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Vincenzino e i Re Magi

“Vicenzino, fammi un favore, va’ da Pascariello, proprio  in faccia a San Gregorio Armeno, e chiedi se ha ancora un po’ di foglia d’oro ché devo finire di dipingere queste statuine dei Magi per domani.” 

“Certo, nonno, vado di corsa”. 

A Vincenzino piace stare in bottega a guardare il nonno che lavora alle statuine del presepio. 

Il nonno abita lì, ha un paio di stanzette sopra la bottega, proprio all’inizio di Via San Gregorio Armeno, a Spaccanapoli, il centro storico della città partenopea. 

Ce n’è tante di botteghe di presepi, in quella via. Vengono turisti da tutto il mondo per vederle. 

E anche di statuine ce n’è a milioni, di belle, di bellissime, di semplici e di preziose. 

“Ecco nonno, ecco la foglia d’oro. Ma a cosa ti serve?”  

“Dovresti saperlo, Vincenzì, i Magi erano re e uno di essi portava in dono dell’oro a Gesù bambino.” 

“Solo oro, nonno?”

“No, anche incenso e mirra.”

“Cos’è la mirra, nonno?”

“Bene bene non lo so nemmeno io, ma credo sia una resina profumata, che una volta usavano anche per imbalsamare i morti. Così simboleggia la resurrezione.”

“E per cos’altro ti serve l’oro?

“Per decorare i loro abiti, che erano preziosi.”

“Ma tu come fai a sapere com’erano vestiti? “

“Caro Vincenzì, sono duemila anni che si racconta questa storia, e i magi son sempre piaciuti a tutti, perché erano buoni, anche se erano personaggi importanti e stranieri, non come quel cattivo re Erode che c’era allora. E le leggende belle son sempre gradite e anche ai pittori sono sempre piaciute. E allora ci sono moltissimi quadri, mosaici e affreschi che ci parlano dei magi, da secoli e secoli. Non c’è artista famoso che non abbia fatto la sua “Adorazione dei Magi”. Perché sai Vincenzì, una volta la gente non sapeva leggere e imparava guardando le figure, come fai tu.”

“Ma allora nonno anche tu sei un artista, che fai le statuine del presepio.” 

“Eh sì, ma io sono un artista povero e per il presepio mi ispiro un po’ alla gente che vedo in giro e un po’ ai quadri famosi. Vedi, quello che mi piace di più è un mosaico che c’è in una basilica di Ravenna, Sant’Apollinare in Classe, che ci mostra i tre re proprio come fossero in un presepe. Hanno dei berretti frigi, rossi, e stanno portando i loro doni. Sopra di loro c’è una stella, che li guarda e sembra guidarli. E ci sono anche scritti i loro nomi: Melchior, Caspar, Balthazar. Pensa che è un mosaico di 1400 anni fa! E’ stato un ravennate, un certo Agnello, il primo a dirci come si chiamavano e com’erano vestiti.”

“Che vuol dire berretto frigio, nonno?”

“Vuol dire che venivano dalla Frigia, in oriente, ma non erano dello stesso paese di Gesù, e sembra che fossero anche dei bravissimi astrologhi e astronomi. Non erano ebrei come Gesù.” 

“E perché si chiamano Magi, nonno?”

“E’ una storia lunga, Vincenzì, risponde il nonno che ha cominciato a lavorare con grande precisione e delicatezza con la sottilissima foglia d’oro. Vedi, c’erano tanti popoli che vivevano in Oriente, una volta, ognuno con le sue tradizioni e la sua religione. Questi forse erano sacerdoti di Zoroastro, una antica religione persiana, ed erano appunto chiamati magi, parola che in sé aveva anche il significato di doni, ricchezza ma anche insegnamento. In altre zone, la Mesopotamia,  si parlava di Magusei, esponenti di una religione un po’ diversa, quella caldaica, famosi appunto come osservatori di stelle.”

“Ma i nostri maghi, quelli di adesso, hanno qualcosa a che fare con questi Magi o questi Magusei?”

“ Ben poco, Vincenzì, solo il nome che ha la stessa origine, e forse il fatto che certi dicano di conoscere le stelle per fare gli oroscopi. Ma tutto cambia col tempo”

“Ma noi come facciamo a sapere queste cose, nonno?”

“Te l’ho detto, Vincenzì, in tanti l’hanno raccontata questa storia, e tutti ci hanno appiccicato qualche cosa ogni volta che la raccontavano. Figurati che in un libro, e senti che bel nome: “Il Libro della Caverna dei Tesori”,  questi Magi sono “Re e figli di Re”  e vanno su un monte in attesa che appaia una stella, come annunciato da una profezia. Pensa che questo libro era conosciuto persino dagli arabi e dagli Etiopi in Africa, che l’avevano tradotto nelle loro lingue. Certo, la gente, e con essa le storie, ha sempre viaggiato, e le storie belle piacciono a tutti. Pensa che anche in un antico manoscritto turco (uigurico) si racconta che fosse il Bambino a offrire dei doni ai Re. Un po’ come adesso, ti pare?”

