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Viaggio in Iran 2. Le donne.

 

Ho fatto questo viaggio nel 2008. Da allora molte cose sono successe. C’è stata una rivolta, il presidente è cambiato, è stato firmato l’accordo con gli USA. Speriamo che anche la situazione per molte donne sia migliorata. Se lo meritano davvero. Nelle foto, io che visito una moschea tutta rivestita di frammenti di specchi, con un chador messomi a disposizione all’ingresso, un gruppo di ragazze che volevano sapere di noi e parlare inglese, una famiglia di nomadi a Persepoli.

Ancora una volta è il popolo a subire. In una piazza di Shiraz, subito dopo il calar del sole, quando la gente affolla le piazze e i giardini in cerca di un po’ di refrigerio,   due guardiani della rivoluzione, i famosi “pasdaran” , arrivano in motoretta e portano via il pallone a un gruppo di ragazzini che giocano al calcio. Chissà, forse non potevano stare sul prato, o calpestare l’erba. Non sapremo mai il perché. Un altro pasdaran, questa volta appiedato, intima ad un gruppo di giovani donne di non mangiare il gelato in pubblico.

Che meraviglia i sorrisi delle giovani persiane. Denti bianchi e perfetti. Che sguardi! Occhi dolci e profondi evidenziati da un trucco accurato. Non possono “svelare” altro quelle belle ragazze. Non possono scoprire né polsi né caviglie. Subiscono rassegnate, anche se le più audaci usano “hejab” (i loro foulard ) fantasiosi e colorati che non riescono a nascondere le folte capigliature.Per potere osservare scene di questo genere bisogna avere un po’ di tempo. Il turista telecomandato spesso non ne ha né la pazienza né l’opportunità . In compenso l’ingenuo visitatore straniero è sempre oggetto di curiosità e manifestazioni di grande cortesia. Ogni volta che ho incontrato lo sguardo di una donna iraniana mi è stato regalato uno splendido sorriso.

Le donne più modeste e timorose si coprono il capo con un foulard nero, mentre le più osservanti portano il famoso chador, quasi sempre nero, un grande triangolo di stoffa che le avvolge completamente. Se si pensa che l’estate in Iran è torrida e molto lunga, si può immaginare il supplizio imposto a queste donne.   Confesso che nel vedere quelle figure nere, quasi sempre in piccoli gruppi, ho provato una sensazione di angoscia, di compassione. Una componente del nostro gruppo ha voluto indossare il chador per una giornata intera in segno di solidarietà ed empatia nei loro confronti. Si è sentita prigioniera ed oppressa. Insegna italiano e storia alle scuole medie. Dice che utilizzerà quel mantello nero in classe per fare una lezione di “libertà”. Sui volti di queste donne in nero ci sono meno sorrisi, forse perché troppo prese dalla vita spirituale e sprezzanti delle gioie di questo mondo, o forse sottomesse a mariti, padri o fratelli   prepotenti o padroni. Oppure sono rimaste traumatizzate, perché già vittime di arresti arbitrari.Mi è sembrato di vivere una scena del film “Il cerchio” di di Jafar Panahi.

Ci siamo chiesti più volte nel corso del viaggio dove erano finite tutte quelle belle ragazze che si trovavano sul nostro aereo, con magliette senza maniche, pantaloni attillati, sandali con i tacchi alti e capelli sciolti sulle spalle. Abbiamo assistito alla loro silenziosa trasformazione non appena il comandante dell’aereo ha annunciato che era iniziata la discesa su Tehran. Come per un tacito accordo le braccia, le gambe e i capelli si sono coperti, i colori sono spariti e le voci calmate. Perfino i bambini hanno fatto silenzio. Anche la ragazza seduta accanto a noi, ingegnere informatico laureata a Vienna e impiegata alla Siemens di Zurigo è scomparsa sotto un fazzoletto e un impermeabile neri. Solo un’anziana donna, prima di essere prelevata e accompagnata a terra su una sedia a rotelle, mi ha accarezzato quando ha visto che anch’io mi coprivo la testa. Anche la nostra guida è un gran personaggio . Ha dei capelli particolarmente ribelli e i suoi hejab sono decisamente anarchici e fuori ordinanza. La sua risata ci accompagna per tutto il viaggio. Nonostante la fatica questa è per lei un’occasione per lei di respiro, di libertà, di serenità. Ci racconta di tutte le contraddizioni e delle assurdità di questo regime totalitario di cui la donna è la vittima principale. Ricorda i suoi studi in Italia dove si è laureata ma dove ha anche sofferto di ansia e preoccupazione per la sua famiglia e il suo paese ai tempi della scellerata guerra Iran – Irak (un milione e mezzo di vittime iraniane e cinquecentomila irachene). Guerra senza vinti né vincitori che ha però unito il paese nel dolore e ha lasciato una terribile eredità di giovani feriti, mutilati e disabili per tutta la vita. Quanta sofferenza per gli uomini rovinati ma anche per le donne che in silenzio devono convivere con tale strazio.

Ma la voglia di sorridere e di comunicare delle belle iraniane è impossibile da domare. Con grande coraggio e determinazione le ragazze si rivolgono ai turisti e chiedono di tutto, sia per sapere che per fare esercizio nella lingua straniera che studiano. Non avendo la possibilità di andare all’estero molti insegnanti suggeriscono ai loro studenti di far pratica con i turisti, a loro volta contenti di poter conoscere la gente del luogo. Dopo l’incontro ci si saluta abbracciandosi e ci si scambia l’indirizzo e-mail. La vita tuttavia continua e per fortuna è più forte della morte. All’inizio degli anni ottanta c’è stata una vera e propria esplosione demografica perché nei primi tempi della rivoluzione islamica erano stati proibiti tutti i metodi contraccettivi. Adesso invece nelle farmacie si vendono liberamente sia i preservativi che le pasticche di Viagra.

Non parlano di politica con gli stranieri le donne iraniane, ma cercano in mille modi di dimostrare ai pochi turisti che non nutrono sentimenti ostili verso lo straniero, anzi. E allora ci viene da pensare che forse invece delle sanzioni sarebbe molto più utile ed efficace favorire la conoscenza reciproca, che invece di continuare a riportare in prima pagina le farneticazioni dei vari politici, dell’una o dell’altra parte, sarebbe molto più costruttivo e interessante raccontare della vita di tutti i giorni delle persone normali, della curiosità e della voglia di vivere di tutti quei giovani – e sono la maggioranza – che sognano un futuro di libertà, libertà dalla guerra, libertà dalla propaganda politico-religiosa, libertà dal chador e dall’hejab, libertà di giocare al pallone e di mangiare il gelato in un giardino pubblico.

 

 

 

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Viaggio in Iran, le mille e una contraddizioni.

Ho fatto questo viaggio nel 2008, quando la situazione internazionale era molto diversa. C’erano ancora le sanzioni, non era stato firmato l’accordo fra Iran e USA, c’erano altri presidenti. Questo è da tenere presente nel leggere il mio racconto.

Di solito mi astengo dal fare commenti politici. Ma a volte è impossibile. Soprattutto quando si parla di un paese come l’Iran, di cui i giornali, radio e televisione sembrano conoscere solo il nome del presidente – non certo eletto democraticamente – e riportarne le frasi propagandistiche, dimenticando troppo spesso la sofferenza del popolo.  E stiamo attenti a criticare i politici di altri paesi quando abbiamo in casa personaggi pubblici  che predicano spudoratamente odio e intolleranza. Chissà, forse alcuni hanno scelto il verde – colore dell’islam, presente in tutte le bandiere dei paesi musulmani – proprio perché intolleranti e fanatici come i pasdaran iraniani.

Forse il modo migliore per combattere la stupidità degli uni e degli altri sarebbe invece cercare di conoscere, capire e raccontare la realtà di questo paese, con tutte le sue contraddizioni. Non mi sarà possibile affrontare in modo esauriente tutti gli argomenti correlati, ma invito chi fosse interessato ad approfondire i temi trattati cercandoli – e trovandoli – su  testi seri e affidabili.

Non è facile scrivere di un viaggio in un paese esotico. Si possono descrivere i luoghi, le bellezze artistiche e naturali, commentando le fotografie. Si può parlare della storia, riferendosi ai monumenti storici. Si può parlare delle difficoltà incontrate, della gente scontrosa e inospitale, delle strade sconnesse, della sporcizia ed inadeguatezza degli alberghi, della diarrea del viaggiatore, dell’acqua non potabile, delle zanzare, ma in questo caso allora non avrei proprio niente da dire. Nessuna difficoltà invece, ma solo gente educata e cortese, gentile ma non invadente, alberghi in ordine e puliti, cibo sano e semplice, acqua potabilizzata in tutto il paese, nessun pizzico di nessun insetto. Certo avrei potuto tenere un diario, ma sarebbe stato troppo lungo e ripetitivo per chi legge. E si rischierebbe di saltare di palo in frasca. Perché in un diario si possono annotare anche i pensieri che arrivano incontrollati a interrompere la cronaca del viaggio. Non seguirò quindi un tracciato fisso, ma  mi lascerò andare ai ricordi e alle emozioni, solo con alcune note a margine. Perché si tratta di un paese particolare, di cui si parla tanto, ma si sa ben poco.

La favolosa Persia, l’odierno Iran.

Già, perché ha cambiato nome la Persia? Dicono le guide che Il nome Iran è stato ufficialmente adottato nel 1935 dallo Shah Reza, forse anche per compiacere la Germania nazista. Iran infatti è “La terra degli Ariani”. Si stabiliva così un collegamento fra la razza ariana idealizzata dalla Germina e la razza ariana persiana. La parola Persia, anch’essa antichissima , deriva dall’antico nome greco dell’Iran, Persis, che a sua volta deriva dal nome del clan principale di Ciro il Grande Pars o Parsa, i Parti. Ma lasciamo perdere la grande storia, perché ce n’è talmente tanta in un paese così che non basterebbe un’enciclopedia.

Accontentiamoci delle impressioni, e magari di qualche ricordo. Cosa sappiamo noi della Persia, o Iran, se non che Bush junior l’ha definito paese canaglia? Che bello quando le sue principesse e imperatrici riempivano le pagine dei nostri rotocalchi. Soraya, la principessa ripudiata, così triste, Farah Diba, che andava anche a sciare sul Mar Caspio. Le abbiamo viste le sue corone, nel museo dei gioielli, sotto la banca di Tehran, e abbiamo anche visto tutti i palazzi che ha fatto decorare e rimodernare, con un gran gusto per lo stile ornato tipico persiano, lei che aveva studiato architettura a Parigi. Lo Scià, sempre in divisa scintillante, anche un bell’uomo, che aveva invitato a una festa sfarzosa per i 2500 anni di Persepoli i reali del mondo intero, poveretti. Lo scià, che andava anche a sciare a Saint Moritz e che era così amico del nostro bravo principino Vittorio Emanuele. Trafficavano in armi ed elicotteri. Della SAVAK, la sua brutale polizia segreta, invece non si parlava proprio. Infatti era segreta. Poi il gran botto, la rivoluzione islamica. Se ne è parlato per un po’, poi per fortuna hanno fatto la guerra, Iraq e Iran, bambini e giovani mandati al macello per il nostro petrolio. Gli iracheni erano bravi, gli iraniani erano cattivi. Tutti però utilizzavano le armi che producevamo noi, gli ancora più bravi occidentali.

