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La Vita È Bella,

quando la memoria passa per l’arte..

terezin

Oggi è la giornata della memoria. Sinceramente per me è sempre la giornata della memoria. Anche per noi tutti, credo. Non c’è giorno in cui non la esercitiamo. Non c’è giorno in cui non ricordiamo qualcosa, un fatto, una persona, un avvenimento. Quante volte ripetiamo: la memoria non è più quella di una volta. E ci credo. Pensiamo ai computer, la cui capacità di contenere dati va sempre aumentata, non basta mai. Lo stesso vale per la nostra. E’ sovraccarica, ma non possiamo utilizzare chiavette, cd, I-cloud o altro. E’ chiaro che quando si comincia ad avere una certa età, questa povera memoria fa buchi da tutte le parti e si difende. Ricordiamo solo quello che conta veramente. Non per niente si dice che la memoria è selettiva.

Molti criticano questa scelta di istituzionalizzare la giornata della memoria, coi suoi riti, le sue cerimonie, i suoi discorsi. Mi avvalgo della facoltà di non esprimere giudizi in merito, parlo solo per me. Tuttavia continuo a ricordare, tanto, in ordine sparso, quando meno me l’aspetto, quando sono sollecitata da ascolti, letture, chiacchierate, viaggi. Oggi si ricorda soprattutto la Shoah. E’ un argomento che non smette e non smetterà mai di turbarmi, e la cosa peggiora col tempo.

C’è chi si preoccupa che con l’inevitabile scomparsa degli ultimi sopravvissuti alle persecuzioni naziste anche la memoria della Shoah verrà a mancare. Ebbene io non lo credo. Ribadisco quanto ho ascoltato non ricordo quando e dove, ma che ho fatto mio. L’arte ci aiuterà, e per arte intendo letteratura, cinema, pittura, scultura, fotografia e musica.

Ho visitato tre campi di concentramento, confesso che quelli che mi hanno colpito di più sono la Risiera di San Saba e Terezin. Sono stata anche a Maidanek in Polonia.

San Saba è quello che mi ha fatto più orrore, forse perche più piccolo, forse perché la giornata era cupa e livida, forse perché accompagnato da una mostra fotografica letteralmente orripilante nel suo contenuto, forse perché in terra a noi vicina, nella bella Trieste che amo tanto.

A Terezin, non lontano da Praga, sono stata una decina di anni fa. Ricordo come fosse oggi il grigiore di quel posto, eppure era una giornata estiva, calda. Ricordo di aver pensato, ma come si fa ad abitare in un posto così, con la memoria che ha? Ricordo le stanze con tre piani di cuccette in cui gli internati dormivano stretti come sardine sotto un tetto pieno di fessure. Ricordo il tunnel che percorrevano i condannati fino al luogo dell’esecuzione, in un piccolo prato con lo sfondo di un alto muro. Adesso Terezin è una “cittadina”. Strano chiamarla così. Più appropriato forse chiamarla cittadella. Era nata infatti come insediamento militare difensivo al limite dell’impero asburgico, alla fine del diciottesimo secolo.

Con pianta a forma di stella ospitava, in due zone separate, la guarnigione militare nella cosiddetta Grande Fortezza e un carcere nella Piccola Fortezza. Un po’ come lo Spielberg; ricordate Le Mie Prigioni di Silvio Pellico? Durante la prima guerra mondiale Terezin fu utilizzata come campo di internamento per i prigionieri russi. Vi fu rinchiuso anche Gavrilo Princip, l’assassino dell’arciduca Ferdinando a Sarajevo.

Così quando i nazisti invasero la Cecoslovacchia nel ‘39 si trovarono questa cittadella già bell’e pronta e la utilizzarono subito, senza neppur doverne cambiare la destinazione d’uso.