“E che cosa donava il Bambino?”

“Adesso te lo racconto, Vincenzì, ma prima va’ da Gennaro, qui di fronte, e fatti dare un buon caffè,  che ne ho proprio bisogno. Digli che è per il tuo nonno, lui sa come mi piace.”

“Va bene, nonno, ma poi mi racconti.”

…………………

“Ah, ci voleva proprio questo caffè, grazie Vincenzì.”

“Allora dimmi, nonno,  il Bambino che cosa ha regalato ai magi nella storia turca?”

“Ah sì, ti stavo dicendo che in quella leggenda il bambino dà ai suoi illustri visitatori una pietra così pesante che i poveretti non riescono proprio a trasportarla e allora la buttano in un pozzo. Ma sai che succede poi? Da quel pozzo scaturisce un altissimo fascio di luce e di fuoco che sale fino al cielo!”

“Davvero, nonno?”

“Così si racconta in quel manoscritto antico, e sembra che da questo prodigio sia nato il culto del fuoco in quelle  in quelle lontane terre.”

“Quali terre, nonno?”

“Lontane, al di là del nostro mare, a oriente. Come ho detto la gente viaggiava, ha sempre viaggiato. Anche il nostro San Gregorio Armeno veniva da terre così lontane, proprio in quella zona, eppure noi lo veneriamo anche qui.  Ecco, i nostri Magi sono pronti. “ dice il nonno osservando orgoglioso  le tre figurine variopinte.

“Che belli nonno, i tuoi Magi,  con quei berretti rossi e quei mantelli così ricchi, ma per chi sono,  per un presepe speciale? Te le ha ordinate qualcuno?”

“Vincenzì, domani è la festa della Befana, ed è anche il giorno in cui si mettono finalmente le tre figurine nel presepio. Tu li hai messi nel tuo presepio i Tre Re che portano i doni?”

“No, non ancora, nonno.”

“Beh, mettici queste Vincenzì, e ricordati che i Magi li conoscono tutti, giovani e vecchi, bianchi e neri, uomini e donne, e sai perché? Perché Gaspare è giovane, Melchiorre adulto e Baldassarre vecchio, e sono uno bianco, uno giallo e uno nero. E sono buoni e portano pace e se vogliono bene a un Bambino, vogliono bene anche a tutti i bambini del mondo, bianchi e rossi, gialli e neri, biondi e bruni.”

“E agli scugnizzi napoletani, nonno?”

“Ché, non sono bambini anche loro?”, dice il nonno abbracciando il suo nipotino così curioso. 

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CATERINA E I PRODOTTI SELVATICI NON LEGNOSI

In fondo essere un po’ ignoranti è una fortuna. Si possono scoprire nuove cose in continuazione. Ieri, ad esempio, Caterina ha scoperto che esistono i prodotti selvatici non legnosi. Ha  scoperto su facebook, che Caterina ritiene di utilizzare in modo virtuoso, evitando turpiloquio e insulti, una notizia riguardante la tassazione dei raccoglitori di funghi. Caterina non trova funghi buoni quasi mai, ma le piacerebbe molto, così si accontenta di ammirare le bellissime foto che gli appassionati pubblicano sui loro “post”. Ieri però è circolata su fb una notizia allarmante: si paventava una tassa di 100 Euro per i raccoglitori di funghi e prodotti non legnosi. Alzata di scudi degli appassionati, aiuto, ci toccherà pagare un’altra tassa? Ecco un brano tratto da un articolo del 24 Ore, che dovrebbe essere una fonte attendibile:

Spuntano sconti come e per i funghi.  Il ritocco inserito nel maxi-emendamento prevede che le persone fisiche che in via occasionale si dedicano alla raccolta di «prodotti selvatici non legnosi» potranno versare 100 euro come imposta sostitutiva dell’Irpef e i corrispettivi incassati non si cumuleranno agli altri redditi. Per rientrare nell’attività occasionale, gli incassi dalla raccolta di funghi, tartufi e altro ricompresi nel codice Ateco 02.30 non dovranno essere superiori ai 7mila euro. Non è comunque dovuta alcuna imposta se i corrispettivi della raccolta rappresentano l’unico reddito del contribuente e non superano i 4.800 euro annui.” 

