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La Vita È Bella,

quando la memoria passa per l’arte..

terezin

Oggi è la giornata della memoria. Sinceramente per me è sempre la giornata della memoria. Anche per noi tutti, credo. Non c’è giorno in cui non la esercitiamo. Non c’è giorno in cui non ricordiamo qualcosa, un fatto, una persona, un avvenimento. Quante volte ripetiamo: la memoria non è più quella di una volta. E ci credo. Pensiamo ai computer, la cui capacità di contenere dati va sempre aumentata, non basta mai. Lo stesso vale per la nostra. E’ sovraccarica, ma non possiamo utilizzare chiavette, cd, I-cloud o altro. E’ chiaro che quando si comincia ad avere una certa età, questa povera memoria fa buchi da tutte le parti e si difende. Ricordiamo solo quello che conta veramente. Non per niente si dice che la memoria è selettiva.

Molti criticano questa scelta di istituzionalizzare la giornata della memoria, coi suoi riti, le sue cerimonie, i suoi discorsi. Mi avvalgo della facoltà di non esprimere giudizi in merito, parlo solo per me. Tuttavia continuo a ricordare, tanto, in ordine sparso, quando meno me l’aspetto, quando sono sollecitata da ascolti, letture, chiacchierate, viaggi. Oggi si ricorda soprattutto la Shoah. E’ un argomento che non smette e non smetterà mai di turbarmi, e la cosa peggiora col tempo.

C’è chi si preoccupa che con l’inevitabile scomparsa degli ultimi sopravvissuti alle persecuzioni naziste anche la memoria della Shoah verrà a mancare. Ebbene io non lo credo. Ribadisco quanto ho ascoltato non ricordo quando e dove, ma che ho fatto mio. L’arte ci aiuterà, e per arte intendo letteratura, cinema, pittura, scultura, fotografia e musica.

Ho visitato tre campi di concentramento, confesso che quelli che mi hanno colpito di più sono la Risiera di San Saba e Terezin. Sono stata anche a Maidanek in Polonia.

San Saba è quello che mi ha fatto più orrore, forse perche più piccolo, forse perché la giornata era cupa e livida, forse perché accompagnato da una mostra fotografica letteralmente orripilante nel suo contenuto, forse perché in terra a noi vicina, nella bella Trieste che amo tanto.

A Terezin, non lontano da Praga, sono stata una decina di anni fa. Ricordo come fosse oggi il grigiore di quel posto, eppure era una giornata estiva, calda. Ricordo di aver pensato, ma come si fa ad abitare in un posto così, con la memoria che ha? Ricordo le stanze con tre piani di cuccette in cui gli internati dormivano stretti come sardine sotto un tetto pieno di fessure. Ricordo il tunnel che percorrevano i condannati fino al luogo dell’esecuzione, in un piccolo prato con lo sfondo di un alto muro. Adesso Terezin è una “cittadina”. Strano chiamarla così. Più appropriato forse chiamarla cittadella. Era nata infatti come insediamento militare difensivo al limite dell’impero asburgico, alla fine del diciottesimo secolo.

Con pianta a forma di stella ospitava, in due zone separate, la guarnigione militare nella cosiddetta Grande Fortezza e un carcere nella Piccola Fortezza. Un po’ come lo Spielberg; ricordate Le Mie Prigioni di Silvio Pellico? Durante la prima guerra mondiale Terezin fu utilizzata come campo di internamento per i prigionieri russi. Vi fu rinchiuso anche Gavrilo Princip, l’assassino dell’arciduca Ferdinando a Sarajevo.

Così quando i nazisti invasero la Cecoslovacchia nel ‘39 si trovarono questa cittadella già bell’e pronta e la utilizzarono subito, senza neppur doverne cambiare la destinazione d’uso.

Perché mi ha tanto colpito Terezin o Theresienstadt, come fu chiamata dai tedeschi, che ne avrebbero voluto fare una cittadina modello per gli ebrei cechi, un nuovo ghetto? Proprio per il contrasto che porta in sé: luogo abitato oggi che non può prescindere dalla sua storia, che gli rimarrà sempre attaccata, come rimangono appiccicate ai posti le leggende, che siano di apparizioni sacre o di roghi di streghe, di pestilenze o di miracoli. E la gente non si stacca dalle sue leggende… Di Terezin rimangono gli splendidi disegni dei bambini, con tante farfalle… Rimane l’attaccamento alle cose belle della vita, le opere d’arte, la musica, il teatro, nonostante la morte incombente. Davvero incredibile.