Poi, dopo anni, quella guerra lì è finita. Chi ha vinto? Non si sa. Si sa solo che l’ayatollah (ayat Allah = segno di Dio) Komeini e i suoi successori ogni tanto tuonano contro l’occidente, e noi diciamo che sono delle canaglie. Forse, ma “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, oppure, “da che pulpito viene la predica”….   Ma perché non si dice che è uno stato canaglia dato che è uno stato totalitario e una dittatura feroce con il suo popolo? Ma diciamoci la verità, cosa importa a noi occidentali se in Iran non c’è libertà? Cosa ci importa se le donne sono obbligate a portare il velo, a coprirsi fino ai piedi anche con 40° all’ombra, a occupare la parte posteriore degli autobus, o a fare il bagno in piscine riservate solo alle donne? (Questa forse è una punizione più per gli uomini che per le donne). Cosa ci importa se una donna è condannata alla lapidazione se sospettata di adulterio? Cosa ci importa se un omosessuale se non vuole essere impiccato deve cambiare sesso sottoponendosi ad un intervento chirurgico? (In Iran si effettua il maggior numero di queste operazioni, che se forzate si possono anche chiamare “castrazioni”). Cosa ci importa se l’anno scorso sono stati condannati a morte centocinquanta giovani, dico centocinquanta, solo perché sospettati di essere contrari al regime? Cosa ci importa se gli arresti sono sempre arbitrari e non vige certo uno stato di diritto? Non ce ne importa niente, perché tanto è uno stato canaglia. Ho persino letto sull’Herald Tribune un articolo di un “esperto” di medio oriente – di cui non farò il nome per non fargli pubblicità – che diceva che in fondo se fossero bombardati gli impianti iraniani per l’arricchimento dell’uranio sarebbe un bene per tutti, iraniani compresi. A parte naturalmente le inevitabili migliaia di morti. Tanto è uno stato canaglia. Cosa ci importa se alcuni monumenti, patrimonio dell’umanità, come la torre di Ciro a Pasargad, rischiano di essere danneggiati dalla costruzione di una ferrovia troppo vicina?

Anche la Corea del Nord era uno stato canaglia e la sua gente moriva di fame. E la Cina? La Cina non è più uno stato canaglia, anche se non si contano le condanne a morte, anche se i minatori cinesi continuano a morire per tirar fuori un po’ di carbone. Forse dovremmo finalmente cominciare a fare una differenza fra “Stato” e “Popolo”, fra “governanti” e “governati”. Diceva bene il nostro autista nel suo inglese essenziale, il sempre sorridente e premuroso Merhab, “tutte le persone sono buone, tutti i presidenti sono cattivi”.

Un ragazzo iraniano, un architetto adesso residente a Los Angeles, colto ed intelligente, seduto accanto a me in aereo nel viaggio di andata, mi ha esposto la sua interessante teoria.  Chi comanda veramente in Iran, ha continuato il mio interlocutore, sta a Qom, la città santa, non lontana da Tehran. Non servono le sanzioni, ha continuato, perché i potenti religiosi hanno comunque grandi proprietà e beni all’estero, moltissimi in Canada. Se mai si danneggiano proprio gli esportatori occidentali. (In Iran adesso non si possono usare né bancomat né carte di credito. Ufficialmente. Ma abili commercianti riescono ad eludere il divieto collegandosi con il Dubai.) Mi ha detto inoltre che nella sola Los Angeles, vivono un milione e mezzo di iraniani, ma in tutto il mondo l’Iran esporta cervelli da trent’anni. Proprio come l’Italia. Per lo più professionisti qualificati,medici, architetti, ingegneri, professori di università. Poi, ha continuato, in Iran si beve forse più di prima. Al mercato nero si trova tutto l’alcool che si vuole. E la sera bisogna stare attenti perché spesso chi è al volante ha bevuto e va velocissimo anche per non farsi prendere. E molti fanno persino il vino in casa.

Che strano, le moschee iraniane non sono brulicanti di fedeli come immaginavo. Solo una volta stava per esserci vietato un ingresso perché c’era un digiuno di donne. Nei giorni di festa la gente si reca con tutta la famiglia nei loro splendidi e curatissimi giardini, stendono un gran tappeto su un prato e passano lì il pomeriggio e la serata, in allegra compagnia. Però il nostro laico autista ogni volta che andavamo al ristorante e sulla tavola avanzavano piatti pieni di cibo ancora intatti si faceva dare delle scatole di plastica e li offriva con naturalezza ed un sorriso una volta a dei mendicanti, un’altra volta a degli operai afgani, che lavoravano lì vicino e cercavano di risparmiare il più possibile da mandare alla famiglia.

Che strano, il 16 di luglio, giorno di festa, “festa del papà” e compleanno del saggio e Alì, di cui lo stesso Maometto aveva detto di seguire le tracce, non riconosciuto dai sunniti, abbiamo sentito cantare con gioia, La voce tuonante veniva da una delle tante arcate del bellissimo ponte di Isfahan, dove la gente si raccoglie per trovare un po’ di refrigerio. Cantava quest’uomo e quando ha visto che eravamo stranieri ha chiesto alla nostra guida di tradurre le parole della canzone, probabilmente di un poeta iraniano, e ci ha coinvolto tutti nel canto. Si trattava solo di parole di amore, verso tutti, verso i vecchi, verso la famiglia, verso l’ospite. Come ci ha detto la guida è il modo degli iraniani per dire agli stranieri che non provano odio, anzi. Prima di lasciarci, l’artista ha abbracciato tutti gli uomini del nostro gruppo, mentre intorno a noi si era formata una piccola folla curiosa e affettuosa.

Che strano, a Isfahan la zona armena è la più lussuosa della città, la chiesa di Vank con annesso un interessante museo era piena di visitatori. E’ loro chiesa più bella, è splendidamente affrescata. Risale al ‘600, periodo in cui gli armeni furono chiamati dai governanti persiani per potenziare i commerci.

Che strano, abbiamo potuto visitare liberamente in varie città anche alcuni templi del fuoco, dedicati a Zoroastro. E’ ancora molto vivo in Iran lo Zoroastrismo, una delle più antiche religioni monoteiste. In questi templi brucia una fiamma perenne, sorvegliata dai loro sacerdoti, persone semplici, che svolgono un lavoro qualsiasi. Ma hanno pregato per noi e davanti a noi e ci hanno ripetuto il loro comandamento: Pensare bene, Dire bene e Fare bene. Sembra facile. Sono ancora molto vive e radicate nel popolo le tradizioni preislamiche che nemmeno l’attuale regime riesce a cancellare.Che strano, a Shiraz siamo potuti entrare in una yeshiva (scuola ebraica), senza nemmeno suonare il campanello, e a Isfahan siamo stati accolti con baci e abbracci nella sinagoga locale, piena di bambini urlanti. In tutte le altre sinagoghe che ho visitato, in Italia e all’estero, avevamo dovuto annunciarci, chiedere permessi, presentare documenti. Il fatto è che il nemico è il sionismo, quindi Israele, non l’ebreo che abita in Iran. Ma allora come mai si vedono le piazze piene nelle “giornate dell’odio”? (Odio contro l’occidente e contro Israele). Semplice, invitano gli abitanti di paesini delle campagne, offrono loro gita e pranzo e così riempiono le piazze. Esattamente come facevano in Russia per le loro feste, ad esempio il primo maggio.  Pagavano delle ore di lavoro in più a chi partecipava alle parate, mi raccontava la mia insegnante di russo. Se non sbaglio si faceva qualcosa di simile anche da noi durante il ventennio. Nessuno però racconta perché la settimana scorsa le vie e le piazze Tehran fossero gremite da una folla che bloccava il traffico. Era morto – di infarto – un popolarissimo attore, Khosro Shakibaii, molto amato per la sua bravura ed ironia, che aveva preferito restare in patria, dimostrando seppur discretamente, sempre nei limiti del possibile , la sua voglia di libertà e l’amore per il suo popolo. Ma non mi risulta che alcun giornale occidentale abbia mostrato le foto della folla che ha partecipato al suo funerale.

Ricordare le radici persiane sta diventando una forma di trasgressione. I mausolei degli antichi poeti sono ancora oggetto di pellegrinaggio, come la tomba di Hafez a Shiraz, in un magnifico parco, frequentato da famiglie, giovani e studenti. Le poesie di Ferdousi, un altro celebrato poeta iraniano, sono lette e studiate con un amore a noi ignoto. Forse varrebbe la pena fare un piccolo sforzo per conoscerli. A Isfahan abbiamo potuto ammirare le opere di giovani grafici – la calligrafia è un’arte tipicamente persiana – che riescono a fare degli splendidi quadri moderni con poche lettere o parole. In altri invece si rappresentava l’invasione araba e la lotta del popolo persiano in un fumetto. Sono piccoli segni, ma è tutto quello che possono fare, per adesso.Studiano l’arabo gli iraniani, a partire dalle scuole medie. Ma non lo studiano volentieri. Preferiscono studiare l’inglese. Perché l’arabo è la lingua del Corano, imposto dal conquistatore, dall’oppressore, anche se di più di mille anni fa. Hanno adottato l’alfabeto arabo, ma la loro lingua, così come il loro ceppo etnico, sono indoeuropei. Infatti sono molto diversi. Spiega bene Ryszard Kapuściński nel suo libro Shah-in-Shah queste differenze. Anche nella religione i persiani sono diversi. Infatti sono shiiti. Venerano Alì, nipote di Maometto e lo rappresentano ovunque, con fattezze delicate, che a noi cattolici ricordano tanto quelle di Gesù Cristo. Anche Gesù è considerato un profeta ed è rappresentato spesso. Non sono certo iconoclasti i persiani. Isfahan è un trionfo di immagini, sacre e profane. C’è un palazzo in quella città magica, con un salone completamente affrescata con scene di caccia, di feste, di guerra e di gioia, che viene chiamato “la cappella Sistina di Isfahan”.

Certo, luglio forse non è il periodo migliore per visitare l’Iran. Teheran è in alto, ma oppressa dalla montagna, con i suoi quattordici milioni di abitanti, il suo traffico congestionato e i suoi palazzi, quasi tutti con l’aria condizionata, è anche molto inquinata. Ci sono degli splendidi parchi e giardini, ma non bastano ad alleviare il disagio. In questo hanno sbagliato a copiare l’occidente. Perché non hanno continuato a costruire come facevano gli antichi persiani nei loro deserti? Intonaci di paglia e fango, isolanti ed ecologici, soffitti a cupole per raccogliere il calore, sofisticati impianti di ventilazione – le cosiddette torri del vento – che assicurano una circolazione d’aria anche col caldo torrido, sistemi di canalizzazione – i ghanat – che assicuravano sempre il rifornimento di acqua alle città e permettevano di avere quei verdissimi giardini, e persino grandi ghiacciaie scavate nel terreno e coperte da alte cupole. Tutte cose che abbiamo potuto ammirare a Yazd, magica città oasi.

E’ davvero un luogo speciale Yazd. Lì abbiamo potuto assistere ad una sessione di Varzesh-e Pahlavani, un’antica disciplina di ginnastica e lotta tradizionale della Persia, originariamente nata come accademia di educazione fisica per scopi militari. È conosciuta in Italia anche con il nome di zorkana, nome che indica più strettamente il luogo dove si compiono gli esercizi fisici, in questo caso un’antica ghiacciaia circolare. E’ un’arte in cui si fondono elementi della cultura pre-islamica con la spiritualità del sufismo. Agli “atleti” si richiede purezza, sincerità e temperanza, solo in seguito viene la forza fisica. Alla fine di ogni esercizio si invoca Alì. E’ stata un’esperienza forte e, mentre noi sorseggiavamo il tè offertoci, il nostro autista e un giovane del nostro gruppo si sono cimentati nel sollevamento di quelle speciali clave e quei pesanti strumenti metallici a forma di arco.Quante cose ci sarebbero ancora da raccontare di questo viaggio. La suggestività delle Torri del Silenzio, poste sulla vetta di colline desertiche nei pressi di Yazd, dove i seguaci di Zoroastro ponevano i loro morti, poiché i cadaveri non potevano contaminare gli elementi sacri, come la terra e il fuoco elemento e allora venivano esposti su queste torri e “purificati” dagli uccelli rapaci. Adesso non sono più in funzione, ma si immergono i cadaveri nella calce viva. Almeno così fa la grande comunità di Zoroastriani in India.

Le piazze di Yazd o di Isfahan al tramonto. Le splendide moschee con le cupole turchese. I giardini con innumerevoli giochi d’acqua. I bazar variopinti con ogni genere di merce. Il bazar per i nomadi a Shiraz, tutto colori e luci, come fosse Natale, perché ai nomadi di Shiraz piacciono colori e lustrini, come quella bella signora, che si è lasciata fotografare insieme a noi, così elegante nel suo

Quante, quante contraddizioni in Iran. Ma forse quella che lo rappresenta meglio di tutte è, come ci ha fatto notare la nostra guida, la severità con cui la polizia impone il velo alle donne, ma il lassismo con cui tollera che i motociclisti non indossino il casco…abito rosso, tutto decorato di paillettes. I vasi di spezie colorati che sembrano mandala tibetani. Ma come faranno a non mischiarle? E poi i tappeti, ogni città ha il suo stile, ogni casa ha il suo telaio, ogni tribù il suo mercante.

