Ingorghi, il lato tragicomico

Alcune sere fa siamo andati al cinema, in una di quelle multisale dove i ragazzi, ma non solo, mangiano i popcorn e si ubriacano di coca cola. Era una domenica piovosa di fine giugno e siamo andati a vedere la storia di una signora che attraversa il deserto australiano con quattro cammelli. Siamo usciti quasi disidratati e abbiamo apprezzato molto la pioggia scrosciante. Una storia vera, il film si chiama Tracks, valeva la pena vederlo. Ma non è di questo che voglio parlare. In quella multisala quando si acquista il biglietto si prenota automaticamente il posto, guai se non ci si siede nella poltrona prenotata se non si vuole provocare una pericolosa reazione a catena. Proprio come è successo questa volta. Uno spettatore arriva e, vuoi perché è presbite o perché distratto, si siede al posto sbagiato, Pian piano la saletta si riempie, e cominciano le complicazioni. Un altro, anzi due, vedendo il proprio posto occupato, pensano di sedersi su un “divanetto dell’amore” ancora libero. La stessa cosa capita ad una terza coppia. La cosa sarebbe finita così, senza incidenti, se, proprio quando si sono spente le luci, non fossero arrivate due signore tedesche, cioè la forza del diritto per antonomasia, che al senso dell’ordine abbinano anche una totale mancanza di flessibilità. Abbiamo quindi assistito ad una partita di domino, con gli spettatori alla disperata ricerca, prima del biglietto, poi del numero del posto e della fila, il tutto nella semioscurità. Essendo nella ordinata e discreta terra elvetica si sono udite molte scuse sommesse, che mascheravano alcune imprecazioni ancora più sommesse, si sono pestati alcuni piedi, ancora scusi scusi, e ci si è abbracciati per non rovinare sul vicino. Alla fine, cioè dopo aver perso l’inizio del film, tutti erano seduti al loro posto, non so se soddisfatti o no. Quando si sono riaccese le luci ho notato tuttavia parecchi sguardi sbiechi per capire chi era stato la causa di tanta confusione, ma la buona educazione ha prevalso e tutti hanno ostentato una totale indifferenza. 
L’episodio mi ha richiamato alla mente un fatto ben più increscioso accaduto troppi anni fa, quando ero ancora una giovanissima studentessa di lingue. 
Insieme ad altre compagne ero stata ingaggiata per un breve lavoro in occasione dell’apertura del Centro Commerciale Americano a Milano, un centro esposizioni collegato al consolato. Sarebbero state presenti tutte le autorità consolari e cittadine, non era però chiaro quali sarebbero stati i nostri compiti. 
Una volta arrivate, piene di entusiasmo, scoprimmo di essere state destinate al guardaroba. Va bene. Attaccapanni e due bigliettini, uno per noi e uno per il proprietario del cappotto. Ma le cose semplici non esistono. Primo: il guardaroba era un bugigattolo, troppo piccolo per ospitare quattro ragazze e una valanga di cappotti di cachemire e sciarpe di seta; secondo, e molto più tragico, era inverno, faceva freddo e le “autorità” portavano tutte il cappello. Che problema c’è, direste voi. Il problema c’era, e anche grave: non erano stati previsti né lo spazio per riporre i vari Borsalino, né il sistema di bigliettini, madri e figlie, da dare ai proprietari. 
All’inizio abbiamo accettato i lussuosi cappelli cercando di metterli il più vicino possibile al relativo cappotto. Il problema si è manifestato, in tutta la sua gravità, al ritiro. Chi si è presentato prima del termine della manifestazione è stato fortunato, ha potuto scegliere. Altri signori, dotati di senso dell’umorismo, hanno preso la cosa sul ridere, e hanno approfittato della compagnia di noi, giovani fanciulle – adesso posso dirlo, carine e gentili – e sono stati comprensivi. La maggior parte, purtroppo, ci ha umiliato. Non è possibile che non si trovi il copricapo del console generale, decano del corpo consolare di Milano! Questo non è il mio, tuona un altro trombone con un cappello di tre misure più grande sul suo crapino. E questo, da dove arriva, sbraita un altro con un testone pelato e una piccola bombetta che sembra quella di Charlot. Il mio era un borsalino, costosissimo! Alcuni notabili, esasperati, se ne sono andati a testa nuda, alcuni hanno preso, consapevolmente o no, un cappello altrui, pochi fortunati hanno trovato quello che sembrava il loro. Noi siamo rimaste sgomente, quasi in lacrime, ad osservare un paio di solitari cilindri, senza coniglio, certe di aver chiuso sul nascere le nostre promettenti i quell’episodio increscioso, che io naturalmente mi guardai di menzionare con alcuno…

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