincia a capirli e ad amarli. Giusto che alla morte dello zio Iggie sia lui a riceverli in eredità e scoprirne la storia.
Il suo è stato un viaggio a ritroso nel tempo e nella storia della famiglia molto lungo e doloroso.
Leggere questo libro è stata per me un’esperienza sinestetica: oltre a godere della narrazione e della scrittura intima, elegante, ho cominciato ad amare questi oggetti, a provarne curiosità, voglia di conoscerli, mi si è aperta una piccola finestra su questo mondo a me sconosciuto, il Giappone dei giapponesi. Ho avuto voglia di tenerli fra le mani, toccarli, accarezzarli, giocarci,
averne uno a farmi compagnia, come la tigre con gli occhi fiammeggianti intarsiati di corno giallo. Racconta l’autore di averla dimenticata un giorno sopra degli appunti su un tavolo della British Library, ma di averla ritrovata al suo ritorno, intatta. Era “minaccia allo stato puro. Nessuno ha osato toccarla”.
Edmund de Waal, critico, storico dell’arte e professore di ceramica alla University of Westmister, è uno dei più famosi artisti della ceramica inglesi. Vive e lavora a Londra. Un’eredità di avorio e ambra è il suo primo libro: subito accolto con entusiasmo dalla critica e dal pubblico, ha collezionato recensioni autorevoli e suscitato i commenti appassionati dei lettori, salendo inesorabilmente nelle classifiche di vendita. Ha ricevuto due tra i più ambiti premi letterari, il Costa Biography e il New Writer of the Year al Galaxy Book Award.

Compagni di scuola

Avete mai frequentato un corso serale? E’ un’esperienza gratificante, che ci si trovi da una o dall’altra parte del banco. Io ho provato le due cose e ho sempre fatto degli incontri preziosi. Abituata a non essere ascoltata, a dover “mantenere” la disciplina – ma chi è questa signora che deve essere mantenuta – a dovermi far “rispettare” da allievi, colleghi e superiori, l’aula della scuola serale mi è sempre apparsa come un’oasi di pace e serenità. U-topia, nel senso di luogo dolce o luogo che non c’è?

Il mio primo corso serale lo tenni in un paese del comasco. Le “Centocinquanta ore”, per lavoratori che non avevano il diploma di terza media. Volli subito bene a quelle persone, operai con le mani poco avvezze ad usare la penna, o casalinghe ansiose di non fare brutte figure coi figli. Non avevo bisogno di farmi rispettare, ero soprattutto io che rispettavo loro e li ammiravo per lo sforzo che facevano.

Dopo che mi trasferii in Svizzera cominciai ad insegnare inglese la sera. Anche lì, pubblico eterogeneo, ma sempre entusiasta. C’era una certa “mortalità”, spesso molti buttano la spugna quando si accorgono che studiare è fatica e rinunciano, ma provavo lo stesso un grande affetto per i miei scolari, gli volevo proprio bene, e spesso questo affetto era ricambiato. Con loro potevo fare le cose più strane: si cantava, si giocava, si parlava e si rideva. Guai se sentivo dire l’orribile frase: “Io sono negato per l’inglese o per le lingue”! Mai dire una cosa simile! Nemmeno pensarla! Quanti danni possono fare i professori!.,
A un certo punto rinunciai con dispiacere all’insegnamento serale per poter frequentare io stessa qualche corso. Molta storia, di quella che non si studia sui libri, storia per capire un po’ meglio l’incomprensibile di questo mondo..

E poi il russo. Avevo studiato lingue, ma non il russo. Quando ero giovane il mondo era diviso in due, c’era la cortina di ferro e anche ideologicamente si stava o da una parte o dall’altra. Io stavo da questa parte, per educazione, ambiente e, soprattutto, ignoranza. La mia conoscenza della Russia si fermava a Guerra e Pace, che bella Audrey Hepburn, e alla ritirata di Russia raccontata dai nostri alpini. Stop. Mia mamma aveva i classici russi, ma i figli non leggono i libri dei genitori, e poi mi angosciavano, mi sembravano cupi, disperati…

Quando la mamma ebbe bisogno di assistenza, trovammo, dopo vari tentativi, una carissima badante ucraina, russofona. Riscoprii un vecchio libro di russo, acquistato in una liquidazione, che si chiamava Il Russo Senza Sforzo, del Metodo Assimil. Mi aveva sempre intrigato, perché effettivamente proponeva un approccio rassicurante, che partiva dalle poche parole in comune con le nostre lingue, come mamma, dottore, attore, ecc. Così chiesi alla nostra Ludmilla di incidere su cassetta i buffi dialoghi del libro e cominciai ad ascoltarli e ripeterli, annoiando non poco i miei familiari che mi sentivano emettere dei suoni incomprensibili. E poi cominciai a frequentare i corsi serali.