Perché mi ha tanto colpito Terezin o Theresienstadt, come fu chiamata dai tedeschi, che ne avrebbero voluto fare una cittadina modello per gli ebrei cechi, un nuovo ghetto? Proprio per il contrasto che porta in sé: luogo abitato oggi che non può prescindere dalla sua storia, che gli rimarrà sempre attaccata, come rimangono appiccicate ai posti le leggende, che siano di apparizioni sacre o di roghi di streghe, di pestilenze o di miracoli. E la gente non si stacca dalle sue leggende… Di Terezin rimangono gli splendidi disegni dei bambini, con tante farfalle… Rimane l’attaccamento alle cose belle della vita, le opere d’arte, la musica, il teatro, nonostante la morte incombente. Davvero incredibile.

Di Maidanek, più che gli innumerevoli dettagli macabri, risuonano ancora nelle mie orecchie i singhiozzi veri di una coppia di visitatori. Chissà quanto avrebbero avuto da raccontare.

Del ghetto di Varsavia, di cui rimangono solo alcuni pezzi di muro e alcune targhe, ricordo le lacrime di un nostro compagno di viaggio, che piangeva per la sua gente.

Ma ricordo anche che, quando andai a vedere il film Il Pianista, ad un certo punto avrei voluto uscire, tanto reali erano le scene, così come ricordo la struggente scena finale dell’ufficiale tedesco catturato dai russi..

Dello Yad Vashem a Gerusalemme ricordo soprattutto, del padiglione dedicato ai bambini, la cupola blu con le innumerevoli stelline e il monumento al Dottor Korczak, anche perché ero stata in precedenza commossa dalla sua storia raccontata in un film da Andre Waida.

E poi altri film, altri libri. Ricordo che un mio allievo, non particolarmente studioso, ci portò i dvd di Schindler’s list da guardare insieme a scuola, e l’aveva visto parecchie volte.

Ecco allora che anche film come La Vita è Bella o Train de Vie non vanno criticati, perché celebrano la vita e cercano di raccontare l’indicibile anche ai bambini. E io, che ebrea non sono, mi sono avvicinata alla cultura ebraica non tanto per gli orrori della Shoah, ma per i suoi libri, a cominciare da quel Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg, che raccontava di una famiglia, una famiglia che avrebbe potuto essere la mia, con le sue vicende di tutti i giorni, i pettegolezzi, gli avvenimenti della Grande Storia sullo sfondo. A quello di libri ne sono seguiti tanti, tantissimi, ma in tutti si rivendica il diritto di essere simpatici e antipatici, buoni e cattivi, avari e generosi, ricchi e poveri, insomma di essere uomini e donne come tutti, con qualità e difetti. E ogni uomo, ogni donna è comunque sempre una storia, da ricordare e raccontare ai figli, ai nipoti…

Per approfondire la storia di Terezin rimando al libro:

TEREZÍN

LA FORTEZZA DELLA RESISTENZA NON ARMATA

di Maria Teresa Milano, Effatà Editrice, 2017.

Anna Carbich, Lugano, 27 gennaio 2017

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Nero e Bianco al Cinema

Un paio di anni fa ho letto per caso un bel libro, The Help, di Kathryn Stockett. I libri, come i film, piacciono o non piacciono. Poi si possono trovare tante cose da dire su di esso, ma l’importante è che un libro si faccia leggere con interesse fino alla fine e ti lasci qualcosa dopo che l’hai chiuso: delle curiosità, il rimpianto che sua finito,  un punto di vista diverso, la voglia di leggerne un altro dello stesso autore. Quando è uscito il film ho portato un’amica, che non aveva letto il libro, a vederlo. Anche il film ci è piaciuto molto e, una volta uscite, abbiamo continuato a parlarne.  Volti e scene del film ci ritornavano in mente e ci facevano riflettere. Anche questo è un ottimo risultato per una pellicola. D’accordo con una collega l’ho anche fatto vedere a scuola.

Ecco che adesso, durante le vacanze di Natale c’è questo nuovo film, The Butler. Il protagonista è il bravissimo Forest Whitaker. Come ci si affeziona ai bravi attori! Come non amarlo, con quella sua faccia da buono, con quel suo sorriso leggermente triste. Anche questo un gran bel film.