Di Maidanek, più che gli innumerevoli dettagli macabri, risuonano ancora nelle mie orecchie i singhiozzi veri di una coppia di visitatori. Chissà quanto avrebbero avuto da raccontare.

Del ghetto di Varsavia, di cui rimangono solo alcuni pezzi di muro e alcune targhe, ricordo le lacrime di un nostro compagno di viaggio, che piangeva per la sua gente.

Ma ricordo anche che, quando andai a vedere il film Il Pianista, ad un certo punto avrei voluto uscire, tanto reali erano le scene, così come ricordo la struggente scena finale dell’ufficiale tedesco catturato dai russi..

Dello Yad Vashem a Gerusalemme ricordo soprattutto, del padiglione dedicato ai bambini, la cupola blu con le innumerevoli stelline e il monumento al Dottor Korczak, anche perché ero stata in precedenza commossa dalla sua storia raccontata in un film da Andre Waida.

E poi altri film, altri libri. Ricordo che un mio allievo, non particolarmente studioso, ci portò i dvd di Schindler’s list da guardare insieme a scuola, e l’aveva visto parecchie volte.

Ecco allora che anche film come La Vita è Bella o Train de Vie non vanno criticati, perché celebrano la vita e cercano di raccontare l’indicibile anche ai bambini. E io, che ebrea non sono, mi sono avvicinata alla cultura ebraica non tanto per gli orrori della Shoah, ma per i suoi libri, a cominciare da quel Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg, che raccontava di una famiglia, una famiglia che avrebbe potuto essere la mia, con le sue vicende di tutti i giorni, i pettegolezzi, gli avvenimenti della Grande Storia sullo sfondo. A quello di libri ne sono seguiti tanti, tantissimi, ma in tutti si rivendica il diritto di essere simpatici e antipatici, buoni e cattivi, avari e generosi, ricchi e poveri, insomma di essere uomini e donne come tutti, con qualità e difetti. E ogni uomo, ogni donna è comunque sempre una storia, da ricordare e raccontare ai figli, ai nipoti…

Per approfondire la storia di Terezin rimando al libro:

TEREZÍN

LA FORTEZZA DELLA RESISTENZA NON ARMATA

di Maria Teresa Milano, Effatà Editrice, 2017.

Anna Carbich, Lugano, 27 gennaio 2017

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Viaggio in Iran 2. Le donne.

 

Ho fatto questo viaggio nel 2008. Da allora molte cose sono successe. C’è stata una rivolta, il presidente è cambiato, è stato firmato l’accordo con gli USA. Speriamo che anche la situazione per molte donne sia migliorata. Se lo meritano davvero. Nelle foto, io che visito una moschea tutta rivestita di frammenti di specchi, con un chador messomi a disposizione all’ingresso, un gruppo di ragazze che volevano sapere di noi e parlare inglese, una famiglia di nomadi a Persepoli.

Ancora una volta è il popolo a subire. In una piazza di Shiraz, subito dopo il calar del sole, quando la gente affolla le piazze e i giardini in cerca di un po’ di refrigerio,   due guardiani della rivoluzione, i famosi “pasdaran” , arrivano in motoretta e portano via il pallone a un gruppo di ragazzini che giocano al calcio. Chissà, forse non potevano stare sul prato, o calpestare l’erba. Non sapremo mai il perché. Un altro pasdaran, questa volta appiedato, intima ad un gruppo di giovani donne di non mangiare il gelato in pubblico.

Che meraviglia i sorrisi delle giovani persiane. Denti bianchi e perfetti. Che sguardi! Occhi dolci e profondi evidenziati da un trucco accurato. Non possono “svelare” altro quelle belle ragazze. Non possono scoprire né polsi né caviglie. Subiscono rassegnate, anche se le più audaci usano “hejab” (i loro foulard ) fantasiosi e colorati che non riescono a nascondere le folte capigliature.Per potere osservare scene di questo genere bisogna avere un po’ di tempo. Il turista telecomandato spesso non ne ha né la pazienza né l’opportunità . In compenso l’ingenuo visitatore straniero è sempre oggetto di curiosità e manifestazioni di grande cortesia. Ogni volta che ho incontrato lo sguardo di una donna iraniana mi è stato regalato uno splendido sorriso.