Ora, chi frequenta i corsi serali di russo ha di solito forti motivazioni; c’è chi è già stato in Russia per lavoro, capisce abbastanza la lingua, ma non sa la grammatica. Ci sono medici, sempre molto bravi, che forse hanno dei pazienti russi. Hanno l’abitudine allo studio, la memoria esercitata, metodo e determinazione. In genere sono piuttosto “secchioni”. Ci sono alcune giovani donne in carriera, che conoscono già tre o quattro lingue, ci sono uomini, giovani e meno giovani, attratti da o già legati ad avvenenti donne russe.., e infine ci sono i romantici, alcuni nostalgici e altri semplicemente alla ricerca dell’ ”anima russa”. Dici poco.

Io non so bene a quale categoria appartengo, di certo mi sento più vicina a quest’ultima.

Un nostro amico di Milano è andato oltre: con la sua maestra di russo è persino andato a recitare in russo in piccoli teatri russi. Che invidia!

Bruno, un compagno di corso, viene a scuola con un vecchio zaino e grossi scarponi; lascia sempre presto la lezione perché abita in montagna, da solo, lontano da centri abitati, e dipende da un vicino di casa per tornare a casa la sera, quando non ci sono più le corriere. Sembra sia un chimico, ma adesso fa il giardiniere, comunque l’uomo di fatica. Parla correntemente la lingua, ma fa fatica con la grammatica. Sa cantare molto bene, una volta siamo riusciti a sentire la sua gran voce da basso, è buono, ma arrabbiato col mondo. Vive in una casa senza luce elettrica. Ha un cellulare e una lampada LED. Vive con due pecore. È da lui che ho imparato che le pecore devono essere sempre almeno in due. Le capre sono più indipendenti. Una volta Bruno mi ha prestato dei bellissimi libri d’arte russa, delle audiocassette e altro materiale raffinato. Ha grande rispetto e affetto per la nostra maestra.

E’ un mistero.

Poi ho incontrato Ellen. Sedute vicine eravamo un po’ indisciplinate, perché copiavamo e chiacchieravamo. Ma che gusto c’è ad andare a scuola se non si copia e non si chiacchiera col compagno di banco? Ellen veniva da Cadenabbia, vuol dire un’ora di macchina per andare e un’ora per tornare, ma era sempre più puntuale di me che abito a dieci minuti dalla scuola. Abbiamo scoperto di avere in comune l’amore per i viaggi e per la montagna. Quando una volta, d’estate, l’ho incontrata per caso a duemila metri alla ricerca di un po’ di latte di capra, l’ho considerato un segno del destino. Una volta è andata a fare un viaggio di una settimana in Russia, e quando è tornata l’abbiamo molto invidiata perché parlava benissimo. Un’altra volta è andata in Ucraina, d’inverno, ospite di una giovane badante che le dava lezioni di conversazione. Credo che sia stata un’esperienza difficile, anche perché si è ammalata per una settimana e la vita in una povera casa ucraina nel gelido inverno non è stata così facile. Poi la ragazza, divenuta testimone di Geova, l’ha trascinata in giro per l’Ucraina a conoscere altri adepti. Adesso Ellen vive in Germania, studia il portoghese, ma la vedo ancora in montagna d’estate.

Ho interrotto il corso di russo per alcuni anni. Ero stanca. Quest’anno sono andata in pensione e ho deciso di ricominciare, regredendo di alcune classi. Non volevo fare troppa fatica. Stessa insegnante. Quando avevo cominciato la maestra veniva in bicicletta, poi si era comprata una piccola Ford, quest’anno aveva una Mercedes. Io ho insegnato tanti anni, ma non ho mai avuto una Mercedes. Non l’avrò mai, preferisco le utilitarie.. Ma è simpatica la nostra Marushka. Altra classe, però, altri compagni. I soliti due medici secchioni, un’ex insegnante di liceo dei miei figli, ancora più secchiona e pedante, alcuni giovani uomini, una ragazza polacca, e Romana.