 

Molti i libri sull’Iran, i più importanti consigliati dalla guida Lonely Planet.

Io ho trovato particolarmente interessanti:

Alla ricerca di Hassan. Il volto nascosto dell’Iran di Terence Ward. TEA (2006)

Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi. Editore Adelphi  (2004)

Persepolis. Ediz. integrale di Marjane Satrapi. Editore Lizard ( 2007)

Shah-in-Shah di Ryszard Kapuscinski. Editore Feltrinelli  (2004)

Persia in the Great Game: Sir Percy Sykes – Explorer, Consul, Soldier, Spy ( 2004) by Antony Wynn

 

Non è così lontana Samarkanda

 

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Il colpo d’occhio all’arrivo a Khiva. La poesia di quell’immagine. La cittadella , un grande castello di sabbia rosata. La piazza, ampia, tanti fiori e una grande vasca che riflette il cielo, e, oltre la porta della cittadella, quella grande torre a tronco di cono, un minareto incompiuto, rivestita di piastrelline azzurre in tutte le sfumature.

Khiva fa parte del patrimonio dell’umanità. La favolosa Via della Seta. Forse dovremmo ricordare Marco Polo e lo spirito con cui viaggiava. O ripercorrere il cammino di Alessandro Magno. Cosa sappiamo avanzata araba verso oriente?

Lungo la via della seta c’erano ricchezza e cultura. Si parlavano tante lingue e c’era una grande libertà religiosa. Qui trovavano rifugio i perseguitati di altre religioni. Cristiani nestoriani, ebrei karaiti, sufi islamici, manichei, buddisti, seguaci di Zoroastro e sciamani. Il loro incontro creava interessanti fenomeni di sincretismo. In comune, un profondo misticismo.

Khiva, Bukara, Shakrisabz (la città di Tamerlano), Samarcanda.

Le splendide facciate delle moschee e delle madrasse. Azzurro il cielo, sempre, azzurre le decorazioni di ceramica. Mai uguali però, si potrebbe stare ore a contemplarle, a notarne i dettagli, le simbologie, i richiami ad altre religioni. La stella di Davide accanto alla svastica, e poi fiori e uccelli stilizzati. Anche nella bandiera uzbeka c’è un uccello, il Simurgh, il simbolo sufico per eccellenza.

Due le architetture delle moschee, quelle come la moschea azzurra di Istanbul, cupola in mezzo, quattro minareti agli angoli esterni, che si ispirano a Santa Sofia, e quelle che seguono il modello di Medina, un grande chiostro con cortile al centro. Qui sono così, con alcune eccezioni, come una moschea a Bukhara sorta sul sito di un tempio zoroastriano, forse una ex sinagoga, con un portale le cui colonne laterali ricordano il dorso di due libri.

Ancora sincretismo, antico testamento in ambiente islamico nei mausolei a San Daniele e a San Giobbe. O il mausoleo di Ismail Samanid, piccola costruzione cubica, le cui uniche decorazioni sono i giochi geometrici ottenuti con i mattoni: un gioiello cesellato con riferimenti al culto di Zoroastro, dodici finestre che rappresentano i mesi. Gli Zoroastriani, erano i più grandi astronomi dell’antichità. Cultori del fuoco, erigevano templi là dove il gas naturale sotterraneo lo alimentava. Anche gli arcangeli hanno “origine persiana”, passati poi all’ebraismo e all’islam.

Le moschee estive, tre lati chiusi e uno aperto rivolto a nord, il soffitto di legno lavorato sostenuto da una colonna centrale in legno.

Gli splendidi soffitti variopinti degli harem.

Khiva e Bukhara erano città universitarie, vi si insegnavano le arti liberali del Trivio (Grammatica, dialettica e retorica) e del Quadrivio (Astronomia, matematica, geografia e musica). Anche l’università di Bologna è cominciata così.

Troppo pochi i turisti a Bukhara. Hanno forse paura? Paura di essere rapiti e venduti proprio qui in questi androni, nel più ricco mercato di schiavi fino al secolo scorso? Paura di essere rinchiusi nella orrenda prigione della fortezza insieme a ratti e insetti malefici, su un letto di putrido liquame? O di avere la testa mozzata, proprio qui, davanti alla fortezza, per un capriccio del crudele emiro, come capitò ai due ufficiali inglesi intorno al 1840? O di essere aggrediti dal temibile “verme di Bukhara”, micidiale parassita che viveva in queste vasche in cui si conservava l’acqua? Ma Bukhara è bellissima, nonostante il suo sinistro passato.

La città di Tamerlano, Shakrisabz, da cui si intravedono le montagne del Pamir! Forse ancora più importante di Tamerlano è stato il nipote, Ulug Beg, grande astronomo. Eppure fu ucciso proprio da chi gli doveva tutto, il figlio. Ma egli rivivrà nei suoi studi, nelle sue opere, nel suo osservatorio di .

Via di nuovo. Chilometri e chilometri in mezzo a colline desertiche. Come per incanto su una collinetta d’oro appaiono tre figure. Tre macchie di colore. Tre ragazzine, su tre minuscoli asinelli. Ci sorridono, ecco che dal nulla spunta un’altra pastorella bionda, anche lei coloratissima. Ci guardano e sorridono. Ecco, a queste tre graziose kazake ho scattato la foto più bella del viaggio.

L’ultima tappa è Samarcanda. La piazza del Registan è troppo imponente e maestosa per entrare in un piccolo obiettivo. Comprerò delle cartoline, ma non sarà la stessa cosa. Comunque non è più la stessa cosa. Immagino il viaggiatore che, dopo un’estenuante marcia nella steppa, d’un tratto si trova in questa piazza racchiusa fra edifici colossali, cupole azzurre e altissimi minareti. Lo vedo che arriva mentre si stanno svolgendo le pubbliche esecuzioni sulla piazza del Registan, tutta coperta di sabbia per assorbire il sangue dei condannati… Siamo davvero in un luogo reale o siamo entrati direttamente in una favola delle Mille e Una Notte? Spiccano sulla moschea le immagini di due tigri…

Non è così lontana Samarcanda.

 

Viaggio in Polonia. Impressioni e Pensieri

2. CRACOVIA – LUBLINO – VARSAVIA

Lasciata la bella Cracovia continuiamo il nostro cammino. Campagna, boschi, casette. Una prima sosta a Tarnow, tranquilla cittadina con una bella piazza. “Prima della guerra era un attivo centro industriale, ma durante la seconda guerra mondiale Tarnów fu oggetto, da parte dei nazisti, di uno sterminio dei suoi cittadini di religione ebraica, all’epoca circa 25.000 persone, pari a circa la metà dell’intera popolazione (Wikipedia)”. Di questa presenza rimane la bimà di una grande sinagoga bruciata, un’altra sinagoga di tipo moresco oggi diventata ristorante, e qualche nome ebraico sulle targhe delle vie.

Il nostro viaggio non può prescindere dalla storia degli ebrei in Polonia e quindi dalla storia della Polonia stessa. Ho cercato di fare una sintesi impossibile, ho accennato solo agli avvenimenti più importanti, connessi anche alla presenza ebraica. Non ho parlato della tripartizione della Polonia fra Russia, Prussia e Impero Asburgico, dalla fine del ‘700 alla prima guerra mondiale, proprio negli anni in cui nascevano i nazionalismi. Non ho parlato delle due guerre mondiali. Non ho parlato della nascita del sionismo e dell’avanzare dell’antisemitismo. Tema delicato e scottante. Ho sentito una professoressa di Lod rispondere così a un giornalista che la intervistava a proposito della questione ebraica: “A differenza di altri paesi noi abbiamo cominciato ad elaborare il nostro passato solo da una ventina d’anni. Siamo diventati una nazione libera solo dopo la prima guerra mondiale, poi siamo stati di nuovo invasi un po’ dai tedeschi e un po’ dai russi, abbiamo subito perdite e distruzioni tremende, siamo stati “occupati” dai comunisti per quarant’anni. È solo da poco che possiamo godere della libertà.” Parole dure.

Come mai in Polonia c’erano tanti ebrei? Altra domanda che richiederebbe una risposta lunga e articolata. Accontentiamoci di dire che mano a mano che gli ebrei subivano persecuzioni nel resto d’Europa, durante le crociate, durante la Peste Nera quando erano accusati di diffondere il morbo, e poi ancora dopo la cacciata dalla Spagna, essi si spostavano verso est, dove la chiesa era meno potente, dove la peste non era arrivata e dove venivano accolti e tutelati. In Polonia essi godettero di relativa tranquillità e tutela per più di due secoli, a partire dalla metà ‘300, cioè dal regno di quel Casimiro il Grande di cui abbiamo già parlato, fino alla fine del ‘500, quando il regno di Polonia, unito in confederazione con la Lituania, cominciò ad indebolirsi e decadere.

Ma perché venivano perseguitati gli ebrei? Per motivi religiosi, economici, forse linguistici, perché erano oggetto di invidia, ma soprattutto perché erano considerati “diversi”. Ma nessuno di questi motivi può giustificare le persecuzioni di cui sono stati oggetto, culminate con la Shoah.

Più passa il tempo, più leggo, ascolto e rifletto, più queste persecuzioni e la tragedia immane della Shoah mi sembrano incredibili, incomprensibili, inspiegabili, nonostante tutti gli sforzi per capire, spiegare, razionalizzare..

Non è umanamente concepibile e accettabile essere puniti per dove si è nati, per come si è nati, per una condizione che nessuno di noi può scegliere. Ricordo sempre quella bella canzone di Joan Baez: There But For Fortune, Solo per caso. Solo per caso quei milioni erano nati ebrei.. ma non per caso sono stati sterminati.

Ormai possiamo solo ricordare, e vigilare affinché non si ripeta più…

Dobbiamo ricordare un altro momento traumatico, un’altra cesura nella storia polacca: il cosiddetto massacro di Chmielnicki del 1648 compiuto dai cosacchi ucraini scontenti del trattamento cui erano sottoposti dai nobili polacchi che li utilizzavano per controllare le loro terre in Ucraina. Guidati da Bohdan Chmielnicki trucidarono spietatamente i nobili polacchi e anche gli ebrei in quanto amministratori economici dei beni della nobiltà. Per assurdo gli stessi polacchi si rifecero con gli ebrei, incolpandoli di essere loro ad aizzare cosacchi e russi ad invadere la Polonia. A seguito di ciò quasi 1/4 degli ebrei morì tra atrocità e torture, e altrettanti furono venduti come schiavi nei mercati di Istanbul.

Questo periodo – noto come Il Diluvio – coincise anche con l’invasione della Polonia da parte degli svedesi e il definitivo indebolimento della corona polacca. Una curiosità, sarebbe interessante leggere o rileggere il romanzo IL Diluvio di Henryk Sienkiewicz, l’autore di Quo Vadis, che narra proprio una vicenda che si svolge in questo periodo in Polonia.

Fu in seguito a queste tragedie che anche la comunità ebraica si indebolì. Solo nel ‘700 cominciarono a nascere nuove correnti, fra le quali la più nota è senz’altro quella hassidica, che rianimarono la vita negli shtetl e riportarono la gioia di vivere, introducendo anche canti e danze nei riti religiosi.

Questo breve cenno storico era dovuto, se vogliamo capire il nesso fra il bel palazzo nobiliare che abbiamo visto a Lancut, una vera e propria reggia, appartenuto ai conti Potocki, e la coloratissima sinagoga non molto distante. I Conti Potocki erano una potente famiglia polacca celebre per i numerosi statisti, leader militari, e intellettuali. Era anche proprietaria della distilleria di vodka più antica del paese. Un suo famoso esponente è Jean Potocki, autore del famoso Manoscritto Trovato a Saragozza, libro che è diventato esso stesso un topos letterario, citato in innumerevoli altre opere, anche in un episodio di Montalbano.

