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Viaggio in Polonia. Impressioni e Pensieri

2. CRACOVIA – LUBLINO – VARSAVIA

Lasciata la bella Cracovia continuiamo il nostro cammino. Campagna, boschi, casette. Una prima sosta a Tarnow, tranquilla cittadina con una bella piazza. “Prima della guerra era un attivo centro industriale, ma durante la seconda guerra mondiale Tarnów fu oggetto, da parte dei nazisti, di uno sterminio dei suoi cittadini di religione ebraica, all’epoca circa 25.000 persone, pari a circa la metà dell’intera popolazione (Wikipedia)”. Di questa presenza rimane la bimà di una grande sinagoga bruciata, un’altra sinagoga di tipo moresco oggi diventata ristorante, e qualche nome ebraico sulle targhe delle vie.

Il nostro viaggio non può prescindere dalla storia degli ebrei in Polonia e quindi dalla storia della Polonia stessa. Ho cercato di fare una sintesi impossibile, ho accennato solo agli avvenimenti più importanti, connessi anche alla presenza ebraica. Non ho parlato della tripartizione della Polonia fra Russia, Prussia e Impero Asburgico, dalla fine del ‘700 alla prima guerra mondiale, proprio negli anni in cui nascevano i nazionalismi. Non ho parlato delle due guerre mondiali. Non ho parlato della nascita del sionismo e dell’avanzare dell’antisemitismo. Tema delicato e scottante. Ho sentito una professoressa di Lod rispondere così a un giornalista che la intervistava a proposito della questione ebraica: “A differenza di altri paesi noi abbiamo cominciato ad elaborare il nostro passato solo da una ventina d’anni. Siamo diventati una nazione libera solo dopo la prima guerra mondiale, poi siamo stati di nuovo invasi un po’ dai tedeschi e un po’ dai russi, abbiamo subito perdite e distruzioni tremende, siamo stati “occupati” dai comunisti per quarant’anni. È solo da poco che possiamo godere della libertà.” Parole dure.

Come mai in Polonia c’erano tanti ebrei? Altra domanda che richiederebbe una risposta lunga e articolata. Accontentiamoci di dire che mano a mano che gli ebrei subivano persecuzioni nel resto d’Europa, durante le crociate, durante la Peste Nera quando erano accusati di diffondere il morbo, e poi ancora dopo la cacciata dalla Spagna, essi si spostavano verso est, dove la chiesa era meno potente, dove la peste non era arrivata e dove venivano accolti e tutelati. In Polonia essi godettero di relativa tranquillità e tutela per più di due secoli, a partire dalla metà ‘300, cioè dal regno di quel Casimiro il Grande di cui abbiamo già parlato, fino alla fine del ‘500, quando il regno di Polonia, unito in confederazione con la Lituania, cominciò ad indebolirsi e decadere.

Ma perché venivano perseguitati gli ebrei? Per motivi religiosi, economici, forse linguistici, perché erano oggetto di invidia, ma soprattutto perché erano considerati “diversi”. Ma nessuno di questi motivi può giustificare le persecuzioni di cui sono stati oggetto, culminate con la Shoah.

Più passa il tempo, più leggo, ascolto e rifletto, più queste persecuzioni e la tragedia immane della Shoah mi sembrano incredibili, incomprensibili, inspiegabili, nonostante tutti gli sforzi per capire, spiegare, razionalizzare..

Non è umanamente concepibile e accettabile essere puniti per dove si è nati, per come si è nati, per una condizione che nessuno di noi può scegliere. Ricordo sempre quella bella canzone di Joan Baez: There But For Fortune, Solo per caso. Solo per caso quei milioni erano nati ebrei.. ma non per caso sono stati sterminati.