Le donne più modeste e timorose si coprono il capo con un foulard nero, mentre le più osservanti portano il famoso chador, quasi sempre nero, un grande triangolo di stoffa che le avvolge completamente. Se si pensa che l’estate in Iran è torrida e molto lunga, si può immaginare il supplizio imposto a queste donne.   Confesso che nel vedere quelle figure nere, quasi sempre in piccoli gruppi, ho provato una sensazione di angoscia, di compassione. Una componente del nostro gruppo ha voluto indossare il chador per una giornata intera in segno di solidarietà ed empatia nei loro confronti. Si è sentita prigioniera ed oppressa. Insegna italiano e storia alle scuole medie. Dice che utilizzerà quel mantello nero in classe per fare una lezione di “libertà”. Sui volti di queste donne in nero ci sono meno sorrisi, forse perché troppo prese dalla vita spirituale e sprezzanti delle gioie di questo mondo, o forse sottomesse a mariti, padri o fratelli   prepotenti o padroni. Oppure sono rimaste traumatizzate, perché già vittime di arresti arbitrari.Mi è sembrato di vivere una scena del film “Il cerchio” di di Jafar Panahi.

Ci siamo chiesti più volte nel corso del viaggio dove erano finite tutte quelle belle ragazze che si trovavano sul nostro aereo, con magliette senza maniche, pantaloni attillati, sandali con i tacchi alti e capelli sciolti sulle spalle. Abbiamo assistito alla loro silenziosa trasformazione non appena il comandante dell’aereo ha annunciato che era iniziata la discesa su Tehran. Come per un tacito accordo le braccia, le gambe e i capelli si sono coperti, i colori sono spariti e le voci calmate. Perfino i bambini hanno fatto silenzio. Anche la ragazza seduta accanto a noi, ingegnere informatico laureata a Vienna e impiegata alla Siemens di Zurigo è scomparsa sotto un fazzoletto e un impermeabile neri. Solo un’anziana donna, prima di essere prelevata e accompagnata a terra su una sedia a rotelle, mi ha accarezzato quando ha visto che anch’io mi coprivo la testa. Anche la nostra guida è un gran personaggio . Ha dei capelli particolarmente ribelli e i suoi hejab sono decisamente anarchici e fuori ordinanza. La sua risata ci accompagna per tutto il viaggio. Nonostante la fatica questa è per lei un’occasione per lei di respiro, di libertà, di serenità. Ci racconta di tutte le contraddizioni e delle assurdità di questo regime totalitario di cui la donna è la vittima principale. Ricorda i suoi studi in Italia dove si è laureata ma dove ha anche sofferto di ansia e preoccupazione per la sua famiglia e il suo paese ai tempi della scellerata guerra Iran – Irak (un milione e mezzo di vittime iraniane e cinquecentomila irachene). Guerra senza vinti né vincitori che ha però unito il paese nel dolore e ha lasciato una terribile eredità di giovani feriti, mutilati e disabili per tutta la vita. Quanta sofferenza per gli uomini rovinati ma anche per le donne che in silenzio devono convivere con tale strazio.

Ma la voglia di sorridere e di comunicare delle belle iraniane è impossibile da domare. Con grande coraggio e determinazione le ragazze si rivolgono ai turisti e chiedono di tutto, sia per sapere che per fare esercizio nella lingua straniera che studiano. Non avendo la possibilità di andare all’estero molti insegnanti suggeriscono ai loro studenti di far pratica con i turisti, a loro volta contenti di poter conoscere la gente del luogo. Dopo l’incontro ci si saluta abbracciandosi e ci si scambia l’indirizzo e-mail. La vita tuttavia continua e per fortuna è più forte della morte. All’inizio degli anni ottanta c’è stata una vera e propria esplosione demografica perché nei primi tempi della rivoluzione islamica erano stati proibiti tutti i metodi contraccettivi. Adesso invece nelle farmacie si vendono liberamente sia i preservativi che le pasticche di Viagra.

Non parlano di politica con gli stranieri le donne iraniane, ma cercano in mille modi di dimostrare ai pochi turisti che non nutrono sentimenti ostili verso lo straniero, anzi. E allora ci viene da pensare che forse invece delle sanzioni sarebbe molto più utile ed efficace favorire la conoscenza reciproca, che invece di continuare a riportare in prima pagina le farneticazioni dei vari politici, dell’una o dell’altra parte, sarebbe molto più costruttivo e interessante raccontare della vita di tutti i giorni delle persone normali, della curiosità e della voglia di vivere di tutti quei giovani – e sono la maggioranza – che sognano un futuro di libertà, libertà dalla guerra, libertà dalla propaganda politico-religiosa, libertà dal chador e dall’hejab, libertà di giocare al pallone e di mangiare il gelato in un giardino pubblico.