Nel 1944, quando il conte Alfred Potocki, probabilmente collaborazionista, si accorse che i tedeschi avevano appiccato fuoco alla sinagoga del villaggio, la “sua” sinagoga, andò su tutte le furie e riuscì a fermare la distruzione e salvarne il corpo centrale. E’ quella coloratissima sinagoga in cui abbiamo visto un gruppo di giovani hassidim provenienti da Israele pregare, cantare e infine mettersi a ballare coinvolgendo anche i membri del nostro gruppo. A quanto pare erano così le sinagoghe polacche, decorate con rappresentazioni di animali e simboli biblici. E non penso di essere irriverente se associo le immagini di una vecchia giostra decorata alla bimà della sinagoga riprodotta all’interno dello stupendo Museo Polin di Varsavia. Ripenso ai racconti di Sholem Aleichem (Il violinista sul tetto), ai Racconti dei Hassidim, raccolti da Martin Buber, ai libri di Isaac B. Singer, al film Train de Vie. E penso soprattutto alla danza gioiosa di quel gruppo di giovani Hassidim incontrati nella Sinagoga di Lancut.
A proposito di I. B. Singer, abbiamo visto un tentativo di ricostruire uno shtetl, con tanto di sinagoga, proprio a Bilgoraj, il villaggio dove visse lo scrittore. Eravamo perplessi, ci dava un’idea di “posticcio”, come il villaggio Medievale a Torino o Grazzano Visconti vicino a Piacenza. Le casette erano belle e moderne, con tutte le comodità, destinate ad essere abitate. La sinagoga in legno era ancora in costruzione, secondo un metodo e uno stile “filologicamente corretto”.
Forse abbiamo apprezzato di più quella vista al Museo Polin, ricostruita con il solo scopo di mostrare al pubblico la tipologia di quegli edifici di culto. Comunque un risultato apprezzatissimo.
Continuiamo nel nostro pellegrinaggio nei luoghi di vita e di morte di quella Polonia che non c’è più .
Paradossalmente molto vivo, con le testimonianze delle preghiere dei fedeli e la calda accoglienza del custode, il ricordo dello Tzadik Eleazar Shapiro nel suo Ohel (tenda), cioè il suo luogo di sepoltura, nella campagna presso Lancut.

Poi il campo di Majdanek. Uno dei sei campi di sterminio costruiti dai nazisti in Polonia. Gli altri sono Chelmo, Belzec, Sobibor, Treblinka, Auschwitz-Birkenau.

Più delle parole della guida ci hanno scosso i singhiozzi, veri, di una coppia di anziani visitatori e la commozione dei membri del nostro gruppo.. Una di noi ha posto una piccola pietra sul grande tumulo sottostante la cupola del memoriale. Che cos’altro mi ha colpito? La razionalità della follia omicida… Tutto troppo macabro..
Consola solo vedere alcuni fiori di campo accanto a delle baracche e delle balle di fieno raccolto là dove allora di prato proprio non ce n’era. La vita che preme? La natura che vuole una rivincita?
Ripartiamo in silenzio per Lublino.

A Lublino siamo ospitati nell’albergo Ilan, già sede della Jesziwat Chachmei (Yeshiva), costruita nel 1930 in una Polonia ancora libera e fiduciosa, solo recentemente ritornata alla comunità ebraica, e che oltre all’hotel ospita la sinagoga e un bel museo fotografico.

Bella città Lublino, anche se molto più povera di Cracovia e Varsavia. Crocevia intellettuale e culturale di rinomanza internazionale, dove convivevano pacificamente ebrei, protestanti e cattolici. Punto d’incontro e scambio fra oriente e occidente, non fu toccata dalle sanguinose guerre di religione che devastarono il resto d’Europa. All’interno del suo bel castello abbiamo ammirato la Chiesa della Santissima Trinità, completamente affrescata in stile bizantineggiante da un artista ortodosso per il committente cattolico. Con l’occupazione nazista la piccola Gerusalemme dell’est Europa divenne un centro di raccolta per lo sterminio di massa, mentre il quartiere ebraico veniva raso al suolo. Nessuna traccia quindi del Mago di Lublino (I. B. Singer). Rimane solo un lampione, che non viene mai spento, una Lampada della Memoria. Almeno quello.

Il viaggio volge a termine. Raggiungiamo Varsavia in tempo per sostare in raccoglimento davanti ad un frammento del muro del ghetto. Anche qui commozione e religioso silenzio. Anche qui la posa di un sassolino. Passiamo davanti alla casa del Dottor Janusz Korczak, immortalato nel film omonimo di Wajda. Figura meravigliosa di umanista, pediatra, educatore. Anche a Gerusalemme l’abbiamo ricordato davanti al monumento a lui dedicato nello Yad Vashem (Museo della Shoah) .

Varsavia è oggi una cittadona moderna, come tante. Grattacieli, negozi Benetton, Prada, Luis Vuitton, Armani, come in tutte le altre cittadone Non somiglia alla Varsavia del Pianista di Polanski. . E’ una ricostruzione fedele dalla città rasa al suolo dai tedeschi, ma resti del ghetto bisogna andarli a cercare in mezzo a case popolari del periodo comunista. Il ghetto si trovava in una zona, Muranow, (di Murano) dal nome di un palazzo così chamato che apparteneva a un architetto veneziano, Josef Belotti. Le case popolari furono costruite dopo la guerra intenzionalmente sulle ceneri Ghetto utilizzandone le Macerie e i mattoni recuperabili. Molto inquietante. Anche la storia del Ghetto di Varsavia, pur tanto raccontata è una storia inenarrabile. E qui vorrei ricordare Ian Karski, il cui momumento avevamo incontrato a Cracovia, autore de La mia testimonianza davanti al mondo, uno dei libri che mi ha colpito e commosso di più in assoluto. Egli racconta la sua resistenza ai tedeschi durante la guerra, la sua cattura e le sue torture da parte dei tedeschi, la sua liberazione e la sua visita prima al ghetto poi addirittura in un campo, travestito da guardia ucraina. E’ un racconto scarno, senza fronzoli. Egli poi riuscì ad attraversare l’Europa in guerra e raggiungere Londra come membro del governo clandestino polacco. Raccontò quello che aveva visto agli alleati. Non fu ascoltato. Racconta Ian Karski di come, dopo essere riuscito ad uscire dal campo avesse vomitato sangue per tre giorni. Quello che forse lo colpì di più furono i trasporti dal ghetto ai campi, le scene di disperazione, gli urli.. e poi la scoperta che i vagoni per il trasporto erano ricoperti di calce viva..                         A questo pensavo mentre stavo davanti al pezzo rimasto in piedi del muro del ghetto. Pensavo anche che comunque, per quanto ci sforziamo, tutto quanto successo proprio lì, settantatré anni fa, oltre che inenarrabile è anche inimmaginabile, nel vero senso della parola.

Per fortuna abbiamo chiuso il nostro viaggio con la visita allo splendido Museo Polin, con la sua architettura essenziale pensata da un architetto finlandese, Rainer Mahlamäki.       In esso si raccontano i mille anni della storia ebraica in Polonia, non solo le tragedie. Storia che non prescinde dalla storia della Polonia, dalla storia dell’Europa, dalla nostra storia. Non basta una mattina per visitare quel museo. Ogni sezione è un racconto, ogni racconto merita tempo e riflessione.

Dovrò tornarci a Varsavia, anche solo per rivedere il Museo Polin.

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Museo Polin, Varsavia. La sinagoga ricostruita all’interno.

Anna Carbich

Lugano, luglio 2016

Viaggio in Polonia. Impressioni e Pensieri

  1. CRACOVIA

La prima cosa che si fa è guardare le foto. Naturalmente dopo aver aperto la valigia e distribuito i regalini a chi li aspettava. Peccato che in questo viaggio non ci sia stato il tempo di fare molti acquisti..

Le foto sono importanti. Servono a dilatare il tempo del viaggio. Servono a ricordare, capire e riflettere. Si guardano le foto insieme con il programma del viaggio e la guida, per non sbagliare, per non scrivere nomi sbagliati nelle didascalie.

Questo non è stato esattamente un viaggio di piacere. Meglio chiamarlo un pellegrinaggio. Anche per noi che non siamo particolarmente religiosi. Forse il senso religioso ce l’abbiamo, il senso del mistero anche, ma il rito, che dicono sia così importante, non ci dice granché.

Infatti, qualcuno di noi, che la sera dello Shabbat stava inavvertitamente portandosi un bicchiere alle labbra o sgranocchiando qualcosa per fame, è stato subito redarguito.

Vabbeh.

Route Chassidica? Polonia ebraica? Luoghi della Shoah? Religioni e popoli a confronto? Convivenza pacifica e non? Tutto questo e di più. Siamo stati sui luoghi della Storia, quella che non abbiamo studiato abbastanza a scuola, quella che non riesce ad insegnarci niente, perché non è brava, anzi, è sempre ripetente.

Siamo stati in Polonia. Io non la conoscevo. Sapevo e so ancora poco della sua storia, del suo popolo, della sua lingua. Sì, Chopin, Maria Walewska, l’amane di Napoleone, ma poi?

Il paese ha avuto molta visibilità da quando è arrivato il papa polacco, e poi Solidarnosc. Ricordiamo il nome di Jaruzelski, prima ancora sapevamo del Cardinale Wyszynski, perseguitato dai sovietici, di cui abbiamo visto la casa a Lublino. Prima ancora.. Danzica.. Ma erano echi di notizie lontane.

Adesso, con l’entrata nell’Unione Europea, è il paese dove vanno molti giovani. E’ un paese di start-up. E’ un paese dove i capitalisti – americani in primis – sono andati all’arrembaggio. Varsavia è tutta un grattacielo.

Tuttavia stupisce e turba all’arrivo a Cracovia vedere tutti quei velivoli verde scuro accanto alla pista di atterraggio. Un aeroporto sia civile che militare. Mah.

Il nostro era un viaggio a tema, Polonia Ebraica.

Due i nostri accompagnatori: Sarah, esperta di ebraismo e storia ebraica, lei stessa di origini polacche, e Ulrico, grande conoscitore della Polonia e della sua storia .

Il nome del viaggio era PO-LAN-YA . Traslitterato in ebraico questo nome fu considerato di buon auspicio perché può essere suddiviso in tre parole ebraiche: po (“qui”), lan (“abita”), ya (“Dio“). Il nome del museo ebraico di Varsavia POLIN invece è formato da due parole: po (“qui”) lin (“dovresti abitare”).

Polonia ebraica, dunque. E dove cominciare se non dalla bellissima Cracovia, dove il re Casimiro il Grande (1310 -1370) ebbe un atteggiamento estremamente favorevole e ben disposto nei confronti degli Ebrei? Noi stavamo appunto nel quartiere Casimierz, dove gli Ebrei hanno abitato tranquillamente per secoli. Dopo i tempi bui della guerra prima, e il degrado del periodo comunista poi, questo vecchio e tipico quartiere sta riacquistando vivacità e popolarità. Sta diventando il quartiere più “in” di Cracovia, preferito da giovani e turisti per le loro serate. Non so se il primo a riscoprirlo sia stato Spielberg, o i tanti figli o nipoti di emigrati polacchi, che scelgono di rivisitarlo. Anche la vita ebraica sta risorgendo, grazie anche agli sforzi di ebrei americani che gestiscono anche un Jewish Community Centre e le attività ad esse connesse. Noi stessi siamo stati loro ospiti per la cena di Shabbat.. Emozionante è stato ascoltare un anziano ospite di 86 anni cantare una canzone della resistenza in yiddish. Anche il giorno dopo abbiamo pranzato lì, dopo aver fatto un giro tra le vecchie sinagoghe, alcune ancora in attività, altre trasformate in museo o centri culturali, i cimiteri ebraici e le strette vie, testimoni di tanta storia. Sembra che molti giovani riscoprano le loro origini ebraiche e dimostrino interesse per la loro storia. La comunità, dopo essere stata annientata, da una ventina d’anni sta pian piano risorgendo.

Speriamo. Cracovia, a differenza di Varsavia, non fu distrutta durante l’ultima guerra perché sede del comando tedesco. Durante la guerra invece la popolazione ebraica residente fu trasferita nel ghetto in un’altra zona della città e poi avviata al suo triste destino.

Destino che ci viene ricordato nel museo ospitato dalla famosa fabbrica di Schindler, quella vera, e anche la stessa in cui si sono girate molte scene dell’omonimo film. Oppure dal monumento, nella piazza vuota dell’ex-ghetto, costituito da tante sedie vuote, rimaste senza occupante.

Troppi in questo paese i luoghi, le tracce, i segni di quanto successe durante la guerra.