E’ una persona speciale, Romana. Discreta, schiva, tranquilla, capelli bianchi che sembrano tinti ad hoc, ogni tanto interviene con un aneddoto, del tipo: quando ero a Mosca dovevo fare delle lunghe file per comprare il pane. Oppure, mio nonno aveva conosciuto Tolstoj in treno. E ancora, mia nonna era russa, era “fuggita” con mio nonno. Oppure: conosco quella strada perché ci sono passata facendo la transumanza.

Non potevo rimanere indifferente, così ho cominciato a frequentarla, anche perché emana simpatia. Così, poco per volta, ho scoperto che abita anche lei in montagna, l’ultimo paesino di una valle qui sopra. Una scelta, evidentemente. Insomma sempre più interessante.

Quest’inverno ci ha raccontato di aver rischiato la pelle per portare un po’ di cibo a una capretta inselvatichita. La capretta stava benone, ma lei ha camminato per più di un’ora nella neve alta.

E il nonno? Un giramondo, che nelle sue peregrinazioni aveva vissuto anche in Russia, dove aveva trovato questa ragazza che si era invaghita di lui. Mi ha fatto vedere le foto, Romana, di questa giovane donna protagonista di una storia d’amore da romanzo. Non fu fortunata la piccola russa, rimase vedova a ventisette anni con quattro figli. Romana mi ha mostrato la foto di questa donna dolce, attorniata dai suoi bambini, vestiti a festa per la fotografia.

Quante storie ha Romana. Ogni tanto ne racconta una nuova, con grandissima semplicità. Una più affascinante dell’altra. Ecco qualche esempio. Un giorno ricorda la scuola media frequentata a Roma, una scuola davvero speciale, all’Aventino. La mattina lezioni normali, il pomeriggio teatro. Un maestro carismatico, poeta artista, attore.

Di nazionalità Svizzera, padre di origine italiana e mamma svizzera tedesca, narra che durante la guerra la vita era difficile per tutti anche a Lugano. Sua mamma si ricordava di una povera donna, che aveva una botteguccia a Lugano, accasciata piangente in mezzo alla strada, perché le avevano devastato il negozietto, strappato i sacchi di farina e di riso, gettato tutto. Perché? Perché era italiana con due figli in guerra.

E ancora, la mamma di Romana, svizzera tedesca, preferiva parlare in italiano qui, perché i tedeschi di Germania erano malvisti, ma poi, trasferitisi nella Svizzera interna, la famiglia aveva subito angherie, perché italiani… Altri tempi? Speriamo.

E che generosità! Sempre durante la guerra, quando sembrava che i nazifascisti avessero la meglio nell’Ossola, molti bambini di là furono evacuati e mandati in Ticino. Loro ne accolsero subito uno, che, dopo le prime, inevitabili difficoltà, poi divenne un membro della famiglia, che ancora rivedono con piacere.

E la Russia? Grande amore di gioventù. Quando noi andavamo in Inghilterra come ragazze alla pari per imparare l’inglese, lei come ragazza alla pari andò a Mosca con una famiglia di diplomatici svizzeri. Questo sarà un altro capitolo del libro di memorie che le ho suggerito di scrivere.

La sorpresa più grande l’ho avuta quando in classe, in uno di quegli esercizi orali in cui si fanno domande del tipo: che cosa ti piace fare, che lingue straniere conosci, lei ha detto che oltre al tedesco e all’italiano conosce anche l’ebraico, solo parlato, si è affrettata a precisare. Sì, perché Romana aveva sposato un israeliano ed era andata a vivere in un kibbutz.

Ma questo sarà il secondo volume.

Devo ancora scoprire cosa ci sarà nel terzo, un po’ di pazienza.

 

 

 

 

 

 

Lugano, 4 luglio 2014

History o Her story, storia al maschile o al femminile? La Campana di Rovereto e le sue Madrine.

In occasione del centenario dello scoppio della prima guerra mondiale, ricopio questo scritto, già apparso in rete qualche anno fa.

