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Viaggio in Iran 2. Le donne.

 

Ho fatto questo viaggio nel 2008. Da allora molte cose sono successe. C’è stata una rivolta, il presidente è cambiato, è stato firmato l’accordo con gli USA. Speriamo che anche la situazione per molte donne sia migliorata. Se lo meritano davvero. Nelle foto, io che visito una moschea tutta rivestita di frammenti di specchi, con un chador messomi a disposizione all’ingresso, un gruppo di ragazze che volevano sapere di noi e parlare inglese, una famiglia di nomadi a Persepoli.

Ancora una volta è il popolo a subire. In una piazza di Shiraz, subito dopo il calar del sole, quando la gente affolla le piazze e i giardini in cerca di un po’ di refrigerio,   due guardiani della rivoluzione, i famosi “pasdaran” , arrivano in motoretta e portano via il pallone a un gruppo di ragazzini che giocano al calcio. Chissà, forse non potevano stare sul prato, o calpestare l’erba. Non sapremo mai il perché. Un altro pasdaran, questa volta appiedato, intima ad un gruppo di giovani donne di non mangiare il gelato in pubblico.

Che meraviglia i sorrisi delle giovani persiane. Denti bianchi e perfetti. Che sguardi! Occhi dolci e profondi evidenziati da un trucco accurato. Non possono “svelare” altro quelle belle ragazze. Non possono scoprire né polsi né caviglie. Subiscono rassegnate, anche se le più audaci usano “hejab” (i loro foulard ) fantasiosi e colorati che non riescono a nascondere le folte capigliature.Per potere osservare scene di questo genere bisogna avere un po’ di tempo. Il turista telecomandato spesso non ne ha né la pazienza né l’opportunità . In compenso l’ingenuo visitatore straniero è sempre oggetto di curiosità e manifestazioni di grande cortesia. Ogni volta che ho incontrato lo sguardo di una donna iraniana mi è stato regalato uno splendido sorriso.

Le donne più modeste e timorose si coprono il capo con un foulard nero, mentre le più osservanti portano il famoso chador, quasi sempre nero, un grande triangolo di stoffa che le avvolge completamente. Se si pensa che l’estate in Iran è torrida e molto lunga, si può immaginare il supplizio imposto a queste donne.   Confesso che nel vedere quelle figure nere, quasi sempre in piccoli gruppi, ho provato una sensazione di angoscia, di compassione. Una componente del nostro gruppo ha voluto indossare il chador per una giornata intera in segno di solidarietà ed empatia nei loro confronti. Si è sentita prigioniera ed oppressa. Insegna italiano e storia alle scuole medie. Dice che utilizzerà quel mantello nero in classe per fare una lezione di “libertà”. Sui volti di queste donne in nero ci sono meno sorrisi, forse perché troppo prese dalla vita spirituale e sprezzanti delle gioie di questo mondo, o forse sottomesse a mariti, padri o fratelli   prepotenti o padroni. Oppure sono rimaste traumatizzate, perché già vittime di arresti arbitrari.Mi è sembrato di vivere una scena del film “Il cerchio” di di Jafar Panahi.

Ci siamo chiesti più volte nel corso del viaggio dove erano finite tutte quelle belle ragazze che si trovavano sul nostro aereo, con magliette senza maniche, pantaloni attillati, sandali con i tacchi alti e capelli sciolti sulle spalle. Abbiamo assistito alla loro silenziosa trasformazione non appena il comandante dell’aereo ha annunciato che era iniziata la discesa su Tehran. Come per un tacito accordo le braccia, le gambe e i capelli si sono coperti, i colori sono spariti e le voci calmate. Perfino i bambini hanno fatto silenzio. Anche la ragazza seduta accanto a noi, ingegnere informatico laureata a Vienna e impiegata alla Siemens di Zurigo è scomparsa sotto un fazzoletto e un impermeabile neri. Solo un’anziana donna, prima di essere prelevata e accompagnata a terra su una sedia a rotelle, mi ha accarezzato quando ha visto che anch’io mi coprivo la testa. Anche la nostra guida è un gran personaggio . Ha dei capelli particolarmente ribelli e i suoi hejab sono decisamente anarchici e fuori ordinanza. La sua risata ci accompagna per tutto il viaggio. Nonostante la fatica questa è per lei un’occasione per lei di respiro, di libertà, di serenità. Ci racconta di tutte le contraddizioni e delle assurdità di questo regime totalitario di cui la donna è la vittima principale. Ricorda i suoi studi in Italia dove si è laureata ma dove ha anche sofferto di ansia e preoccupazione per la sua famiglia e il suo paese ai tempi della scellerata guerra Iran – Irak (un milione e mezzo di vittime iraniane e cinquecentomila irachene). Guerra senza vinti né vincitori che ha però unito il paese nel dolore e ha lasciato una terribile eredità di giovani feriti, mutilati e disabili per tutta la vita. Quanta sofferenza per gli uomini rovinati ma anche per le donne che in silenzio devono convivere con tale strazio.

Ma la voglia di sorridere e di comunicare delle belle iraniane è impossibile da domare. Con grande coraggio e determinazione le ragazze si rivolgono ai turisti e chiedono di tutto, sia per sapere che per fare esercizio nella lingua straniera che studiano. Non avendo la possibilità di andare all’estero molti insegnanti suggeriscono ai loro studenti di far pratica con i turisti, a loro volta contenti di poter conoscere la gente del luogo. Dopo l’incontro ci si saluta abbracciandosi e ci si scambia l’indirizzo e-mail. La vita tuttavia continua e per fortuna è più forte della morte. All’inizio degli anni ottanta c’è stata una vera e propria esplosione demografica perché nei primi tempi della rivoluzione islamica erano stati proibiti tutti i metodi contraccettivi. Adesso invece nelle farmacie si vendono liberamente sia i preservativi che le pasticche di Viagra.

Non parlano di politica con gli stranieri le donne iraniane, ma cercano in mille modi di dimostrare ai pochi turisti che non nutrono sentimenti ostili verso lo straniero, anzi. E allora ci viene da pensare che forse invece delle sanzioni sarebbe molto più utile ed efficace favorire la conoscenza reciproca, che invece di continuare a riportare in prima pagina le farneticazioni dei vari politici, dell’una o dell’altra parte, sarebbe molto più costruttivo e interessante raccontare della vita di tutti i giorni delle persone normali, della curiosità e della voglia di vivere di tutti quei giovani – e sono la maggioranza – che sognano un futuro di libertà, libertà dalla guerra, libertà dalla propaganda politico-religiosa, libertà dal chador e dall’hejab, libertà di giocare al pallone e di mangiare il gelato in un giardino pubblico.

 

 

 

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