Ormai possiamo solo ricordare, e vigilare affinché non si ripeta più…

Dobbiamo ricordare un altro momento traumatico, un’altra cesura nella storia polacca: il cosiddetto massacro di Chmielnicki del 1648 compiuto dai cosacchi ucraini scontenti del trattamento cui erano sottoposti dai nobili polacchi che li utilizzavano per controllare le loro terre in Ucraina. Guidati da Bohdan Chmielnicki trucidarono spietatamente i nobili polacchi e anche gli ebrei in quanto amministratori economici dei beni della nobiltà. Per assurdo gli stessi polacchi si rifecero con gli ebrei, incolpandoli di essere loro ad aizzare cosacchi e russi ad invadere la Polonia. A seguito di ciò quasi 1/4 degli ebrei morì tra atrocità e torture, e altrettanti furono venduti come schiavi nei mercati di Istanbul.

Questo periodo – noto come Il Diluvio – coincise anche con l’invasione della Polonia da parte degli svedesi e il definitivo indebolimento della corona polacca. Una curiosità, sarebbe interessante leggere o rileggere il romanzo IL Diluvio di Henryk Sienkiewicz, l’autore di Quo Vadis, che narra proprio una vicenda che si svolge in questo periodo in Polonia.

Fu in seguito a queste tragedie che anche la comunità ebraica si indebolì. Solo nel ‘700 cominciarono a nascere nuove correnti, fra le quali la più nota è senz’altro quella hassidica, che rianimarono la vita negli shtetl e riportarono la gioia di vivere, introducendo anche canti e danze nei riti religiosi.

Questo breve cenno storico era dovuto, se vogliamo capire il nesso fra il bel palazzo nobiliare che abbiamo visto a Lancut, una vera e propria reggia, appartenuto ai conti Potocki, e la coloratissima sinagoga non molto distante. I Conti Potocki erano una potente famiglia polacca celebre per i numerosi statisti, leader militari, e intellettuali. Era anche proprietaria della distilleria di vodka più antica del paese. Un suo famoso esponente è Jean Potocki, autore del famoso Manoscritto Trovato a Saragozza, libro che è diventato esso stesso un topos letterario, citato in innumerevoli altre opere, anche in un episodio di Montalbano.

Nel 1944, quando il conte Alfred Potocki, probabilmente collaborazionista, si accorse che i tedeschi avevano appiccato fuoco alla sinagoga del villaggio, la “sua” sinagoga, andò su tutte le furie e riuscì a fermare la distruzione e salvarne il corpo centrale. E’ quella coloratissima sinagoga in cui abbiamo visto un gruppo di giovani hassidim provenienti da Israele pregare, cantare e infine mettersi a ballare coinvolgendo anche i membri del nostro gruppo. A quanto pare erano così le sinagoghe polacche, decorate con rappresentazioni di animali e simboli biblici. E non penso di essere irriverente se associo le immagini di una vecchia giostra decorata alla bimà della sinagoga riprodotta all’interno dello stupendo Museo Polin di Varsavia. Ripenso ai racconti di Sholem Aleichem (Il violinista sul tetto), ai Racconti dei Hassidim, raccolti da Martin Buber, ai libri di Isaac B. Singer, al film Train de Vie. E penso soprattutto alla danza gioiosa di quel gruppo di giovani Hassidim incontrati nella Sinagoga di Lancut.
A proposito di I. B. Singer, abbiamo visto un tentativo di ricostruire uno shtetl, con tanto di sinagoga, proprio a Bilgoraj, il villaggio dove visse lo scrittore. Eravamo perplessi, ci dava un’idea di “posticcio”, come il villaggio Medievale a Torino o Grazzano Visconti vicino a Piacenza. Le casette erano belle e moderne, con tutte le comodità, destinate ad essere abitate. La sinagoga in legno era ancora in costruzione, secondo un metodo e uno stile “filologicamente corretto”.
Forse abbiamo apprezzato di più quella vista al Museo Polin, ricostruita con il solo scopo di mostrare al pubblico la tipologia di quegli edifici di culto. Comunque un risultato apprezzatissimo.
Continuiamo nel nostro pellegrinaggio nei luoghi di vita e di morte di quella Polonia che non c’è più .
Paradossalmente molto vivo, con le testimonianze delle preghiere dei fedeli e la calda accoglienza del custode, il ricordo dello Tzadik Eleazar Shapiro nel suo Ohel (tenda), cioè il suo luogo di sepoltura, nella campagna presso Lancut.