Lasciamo perdere i primi commenti banali che verrebbero spontanei. Ma come, in tempi tecnologici come i nostri si torna alle gabelle sul sale, ai dazi sul grano, ai monopoli sali e tabacchi, ma dove stiamo andando? Come sempre in questi casi, Caterina non ci ha capito niente, e non solo lei, credo. Ma è curiosa, così, con la complicità di google si è messa all’opera e ha scoperto tutto un mondo che forse avrebbe dovuto conoscere, ma su cui non si era mai fermata a riflettere. Ambiguo, e forse inappropriato, anche il significato della parola “occasionale”. Cosa si intende con occasionale? Stagionaleo riferito a qualcuno che ha avuto la grandissima fortuna di trovare un tartufo o un fungo gigante? Signori legislatori, vi paghiamo profumatamente, siete stati a scuola, quindi dovreste essere capaci di usare un dizionario, e allora fatelo!

Il testo della legge è confuso e quasi incomprensibile ai più, probabilmente scritto dall’azzeccagarbugli di turno, che ha forse imparato a fare copia e incolla ma non ha rinunciato a usare i soliti termini in burocratese. Così i giornali cercano di semplificare, col risultato che si capisce ancora meno.

Ma torniamo al nostro trafiletto. Cos’è il Codice ATECO? Caterina non lo sa ma lo scopre: Classificazione Attività ECOnomiche. ATECO, certo, lo sanno tutti. Ecco cosa si trova sotto ATECO 02.30, che non sono le due e mezzo del pomeriggio o della mattina. 

02.30 – Raccolta di prodotti selvatici non legnosi

  1. funghi, 
  2. tartufi, 
  3. bacche, 
  4. frutta in guscio, semi, pinoli, ecc.
  5. balata e altre gomme simili al caucciù,
  6. sughero, 
  7. gommalacca e resine, 
  8. balsami, 
  9. crine vegetale, 
  10. crine marino, 
  11. ghiande,
  12. frutti dell’ippocastano, 
  13. muschi e licheni

Allora, fino al numero 4 nessun problema, ma cos’è la balata? Google mi dice che è un dirigente sportivo, un paese siciliano dove è attiva anche Cosa Nostra, poi finalmente scopro che la balata che ci interessa è il prodotto della coagulazione del lattice ricavato da alcune specie di alberi della famiglia delle Sapotacee”. Insomma una specie di gomma. Ma dove crescono queste piante? Guiana, Giamaica, Venezuela, Brasile; ma anche sulle coste dell’Africa equatoriale, nella Nuova Zelanda e in qualche zona dell’Australia. Insomma una pianta autoctona delle nostra latitudini. 

E il crine marino? Ecco: alcune erbacee marine disseccate, come Zostera marina, detta crine vegetale marino, e Posidonia oceanica, entrambe frequenti lungo le coste. A quanto pare su Amazon si possono trovare cappelli in crine marino. Interessante. 

Caterina ha poi cercato informazioni sull’uso dei frutti dell’ippocastano, amari e tossici per l’uomo, non adatti a cavalli, cani, gatti, conigli, roditori d’appartamento quali scoiattoli, criceti, e simili, da dare con moderazione ai suini e ai bovini, previo particolare trattamento.  Alle vacche da latte la quantità deve essere dimezzata.  Però, e questa è una notizia preziosa, il gemmoderivato dell’ippocastano è efficace contro le emorroidi.  Fantastico!

Forse da questa lista mancano il miele  e perché no, anche i concimi naturali, il guano e altri .. 

Ma non dovremmo scherzare su un argomento che in realtà è molto serio. Ci sono paesi, come la Carelia, Finlandia, in qui queste attività sono favorite purché non rechino danni ai proprietari e all’ambiente.  In Finlandia e nei paesi nordici alla nostra lista si aggiungono anche il fogliame decorativo e gli alberi di Natale.  

Ecco, ritorniamo a questa parola, ambiente.  Si torna sempre lì, e allora perché non parlarne di più anche nelle leggi, anche nelle manovre finanziarle, per tutelarlo e proteggerlo?  Bosco, che in inglese si dice “wood” come legno, è una parola così simile a “food”, cibo, ma anche così connessa ad esso. Ed entrambi sono essenziali per la nostra vita.

Commenti

ciao Zia, non sono un tributarista, ma vedo che la tassa e’ unicamente a carico di chi trae un corrispettivo dai “prodotti non legnosi” che raccoglie, commercializzando e quindi incassando denaro dalla vendita degli stessi (senza voler difendere nessuno, ma tutto sommato non mi sembra una cosa poi così bizzarra: in tempi passati sono state introdotte gabelle ben più vessatorie ed ingiuste – ne so qualcosa – e, stranamente, nessuno ha mai “alzato gli scudi”). Penso che i veri appassionati (quelli che non lucrano sulle bellezze e dai frutti del bosco) possano dormire sonni tranquilli. 