Mi ha colpito vedere nelle vie di Cracovia i cartelli che pubblicizzavano le gite turistiche ad Auschwitz, esattamente come da noi si vedono cartelli simili per le gite in battello o in torpedone verso siti turistici.

Dove andiamo, a vedere il castello di Wawel, alla Madonna di Czestochowa, a fare una crociera sulla Vistola o ad Auschwitz? Non mi sembra proprio la stessa cosa.

Noi a Cracovia, dopo un breve giro del centro, con le sue vie reali percorse da carrozze bianche, trainate da magnifici cavalli e guidate da belle ragazze in costume, abbiamo visto il castello di Wawel, con quell’impronta rinascimentale data dagli architetti Francesco Fiorentino e Bartolomeo Berrecci. Questi era stato invitato da Bona Sforza, la nipote di Ludovico il Moro, figlia di Galeazzo Sforza e Iabella di Aragona. Bona era stata data in sposa a Sigismondo II Jagellone, vedovo, di 27 anni più vecchio di lei, nel 1517. Bona fu una figura molto importante nella storia di Polonia. Avrebbe voluto far diventare il regno di Polonia-Lituania un grande stato assolutista, come la Spagna, la Francia o l’Inghilterra. Fu una statista abile, illuminata e molto ambiziosa, che assicurò protezione legale ai contadini, ai borghesi ed agli Ebrei.

Ancora oggi la ricordano, forse con maggiore ammirazione di allora. In un ristorante ci hanno detto che molti cibi, fra cui le patate, sono stati introdotti proprio da lei. Vita importante la sua, degna di un grande romanzo, fino alla morte, per avvelenamento, avvenuta a Bari nel 1558.

Ma questa è un’altra storia, adesso torniamo a Cracovia, al bel fiume che la percorre, la Vistola, il fiume polacco per eccellenza. La città di Papa Giovanni Paolo II, colui che contribuì a portare la Polonia fuori dalla cortina di ferro. Abbiamo visto la casa dove abitava, in Via Canonicza, così come abbiamo visto il ricordo di un’utopia, Nova Hutta, la Nuova Acciaieria, la città satellite socialista, costruita dopo la guerra appena fuori da Cracovia, per i lavoratori della ferriera. Grandi strade per le parate, grandi isolati con un unico accesso controllabile, abitazioni ancora utilizzate, scuole e negozi, teatro e cinema (ora museo). Sarah ricorda che suo padre partecipò alla costruzione di Nova Hutta e ricorda il bar mleczny (bar del latte) dove si poteva consumare un pasto per pochi soldi. Ne abbiamo visto uno anche noi, ricordate le nostre vecchie latterie dove si poteva anche mangiare?

Tutto come sessant’anni fa, tranne i nomi. Stupisce infatti che proprio qui ci sia una via dedicata a Ronald Reagan. Anche l’acciaieria è passata in mano ai cinesi..

Così come ci lascia sconcertati sapere che uno statista moderno, Lech Kaczyńsky, e sua moglie, morti qualche anno fa in un incidente aereo, siano sepolti con tutti gli onori qui nel castello di Wawel, proprio come una coppia reale. Era il fratello gemello dell’attuale presidente, anche lui molto discusso ma votato. . Questo aveva creato un certo sconcerto nell’opinione pubblica, e si può capire. Un fatto un po’ anacronistico.

C’è una certa preoccupazione per la piega che ha preso o prenderà la politica polacca. Lo abbiamo indovinato anche dalle parole della Prof. Bogdana Pilichowska, Etnologa, responsabile dell’archivio Andre Wajda. Un archivio che occupa trecento metri e che si trova nel museo d’arte Giapponese, grazie a una donazione giapponese. (Per fortuna ci sono anche queste eccezioni nella storia).   Una persona squisita, gran signora, preoccupata di non parlare abbastanza bene l’italiano – che era perfetto – e di non poter dare risposte a chi chiedeva del futuro della Polonia. Quarant’anni di chiusura hanno lasciato un segno. Il regime comunista aveva tolto il senso di responsabilità ai cittadini. I cambiamenti richiedono tempo, tanto. Dove sta andando il paese? Oggi la Polonia sta vivendo un momento delicato: non piace Waida, non piace Walesa. Bogdana non se ne capacita. Gli intellettuali e i giovani sono contro questi atteggiamenti, ci sono dei buoni giornali, ma la gente di campagna, che è sempre stata oppressa e poco istruita, è ancora vittima di un cattolicesimo chiuso e reazionario. E’ la prima volta che capita, ci dice. L’attuale presidente, fratello di Lech, è un grande manipolatore.

Tuttavia ci sono molti musei, molti eventi culturali, molto turismo. Speriamo…

Cracovia, chiesa di San Stanislao sulla Roccia, sul fiume vistola.

Cracovia, chiesa di San Stanislao sulla Roccia, sul fiume Vistola.

Anna Carbich, 

Lugano luglio 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Viaggio in Israele – Sesto Giorno

Mercoledì 17 giugno– Zippori – Bet She’arim – Cesarea – Tel Aviv

Ormai ci lasciamo sorprendere. Nessuno chiede più a Ornat quale sarà la nostra prossima meta. Anch’io, in un viaggio così bene organizzato come questo, mi abbandono completamente e non consulto più la guida. Lo farò al ritorno, e forse penserò, che peccato, avremmo potuto vedere questo e quest’altro, comprare un souvenir in più o assaggiare questa specialità. Pazienza, sarà per la prossima volta.
L’esperienza nel kibbutz è stata particolare. Per me, che appartengo ad una generazione pre-68, la parola aveva un valore speciale. Io non ero riuscita ad andarci da giovane, nonostante lo sognassi, così quando nostra figlia ha avuto l’opportunità di passare un breve periodo in un kibbutz, l’ho incoraggiata e convinta ad andarci. Penso sia stata una bella esperienza, l’ho invidiata un po’, ma si sa, quando i figli fanno una cosa è un po’ come se la facessimo anche noi.
La mia amica R. ha ricordi bellissimi del suo kibbutz, dove si era anche sposata e aveva avuto i suoi figli, anche lei era andata inseguendo un sogno e ancora adesso ricorda quegli anni con nostalgia. Il mio era un kibbutz laico, racconta, anzi comunista, festeggiavamo il primo maggio ed eravamo tutti compagni.
Ornat tuttavia ci parla di un altro tipo di insediamento agricolo: il Moshav (pl. Moshavim). Io naturalmente non ne avevo mai sentito parlare. Quante cose si possono imparare quando si è un po’ ignoranti.
I moshavim, cooperative molto simili a quelle occidentali, sono costituiti da singole fattorie istituite dai sionisti socialisti durante la seconda aliyah (Ritorno nella terra di Israele 1904-1914, in seguito ai pogrom del 1903-1906).
La differenza sostanziale con i Kibbutz è che, nel moshav, le fattorie sono di proprietà individuale, con un’estensione uguale per tutti. Mentre nel Kibbutz, i membri non sono pagati in denaro, ma ricevono tutto ciò di cui hanno bisogno dalla comunità, nel moshav utilizzano il profitto per il proprio sostentamento e si occupano della commercializzazione dei prodotti insieme alle altre aziende individuali del villaggio di appartenenza. Con il passare del tempo, si andò creando un sistema dove gli agricoltori che si impegnavano di più potevano diventare più benestanti, rispetto a chi produceva meno. Insomma un sistema più meritocratico, a differenza dei kibbutzim collettivi, dove tutti i membri dovevano avere lo stesso tenore di vita.
Nei moshavim, come nei kibbutzim, esiste un consiglio elettivo che governa il villaggio.
I moshavim possono essere di due tipi:
• Moshav Ovdim: un insediamento cooperativo di lavoratori;
• Moshav Shitufi: un insediamento di piccoli proprietari dove i lavori agricoli sono eseguiti collettivamente e i profitti vengono divisi in parti uguali. (un miscuglio tra le caratteristiche dei kibbutz e quelle dei moshav).
Oggi esistono ancora moltissimi moshav sparsi su tutto il territorio israeliano, tra cui quello di Nahalal, che abbiamo visto anche noi nel nord , nella valle di Jezreel. E’ importante perché fu il primo moshav ovidim e fu fondato nel 1921.
Ho scoperto anche che questo tipo di insediamento era più gradito ai coloni Mizrahi, ebrei di provenienza mediorientale, forse più individualisti, che accettavano meno lo stile di vita comunitario dei kibbutzim, più consono agli askenaziti.
Tutto questo ci racconta Ornat prima di arrivare alla nostra prossima meta,
Mi ha colpito anche sentire che gli abitanti dei kibbutzim sono chiamati kibbutznik e quelli dei moshavim, moshavnik, con un suffisso di derivazione russa. Pensiamo a sputnik o mobilnik, che vuol dire telefonino, o refusenik, in Israele soldato obiettore, che si rifiuta di svolgere certe mansioni. Devo dire che mi è pesato molto non capire la lingua, avrei voluto saper almeno decifrare l’alfabeto, ma non ho avuto il tempo di prepararmi prima del viaggio.
Eccoci ora a Seffori o Zippori, splendido sito a soli a 6 km da Nazareth. E’ un paradiso per gli storici e gli archeologi: vi sono segni di presenze assire, babilonesi, ellenistiche, romane, giudee, bizantine, arabe, crociate e ottomane.
Tra le strutture di rilievo, un teatro romano, due chiese paleocristiane, una sinagoga del 6° secolo, case e bagni rituali ebraici, una fortezza crociata restaurata nel XVIII secolo e quaranta mosaici. Noi naturalmente non abbiamo potuto vedere tutto, ma solo i siti più rilevanti. E’ uno di quei posti che mi riprometto di visitare meglio nel mio prossimo viaggio, o nella mia prossima vita. Purtroppo in quel momento ero stanca, il caldo cominciava a farsi sentire, le emozioni troppe, lo spazio libero per nuove informazioni nel mio cervello sempre più limitato. Ma, ripensandoci in seguito e riguardando le fotografie, mi rendo conto che è un sito davvero unico. Le parole sincretismo e sinergia, per non dire sinestesia, acquistano valore. Dove, infatti, si può vedere un mosaico che rappresenta da una parte una menorah e dall’altra uno zodiaco, come sul pavimento di questa antica sinagoga? E poi nella villa romana altre figure insolite: un centauro donna e amazzoni che non si sono sottoposte alla mastectomia, e splendide scene di caccia. E ancora un altro mosaico con il fiume Nilo. Il più famoso è tuttavia il bellissimo ritratto musivo, ormai chiamato la Monalisa della Galilea, che è diventato il “logo” di Zippori. Tutte queste opere rivelano la presenza di una comunità illuminata, colta, aperta agli scambi di idee e persone, benestante e con il gusto del bello. Un grande esempio anche per noi.
Il sole è cocente e siamo grati al nostro caro autista per la frescura del pullman.
E adesso dove?
Un cartello ci dice Beit She’arim National Park. Fa piacere trovarsi in un parco, il verde riposa gli occhi e l’ombra rinfresca. Splendidi alberi. Una compagna mi fotografa accanto a un mirto fiorito. Non avevo mai visto un mirto fiorito.
Bando agli indugi, dobbiamo raggiungere Ornat, che ci aspetta di fronte a una grande porta scavata nella roccia. Siamo davanti ad una necropoli ebraica, anzi la necropoli ebraica. Il famoso storico ebreo Giuseppe Flavio ci racconta che, dopo la distruzione del secondo tempio, nel 70 d.C., il Sinedrio fu trasferito a Beit She’arim. Qui viveva anche Il famoso Rabbino Judah HaNasi, che qui decise di farsi seppellire avendo ricevuto il terreno in dono dal suo amico, l’imperatore Marco Aurelio. Gli ebrei a quel tempo non potevano più essere sepolti a Gerusalemme sul Monte degli Ulivi. Ricordate l’immenso cimitero ebraico che abbiamo visto il primo giorno del nostro viaggio?
Entriamo nell’ampia catacomba, dove vediamo molti sarcofagi, e persino una menorah scolpita nella roccia. Non mancano iscrizioni nelle varie lingue del tempo e decorazioni con simboli ebraici, ma anche con immagini di divinità e miti ellenistici.
Tutto il mondo è paese, anche qui purtroppo i primi visitatori della necropoli sono stati i tombaroli. Probabilmente c’è ancora moltissimo da scavare e da scoprire. Diamo tempo al tempo. Ritorniamo alla luce del sole per salutare un’altra bella coppia di sposi, venuti qui probabilmente per le foto ricordo. Esprimono il desiderio di farsi ritrarre con noi. Clic, clic, clic.
Peccato non aver tempo per un simpatico trekking in questo parco.
Invece, poiché cominciamo ad avvertire un certo languore, sostiamo in un posto davvero insolito. Sembra vi sia un caseificio, dove assaggiare i formaggi locali.
I proprietari evidentemente appartengono a quella categoria di persone che non butta via
niente e accumula, accumula. C’è un piccolo locale, il negozio, dove peschiamo olive da vari contenitori su un banco, l’igiene evidentemente non è una priorità, e dove non c’è un centimetro quadrato libero, né sulle pareti, né sul soffitto, né altrove. Oggetti vecchi o antichi, grigie fotografie in bianco e nero, vecchi avvisi e manifesti, una vetusta calcolatrice, collane d’aglio, bilance, macchine da cucire Singer, macinini, vasi, vasetti e bottiglie, pieni e vuote. Fuori, ma sembra non ci sia soluzione di continuità fra interno ed esterno, ci sono alcuni tavoli, paccottiglia varia, e tanti, tanti gatti e gattini sui cuscini delle panche e delle sedie. Riusciamo a farci spazio tra i felini e ci sediamo. I formaggi sono effettivamente buoni, ma l’inserviente non è particolarmente cordiale, forse ha litigato con la moglie. Sarah riesce a farci dare un po’ di pane da mangiare col formaggio accompagnato da fresca birra locale. Siamo all’ombra, seduti, c’è anche una toilette accettabile e siamo contenti.
Col senno di poi dico che avrei dovuto fotografare tutte le immagini e i documenti storici appesi alle pareti. Sono foto di vecchi pionieri, interessantissime testimonianze della vita dei primi insediamenti ancora nel periodo ottomano, quando il barone Rotschild acquistò questi terreni dai ricchi proprietari arabi. La didascalia di un’altra fotografia racconta di un amico arabo che protesse e aiutò gli abitanti della moshava (colonia agricola) persino ad acquistare nuovi terreni per l’insediamento da un ricco possidente arabo. Scopro ora che si tratta della moshava Bat’ Schlomo ed è anche piuttosto famosa! Le foto su internet mostrano un luogo molto più luccicante, adesso avrebbe bisogno di un bel repulisti, o perlomeno di una spolverata. Va bene lo stesso!
La giornata è lungi dall’essere compiuta. Prossima fermata Cesarea Marittima. Da non confondersi con le altre numerose Cesaree sparse nell’impero romano. Non so se ce n’è una anche in America. Un po’ come le varie Alessandrie. Ci arriviamo dopo aver percorso una strada che costeggia il mare incorniciata da alberi fioriti. Un tripudio per gli amanti dei fiori. Ci stiamo avvicinando a Tel Aviv. Sembra, anzi è certo, che la piana di Tel Aviv una volta fosse una palude malsana. Adesso è un giardino, grazie al durissimo lavoro dei pionieri. Cesarea è ricca di lussuose ville, noi ne ammiriamo le rovine romane, ma soprattutto siamo felici di sederci vicino al mare e bere qualcosa di fresco. Il sole è ancora alto, ma la giornata è stata molto intensa e siamo stanchi.
Riprendiamo il bus per raggiungere Tel Aviv, la famosa Città Bianca. Ornat ci mostra le case Bauhaus, che nella mia ignoranza trovo simili a quelle che noi chiamiamo di stile “fascista”, per comodità, senza dare una connotazione negativa alla parola. Molte sono in fase di ristrutturazione. Colpisce il contrasto fra i modernissimi grattacieli e questi edifici chiari, di due, tre, quattro piani al massimo. Ammiro soprattutto i larghi viali con due ordini di piante al centro, le bellissime poinciane, con la loro chioma verde sovrastata da una fitta corona di fiori rossi, che belli i viali fioriti!