Poi il campo di Majdanek. Uno dei sei campi di sterminio costruiti dai nazisti in Polonia. Gli altri sono Chelmo, Belzec, Sobibor, Treblinka, Auschwitz-Birkenau.

Più delle parole della guida ci hanno scosso i singhiozzi, veri, di una coppia di anziani visitatori e la commozione dei membri del nostro gruppo.. Una di noi ha posto una piccola pietra sul grande tumulo sottostante la cupola del memoriale. Che cos’altro mi ha colpito? La razionalità della follia omicida… Tutto troppo macabro..
Consola solo vedere alcuni fiori di campo accanto a delle baracche e delle balle di fieno raccolto là dove allora di prato proprio non ce n’era. La vita che preme? La natura che vuole una rivincita?
Ripartiamo in silenzio per Lublino.

A Lublino siamo ospitati nell’albergo Ilan, già sede della Jesziwat Chachmei (Yeshiva), costruita nel 1930 in una Polonia ancora libera e fiduciosa, solo recentemente ritornata alla comunità ebraica, e che oltre all’hotel ospita la sinagoga e un bel museo fotografico.

Bella città Lublino, anche se molto più povera di Cracovia e Varsavia. Crocevia intellettuale e culturale di rinomanza internazionale, dove convivevano pacificamente ebrei, protestanti e cattolici. Punto d’incontro e scambio fra oriente e occidente, non fu toccata dalle sanguinose guerre di religione che devastarono il resto d’Europa. All’interno del suo bel castello abbiamo ammirato la Chiesa della Santissima Trinità, completamente affrescata in stile bizantineggiante da un artista ortodosso per il committente cattolico. Con l’occupazione nazista la piccola Gerusalemme dell’est Europa divenne un centro di raccolta per lo sterminio di massa, mentre il quartiere ebraico veniva raso al suolo. Nessuna traccia quindi del Mago di Lublino (I. B. Singer). Rimane solo un lampione, che non viene mai spento, una Lampada della Memoria. Almeno quello.

Il viaggio volge a termine. Raggiungiamo Varsavia in tempo per sostare in raccoglimento davanti ad un frammento del muro del ghetto. Anche qui commozione e religioso silenzio. Anche qui la posa di un sassolino. Passiamo davanti alla casa del Dottor Janusz Korczak, immortalato nel film omonimo di Wajda. Figura meravigliosa di umanista, pediatra, educatore. Anche a Gerusalemme l’abbiamo ricordato davanti al monumento a lui dedicato nello Yad Vashem (Museo della Shoah) .

Varsavia è oggi una cittadona moderna, come tante. Grattacieli, negozi Benetton, Prada, Luis Vuitton, Armani, come in tutte le altre cittadone Non somiglia alla Varsavia del Pianista di Polanski. . E’ una ricostruzione fedele dalla città rasa al suolo dai tedeschi, ma resti del ghetto bisogna andarli a cercare in mezzo a case popolari del periodo comunista. Il ghetto si trovava in una zona, Muranow, (di Murano) dal nome di un palazzo così chamato che apparteneva a un architetto veneziano, Josef Belotti. Le case popolari furono costruite dopo la guerra intenzionalmente sulle ceneri Ghetto utilizzandone le Macerie e i mattoni recuperabili. Molto inquietante. Anche la storia del Ghetto di Varsavia, pur tanto raccontata è una storia inenarrabile. E qui vorrei ricordare Ian Karski, il cui momumento avevamo incontrato a Cracovia, autore de La mia testimonianza davanti al mondo, uno dei libri che mi ha colpito e commosso di più in assoluto. Egli racconta la sua resistenza ai tedeschi durante la guerra, la sua cattura e le sue torture da parte dei tedeschi, la sua liberazione e la sua visita prima al ghetto poi addirittura in un campo, travestito da guardia ucraina. E’ un racconto scarno, senza fronzoli. Egli poi riuscì ad attraversare l’Europa in guerra e raggiungere Londra come membro del governo clandestino polacco. Raccontò quello che aveva visto agli alleati. Non fu ascoltato. Racconta Ian Karski di come, dopo essere riuscito ad uscire dal campo avesse vomitato sangue per tre giorni. Quello che forse lo colpì di più furono i trasporti dal ghetto ai campi, le scene di disperazione, gli urli.. e poi la scoperta che i vagoni per il trasporto erano ricoperti di calce viva..                         A questo pensavo mentre stavo davanti al pezzo rimasto in piedi del muro del ghetto. Pensavo anche che comunque, per quanto ci sforziamo, tutto quanto successo proprio lì, settantatré anni fa, oltre che inenarrabile è anche inimmaginabile, nel vero senso della parola.