Anche qui si  racconta della vita dei domestici neri, anzi di un maggiordomo nero, il maggiordomo di otto presidenti americani. Opera ambiziosa, che non delude. Un altro film da far vedere a scuola, uno spaccato di storia americana della seconda metà del novecento. Ma non sono qui a farne la recensione, ci sono i critici professionisti per quello. Volevo solo riflettere su questi due mondi così vicini e così separati. Sulle doppie vite di queste persone, che spesso sono considerate solo parti dell’arredamento, così pulite, lucide, perfette. Costrette da sempre a nascondere emozioni e sentimenti.  A volte perfino disprezzate dai loro stessi famigliari. Mi ha molto colpito l’intervento di Martin Luther King – sì, proprio lui, è un personaggio del film, che difende il ruolo che i domestici hanno avuto nell’integrazione fra bianchi e neri. Sono stati l’anello di congiunzione, il primo passaggio dalla schiavitù alla prima forma di emancipazione, da house slave a house boy, a house maid.  Ricordate la donna nera di Via col Vento? Volevo solo riflettere sul fatto che l’emancipazione è stata un processo lungo e doloroso, le cui sofferenze sono ben lungi dall’essere finite. Volevo solo riflettere. Qui di seguito riporto alcuni spezzoni di dialoghi dal film The Help:

http://www.imdb.com/title/tt1454029/quotes

Minny Jackson: Eat my shit                                                                                                                                              Hilly Holbrook: Excuse me!                                                                                                                                Minny Jackson: I said eat… my… shit.                                                                                                              Hilly Holbrook: Have you lost your mind?                                                                                                  Minny Jackson: No, ma’am but you is about to. ‘Cause you just did.            

 Woman: What does it feel like to raise a white child when your own child’s at home being looked after by somebody else?

Aibileen Clark: God says we need to love our enemies. It hard to do. But it can start by telling the truth. No one had ever asked me what it feel like to be me. Once I told the truth about that, I felt free. 

E  qui c’è un bell’articolo in cui si trovano collegamenti fra The Butler e alcuni libri di Philp Roth: 

http://www.newyorker.com/online/blogs/movies/2013/08/the-butler-and-philip-roth.html

http://www.youtube.com/watch?v=52UYjEs72tw

Un blog, perché?

Così ho deciso anch’io di aprire un blog. Non è proprio un’idea originale, mi sembra che tutti adesso scrivano, ma chi legge? Io, a dir la verità, leggo ancora, soprattutto libri, e tendo a parlare dei libri che ho letto, perché noi siamo anche i libri che abbiamo letto, così come siamo la vita che abbiamo vissuto, il cibo che abbiamo mangiato e ciò che abbiamo visto. Mi piace anche andare al cinema, ma non potrò mai parlare seriamente di cinema perché ci sono dei generi di film che proprio non posso vedere. I film violenti, i film tristi, i western, i film di avventura, horror e fantascienza. Cosa rimane? Beh, le commedie, possibilmente inglesi, i film di Woody Allen, certi film francesi, delicati, come Émotifs Anonymes, qualcuno lo conosce?

http://www.imdb.com/title/tt1565958

http://www.youtube.com/watch?v=kKKBspma4bA

Oppure come l’ultimo che abbiamo visto, Still Life, che tratta con grande garbo di un argomento doloroso, come ritrovare i parenti di persone morte in totale solitudine. Pietas, discrezione, humour  e rispetto, cose d’altri tempi.

http://www.mymovies.it/film/2013/stilllife .

Solo per citarne due a caso.

Scriverò, come ho sempre fatto, di ciò che mi diverte, preoccupa o rattrista, perché scrivere aiuta a capire. Per scrivere devo fermarmi, cercare le parole e metterle in ordine. Poi forse qualcosa succederà, forse ci sarà un seguito, forse i pensieri troveranno pace, come certi fantasmi che vagano disperati finché qualcuno li accoglie e li capisce. O forse il cerchio lasciato dal sassolino nel lago si allargherà, lasciamoci sorprendere.