 

 

 

Non è così lontana Samarkanda

 

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Il colpo d’occhio all’arrivo a Khiva. La poesia di quell’immagine. La cittadella , un grande castello di sabbia rosata. La piazza, ampia, tanti fiori e una grande vasca che riflette il cielo, e, oltre la porta della cittadella, quella grande torre a tronco di cono, un minareto incompiuto, rivestita di piastrelline azzurre in tutte le sfumature.

Khiva fa parte del patrimonio dell’umanità. La favolosa Via della Seta. Forse dovremmo ricordare Marco Polo e lo spirito con cui viaggiava. O ripercorrere il cammino di Alessandro Magno. Cosa sappiamo avanzata araba verso oriente?

Lungo la via della seta c’erano ricchezza e cultura. Si parlavano tante lingue e c’era una grande libertà religiosa. Qui trovavano rifugio i perseguitati di altre religioni. Cristiani nestoriani, ebrei karaiti, sufi islamici, manichei, buddisti, seguaci di Zoroastro e sciamani. Il loro incontro creava interessanti fenomeni di sincretismo. In comune, un profondo misticismo.

Khiva, Bukara, Shakrisabz (la città di Tamerlano), Samarcanda.

Le splendide facciate delle moschee e delle madrasse. Azzurro il cielo, sempre, azzurre le decorazioni di ceramica. Mai uguali però, si potrebbe stare ore a contemplarle, a notarne i dettagli, le simbologie, i richiami ad altre religioni. La stella di Davide accanto alla svastica, e poi fiori e uccelli stilizzati. Anche nella bandiera uzbeka c’è un uccello, il Simurgh, il simbolo sufico per eccellenza.

Due le architetture delle moschee, quelle come la moschea azzurra di Istanbul, cupola in mezzo, quattro minareti agli angoli esterni, che si ispirano a Santa Sofia, e quelle che seguono il modello di Medina, un grande chiostro con cortile al centro. Qui sono così, con alcune eccezioni, come una moschea a Bukhara sorta sul sito di un tempio zoroastriano, forse una ex sinagoga, con un portale le cui colonne laterali ricordano il dorso di due libri.

Ancora sincretismo, antico testamento in ambiente islamico nei mausolei a San Daniele e a San Giobbe. O il mausoleo di Ismail Samanid, piccola costruzione cubica, le cui uniche decorazioni sono i giochi geometrici ottenuti con i mattoni: un gioiello cesellato con riferimenti al culto di Zoroastro, dodici finestre che rappresentano i mesi. Gli Zoroastriani, erano i più grandi astronomi dell’antichità. Cultori del fuoco, erigevano templi là dove il gas naturale sotterraneo lo alimentava. Anche gli arcangeli hanno “origine persiana”, passati poi all’ebraismo e all’islam.

Le moschee estive, tre lati chiusi e uno aperto rivolto a nord, il soffitto di legno lavorato sostenuto da una colonna centrale in legno.

Gli splendidi soffitti variopinti degli harem.

Khiva e Bukhara erano città universitarie, vi si insegnavano le arti liberali del Trivio (Grammatica, dialettica e retorica) e del Quadrivio (Astronomia, matematica, geografia e musica). Anche l’università di Bologna è cominciata così.

Troppo pochi i turisti a Bukhara. Hanno forse paura? Paura di essere rapiti e venduti proprio qui in questi androni, nel più ricco mercato di schiavi fino al secolo scorso? Paura di essere rinchiusi nella orrenda prigione della fortezza insieme a ratti e insetti malefici, su un letto di putrido liquame? O di avere la testa mozzata, proprio qui, davanti alla fortezza, per un capriccio del crudele emiro, come capitò ai due ufficiali inglesi intorno al 1840? O di essere aggrediti dal temibile “verme di Bukhara”, micidiale parassita che viveva in queste vasche in cui si conservava l’acqua? Ma Bukhara è bellissima, nonostante il suo sinistro passato.

La città di Tamerlano, Shakrisabz, da cui si intravedono le montagne del Pamir! Forse ancora più importante di Tamerlano è stato il nipote, Ulug Beg, grande astronomo. Eppure fu ucciso proprio da chi gli doveva tutto, il figlio. Ma egli rivivrà nei suoi studi, nelle sue opere, nel suo osservatorio di .