…. e ancora …

…visto che hai stimolato la mia curiosità, per completezza d’informazione ho approfondito un pò la questione dei “prodotti selvatici non legnosi” ed ho fatto una breve ricerca.
Questa è la versione della norma proposta al Senato lo scorso 16 dicembre:

«Art. 34-ter – Regime per i raccoglitori
l. I raccoglitori occasionali di prodotti selvatici non legnosi di cui al codice di attività 02.30.00 della tabella ATECO nonché i raccoglitori occasionali di piante officinali spontanee di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 21 maggio 2018, n. 75, che nell’anno solare precedente hanno realizzato un volume d’affari non superiore ad euro 7.000,00, sono esonerati dal versamento dell’imposta di riferimento e da tutti gli obblighi documentali e contabili, compresa la dichiarazione annuale

Ergo, in prima battuta era prevista addirittura l’esenzione totale dalla tassazione (legata ad un “volume d’affari realizzato” e quindi da sempre soggetta, come per qualsiasi reddito d’impresa, a tassazione) in favore delle piccole Imprese (si parla infatti di Attività Economiche – codice ATECO) che, avendo appunto un volume d’affari sotto i 7.000 €, sono considerate come “raccoglitori occasionali” (in questo modo vengono distinte dai soggetti che svolgono l’attività economica di raccolta in modo “commerciale/professionale”, ovvero le Imprese che hanno volumi d’affari ben superiori).

Da quel che vedo, la norma è stata infine approvata (e in qualche modo mediata/mitigata) eliminando l’esenzione totale ed introducendo una tassa forfettaria di  100 euro a carico dei soggetti con volume d’affari inferiore ai 7.000 € (e prevede in ogni caso l’esenzione totale dalla tassazione per l’Impresa che ha un volume d’affari pari ad un massimo di 4.800 €, a condizione però che l’introito della commercializzazione dei “prodotti selvatici selvatici non legnosi” costituisca l’unica fonte di reddito).

A dispetto di certe notizie e dei soliti allarmismi (ho trovato su internet cose pazzesche!), il classico “fungiatt” può quindi stare sereno 🙂 e non c’entra nulla con la manovra finanziaria.

Ciao.

A presto!

Buone feste, Caterina

NataleHo ritrovato queste pagine nella memoria profonda del mio computer. Mi ha sorpreso la sua attualità. Buone feste a tutti!

Buone Feste, Caterina!

Buone feste! Auguri! Buon Natale! Dove trascorrete il Natale? Il pranzo della vigilia in casa? E i regali quando li aprite?

Aiuto.

Perché non suggerire ai professori di matematica di usare il Natale per insegnare a far di conto.  In particolare le potenze e le loro proprietà. Vediamo di fare alcuni esempi. Uno più uno fa due.  Prima di sposarsi si era single, quindi uno,  poi ci si sposa e si diventa due. Poi nasce il primo figlio, e tre, il secondo e quattro, e il terzo, cinque.

Per alcuni anni si rimane in cinque. Per un po’ di anni il natale lo si passa ancora in casa dei nonni, o di qua o di là. Certo, era bello preparare le sorprese ai bambini, ma  Caterina rimpiangeva già i natali della sua infanzia, a casa sua, con  il papà, la mamma e i fratelli.  Adesso la sua famiglia è quella del marito, non è proprio la stessa cosa.

Poi di colpo i figli si sposano, prima uno poi l’altra. Ecco che si diventa nonni. Quattro nipotini in quattro anni.  Facciamo un po’ di conti, Caterina + marito + tre figli + due consorti dei figli + quattro nipotini =  undici. Da due a undici.  Quest’anno la figlia minore di Caterina ha sentito la necessità di sposarsi anche lei. Undici + uno  = dodici. Il tavolo  fratino che sembrava così lungo quando i bambini erano piccoli ha bisogno di una prolunga.  La sera della vigilia tutti a casa di Caterina. I bambini sono stanchi ed eccitati, i grandi esausti. Il genero  ha una crisi di Christmas mood, che, detto in volgare, vuol dire che ha un gran  muso lungo, più o meno simile a quello del marito di Caterina, che ne soffre di frequente. Per fortuna c’è parecchio champagne, conservato per l’occasione. A Caterina piace molto e brinda con gusto, al diavolo i cattivi umori. Secondo la figlia di mezzo si è data all’alcol per sopravvivere. Perché no. Il marito della figlia di mezzo dice che il suo champagne è l’unico che non gli dà bruciori di stomaco.  A Caterina piacciono tutti, nessun problema di stomaco.  Evviva lo champagne.  Però è bello, la figlia minore di Caterina e il futuro marito hanno la passione della cucina. Raffinatissima,  tartare di pesce, salmone affumicato, salse esotiche, sushi, zuppa di capesante.  Caterina si sente esautorata. Evviva lo champagne.