Per fortuna abbiamo chiuso il nostro viaggio con la visita allo splendido Museo Polin, con la sua architettura essenziale pensata da un architetto finlandese, Rainer Mahlamäki.       In esso si raccontano i mille anni della storia ebraica in Polonia, non solo le tragedie. Storia che non prescinde dalla storia della Polonia, dalla storia dell’Europa, dalla nostra storia. Non basta una mattina per visitare quel museo. Ogni sezione è un racconto, ogni racconto merita tempo e riflessione.

Dovrò tornarci a Varsavia, anche solo per rivedere il Museo Polin.

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Museo Polin, Varsavia. La sinagoga ricostruita all’interno.

Anna Carbich

Lugano, luglio 2016

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Viaggio in Polonia. Impressioni e Pensieri

  1. CRACOVIA

La prima cosa che si fa è guardare le foto. Naturalmente dopo aver aperto la valigia e distribuito i regalini a chi li aspettava. Peccato che in questo viaggio non ci sia stato il tempo di fare molti acquisti..

Le foto sono importanti. Servono a dilatare il tempo del viaggio. Servono a ricordare, capire e riflettere. Si guardano le foto insieme con il programma del viaggio e la guida, per non sbagliare, per non scrivere nomi sbagliati nelle didascalie.

Questo non è stato esattamente un viaggio di piacere. Meglio chiamarlo un pellegrinaggio. Anche per noi che non siamo particolarmente religiosi. Forse il senso religioso ce l’abbiamo, il senso del mistero anche, ma il rito, che dicono sia così importante, non ci dice granché.

Infatti, qualcuno di noi, che la sera dello Shabbat stava inavvertitamente portandosi un bicchiere alle labbra o sgranocchiando qualcosa per fame, è stato subito redarguito.

Vabbeh.

Route Chassidica? Polonia ebraica? Luoghi della Shoah? Religioni e popoli a confronto? Convivenza pacifica e non? Tutto questo e di più. Siamo stati sui luoghi della Storia, quella che non abbiamo studiato abbastanza a scuola, quella che non riesce ad insegnarci niente, perché non è brava, anzi, è sempre ripetente.

Siamo stati in Polonia. Io non la conoscevo. Sapevo e so ancora poco della sua storia, del suo popolo, della sua lingua. Sì, Chopin, Maria Walewska, l’amane di Napoleone, ma poi?

Il paese ha avuto molta visibilità da quando è arrivato il papa polacco, e poi Solidarnosc. Ricordiamo il nome di Jaruzelski, prima ancora sapevamo del Cardinale Wyszynski, perseguitato dai sovietici, di cui abbiamo visto la casa a Lublino. Prima ancora.. Danzica.. Ma erano echi di notizie lontane.

Adesso, con l’entrata nell’Unione Europea, è il paese dove vanno molti giovani. E’ un paese di start-up. E’ un paese dove i capitalisti – americani in primis – sono andati all’arrembaggio. Varsavia è tutta un grattacielo.