Viaggio in Israele – Quinto Giorno

Martedì 16 giugno – Nazareth – Haifa – San Giovanni d’Acri

E’ piccola Israele, eppure.. “Sa quante minoranze interessanti ci sono qui? – mi dice un’amica – La più piccola è quella dei Samaritani, poche centinaia di persone, che seguono una specie di ebraismo antichissimo; poi ci sono i Circassi, fuggiti dal Caucaso secoli fa dove erano perseguitati, di fede islamica”. E poi altre, come vedremo. Non è proprio un melting pot, piuttosto un’insalata mista, in cui le differenze convivono, ma mantengono le proprie caratteristiche. Oggi, il nostro quinto giorno di viaggio, ne incontreremo addirittura due nuove, i Drusi e i Baha’i. Prima però faremo tappa in un altro dei luoghi simbolo del cristianesimo, Nazareth.
Mi è sembrata una bella città, molto viva, accogliente, in collina. Naturalmente andiamo subito a vedere la Basilica dell’Annunciazione, che sorge sul luogo in cui, secondo la tradizione cristiana, l’arcangelo Gabriele annunciò a Maria la prossima nascita di Gesù. Non dimentichiamo che gli angeli sono esseri spirituali presenti in tutte le religioni antiche e precristiane, di solito rappresentati come figure alate. Gesù visse a Nazareth la prima parte della sua vita: era detto, appunto, il Nazareno.
La basilica è recente, fu Paolo VI, in occasione della sua visita qui, a porre la prima pietra. Come spesso capita in questi casi, durante gli scavi per la sua costruzione sono venuti alla luce i resti di due chiese precedenti, una bizantina e una crociata e addirittura qualche rudere del primitivo edificio giudeo-cristiano.
La chiesa nuova è molto grande, non mi sento di dire che è bella, ma il mio parere non ha importanza. Certamente è molto spaziosa, anche all’interno.
Ho scoperto con una certa sorpresa che è stata progettata dall’architetto Giovanni Muzio, lo stesso che ha progettato il “Palazzo del Governo” nella mia città natale, Sondrio. Non lo immaginavo proprio.
Nel cortile all’esterno della basilica vi sono molte raffigurazioni della Madonna offerte da varie nazioni del mondo. Alcune sono mosaici, mi sembra, tutte molto colorate e un po’ naïfs, ma proprio per questo simpatiche. Mi hanno colpito molto le madonne orientali: giapponese, cinese e tailandese, con i tipici abiti e tratti somatici, così come quelle dell’America latina, tutte coloratissime.
Riprendiamo il viaggio per recarci verso il Monte Carmelo. E’ montagna, anche se un po’ diversa dalla mia, e ammiro molto la vegetazione. Come mi piacerebbe fare un viaggio con un botanico. Siamo in un villaggio druso, ci dice Ornat, e comincia a raccontarci di questa comunità. Sono una minoranza molto particolare, seguono un cammino religioso nato in ambito islamico un migliaio di anni fa, ma la loro dottrina è piuttosto complessa perché accoglie elementi non solo dell’Islam ma anche del Giudaismo, dell’Induismo e del Cristianesimo. E’ una dottrina esoterica, non fanno proselitismo, credono nella reincarnazione. Il loro profeta è Jethro, suocero di Mosè e padre di sua moglie Sefora (o Zippora, Tzipora). A lui è dedicato un grande tempio nei pressi di Tiberiade. Rispettano il governo del paese in cui si trovano. Infatti i giovani prestano servizio militare nell’esercito israeliano. Anche le donne hanno accesso alle loro scritture, anzi, sono più numerose le donne che raggiungono lo status di Uqqal – guide spirituali, saggi – che non gli uomini. “Guardatene una che sta passando – ci dice Ornat indicandoci una donna con un lungo abito nero e un velo bianco che le copre il capo – siete fortunati!” Piccola curiosità mondana, la moglie di George Clooney, Amal Alamuddin, proviene dalla comunità drusa del Libano.
Mangiamo delle ottime focacce, con carne e con verdura, in una locanda drusa. Sono molto gentili e ci offrono anche il caffè speziato, tipico di qui.
Rifocillati – anche se non ci si muove troppo l’appetito non manca mai – proseguiamo il nostro viaggio delle meraviglie oltrepassando il Monte Carmelo fino a scorgere il Mare Mediterraneo. Peccato, c’è un po’ di foschia, ma il panorama che ci è apparso è comunque splendido.
Vedete, là in fondo c’è il confine col Libano. Quello è un importante ospedale dove mandano anche soldati siriani feriti a curarsi. Inevitabili, in questo viaggio, i riferimenti a situazioni drammatiche.
Ecco che, all’improvviso scorgiamo una gran cupola d’oro su un pendio in mezzo a un giardino che arriva fin quasi al mare e occupa quasi tutto il versante del monte. “Che cos’è, chiediamo.” E’ il tempio Bahà con i suoi meravigliosi giardini pensili, così curati da sembrare finti.
Abbiamo appena lasciato i villaggi drusi ed ecco che veniamo a conoscenza di un’altra fede e questo è il loro tempio.
Ci viene spiegato che la fede Bahà è una religione monoteistica, nata in Persia nel XIX secolo. Il fondatore Bahá’u’lláh (1817-1892), nobile persiano che per la sua dottrina soffrì prigionia ed esilio, è considerato dai bahá’í l’ultimo in ordine di tempo – ma non definitivo – profeta o messaggero di Dio, titolo riservato dai bahá’í a personaggi come Adamo, Abramo, Mosè, Zoroastro, Krishna, Buddha, Gesù, Maometto. Perseguitato da Persiani e Ottomani morì nel 1892 nella colonia penale di Acri, dove andremo a cena stasera, sede anche del mausoleo a lui dedicato. Proprio qui, ad Haifa, si trova il centro spirituale e amministrativo mondiale Bahà.
Non vi è clero fra i Bahá’í. Sono guidati da un Consiglio internazionale e da consigli nazionali e locali, con voto segreto, senza candidature e propaganda.
I Baha’i si prefiggono di promuovere il benessere collettivo.
Sono in corso numerosi progetti di sviluppo, indirizzati verso l’istruzione, la sanità, la condizione femminile e l’ambiente.
Certo, penso, questo paese sarebbe la sede ideale per studiare le religioni e la loro storia.
Mi sembra tuttavia che qui il problema non sia tanto una questione di fede, quanto un problema di appartenenza ad una comunità, ad una tribù. Mi sembra tutto molto complicato.
Ho appena parlato di Acri ed ecco che ci arriviamo. Poche città hanno avuto una storia più complessa e agitata di questa, fin dall’antichità, probabilmente a causa della sua posizione strategica. Nessuno di noi immaginava l’imponenza di questa antica fortezza crociata prima di visitarla. Cominciamo la visita della cittadella dal cosiddetto Giardino Incantato. Ci accolgono infatti enormi Ficus Benjamina, sì proprio quello che ho in vaso nel mio soggiorno, ed altre piante maestose. Poi visitiamo quel che resta di questa fortezza possente, con immense sale e vie sotterranee. Fu difesa strenuamente dagli ordini cavallereschi degli ospedalieri e dei templari durante le crociate, motivo per cui il nome mi è famigliare, ma fu sempre un centro importante anche sotto i successivi occupanti, dai mamelucchi agli ottomani, dai quali fu utilizzata anche come colonia penale, fino agli inglesi e agli israeliani. Sangue, sempre sangue..
Povere, ma pittoresche, le strade ancora abitate della cittadella che portano al mare. Alcuni abitanti sono consapevoli della monumentalità del sito e hanno decorato le strade con installazioni spontanee, una vecchia macchina da cucire esposta insieme ad altri poveri oggetti, una chitarra, dei vasi, un tavolino, che noi naturalmente fotografiamo.
Siamo anche testimoni di un paio di preparativi per dei matrimoni. Prima vediamo una sposa in bianco, ma con un top molto, molto ridotto e delle scarpe che sembrano dei trampoli, scendere da una macchina bianca con fiocchi viola. Poi, quando arriviamo al porto incontriamo un paio di taxi aperti e decorati con signore molto truccate e felici col capo coperto di bianco. Le fotografiamo e facciamo loro tanti auguri.
Cominciamo ad essere stanchi. Confesso che non riesco più a ricordare tutto quanto ci racconta Ornat. Gli occhi però continuano a lavorare, così come l’obiettivo del mio apparecchio fotografico.
Le visite sono terminate. Adesso ci aspetta la meritata cena a base di pesce freschissimo in un piccolo ma elegante ristorante trovato da Sarah. Il nostro autista non beve, ma noi possiamo accompagnare l’ottimo pranzo con un paio di bicchieri di vino bianco locale molto fresco.