Cena finita, bambini a letto, ultimi doni da incartare e mettere sotto l’albero. Quest’anno è stato  riciclato un minuscolo alberello sintetico accanto ad una vecchia mangiatoia in ceramica napoletana con carillon. Niente luminarie. Nessun biglietto di auguri, Tutto elettronico. Anche le lettere a babbo natale sono elettroniche. Su internet ci sono i generatori elettronici di mail par babbo natale.  Chissà se babbo natale ha la connessione a banda larga.

Ma i regali sono veri e tanti. Altro esercizio di matematica. Ogni persona grande fa un regalo ad ogni persona grande e ad ogni bambino. I genitori fanno più di un regalo ad ogni bambino, quanti regali ci sono “sotto l’albero”? Cioè sparsi su tutto il pavimento del soggiorno, che non è una piazza d’armi.  Per fortuna i bambini riceveranno un “Gesù bambino” a casa loro prima di arrivare a casa dei nonni.  Ormai il conto si è perso. Quali sono le proprietà delle potenze? Caterina non ricorda, la matematica, a detta di suo marito, non è il suo forte.

All’ultimo momento si accorge di non aver pensato alla consuocera o al marito di una nipote. Ricicla velocemente un pacchetto di dolci,  una bottiglia, una sciarpa, la confezione di schiuma da bagno ricevuta dal farmacista. Le sciarpe vanno sempre. Guanti, cravatte e calze sono passati di moda. Per fortuna c’è un cassetto “Regali da riciclare” cui si attinge in caso di bisogno.  Nessuno si sente in colpa, spesso sono molto meglio di altri doni ricevuti, come il tagliere per formaggio a forma di topo  o la zuppiera a forma di zucca.  La sorella del marito di Caterina  è un’artista. Riesce a trovare – sembra al mercato di viale Papiniano  a Milano – gli indumenti più strani, convinta di fare affari formidabili e di indovinare i gusti dei destinatari dei preziosi doni. Ecco che dai pacchi spuntano giacche spaziali, maglie luccicanti, copricapo  da maghi, stole di pelliccia di muppets,  trousses luccicanti da sera che nessuno userà mai.

Ma torniamo alla mattina del giorno di natale. Per fortuna lo champagne ha concesso una notte tranquilla. Si aspetta che siano tutti svegli per buttarsi sui doni. Come il primo giorno dei saldi di Harrods. E’  tutto un risuonare di Oh, Che bello! Grazie! Ma è fantastico! Facciamo la foto ai bambini mentre aprono i pacchi! Clic!   Il cane e i gatti sono parecchio spaventati. In un attimo il soggiorno diventa un campo di battaglia dopo lo scontro. Il marito di Caterina comincia a  fare  la raccolta differenziata. Caterina cerca disperatamente di ridare un aspetto civile alla stanza e cerca senza successo di rimettere un po’ d’ordine.

Già esausti si parte, tutti a Milano dalla zia che li aspetta con marito, figlia, marito della figlia e bambino. Altra abboffata di cibo e di regali. Caterina ha preparato il paté, come tutti gli anni. Si arriva, a seconda dell’ora si comincia a mangiare o si aprono i regali. Insalata russa, paté, antipasti vari, colesterolo alle stelle, altro champagne.  Poi arrivano i tortellini “fatti in casa”, e poi nessuno riesce più a mangiare le starne o i fagiani  dello zio cacciatore, che però non mangia le sue prede.  Sono sempre un azzardo, a parte essere troppo secche sono un’arma pericolosissima per i denti. Quindi tutti che raccomandano: attenti ai pallini! Un incubo. Si arriva ai dolci  esausti, ma tutti ammirano la bellissima e raffinata torta preparata dalle figlie di Caterina. Altra tradizione.

Altro arrembaggio, altra raccolta differenziata. Ognuno raccoglie ed esibisce i suoi trofei.  Nessuno osa trattenere gli ospiti che a un certo punto decidono di tornare a casa, perché hanno lasciato il cane solo.  La zia  nasconde surrettiziamente  le starne o i fagiani avanzati fra i doni da portare a casa.