Tuttavia stupisce e turba all’arrivo a Cracovia vedere tutti quei velivoli verde scuro accanto alla pista di atterraggio. Un aeroporto sia civile che militare. Mah.

Il nostro era un viaggio a tema, Polonia Ebraica.

Due i nostri accompagnatori: Sarah, esperta di ebraismo e storia ebraica, lei stessa di origini polacche, e Ulrico, grande conoscitore della Polonia e della sua storia .

Il nome del viaggio era PO-LAN-YA . Traslitterato in ebraico questo nome fu considerato di buon auspicio perché può essere suddiviso in tre parole ebraiche: po (“qui”), lan (“abita”), ya (“Dio“). Il nome del museo ebraico di Varsavia POLIN invece è formato da due parole: po (“qui”) lin (“dovresti abitare”).

Polonia ebraica, dunque. E dove cominciare se non dalla bellissima Cracovia, dove il re Casimiro il Grande (1310 -1370) ebbe un atteggiamento estremamente favorevole e ben disposto nei confronti degli Ebrei? Noi stavamo appunto nel quartiere Casimierz, dove gli Ebrei hanno abitato tranquillamente per secoli. Dopo i tempi bui della guerra prima, e il degrado del periodo comunista poi, questo vecchio e tipico quartiere sta riacquistando vivacità e popolarità. Sta diventando il quartiere più “in” di Cracovia, preferito da giovani e turisti per le loro serate. Non so se il primo a riscoprirlo sia stato Spielberg, o i tanti figli o nipoti di emigrati polacchi, che scelgono di rivisitarlo. Anche la vita ebraica sta risorgendo, grazie anche agli sforzi di ebrei americani che gestiscono anche un Jewish Community Centre e le attività ad esse connesse. Noi stessi siamo stati loro ospiti per la cena di Shabbat.. Emozionante è stato ascoltare un anziano ospite di 86 anni cantare una canzone della resistenza in yiddish. Anche il giorno dopo abbiamo pranzato lì, dopo aver fatto un giro tra le vecchie sinagoghe, alcune ancora in attività, altre trasformate in museo o centri culturali, i cimiteri ebraici e le strette vie, testimoni di tanta storia. Sembra che molti giovani riscoprano le loro origini ebraiche e dimostrino interesse per la loro storia. La comunità, dopo essere stata annientata, da una ventina d’anni sta pian piano risorgendo.

Speriamo. Cracovia, a differenza di Varsavia, non fu distrutta durante l’ultima guerra perché sede del comando tedesco. Durante la guerra invece la popolazione ebraica residente fu trasferita nel ghetto in un’altra zona della città e poi avviata al suo triste destino.

Destino che ci viene ricordato nel museo ospitato dalla famosa fabbrica di Schindler, quella vera, e anche la stessa in cui si sono girate molte scene dell’omonimo film. Oppure dal monumento, nella piazza vuota dell’ex-ghetto, costituito da tante sedie vuote, rimaste senza occupante.

Troppi in questo paese i luoghi, le tracce, i segni di quanto successe durante la guerra.

Mi ha colpito vedere nelle vie di Cracovia i cartelli che pubblicizzavano le gite turistiche ad Auschwitz, esattamente come da noi si vedono cartelli simili per le gite in battello o in torpedone verso siti turistici.

Dove andiamo, a vedere il castello di Wawel, alla Madonna di Czestochowa, a fare una crociera sulla Vistola o ad Auschwitz? Non mi sembra proprio la stessa cosa.

Noi a Cracovia, dopo un breve giro del centro, con le sue vie reali percorse da carrozze bianche, trainate da magnifici cavalli e guidate da belle ragazze in costume, abbiamo visto il castello di Wawel, con quell’impronta rinascimentale data dagli architetti Francesco Fiorentino e Bartolomeo Berrecci. Questi era stato invitato da Bona Sforza, la nipote di Ludovico il Moro, figlia di Galeazzo Sforza e Iabella di Aragona. Bona era stata data in sposa a Sigismondo II Jagellone, vedovo, di 27 anni più vecchio di lei, nel 1517. Bona fu una figura molto importante nella storia di Polonia. Avrebbe voluto far diventare il regno di Polonia-Lituania un grande stato assolutista, come la Spagna, la Francia o l’Inghilterra. Fu una statista abile, illuminata e molto ambiziosa, che assicurò protezione legale ai contadini, ai borghesi ed agli Ebrei.

