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Non è così lontana Samarkanda

 

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Il colpo d’occhio all’arrivo a Khiva. La poesia di quell’immagine. La cittadella , un grande castello di sabbia rosata. La piazza, ampia, tanti fiori e una grande vasca che riflette il cielo, e, oltre la porta della cittadella, quella grande torre a tronco di cono, un minareto incompiuto, rivestita di piastrelline azzurre in tutte le sfumature.

Khiva fa parte del patrimonio dell’umanità. La favolosa Via della Seta. Forse dovremmo ricordare Marco Polo e lo spirito con cui viaggiava. O ripercorrere il cammino di Alessandro Magno. Cosa sappiamo avanzata araba verso oriente?

Lungo la via della seta c’erano ricchezza e cultura. Si parlavano tante lingue e c’era una grande libertà religiosa. Qui trovavano rifugio i perseguitati di altre religioni. Cristiani nestoriani, ebrei karaiti, sufi islamici, manichei, buddisti, seguaci di Zoroastro e sciamani. Il loro incontro creava interessanti fenomeni di sincretismo. In comune, un profondo misticismo.

Khiva, Bukara, Shakrisabz (la città di Tamerlano), Samarcanda.

Le splendide facciate delle moschee e delle madrasse. Azzurro il cielo, sempre, azzurre le decorazioni di ceramica. Mai uguali però, si potrebbe stare ore a contemplarle, a notarne i dettagli, le simbologie, i richiami ad altre religioni. La stella di Davide accanto alla svastica, e poi fiori e uccelli stilizzati. Anche nella bandiera uzbeka c’è un uccello, il Simurgh, il simbolo sufico per eccellenza.

Due le architetture delle moschee, quelle come la moschea azzurra di Istanbul, cupola in mezzo, quattro minareti agli angoli esterni, che si ispirano a Santa Sofia, e quelle che seguono il modello di Medina, un grande chiostro con cortile al centro. Qui sono così, con alcune eccezioni, come una moschea a Bukhara sorta sul sito di un tempio zoroastriano, forse una ex sinagoga, con un portale le cui colonne laterali ricordano il dorso di due libri.

Ancora sincretismo, antico testamento in ambiente islamico nei mausolei a San Daniele e a San Giobbe. O il mausoleo di Ismail Samanid, piccola costruzione cubica, le cui uniche decorazioni sono i giochi geometrici ottenuti con i mattoni: un gioiello cesellato con riferimenti al culto di Zoroastro, dodici finestre che rappresentano i mesi. Gli Zoroastriani, erano i più grandi astronomi dell’antichità. Cultori del fuoco, erigevano templi là dove il gas naturale sotterraneo lo alimentava. Anche gli arcangeli hanno “origine persiana”, passati poi all’ebraismo e all’islam.

Le moschee estive, tre lati chiusi e uno aperto rivolto a nord, il soffitto di legno lavorato sostenuto da una colonna centrale in legno.

Gli splendidi soffitti variopinti degli harem.

Khiva e Bukhara erano città universitarie, vi si insegnavano le arti liberali del Trivio (Grammatica, dialettica e retorica) e del Quadrivio (Astronomia, matematica, geografia e musica). Anche l’università di Bologna è cominciata così.

Troppo pochi i turisti a Bukhara. Hanno forse paura? Paura di essere rapiti e venduti proprio qui in questi androni, nel più ricco mercato di schiavi fino al secolo scorso? Paura di essere rinchiusi nella orrenda prigione della fortezza insieme a ratti e insetti malefici, su un letto di putrido liquame? O di avere la testa mozzata, proprio qui, davanti alla fortezza, per un capriccio del crudele emiro, come capitò ai due ufficiali inglesi intorno al 1840? O di essere aggrediti dal temibile “verme di Bukhara”, micidiale parassita che viveva in queste vasche in cui si conservava l’acqua? Ma Bukhara è bellissima, nonostante il suo sinistro passato.

La città di Tamerlano, Shakrisabz, da cui si intravedono le montagne del Pamir! Forse ancora più importante di Tamerlano è stato il nipote, Ulug Beg, grande astronomo. Eppure fu ucciso proprio da chi gli doveva tutto, il figlio. Ma egli rivivrà nei suoi studi, nelle sue opere, nel suo osservatorio di .

Via di nuovo. Chilometri e chilometri in mezzo a colline desertiche. Come per incanto su una collinetta d’oro appaiono tre figure. Tre macchie di colore. Tre ragazzine, su tre minuscoli asinelli. Ci sorridono, ecco che dal nulla spunta un’altra pastorella bionda, anche lei coloratissima. Ci guardano e sorridono. Ecco, a queste tre graziose kazake ho scattato la foto più bella del viaggio.

L’ultima tappa è Samarcanda. La piazza del Registan è troppo imponente e maestosa per entrare in un piccolo obiettivo. Comprerò delle cartoline, ma non sarà la stessa cosa. Comunque non è più la stessa cosa. Immagino il viaggiatore che, dopo un’estenuante marcia nella steppa, d’un tratto si trova in questa piazza racchiusa fra edifici colossali, cupole azzurre e altissimi minareti. Lo vedo che arriva mentre si stanno svolgendo le pubbliche esecuzioni sulla piazza del Registan, tutta coperta di sabbia per assorbire il sangue dei condannati… Siamo davvero in un luogo reale o siamo entrati direttamente in una favola delle Mille e Una Notte? Spiccano sulla moschea le immagini di due tigri…

Non è così lontana Samarcanda.

 

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