A casa si fa l’inventario.  Da una parte i regali da riciclare, da una parte gli imballaggi da riutilizzare, nei cassetti il maglione o il pigiama per il marito, la borsa per Caterina, la camicia per il figlio e le sciarpe per le figlie.  Qualcuno dice che la Posta Svizzera fa una raccolta di balocchi inutilizzati per i bambini poveri.  Il marito di Caterina raccoglie un bel numero di trofei, giocattoli da portare alla Posta, un enorme robot  da cucina che Caterina ha deciso di regalare  e  un paio di indumenti spaziali. Le borsette da sera sono ormai tre, ma Caterina teme che darle in beneficenza sia un insulto alla miseria. Si tengono per la prossima riffa dell’associazione combattenti e reduci. Intanto i bambini giocano con la scatola del pandoro che è diventata un elmo e i tappi dello champagne che sono diventati soldatini.

La sera di Natale a letto senza cena  con una buona dose di citrosodina.

La mattina di Santo Stefano telefona la figlia di mezzo,  rimasta senza cibo. E’ la festa degli avanzi. Si mangia in libertà una fetta di salmone, un po’ di paté, un po’ di frutta secca. Che bello non dover più cucinare. La tovaglia è quella del giorno prima,  i vestiti non sono quelli della festa.

Presto ci saranno i saldi. Ogni anno Caterina si ripromette di cominciare a fare acquisti intelligenti per il prossimo natale. Ci riuscirà mai?

Anna Carbich, Natale 2010

Nostalgia o magia?

 

Quanto mi affascinano le collezioni. I pochi amici che mi leggono lo sanno. Alcuni libri di cui ho parlato lo dimostrano (Homer & Langley, Il Collezionista di Mosche). Non ho la costanza o la determinazione per essere una collezionista io stessa, sono troppo disordinata e ondivaga.

Mi piace fare collezioni mentali: quando ero piccola ricordavo tutti i nomi delle medicine e delle case farmaceutiche. Oppure tutte le vie di Milano. Adesso ho rinunciato. Mi limito ad alcune teiere di peltro o a certi piattini a forma di teiera, ma se potessi..

Il fascino delle raccolte rimane. Così quando siamo andati a visitare un museo etnografico in Emilia sono rimasta immediatamente stregata da una parete tutta ricoperte da valigie. Valigie povere, di fibra, quelle degli emigranti, quelle che avevano le donne sul treno che andavano a vendere burro e formaggio in città, quelle che nessuno usava più e che erano state accantonate nel nostro solaio freddo e polveroso. Ma un’intera parete di vecchie valigie è una cosa molto speciale, l’unione fa la forza o, come direbbero gli inglesi, “safety in numbers”.

Io che non ho mai amato particolarmente i musei della civiltà contadina ho subito capito di trovarmi in un sito diverso, molto diverso. Eppure dall’esterno sembrava una casa contadina come un’altra, con una grande aia zeppa di vecchie cose, arnesi, una vecchia automobile con due o tre materassi legati sul tetto, un’enorme sagoma di un ciclista tutta di filo di ferro. Ma dove sono capitata, mi sono detta? Da un robivecchi, un rotamatt, uno di quei posti che ti mettono la malinconia, pieno di vecchie cose dimenticate, inutili e impolverate?

Quest’estate in montagna ho visto una mostra fotografica che mi ha messo a disagio. Foto tecnicamente belle, ma soggetti cupi: oggetti impolverati, scarpe rotte, bottiglie vuote mese ad arte sotto una finestrina coperta di ragnatele, baite abbandonate. Volti di vecchi rugosi, ma gliel’avrà chiesto il permesso prima di metterli in mostra? Ho cercato di capire la sensazione che ho provato in quel momento ma non sono riuscita a darle un nome. Sono stata aiutata da mio genero, museologo, che mi ha capita subito. Rifiutavo il culto della nostalgia fine a se stesso. Ma com’era quel vecchio quando era giovane? Perché quelle vecchie baite erano state abbandonate? Cosa c’era di bello in quelle scarpe rotte o in quelle bottiglie vuote? Il vecchio era stato certamente giovane e forse bello, le scarpe erano state nuove e la bottiglia piena, perché non fotografarle quando svolgevano la loro funzione? Le casupole forse erano state abbandonate per andare a stare un poco più comodi e confortevoli. Ero quindi un po’ scettica quando mi hanno proposto di andare a visitare questo museo.

Invece, che sorpresa! Mi sono trovata immersa in un mondo magico. Certo faceva freddo, era novembre, c’era parecchia polvere, ma come si fa a spolverare? La simpatia del giovane che ci guidava e raccontava tante storie, ogni oggetto una storia. I bossoli di granate riutilizzati come bottiglie del latte, gli elmetti dei tedeschi come pentole o pitali, le lattine, le tolle esposte come neppure Andy Warhol avrebbe potuto farlo, e poi vecchi martelli, zappe, vanghe e picconi, trasformati come d’incanto in raggi, arabeschi, decorazioni, ornamenti che a loro volta trasformano un fienile in sala delle meraviglie, che rimani a bocca aperta quando entri. Vere e proprie Wunderkammer degne di grandi alchimisti.