Ancora oggi la ricordano, forse con maggiore ammirazione di allora. In un ristorante ci hanno detto che molti cibi, fra cui le patate, sono stati introdotti proprio da lei. Vita importante la sua, degna di un grande romanzo, fino alla morte, per avvelenamento, avvenuta a Bari nel 1558.

Ma questa è un’altra storia, adesso torniamo a Cracovia, al bel fiume che la percorre, la Vistola, il fiume polacco per eccellenza. La città di Papa Giovanni Paolo II, colui che contribuì a portare la Polonia fuori dalla cortina di ferro. Abbiamo visto la casa dove abitava, in Via Canonicza, così come abbiamo visto il ricordo di un’utopia, Nova Hutta, la Nuova Acciaieria, la città satellite socialista, costruita dopo la guerra appena fuori da Cracovia, per i lavoratori della ferriera. Grandi strade per le parate, grandi isolati con un unico accesso controllabile, abitazioni ancora utilizzate, scuole e negozi, teatro e cinema (ora museo). Sarah ricorda che suo padre partecipò alla costruzione di Nova Hutta e ricorda il bar mleczny (bar del latte) dove si poteva consumare un pasto per pochi soldi. Ne abbiamo visto uno anche noi, ricordate le nostre vecchie latterie dove si poteva anche mangiare?

Tutto come sessant’anni fa, tranne i nomi. Stupisce infatti che proprio qui ci sia una via dedicata a Ronald Reagan. Anche l’acciaieria è passata in mano ai cinesi..

Così come ci lascia sconcertati sapere che uno statista moderno, Lech Kaczyńsky, e sua moglie, morti qualche anno fa in un incidente aereo, siano sepolti con tutti gli onori qui nel castello di Wawel, proprio come una coppia reale. Era il fratello gemello dell’attuale presidente, anche lui molto discusso ma votato. . Questo aveva creato un certo sconcerto nell’opinione pubblica, e si può capire. Un fatto un po’ anacronistico.

C’è una certa preoccupazione per la piega che ha preso o prenderà la politica polacca. Lo abbiamo indovinato anche dalle parole della Prof. Bogdana Pilichowska, Etnologa, responsabile dell’archivio Andre Wajda. Un archivio che occupa trecento metri e che si trova nel museo d’arte Giapponese, grazie a una donazione giapponese. (Per fortuna ci sono anche queste eccezioni nella storia).   Una persona squisita, gran signora, preoccupata di non parlare abbastanza bene l’italiano – che era perfetto – e di non poter dare risposte a chi chiedeva del futuro della Polonia. Quarant’anni di chiusura hanno lasciato un segno. Il regime comunista aveva tolto il senso di responsabilità ai cittadini. I cambiamenti richiedono tempo, tanto. Dove sta andando il paese? Oggi la Polonia sta vivendo un momento delicato: non piace Waida, non piace Walesa. Bogdana non se ne capacita. Gli intellettuali e i giovani sono contro questi atteggiamenti, ci sono dei buoni giornali, ma la gente di campagna, che è sempre stata oppressa e poco istruita, è ancora vittima di un cattolicesimo chiuso e reazionario. E’ la prima volta che capita, ci dice. L’attuale presidente, fratello di Lech, è un grande manipolatore.

Tuttavia ci sono molti musei, molti eventi culturali, molto turismo. Speriamo…

Cracovia, chiesa di San Stanislao sulla Roccia, sul fiume vistola.

Cracovia, chiesa di San Stanislao sulla Roccia, sul fiume Vistola.

Anna Carbich, 

Lugano luglio 2016