Viaggio in Israele – Quarto Giorno

Lunedì, 15 giugno

Nostro ultimo giorno a Gerusalemme. Mattina dedicata alla visita dell’Israel Museum, imponente complesso museale non lontano dalla nuova sede della Knesset e della Corte Suprema. Qui si trovano fra gli altri il Tempio del Libro, in cui sono conservati gli originali dei rotoli di Qumran, e il famoso Yad Vashem, con il Giardino dei Giusti.

Visitare musei a Gerusalemme è come visitare un teatro in un teatro. La città stessa infatti è un museo, anzi di più.

Le costruzioni sono recenti, immerse in un grande parco, così come grandi sono gli spazi e bellissima la luce.

Andiamo subito a vedere il Modello del Secondo Tempio, un grande plastico in pietra rappresentante la città prima della sua distruzione da parte dei Romani nel 66 d.C. Come ho detto questo plastico è grande, ma non abbastanza per camminarci dentro, peccato, avrebbe potuto un’attrazione didattica come la Swiss Miniatur. Infatti originariamente si trovava nel giardino di un albergo.

Ripassiamo con Ornat la lezione appresa in questi giorni, qui si trovava il palazzo di Erode, qui una porta, qui un teatro. E’ un esercizio che aiuta e stimola sia la memoria che la fantasia.

Proseguiamo, oh, guarda, lì c’e un Rodin, invece questa statua è di Henry Moore. E quel cuore di plastica rossa argentata con nastro dorato che sembra uno di quegli orribili palloncini che vendono alle fiere? Appunto è il Cuore Sacro di Jeff Koons, artista statunitense specializzato in opere che rappresentano oggetti Kitsch. Viene voglia di bucarlo con uno spillo, peccato che sia di acciaio. Le apparenze ingannano.

Molto più seria e celebrativa è l’architettura del Tempio del Libro, dove sono custoditi i rotoli di Qumran. C’è una cupola bianca, su cui continua a scorrere acqua, che richiama la forma dei coperchi delle giare di coccio in cui furono trovati i rotoli. Accanto si vede un grande muro di pietra nero, che sovrasta la parete bianca da cui si accede all’interno per ammirare alcuni dei rotoli originali. E’ un chiaro riferimento a quanto scritto su uno dei rotoli trovati: La Guerra dei Figli della Luce contro i Figli delle Tenebre.

Altra cosa è stata la visita di Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto. Anch’esso è in mezzo a un giardino, il famoso Giardino dei Giusti di cui avevo sentito tanto parlare. Non c’è molto da commentare, ma più si pensa a quello che è successo, più si stenta a crederlo. Si è tutti senza parole. Ci sono molti giovani, scolaresche, soldati, semplici turisti, tutti molto coinvolti. Ci sono anche note positive, come la bicicletta di Bartali, che non aveva mai voluto parlare pubblicamente dei suoi atti di eroismo durante la resistenza.

In fondo al percorso c’è una grande finestra, simbolo della fede del popolo di Israele nel futuro, una finestra di luce e speranza, nonostante tutto.

Particolarmente suggestivo il padiglione dedicato ai bambini, tante stelle nella notte buia.
E poi i Giusti, avrei voluto trovare quello del signor Perlasca, e altri nomi familiari, ma non ne ho avuto il tempo.

Dopo tanto raccoglimento si ha bisogno di uscire, tornare nella confusione della città, della vita. E quale luogo meglio del mercato Mahane Yehudah, con i suoi colori, le sue spezie, i suoi personaggi? Ne approfittiamo per fare qualche acquisto, Ester trova un grande shofar, come farà a riportarlo a casa?

Le specialità di oggi sono curde? Ottime come sempre, in un posticino un po’ angusto, ma qui lo spazio è prezioso.

Nel pomeriggio lasciamo Gerusalemme, con una gran voglia di ritornarci, per toccare altri luoghi simbolo.

Betlemme è il primo. La strada si inerpica su ripide rocce bianche. Vediamo altrettanto bianchi complessi di palazzi in costruzione. Sono i famosi insediamenti ebraici nei territori occupati, nella zona di Gerusalemme est. A me non sembrano esattamente insediamenti di pionieri, piuttosto ricordano i nostri episodi di speculazione edilizia. Che sia anche qui un fatto legato al denaro? Tutto il mondo è paese. Certo, inoltrandoci nei “territori” il problema si avverte in tutta la sua gravità. Abbiamo anche intravisto il famoso “Muro”. Non so più cosa pensare. Prima di sposarmi sapevo tutto del matrimonio. Prima di venire qui credevo di sapere tutto su Israele. Adesso, come dice Wittgenstein, “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Ci vorrebbe tanta, tanta buona volontà, e, poiché questa è la terra dei miracoli, dobbiamo solo sperare. Di certo i turisti sono protetti, pochi giorni non bastano per capire una situazione così incancrenita. Ma non è questo né il luogo né il momento per fare riflessioni politiche, anche perché non ne avrei la competenza.

Penso però a grandi uomini che ho incontrato, gli scrittori di Israele, Grossman, Oz, Yehoshua, solo per citare i più noti, ma ce ne sono tanti, anche palestinesi. Penso ai registi, agli artisti. Voglio e devo sperare. Se le idee si scontrano, le persone si incontrano, penso per esempio all’iniziativa Semi di Pace, suoi rappresentanti erano venuti anche a Lugano. Speriamo, speriamo.

A Betlemme naturalmente visitiamo la Chiesa della Natività. Confesso che non sono questi i luoghi che mi commuovono di più, anche se c’è tanta, tanta storia.

Rimane poco probabilmente della semplicità e natura primitiva, la grande chiesa è in fase di restauro, cosa che piace molto a Sarah. E’ un pensiero nuovo, che mi sorprende, ma ne capisco la portata.

Bisogna inchinarsi in una porticina piccola piccola per entrare nella grande chiesa, mi sembra giusto. Ci sono, come sempre in questi luoghi, persone in raccoglimento, passiamo davanti ad alcune splendide icone, non dimentichiamo che siamo in area di cristianesimo orientale, e arriviamo alla grotta. Sono colpita da un drappo con alcuni fori, degli occhielli. A che cosa servono, chiedo? Ma per infilare le dita e toccare la roccia della grotta, mi viene detto.

Lasciamo Betlemme, attraversiamo i territori occupati. In questo paese si entra sempre nei titoli dei giornali e nella storia antica e recente.

Vediamo il confine, un reticolato elettrificato. Dall’altra parte c’è la Giordania, con cui peraltro è stata firmata la pace. Piantagioni di palme da datteri e altro. Rientriamo in Israele, c’è un fugace controllo della polizia, come nelle nostre dogane, e ci apprestiamo a sostare nel kibbutz, per due notti.

Altra parola simbolica ed evocativa. Non avevo idea di come fosse fisicamente un kibbutz. Entriamo in quello che potrebbe sembrare un villaggio di vacanze o un centro residenziale. All’ingresso c’è una bella ragazza bionda in shorts, che ci fa segno di entrare. Siamo attesi.

Siamo accolti con grande calore e riceviamo le chiavi dei nostri bungalow. Alcuni cagnolini vengono a salutarci. Le stanze sono semplici, ma c’è un cucinino, il bagno, aria condizionata e tv. La sala da pranzo è in un altro padiglione a un centinaio di metri. Vediamo alcuni gruppi di persone fuori dai loro bungalow che si stanno facendo una grigliata. Bellissimi alberi fioriti dappertutto. Nella caffetteria ci aspetta Pennina, altro nome biblico, che ci mette subito a nostro agio.

Avremo modo di capire di più di questo Kibbutz quando lo visiteremo insieme al suo direttore – o responsabile. A quanto pare non sono più i kibbutz di una volta, istituzioni rigidamente socialiste e utopiche. Adesso sono presenti nel paese in numero inferiore, sono gestiti in modo democratico ma anche manageriale dai consigli dei propri membri, le loro attività sono molto diversificate, vanno dal bed and breakfast all’allevamento di polli, ovini e bovini, all’agricoltura, alle fabbriche high tech. Alcuni membri vi risiedono, altri vanno fuori a lavorare. Gli anziani e i giovani sono curati e assistiti. Ho ammirato i laboratori in cui signore anziane erano attive nella creazione di gioielli e altri oggetti; i piccoli veicoli elettrici messi a disposizione dei membri anziani per girare tra le strade del kibbutz; l’asilo, in particolare il cortile delle cianfrusaglie in cui i bambini giocavano pacifici con i più disparati oggetti scartati dalle abitazioni; gli animali messi a disposizione anche per la terapia dei meno fortunati. Cani e gatti si aggirano tranquilli, si vede che sono amati.
Come ho detto piante e fiori splendidi, che crescono rigogliosi grazie alla cura del bravo giardiniere arabo. Non c’è lusso nel kibbutz, ma certamente non c’è nemmeno squallore.

Lungo le vie sono esposti i vecchi attrezzi, usati per dissodare il terreno e aiutare nel lavoro agricolo ai tempi della sua fondazione.

