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Viaggio in Iran, le mille e una contraddizioni.

Ho fatto questo viaggio nel 2008, quando la situazione internazionale era molto diversa. C’erano ancora le sanzioni, non era stato firmato l’accordo fra Iran e USA, c’erano altri presidenti. Questo è da tenere presente nel leggere il mio racconto.

Di solito mi astengo dal fare commenti politici. Ma a volte è impossibile. Soprattutto quando si parla di un paese come l’Iran, di cui i giornali, radio e televisione sembrano conoscere solo il nome del presidente – non certo eletto democraticamente – e riportarne le frasi propagandistiche, dimenticando troppo spesso la sofferenza del popolo.  E stiamo attenti a criticare i politici di altri paesi quando abbiamo in casa personaggi pubblici  che predicano spudoratamente odio e intolleranza. Chissà, forse alcuni hanno scelto il verde – colore dell’islam, presente in tutte le bandiere dei paesi musulmani – proprio perché intolleranti e fanatici come i pasdaran iraniani.

Forse il modo migliore per combattere la stupidità degli uni e degli altri sarebbe invece cercare di conoscere, capire e raccontare la realtà di questo paese, con tutte le sue contraddizioni. Non mi sarà possibile affrontare in modo esauriente tutti gli argomenti correlati, ma invito chi fosse interessato ad approfondire i temi trattati cercandoli – e trovandoli – su  testi seri e affidabili.

Non è facile scrivere di un viaggio in un paese esotico. Si possono descrivere i luoghi, le bellezze artistiche e naturali, commentando le fotografie. Si può parlare della storia, riferendosi ai monumenti storici. Si può parlare delle difficoltà incontrate, della gente scontrosa e inospitale, delle strade sconnesse, della sporcizia ed inadeguatezza degli alberghi, della diarrea del viaggiatore, dell’acqua non potabile, delle zanzare, ma in questo caso allora non avrei proprio niente da dire. Nessuna difficoltà invece, ma solo gente educata e cortese, gentile ma non invadente, alberghi in ordine e puliti, cibo sano e semplice, acqua potabilizzata in tutto il paese, nessun pizzico di nessun insetto. Certo avrei potuto tenere un diario, ma sarebbe stato troppo lungo e ripetitivo per chi legge. E si rischierebbe di saltare di palo in frasca. Perché in un diario si possono annotare anche i pensieri che arrivano incontrollati a interrompere la cronaca del viaggio. Non seguirò quindi un tracciato fisso, ma  mi lascerò andare ai ricordi e alle emozioni, solo con alcune note a margine. Perché si tratta di un paese particolare, di cui si parla tanto, ma si sa ben poco.

La favolosa Persia, l’odierno Iran.

Già, perché ha cambiato nome la Persia? Dicono le guide che Il nome Iran è stato ufficialmente adottato nel 1935 dallo Shah Reza, forse anche per compiacere la Germania nazista. Iran infatti è “La terra degli Ariani”. Si stabiliva così un collegamento fra la razza ariana idealizzata dalla Germina e la razza ariana persiana. La parola Persia, anch’essa antichissima , deriva dall’antico nome greco dell’Iran, Persis, che a sua volta deriva dal nome del clan principale di Ciro il Grande Pars o Parsa, i Parti. Ma lasciamo perdere la grande storia, perché ce n’è talmente tanta in un paese così che non basterebbe un’enciclopedia.

Accontentiamoci delle impressioni, e magari di qualche ricordo. Cosa sappiamo noi della Persia, o Iran, se non che Bush junior l’ha definito paese canaglia? Che bello quando le sue principesse e imperatrici riempivano le pagine dei nostri rotocalchi. Soraya, la principessa ripudiata, così triste, Farah Diba, che andava anche a sciare sul Mar Caspio. Le abbiamo viste le sue corone, nel museo dei gioielli, sotto la banca di Tehran, e abbiamo anche visto tutti i palazzi che ha fatto decorare e rimodernare, con un gran gusto per lo stile ornato tipico persiano, lei che aveva studiato architettura a Parigi. Lo Scià, sempre in divisa scintillante, anche un bell’uomo, che aveva invitato a una festa sfarzosa per i 2500 anni di Persepoli i reali del mondo intero, poveretti. Lo scià, che andava anche a sciare a Saint Moritz e che era così amico del nostro bravo principino Vittorio Emanuele. Trafficavano in armi ed elicotteri. Della SAVAK, la sua brutale polizia segreta, invece non si parlava proprio. Infatti era segreta. Poi il gran botto, la rivoluzione islamica. Se ne è parlato per un po’, poi per fortuna hanno fatto la guerra, Iraq e Iran, bambini e giovani mandati al macello per il nostro petrolio. Gli iracheni erano bravi, gli iraniani erano cattivi. Tutti però utilizzavano le armi che producevamo noi, gli ancora più bravi occidentali.