Persino il vecchio ometto di legno che non ho avuto il coraggio di buttare, quello col bastone per poterlo prendere dal basso, è diventato il soggetto di un allestimento artistico. Che consolazione.

Quanto ho pensato alla mia mamma, che diceva sempre, tieni quel pezzo di cuoio o di lana buona, o quella vite, o quel pezzo di legno, perché può sempre venir buono; come le sarebbe piaciuto ritrovare oggetti della sua infanzia riabilitati in allestimenti artistici.

Noi non siamo contadini, mi piace coltivare i fiori in vaso, ma quando ho avuto un giardino mio e ho dovuto cominciare a lottare contro gramigna, insalata matta, lumache, oziorrinchi, e pidocchi, ho perso immediatamente la passione per il giardinaggio che non avevo mai avuta. Mi ero nutrita di racconti e immagini di signore inglesi, con cappello di paglia a larghe tese tenuto fermo da un foulard, con guanti, forbici e cestino per raccogliere i fiori, ma quando ho provato io a zappare e strappare mi è subito venuto un gran mal di schiena e di mani..

Come ci racconta la nostra guida durante la visita, non è vero che si stava meglio quando si stava peggio. Forse il cibo era davvero più buono, ma ce n’era molto poco, le case erano fredde e sporche perché non c’erano i bagni, i detersivi, gli aspirapolvere, le cucine americane o il riscaldamento centrale.. I bambini dovevano essere magri per fare gli spazzacamini e comunque perché prima si dovevano curare e nutrire gli animali. Le malattie erano sempre in agguato, una caduta, un taglio su un sasso sporco o una ferita di un chiodo ed ecco il tetano che ti portava via..

Ma i bambini sono bambini e la voglia di giocare era sempre tanta, lo dimostrano le bamboline ricavate da rametti, i giochi creati con pezzo di fil di ferro e tanta immaginazione, ma tanta, tanta.

E allora mi ricordo i racconti di mia mamma, che giocava con due spazzole, io che giocavo con i bottoni su un tappeto, e quel tappeto diventava un palazzo reale, con sale e giardini, oppure mio fratello che mi diceva che le cartine delle bustine di idrolitina o idriz[1] erano i soldi dei nanetti. Se ne mettevo tante sotto il cuscino mi portavano un regalo. Ed era vero, perché ogni tanto trovavo una caramellina o un piccolo oggetto sotto il cuscino. Oppure di quando andavo a cercare nel cestino della carta straccia sotto la scrivania di mio zio, qualche tesoro lo trovavo sempre. I miei fratelli giocavano con i bossoli del flobert[2], con cui sparavano non so a cosa dal balcone di casa, interi battaglioni e reggimenti in assetto di guerra.

Come dicevo non sono contadina, ma certe parole facevano parte del nostro immaginario. Le letture del nostro sussidiario erano piene di parole come aia, spigolatrici, spighe, aratro.. In realtà non avevo mai visto un’aia o un aratro, ma forse proprio per questo quando vedo una macchina agricola all’opera ne sono sempre affascinata.

Usavamo borse e cartelle, ma non avevo mai viso una bisaccia. Così quando ho trovato in casa una tracolla che sembrava una bisaccia l’ho immediatamente amata e tesaurizzata.

Ammirando questi locali ho capito perché mio papà, nato in era antiplastica, conservava come tesori tutti i contenitori, possibilmente trasparenti, dalle scatole per le camicie a quelle delle scarpe. Vi conservava i suoi minerali di cui era un vero collezionista. Quando sono mancati il papà e la mamma e abbiamo dovuto svuotare la loro grande casa, ho dovuto buttare, a malincuore, decine e decine di scatole, sacchi di stracci, altri oggetti inutilizzabili, che però avrebbero potuto tornare utili..

E quando al museo Guatelli ho visto il suo “magazzino”, mi si è aperto il cuore: tutte le pareti di quel locale sono ricoperte di barattoli di vetro, grandi, ma tutti uguali, tutti pieni di piccoli oggetti, tappi, pezzi di orologi, temperini, chiodi, viti, e tanti altri. Una meraviglia, mi sono chiesta, ma perché non ci ho pensato anch’io? Io per le cose scompagnate ho solo il cassetto del disordine. Le cose vecchie, rotte e scompagnate, purtroppo io le butto. No, qui sono in compagnia, riacquistano dignità e vita. In questo museo tutti ritorniamo bambini, perché tutto, anche se impolverato, rotto e vecchio, ha e ha avuto una sua vita, una sua unicità, come il ferro di cavallo per lo zoccolo piccolo e quello grande, la zappa consumata dal mancino e il bolide velocissimo – siamo nel paese dei Ferrari, Ducati, Lamborghini ecc. – è stato ricostruito con vecchie lattine.