Via di nuovo. Chilometri e chilometri in mezzo a colline desertiche. Come per incanto su una collinetta d’oro appaiono tre figure. Tre macchie di colore. Tre ragazzine, su tre minuscoli asinelli. Ci sorridono, ecco che dal nulla spunta un’altra pastorella bionda, anche lei coloratissima. Ci guardano e sorridono. Ecco, a queste tre graziose kazake ho scattato la foto più bella del viaggio.

L’ultima tappa è Samarcanda. La piazza del Registan è troppo imponente e maestosa per entrare in un piccolo obiettivo. Comprerò delle cartoline, ma non sarà la stessa cosa. Comunque non è più la stessa cosa. Immagino il viaggiatore che, dopo un’estenuante marcia nella steppa, d’un tratto si trova in questa piazza racchiusa fra edifici colossali, cupole azzurre e altissimi minareti. Lo vedo che arriva mentre si stanno svolgendo le pubbliche esecuzioni sulla piazza del Registan, tutta coperta di sabbia per assorbire il sangue dei condannati… Siamo davvero in un luogo reale o siamo entrati direttamente in una favola delle Mille e Una Notte? Spiccano sulla moschea le immagini di due tigri…

Non è così lontana Samarcanda.

 

L’eleganza del faggio

Il mio cane Frida sa che nelle belle giornate andiamo a spasso nel bosco. Hanno una memoria ciclica i cani: quando si avvicina l’ora, di solito verso le quattro o le cinque, comincia a guardarmi, a indicare il guinzaglio e la macchina fotografica. Sì, mi porto la macchina fotografica perché spero sempre di trovare un fiore nuovo, o fare un incontro ravvicinato. E’ capitato qualche volta, un cerbiatto, due scoiattoli che passavano sopra la mia testa saltando da un albero all’altro, un picchio o un altro uccello raro. Ma non ho mai fatto in tempo a tirar fuori l’apparecchio dalla custodia, accenderlo, mettere a fuoco e scattare. Così gli avvistamenti e gli incontri rimangono solo nella mia memoria e vanno a far parte dei sogni. Poi mi chiedo, ma l’ho visto davvero o l’ho sognato? Come quando, tornando da Milano, poco prima della dogana di Chiasso Brogeda, ho visto una scimmia grigia seduta su un guardrail. Quando mi sono sentita dire al finanziere di turno “Guardi che là c’è una scimmia”, ho pensato che forse avevo sognato e senz’altro il doganiere mi aveva presa per matta. Per fortuna il giorno dopo ho letto su un giornale che belle vicinanze di Como era scappata una scimmia ed era stata avvistata appunto alla dogana di Chiasso. Non so cosa sia successo alla scimmia, ma io non sono andata in manicomio.

Quando è tempo di funghi mi porto anche l’apposito coltello con spazzolino incorporato regalatomi da mio genero Günther al tempo in cui mi è venuta la passione dei funghi. E’ sempre attento ai miei hobby e alle mie passioni il caro G., ma forse mi sopravvaluta: ho ancora un bel libro illustrato di vocaboli russi, per bambini russi, una pagina con tutti gli animali, una pagina con tutti i pesci, l’altra con tutti i tipi di salumi, e così via. Purtroppo, anche se la passione per il russo c’è sempre, non so ancora come si dice criceto o lavarello in russo. Colpa mia che non mi applico. La macchina fotografica digitale me l’hanno regalata i miei figli con la consulenza di G., perché è anche un bravissimo fotografo, oltre ad essere un computer man. Lo invidio molto, ha trovato persino una app che gli dice il nome dei fiori che non si conoscono. Quanto al coltello lo uso soprattutto per fare delle dissezioni a scopo scientifico su funghi insoliti, perché è molto raro che trovi un fungo buono andando solo su sentieri battuti nel tardo pomeriggio, ma va bene lo stesso. Più matti sono i funghi, più sono belli. Una volta ho trovato un’amanita cesarea, il famoso ovulo buono, l’ho fotografato convinta che fosse matto ma non l’ho raccolto. Quando, tornata a casa, ho scoperto il mio errore, mi sono sentita come se avessi perso un biglietto vincente della lotteria, sono corsa su per il bosco sotto la pioggia a recuperare il fungo, ma ormai era “passato”, non era più né bello né buono.