Poi, dopo anni, quella guerra lì è finita. Chi ha vinto? Non si sa. Si sa solo che l’ayatollah (ayat Allah = segno di Dio) Komeini e i suoi successori ogni tanto tuonano contro l’occidente, e noi diciamo che sono delle canaglie. Forse, ma “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, oppure, “da che pulpito viene la predica”….   Ma perché non si dice che è uno stato canaglia dato che è uno stato totalitario e una dittatura feroce con il suo popolo? Ma diciamoci la verità, cosa importa a noi occidentali se in Iran non c’è libertà? Cosa ci importa se le donne sono obbligate a portare il velo, a coprirsi fino ai piedi anche con 40° all’ombra, a occupare la parte posteriore degli autobus, o a fare il bagno in piscine riservate solo alle donne? (Questa forse è una punizione più per gli uomini che per le donne). Cosa ci importa se una donna è condannata alla lapidazione se sospettata di adulterio? Cosa ci importa se un omosessuale se non vuole essere impiccato deve cambiare sesso sottoponendosi ad un intervento chirurgico? (In Iran si effettua il maggior numero di queste operazioni, che se forzate si possono anche chiamare “castrazioni”). Cosa ci importa se l’anno scorso sono stati condannati a morte centocinquanta giovani, dico centocinquanta, solo perché sospettati di essere contrari al regime? Cosa ci importa se gli arresti sono sempre arbitrari e non vige certo uno stato di diritto? Non ce ne importa niente, perché tanto è uno stato canaglia. Ho persino letto sull’Herald Tribune un articolo di un “esperto” di medio oriente – di cui non farò il nome per non fargli pubblicità – che diceva che in fondo se fossero bombardati gli impianti iraniani per l’arricchimento dell’uranio sarebbe un bene per tutti, iraniani compresi. A parte naturalmente le inevitabili migliaia di morti. Tanto è uno stato canaglia. Cosa ci importa se alcuni monumenti, patrimonio dell’umanità, come la torre di Ciro a Pasargad, rischiano di essere danneggiati dalla costruzione di una ferrovia troppo vicina?

Anche la Corea del Nord era uno stato canaglia e la sua gente moriva di fame. E la Cina? La Cina non è più uno stato canaglia, anche se non si contano le condanne a morte, anche se i minatori cinesi continuano a morire per tirar fuori un po’ di carbone. Forse dovremmo finalmente cominciare a fare una differenza fra “Stato” e “Popolo”, fra “governanti” e “governati”. Diceva bene il nostro autista nel suo inglese essenziale, il sempre sorridente e premuroso Merhab, “tutte le persone sono buone, tutti i presidenti sono cattivi”.

Un ragazzo iraniano, un architetto adesso residente a Los Angeles, colto ed intelligente, seduto accanto a me in aereo nel viaggio di andata, mi ha esposto la sua interessante teoria.  Chi comanda veramente in Iran, ha continuato il mio interlocutore, sta a Qom, la città santa, non lontana da Tehran. Non servono le sanzioni, ha continuato, perché i potenti religiosi hanno comunque grandi proprietà e beni all’estero, moltissimi in Canada. Se mai si danneggiano proprio gli esportatori occidentali. (In Iran adesso non si possono usare né bancomat né carte di credito. Ufficialmente. Ma abili commercianti riescono ad eludere il divieto collegandosi con il Dubai.) Mi ha detto inoltre che nella sola Los Angeles, vivono un milione e mezzo di iraniani, ma in tutto il mondo l’Iran esporta cervelli da trent’anni. Proprio come l’Italia. Per lo più professionisti qualificati,medici, architetti, ingegneri, professori di università. Poi, ha continuato, in Iran si beve forse più di prima. Al mercato nero si trova tutto l’alcool che si vuole. E la sera bisogna stare attenti perché spesso chi è al volante ha bevuto e va velocissimo anche per non farsi prendere. E molti fanno persino il vino in casa.

Che strano, le moschee iraniane non sono brulicanti di fedeli come immaginavo. Solo una volta stava per esserci vietato un ingresso perché c’era un digiuno di donne. Nei giorni di festa la gente si reca con tutta la famiglia nei loro splendidi e curatissimi giardini, stendono un gran tappeto su un prato e passano lì il pomeriggio e la serata, in allegra compagnia. Però il nostro laico autista ogni volta che andavamo al ristorante e sulla tavola avanzavano piatti pieni di cibo ancora intatti si faceva dare delle scatole di plastica e li offriva con naturalezza ed un sorriso una volta a dei mendicanti, un’altra volta a degli operai afgani, che lavoravano lì vicino e cercavano di risparmiare il più possibile da mandare alla famiglia.