Viaggio In Israele 11- 18 giugno 2015 3° giorno

Domenica 14 giugno

Si riparte verso il Deserto del Negev. Confesso che ho le idee un po’ confuse in fatto di geografia. Poi, quando non si è alla guida, ci si lascia trasportare senza preoccuparsi minimamente di strade, semafori, frecce, incroci, nord sud. Ci basta il fatto che Ornat ha promesso di portarci in un posto molto speciale, una meraviglia della natura. Ci lasceremo sorprendere.
Arriviamo a Makhtesh Ramon per ammirare un altro panorama impressionante. Da un torrione naturale ammiriamo la distesa desertica che si estende a perdita d’occhio sotto lo strapiombo sotto di noi. Non è una piana monotona, ma una vallata molto variegata, con bellissimi chiaroscuri. Makhtesh non ha una traduzione, alcuni lo chiamano cratere, altri canyon, ma non è nessuno dei due. Si tratta di una zona che ha una conformazione geologica particolare e si trova solo nel deserto del Negev. E’ una depressione geologica lunga 40 km, larga 2–10 km and profonda 500 metri, con la forma di un cuore allungato. Oggi è il parco nazionale più grande di Israele e anche noi abbiamo incontrato alcuni simpatici animali che sembravano stambecchi, ma forse erano ibex. E’ un posto ideale per trekking avventurosi, basterebbe avere tempo, entusiasmo ed energia.
Poco oltre, a Mizpe Ramon abbiamo visitato il memoriale dedicato a Ilan Ramon, l’astronauta israeliano perito nel disastro dello shuttle Columbia nel 2003. E’ un moderno eroe israeliano, morto non in guerra o in un attentato, ma durante una missione spaziale. Era figlio di sopravvissuti alla Shoah, pieno di entusiasmo e totalmente proiettato verso la vita. Come molti altri nuovi israeliani aveva cambiato il suo nome da Wolferman in Ramon proprio per il suo grande amore per quel luogo.
C’è qui anche una piccola storia commovente da raccontare, che collega la memoria al sogno e al presente. Ilan Ramon decise di portare con sé, nello spazio, un disegno di un bambino ucciso ad Auschwitz, Petr Ginz, Paesaggio Lunare. L’originale è esposto in una vetrina al Museo Yad Vashem, che visiteremo anche noi.
Il suo schizzo riflette il modo in cui il ragazzo si immaginava la Terra vista dalla Luna. Durante la prigionia, Ginz amava viaggiare sulle ali dell’immaginazione in luoghi vicini e lontani, il paesaggio nel disegno testimonia la sua aspirazione di raggiungere un luogo da cui la Terra, che minacciava la sua esistenza, potesse essere vista da una distanza di sicurezza.
Natura, storia, uomini. I tre elementi sono sempre uniti nel nostro viaggio.
E questo deserto, la terra del libro del Genesi, invita alla contemplazione e alla meditazione. C’è questa luce, quest’aria leggera, questo paesaggio così diverso dai nostri..
Siamo arrivati in un altro luogo particolare, uno dei tanti siti archeologi, testimoni delle antiche civiltà che si sono succedute in questa terra. Il nome è Avdat, sito UNESCO, città nota anche come Ovdat e Obodat. fondata dai Nabatei. Ma chi sono i Nabatei? Confesso che non ne avevo mai sentito parlare.
Sono quelli di Petra, ci dice la nostra guida. Appunto, io a Petra non ci sono mai stata e non avevo mai capito da che popolo fosse stata costruita. Adesso comincio a comprendere… Scopro che Avdat un tempo fu, tra il I secolo a.C. e il VII secolo d.C., dopo Petra, la città più importante della Via dell’incenso. Incenso, come Oro, Incenso e Mirra, i doni dei Re Magi? Sì, proprio quello. L’incenso lo conosciamo, ma la mirra resta una cosa per me sempre un po’ misteriosa e proprio per questo affascinante. Ornat ci mostra una carta con la Via dell’Incenso che collegava l’estremità della Penisola arabica con il Mediterraneo. Sono quei luoghi leggendari, che ormai fanno parte del nostro immaginario. Non tutto il passato è leggenda, ma quello così lontano forse sì. E quando ci si trova in questi luoghi, fra le rovine di una città che evidentemente doveva essere stata ricca e fiorente, un crocevia di carovane, si è catapultati direttamente dentro una storia delle Mille e una Notte, dentro il presepio, dentro la Bibbia. Ed è vero, perché tutto è nato in questi luoghi.
Forse il clima una volta era più favorevole, o forse erano solo molto bravi, ma in questa città, oltre al tempio nabateo divenuto poi chiesa bizantina, si sono trovati un sofisticato sistema idraulico con canali e cisterne, le terme, una fornace, e perfino un torchio per la produzione del vino. I Nabatei erano un popolo nomade, ma a quanto pare questo era divenuto un insediamento stabile ed erano diventati dei bravi ingegneri e dei bravi agricoltori.
Fare i turisti è faticoso, si cammina molto, sempre sotto il sole. Abbiamo calcolato che, grazie al contapassi di un partecipante abbiamo fatto una media di 14 -16000 passi ogni giorno, (7 – 8 km) per lo più sotto il sole. Per fortuna nei siti archeologici si trova spesso un tendone sotto il quale ascoltare le spiegazioni di Ornat, ed una fontana con acqua fresca.
Adesso però ci meritiamo il pranzo. L’orario è più che mediterraneo, ci si ferma in genere per una breve sosta verso le due, due e mezza.
Di solito Sarah ci porta in posti tipici, etnici, diremmo noi, arabo, turco, curdo, druso e altro; qui forse ci fermiamo da discendenti di nabatei. Perché no, in fondo questo popolo si è mescolato con le popolazioni locali, è per questo che se ne sono perse le tracce. Ma anche le soste sono impegnative, oltre a capire che cosa si può mangiare, c’è chi fa un po’ di shopping, chi ruba qualche scatto per cogliere le nostre espressioni inconsapevoli, e chi osserva e fotografa fiori o curiosità. Alcune signore si ritrovano complici e senza sensi di colpa per una simpatica pausa fumo
Dopo pranzo ci aspetta un’altra tappa nel deserto, ancora più mistica. E’ Sde Boker, Campo del Mattino, compagni di viaggio, ricordate la canzone che ci cantava Ornat: Boker Tov (Buon Mattino)?
Mi avevano detto che era un luogo spirituale, ma non sapevo cosa aspettarmi.
Ornat ci racconta che Ben Gurion, il fondatore dello stato di Israele, lo aveva scelto come residenza quando si ritirò dalla vita pubblica. E qui si mise anche lui a fare il contadino.
Siamo in pieno deserto del Negev, ed ecco che cominciamo a percorrere un viale alberato su un’altura. Qualcuno mi fa notare che alla nostra sinistra ci sono degli stambecchi, che ci guardano tranquillamente e si lasciano fotografare, forse ci sono abituati. Il bus ci lascia e percorriamo un centinaio di metri fra alberi e stambecchi fino ad una terrazza con vista almeno a 180° sul deserto circostante. Su questa terrazza ci sono due tombe, basse, semplici, sono quelle di Ben Gurion e sua moglie Paula. Il sito è magico, letteralmente mozzafiato. C’è il kibbutz che non abbiamo il tempo di visitare, ma se dovessi tornare in Israele, questo è sicuramente il posto in cui tornerei più volentieri. Ci riempiamo gli occhi e il cuore di quanto ci circonda e ritorniamo al bus, seguendo un’altra strada, in mezzo a un prato verde circondato da alti alberi, sembra di essere in un parco inglese.
E se leggiamo queste parole di Ben Gurion possiamo capire molte cose: “Il deserto è il luogo che ci fornisce la migliore opportunità per ricominciare. E’ un elemento vitale della nostra rinascita in Israele. Controllando la natura l’uomo impara a controllare anche se stesso… ”
Mi chiedo quanto lavoro e quanta fatica siano stati necessari per creare questa nuova oasi. E’ forse questo lo spirito che mi ha sempre affascinato di questo paese.
Ed è certamente in questo spirito che è nata l’azienda agricola che ci apprestiamo a visitare. Ma forse ci siamo andati prima? La memoria comincia a fare scherzi. Anch’essa nel Negev. Vi si producono vari tipi di vino e il proprietario ci mostra la cantina e ci racconta dei suoi sforzi. Viticoltura in mezzo al deserto, proprio come i Nabatei. La sua azienda è piena di fantastici fiori, come sono belli e vari qui i fiori, ma c’è anche una vasca di acqua fresca in cui si bagnano beati tre bambini piccoli e biondi.
Tornati a Gerusalemme dobbiamo prepararci velocemente alla cena speciale che ci ha organizzato Sarah.
Stanchi, ma felici di come avevano passato la giornata, i viaggiatori saranno ospiti di una famiglia che ha non tanto un ristorante quanto un’impresa di catering. Il cuoco, che Sarah ha conosciuto in Italia, ha frequentato l’Università di Pollenzo, a Bra, nata per idea di Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food.
La stanchezza svanisce davanti al succedersi delle specialità che ci portano. Siamo soli su un terrazzo-giardino, ad Abu Gosh, un sobborgo di Gerusalemme. Che buono questo hummus, squisiti i falafel, ne prendo un altro.. e un altro ancora, e questo couscous? Ma guarda queste melanzane, che fanno da letto alla loro crema, assaggia questa tahina (crema di sesamo)… Ma ci sono anche le pizze, quattro, cinque qualità. Per fortuna a mezzogiorno avevamo mangiato poco e durante il giorno ci eravamo mossi molto.
Alla fine del pranzo il giovane cuoco ha fatto la sua apparizione per ricevere i meritati complimenti. Parla in perfetto italiano ed è molto simpatico.
Chiudiamo la splendida serata regalandoci una visita panoramica di Gerusalemme di notte. Magia raddoppiata. Ma cosa ci fa quel mulino a vento illuminato? E’ stato voluto da Sir Moses Montefiore, filantropo inglese – ma nato a Livorno – nella seconda metà dell’ottocento per favorire lo sviluppo di attività nella città, che allora era poverissima. Sopravvivono anche due cassette della posta inglese, tipiche, rosse, a forma cilindrica.
Adesso siamo proprio stanchi. A letto di corsa, perché domani la sveglia è per le sei e mezza! Oornat è inflessibile!

Viaggio In Israele – 11- 18 giugno 2015 – Secondo giorno

Sabato 13 giugno

Si parte di buon’ora verso il Mar Morto. Di colpo il paesaggio cambia e ci troviamo nel deserto di Giuda. Ma non è sempre deserto, vediamo coltivazioni di palme e altro, niente ferma i coltivatori israeliani!
Prima sosta. Fiume Giordano, sito battesimale di Giovanni Battista. Chi si aspettava un fiume ampio, con acqua limpida, forse è rimasto deluso, perché ci siamo trovati presso un canale con acqua densa, con un canneto ai lati, ma siamo stati subito ricompensati da uno spettacolo insolito. E’ infatti giunto un folto gruppo di etiopi cristiani, accompagnati da una suora bianca e un sacerdote, che si sono apprestati a immergersi nelle acque del Giordano indossando tutti una veste bianca. E’ stata un’immagine molto suggestiva.
Si prosegue in questo paesaggio pieno di luce, verso Qumran.
Altro nome pieno di significato. Chi non ha sentito parlare dei famosi rotoli e del loro ritrovamento fortuito? Ma trovarsi qui, su questo bastione in mezzo al deserto apparentemente inospitale, con questa luce, e pensare al povero pastore che fece questa scoperta così importante poco più di sessant’anni fa, è davvero una grande emozione. Apprendiamo che qui viveva una comunità, si può dire di monaci, di asceti, che si definivano Figli della Luce, certamente di scribi, che avevano una loro regola, dei loro riti, cui si attenevano scrupolosamente. Fiumi di parole sono stati scritti sui rotoli di Qumran, anche in rete si possono trovare tutte le informazioni possibili, quindi non mi dilungherò oltre. Ricordo solo l’emozione di Sarah nell’osservare uno scritto ritrovato, il suo piacere nel leggere e capire un testo biblico scritto più di duemila anni fa, ancora oggi perfettamente comprensibile!
Sito spettacolare, panorama mozzafiato, come ci ricordano le tante foto scattate.
A Gerusalemme potremo osservare i manoscritti originali nel museo creato appositamente per loro, detto il Tempio del Libro.
Ancora un tratto nel deserto e nuova tappa, questa volta a Masada.
Altro nome leggendario ed evocativo che tutti abbiamo in mente. Masada è una cittadina, fortificata da Erode il Grande, arroccata su un promontorio roccioso nella Giudea sud-orientale. Difficilissima da raggiungere e pressoché inespugnabile – noi ci siamo arrivati in funivia – era circondata da mura alte cinque metri lungo un perimetro di un chilometro e mezzo, con una quarantina di torri alte più di venti metri. La cittadina era dotata di terme con caldaia centrale, magazzini sotterranei e ampie cisterne per la raccolta dell’acqua che le avrebbero garantito una lunga autonomia in caso di assedio. Nel 66 fu conquistata da un migliaio di Sicarii – fazione estremista del partito ebraico degli Zeloti – che vi si insediarono con donne e bambini.
La fortezza divenne nota per l’assedio dell’esercito romano durante la prima guerra giudaica e per la sua tragica conclusione. Lo storico Giuseppe Flavio infatti racconta che, nell’anno 74. quando i soldati romani vi entrarono senza trovare resistenza, davanti ai loro occhi trovarono solo una orrenda ecatombe: il suicidio collettivo della comunità ebraica dei Sicarii che aveva resistito al potere di Roma anche dopo la caduta di Gerusalemme e la distruzione del Secondo Tempio. Masada è divenuto uno dei miti fondatori del moderno stato di Israele, un po’ come il nostro Guglielmo Tell. Infatti sulla collina di Masada per anni i soldati d’Israele hanno prestato il solenne giuramento che recitava così: «Noi rimarremo uomini liberi, Masada non cadrà più». Non sono pochi tuttavia gli studiosi che mettono in dubbio l’assoluta attendibilità del racconto di Giuseppe Flavio. Vorrei però ricordare che non è il solo esempio di un suicidio collettivo di ebrei che si conosca, anche se la religione ebraica lo condanna. Nel 1190 a York, in Inghilterra, vi fu un grande incendio. Qualcuno accusò l’ebreo Baruch di averlo provocato e la folla si scatenò contro di lui e la sua famiglia uccidendoli e saccheggiando le loro proprietà. Gli altri ebrei della comunità si rifugiarono nella torre Clifford, dove rimasero in trappola per alcuni giorni, sempre circondati dalla folla inferocita, finché non scoppiò un incendio anche lì. Alla fine molti si tolsero la vita dopo aver ucciso essi stessi i loro famigliari. Molto triste.
Dopo tanta storia, l’ultima tappa della giornata, molto più rilassante, l’agognato bagno nel Mar Morto! Quattro signore del gruppo che esibiscono una forma di body art con fango locale sono state ritratte in una memorabile foto.. Ma è proprio vero che si galleggia! E’ come fare un bagno di bellezza. Come ci vantavamo della morbidezza della pelle dopo la nostra immersione!