“Mai Più, Never again, Nie Mehr, Jamais Plus, Nikogda Snova!”.

Qualche tempo fa ho letto  un articolo in cui si ricordavano gli “eroi” valtellinesi, in particolare si faceva riferimento alla figura di mio nonno paterno, Luigi Guicciardi, di Sondrio, già prefetto a Pavia, arruolatosi volontario come soldato semplice nel giugno 1915, a sessant’anni, e caduto sul Carso dopo poche settimane .

Tutto vero, purtroppo, ma se c’è un eroe, c’è anche una morte, in genere violenta e prematura. Allora si pensava anche che fosse per una buona causa, adesso ci si chiede se quella causa era davvero buona.

Ormai questi fatti fanno parte della Storia. In inglese si fa un gioco di parole, History, “Storia”, sembra essere la storia di “lui” , “His story”, e le donne, che questa storia al maschile da sempre subiscono, dicono che ci dovrebbe anche essere una “Her story”, la storia di “lei”, la storia vista da un punto di vista femminile.

Pensiamoci un momento, vedove, orfani e orfane, madri che hanno perso figli, sorelle che hanno perso fratelli, fidanzate che hanno perso fidanzati, mogli che hanno perso mariti, figli e figlie che hanno perso padri.

Certo, alcune di queste donne, come la mia nonna Giuseppina Carbonera (discendente diretta di quell’Azzo Carbonera delle Cinque Giornate di Milano), hanno avuto l’onore di essere vedove di guerra speciali, mogli di eroi. Onore di cui credo avrebbero fatto volentieri a meno. Mio padre e i suoi fratelli sono stati figli di eroi, ma mio padre ha perso il suo papà a otto anni e la sua vita, così come quella di altri milioni di orfani, è stata profondamente segnata da questo avvenimento tragico.

E allora da un punto di vista femminile mi piace ricordare tutte le eroine silenziose che hanno continuato a vivere e lottare dopo questi eventi luttuosi, e mi piace ricordare un altro fatto, secondo me altrettanto importante, della vita di mia nonna Giuseppina Carbonera Guicciardi.

All’indomani della Grande Guerra il sacerdote roveretano don Antonio Rossaro volle realizzare la Campana di Rovereto, come simbolo imperituro di condanna del conflitto, di pacificazione delle coscienze, di fratellanza fra gli uomini, di solidarietà fra i popoli, utilizzando il bronzo dei cannoni offerto dalle nazioni partecipanti al primo conflitto mondiale.

La campana suonò il primo rintocco il giorno 4 ottobre 1925, alla presenza del Re Vittorio Emanuele, e di tanti silenziosi personaggi femminili, fra cui vedove di guerra e crocerossine.

Ecco che cosa diceva nel suo discorso di inaugurazione il principe Emanuele Filiberto:

 

“……….. La guerra non è mai la via per ottenere la Pace. Il nostro elogio è rivolto anche al Comitato per la realizzazione della Campana ed alle Madrine che lo composero, tra cui figura anche l’amata Regina Margherita: senza di loro non sarebbe stato possibile innalzare questo simbolo della memoria che appartiene non solo all’Italia ma all’Europa tutta….”

 

Ebbene, confesso che sono molto fiera di ricordare che fra queste madrine vi era anche la mia nonna Giuseppina Carbonera Guicciardi.

In tutti questi anni Uomini di Stato, Presidenti ed Ambasciatori unitamente a cittadini di ogni Nazione, hanno reso omaggio alla Campana e continuano a sentirla come voce della propria coscienza. Ben ottantaquattro Nazioni hanno esposto il loro vessillo intorno a Maria Dolens, nome di battesimo della Campana stessa, lungo il Viale delle Bandiere e sulla Piazza delle Genti, a testimoniare, anche visibilmente, la fedeltà ad un messaggio, ad una sorta di “Patto della Pace”.

Anch’io sono stata a rendere omaggio alla Campana, qualche anno fa, e devo dire che l’emozione è stata grande, paragonabile soltanto a quella provata nel visitare i cimiteri di guerra americani e tedeschi in Normandia, dove ovunque si respirava il grido “Mai Più, Never again, Nie Mehr, Jamais Plus, Nikogda Snova!”.

 

Cristina Guicciardi