Che strano, il 16 di luglio, giorno di festa, “festa del papà” e compleanno del saggio e Alì, di cui lo stesso Maometto aveva detto di seguire le tracce, non riconosciuto dai sunniti, abbiamo sentito cantare con gioia, La voce tuonante veniva da una delle tante arcate del bellissimo ponte di Isfahan, dove la gente si raccoglie per trovare un po’ di refrigerio. Cantava quest’uomo e quando ha visto che eravamo stranieri ha chiesto alla nostra guida di tradurre le parole della canzone, probabilmente di un poeta iraniano, e ci ha coinvolto tutti nel canto. Si trattava solo di parole di amore, verso tutti, verso i vecchi, verso la famiglia, verso l’ospite. Come ci ha detto la guida è il modo degli iraniani per dire agli stranieri che non provano odio, anzi. Prima di lasciarci, l’artista ha abbracciato tutti gli uomini del nostro gruppo, mentre intorno a noi si era formata una piccola folla curiosa e affettuosa.

Che strano, a Isfahan la zona armena è la più lussuosa della città, la chiesa di Vank con annesso un interessante museo era piena di visitatori. E’ loro chiesa più bella, è splendidamente affrescata. Risale al ‘600, periodo in cui gli armeni furono chiamati dai governanti persiani per potenziare i commerci.

Che strano, abbiamo potuto visitare liberamente in varie città anche alcuni templi del fuoco, dedicati a Zoroastro. E’ ancora molto vivo in Iran lo Zoroastrismo, una delle più antiche religioni monoteiste. In questi templi brucia una fiamma perenne, sorvegliata dai loro sacerdoti, persone semplici, che svolgono un lavoro qualsiasi. Ma hanno pregato per noi e davanti a noi e ci hanno ripetuto il loro comandamento: Pensare bene, Dire bene e Fare bene. Sembra facile. Sono ancora molto vive e radicate nel popolo le tradizioni preislamiche che nemmeno l’attuale regime riesce a cancellare.Che strano, a Shiraz siamo potuti entrare in una yeshiva (scuola ebraica), senza nemmeno suonare il campanello, e a Isfahan siamo stati accolti con baci e abbracci nella sinagoga locale, piena di bambini urlanti. In tutte le altre sinagoghe che ho visitato, in Italia e all’estero, avevamo dovuto annunciarci, chiedere permessi, presentare documenti. Il fatto è che il nemico è il sionismo, quindi Israele, non l’ebreo che abita in Iran. Ma allora come mai si vedono le piazze piene nelle “giornate dell’odio”? (Odio contro l’occidente e contro Israele). Semplice, invitano gli abitanti di paesini delle campagne, offrono loro gita e pranzo e così riempiono le piazze. Esattamente come facevano in Russia per le loro feste, ad esempio il primo maggio.  Pagavano delle ore di lavoro in più a chi partecipava alle parate, mi raccontava la mia insegnante di russo. Se non sbaglio si faceva qualcosa di simile anche da noi durante il ventennio. Nessuno però racconta perché la settimana scorsa le vie e le piazze Tehran fossero gremite da una folla che bloccava il traffico. Era morto – di infarto – un popolarissimo attore, Khosro Shakibaii, molto amato per la sua bravura ed ironia, che aveva preferito restare in patria, dimostrando seppur discretamente, sempre nei limiti del possibile , la sua voglia di libertà e l’amore per il suo popolo. Ma non mi risulta che alcun giornale occidentale abbia mostrato le foto della folla che ha partecipato al suo funerale.

Ricordare le radici persiane sta diventando una forma di trasgressione. I mausolei degli antichi poeti sono ancora oggetto di pellegrinaggio, come la tomba di Hafez a Shiraz, in un magnifico parco, frequentato da famiglie, giovani e studenti. Le poesie di Ferdousi, un altro celebrato poeta iraniano, sono lette e studiate con un amore a noi ignoto. Forse varrebbe la pena fare un piccolo sforzo per conoscerli. A Isfahan abbiamo potuto ammirare le opere di giovani grafici – la calligrafia è un’arte tipicamente persiana – che riescono a fare degli splendidi quadri moderni con poche lettere o parole. In altri invece si rappresentava l’invasione araba e la lotta del popolo persiano in un fumetto. Sono piccoli segni, ma è tutto quello che possono fare, per adesso.Studiano l’arabo gli iraniani, a partire dalle scuole medie. Ma non lo studiano volentieri. Preferiscono studiare l’inglese. Perché l’arabo è la lingua del Corano, imposto dal conquistatore, dall’oppressore, anche se di più di mille anni fa. Hanno adottato l’alfabeto arabo, ma la loro lingua, così come il loro ceppo etnico, sono indoeuropei. Infatti sono molto diversi. Spiega bene Ryszard Kapuściński nel suo libro Shah-in-Shah queste differenze. Anche nella religione i persiani sono diversi. Infatti sono shiiti. Venerano Alì, nipote di Maometto e lo rappresentano ovunque, con fattezze delicate, che a noi cattolici ricordano tanto quelle di Gesù Cristo. Anche Gesù è considerato un profeta ed è rappresentato spesso. Non sono certo iconoclasti i persiani. Isfahan è un trionfo di immagini, sacre e profane. C’è un palazzo in quella città magica, con un salone completamente affrescata con scene di caccia, di feste, di guerra e di gioia, che viene chiamato “la cappella Sistina di Isfahan”.