Adesso però siamo in maggio. Non piove, quindi non corro il rischio di trovare una spugnola. Anche di quelle una volta ne ho trovata una su un sentiero, l’ho fotografata e l’ho lasciata lì. Stesso iter dell’amanita cesarea, pazienza. Maggio, dicevo. Quando ero piccola facevo i fioretti in maggio. Un’opera buona tutti i giorni, poi coloravo di azzurro i fiorellini su un foglio. Non so perché di azzurro e non di giallo o di rosso. Forse perché mi sono sempre piaciuti i non ti scordar di me. Oggi era proprio una bella giornata. Temperatura percepita: ideale. Maniche corte, non si sudava nemmeno in salita. Luce, tanta luce fino a sera. Ci avviamo Frida e io verso il bosco. Il percorso lo conosco a memoria, ma ogni giorno qualcosa cambia. Adesso non ci sono tanti fiori, per trovarne di interessanti bisogna salire. Però cerco di procacciarmi un po’ di cibo. Asparagi selvatici, che poi non sono nemmeno della famiglia degli asparagi, fiori di sambuco, con cui si può fare la gelatina, ma stasera ho preparato le frittelle con pastella alla birra come consigliatomi da una signora che portava a spasso il suo cane. Una grandissma soddisfazione fare queste frittelle, si immergono gli “ombrelli “ prima nella pastella poi nell’olio bollente e sono pronte.

Oggi sono stata fortunata, ho scoperto un “giardino delle orchidee”. Ho trovato tre tipi di orchidee a pochi metri di distanza una dall’altra. Alcune bianche, altre rosa con le foglie a puntini, e un’altra, un’orchidea albina, non colorata, che sembra secca ma non lo è, si chiama orchidea nido d’uccello. Molto interessante. Poi mi sono immersa nel bosco di faggi. L’eleganza del faggio. Il faggio di maggio. Ieri sera sono andata a sentire Alessandro Bergonzoni e mi risuonano ancora in testa i suoi giochi di parole, bisticci, calembour, fantastici, unici, ma pieni di senso. Io non riesco ad andare più in là del faggio di maggio, che è così bello. E’ pulito, il bosco di faggi, è fresco, perché c’è sempre ombra, e la luce filtra attraverso le foglie, ma i faggi sono così alti che sembra di essere in una immensa cattedrale, e la luce passa attraverso le vetrate che toccano il cielo. Il bosco di castagni non è così pulito, il castagno è un albero più serio, lavoratore, anche un po’ cupo, e poi purtroppo adesso molti castagni sono malati. Li ha aggrediti un temibile insetto cinese. Il pericolo giallo. Invece i faggi sono come colonne d’argento, ognuno è diverso. Ce n’è uno che saluto sempre, lo vorrei abbracciare, ma è un po’ lontano dalla strada, seguo da anni la sua crescita. E’ magico e speciale. Il ceppo di base a un certo punto si divide in tre, come una treccia in salita, questi tre tronchi, che salgono abbracciandosi, morbidamente, e salgono, salgono. Ecco, io faccio fatica a capire la trinità, già è difficile fare entrare nella mia piccola testa l’idea di un Dio Onnipotente ed Eterno, ma la trinità è troppo. Infatti non ne parla né la bibbia né il vangelo, è stato un monaco bizantino – appunto – ad inventarla, credo. Però questo albero è davvero trinitario, uno e trino.

Quando faccio un certo giro incontro il mio albero magico sulla via del ritorno ed immancabilmente lo fotografo. Adesso però non ci sta più nella fotografia, è cresciuto troppo.

Più avanti c’è un piccolo prato con delle aquilegie, chissà come sono arrivate fino lì, e quello con l’aglio ursino, che molti raccolgono, ha un bel fiore ma puzza molto.

Poi c’è il grandissimo prato. E’ tutto smisurato in quel prato. Lo scorso autunno vi ho trovato delle vesce giganti (Langermannia Gigantea), sembravano enormi mozzarelle bianche. Non di bufala, perché qui bufale non ce n’è, ci sono solo vacche che a volte ci pascolano nel grande prato. E c’è il grande gelso. Il grande gelso sta morendo. Avrebbe dovuto essere una morte improvvisa perché si è spezzato a metà in una notte di fortissimo vento. Un giorno mia figlia Gaia mi ha telefonato affranta e mi ha detto ma lo sai che il grande gelso è morto? Io l’avevo già visto, ma non avevo voluto dirlo, forse per allungargli un po’ la vita. Ma stenta a morire il grande gelso e io penso anche di sapere il perché. Nonostante il tronco si sia spezzato in due e le due parti siano coricate sul prato, le foglie sono ancora verdi e io so che il grande gelso ci vuole regalare le sue more ancora una volta perché io possa fare la marmellata. Caro, vecchio, grande gelso.

 

Maggio 2014

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