Certo, luglio forse non è il periodo migliore per visitare l’Iran. Teheran è in alto, ma oppressa dalla montagna, con i suoi quattordici milioni di abitanti, il suo traffico congestionato e i suoi palazzi, quasi tutti con l’aria condizionata, è anche molto inquinata. Ci sono degli splendidi parchi e giardini, ma non bastano ad alleviare il disagio. In questo hanno sbagliato a copiare l’occidente. Perché non hanno continuato a costruire come facevano gli antichi persiani nei loro deserti? Intonaci di paglia e fango, isolanti ed ecologici, soffitti a cupole per raccogliere il calore, sofisticati impianti di ventilazione – le cosiddette torri del vento – che assicurano una circolazione d’aria anche col caldo torrido, sistemi di canalizzazione – i ghanat – che assicuravano sempre il rifornimento di acqua alle città e permettevano di avere quei verdissimi giardini, e persino grandi ghiacciaie scavate nel terreno e coperte da alte cupole. Tutte cose che abbiamo potuto ammirare a Yazd, magica città oasi.

E’ davvero un luogo speciale Yazd. Lì abbiamo potuto assistere ad una sessione di Varzesh-e Pahlavani, un’antica disciplina di ginnastica e lotta tradizionale della Persia, originariamente nata come accademia di educazione fisica per scopi militari. È conosciuta in Italia anche con il nome di zorkana, nome che indica più strettamente il luogo dove si compiono gli esercizi fisici, in questo caso un’antica ghiacciaia circolare. E’ un’arte in cui si fondono elementi della cultura pre-islamica con la spiritualità del sufismo. Agli “atleti” si richiede purezza, sincerità e temperanza, solo in seguito viene la forza fisica. Alla fine di ogni esercizio si invoca Alì. E’ stata un’esperienza forte e, mentre noi sorseggiavamo il tè offertoci, il nostro autista e un giovane del nostro gruppo si sono cimentati nel sollevamento di quelle speciali clave e quei pesanti strumenti metallici a forma di arco.Quante cose ci sarebbero ancora da raccontare di questo viaggio. La suggestività delle Torri del Silenzio, poste sulla vetta di colline desertiche nei pressi di Yazd, dove i seguaci di Zoroastro ponevano i loro morti, poiché i cadaveri non potevano contaminare gli elementi sacri, come la terra e il fuoco elemento e allora venivano esposti su queste torri e “purificati” dagli uccelli rapaci. Adesso non sono più in funzione, ma si immergono i cadaveri nella calce viva. Almeno così fa la grande comunità di Zoroastriani in India.

Le piazze di Yazd o di Isfahan al tramonto. Le splendide moschee con le cupole turchese. I giardini con innumerevoli giochi d’acqua. I bazar variopinti con ogni genere di merce. Il bazar per i nomadi a Shiraz, tutto colori e luci, come fosse Natale, perché ai nomadi di Shiraz piacciono colori e lustrini, come quella bella signora, che si è lasciata fotografare insieme a noi, così elegante nel suo

Quante, quante contraddizioni in Iran. Ma forse quella che lo rappresenta meglio di tutte è, come ci ha fatto notare la nostra guida, la severità con cui la polizia impone il velo alle donne, ma il lassismo con cui tollera che i motociclisti non indossino il casco…abito rosso, tutto decorato di paillettes. I vasi di spezie colorati che sembrano mandala tibetani. Ma come faranno a non mischiarle? E poi i tappeti, ogni città ha il suo stile, ogni casa ha il suo telaio, ogni tribù il suo mercante.

 

Molti i libri sull’Iran, i più importanti consigliati dalla guida Lonely Planet.

Io ho trovato particolarmente interessanti:

Alla ricerca di Hassan. Il volto nascosto dell’Iran di Terence Ward. TEA (2006)

Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi. Editore Adelphi  (2004)

Persepolis. Ediz. integrale di Marjane Satrapi. Editore Lizard ( 2007)

Shah-in-Shah di Ryszard Kapuscinski. Editore Feltrinelli  (2004)

Persia in the Great Game: Sir Percy Sykes – Explorer, Consul, Soldier, Spy ( 2004) by Antony Wynn

 

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