E’ il paese dei balocchi, della fantasia. E il suo proprietario era un maestro elementare, oltre che un artista e un poeta. I maestri elementari non dimenticano la creatività dell’infanzia, anzi, se sono bravi danno continuità al loro mondo magico e riescono persino a crearne di nuovi.

http://www.museoguatelli.it/

 

 

[1] Polverine per gassare l’acqua.

[2] Carabina leggera per il tiro da giardino o da sala.

Russi, svedesi, americani. I libri che mi hanno cercata e trovata.

di Hannes Holm.Come scegliamo i libri che ci fanno tanta compagnia? Forse la domanda è mal formulata. Siamo noi che li scegliamo o sono loro che si impongono? Propendo per questa seconda ipotesi. È il libro che arriva con prepotenza sul mio comodino. Non solo, a volte porta con sé amici, colleghi, figli, e fratelli.

E’ successo così con gli scandinavi. Non li conoscevo proprio, neanche sapevo che esistessero, fatta eccezione per Pippi Calzelunghe, le favole di Andersen, i film di Bergman e pochi altri, tipo Ibsen e Strindberg, che tuttavia sapevano un po’ di grigio e vecchio. La supponenza dell’ignoranza.

Alcuni anni fa sono letteralmente inciampata nei gialli truculenti di Stieg Larson, che mi hanno “trattenuta” in Svezia per settimane, ma ero in vacanza, potevo permettermelo. Poi è atterrata sul mio piccolo e affollato comodino la storia di un collezionista, “L’Arte di collezionare Mosche” di Fredrik Sjöberg. Come resistere a un simile titolo? Naturalmente ha portato con sé un fratello, ”Il re dell’Uvetta”. Ho così scoperto che i freddi svedesi possono essere dei gran burloni, perfino gli scienziati, e si ridono anche addosso!

Poi così come sono arrivati questi personaggi hanno lasciato il posto ad altri conterranei, vecchi eccentrici e bambini intelligenti le cui avventure sono narrate da un giovane e gentile affabulatore, Fredrik Backmann ne “L’uomo che metteva in ordine il mondo” e “Mia nonna saluta e chiede scusa”. Forse questi libri avevano capito che dopo aver letto l’avvincente ma crudele storia dei Romanov, avevo bisogno di rilassarmi…

Eh sì, anche la Russia continua a inseguirmi, da quando ho cominciato a lottare con la sua splendida lingua.. Penso ai libri di Serena Vitale, per la cui cultura e conoscenza di tutte le cose russe provo una grandissima invidia. Difficile infatti trovare una studiosa che riesce ad appassionare anche i comuni mortali con le sue storie su Pietro o Caterina, con tutti quegli amanti, Pushkin e i suoi capricci.

Serena Vitale riesce a trasformare materiale rigorosamente d’archivio in drammi mozzafiato!

Dopo questi drammi ecco che è venuto a confortarmi un gran signore, il Conte Alexander Ilich Rostov, che, avendo assorbito anche la lingua e la cultura anglosassoni, riesce a mantenere il suo aplomb, la sua classe, ma soprattutto il suo sense of humour, attraverso i decenni più sanguinosi della storia russa e non solo..Gentleman

E’ uno scrittore americano che me l’ha presentato, un signore che mi incuriosisce molto, Amor Towels. Non sono riuscita a scoprire se questo autore ha nobili ascendenze russe, ma, come i suoi personaggi non se ne vanta, non ne ha bisogno.

Il libro, “Un Gentiluomo a Mosca” è un manuale di sopravvivenza un po’ insolito, che mi ha ricordato la vicenda di un personaggio di Alan Bennet, quella spia inglese rifugiatasi in URSS cui mancavano le sue scarpe su misura fatte a Londra. Sebbene la vita del Conte Rostov sia intrisa di Nostalgia russa, il suo pragmatismo gli impone di vivere al meglio la sua condizione di prigioniero a vita nel lussuoso hotel Metropol di Mosca, dove da ospite diventa cameriere. L’indulgenza della sua condanna si deve al fatto che era considerato un eroe della causa prerivoluzionaria. Comunque, qualora mettesse piede fuori dall’hotel, il conte sarebbe immediatamente fucilato.

Non si vede sangue in questa vicenda, le tragedie si lasciano fuori da un albergo di lusso che deve accogliere diplomatici e giornalisti stranieri e dare l’impressione di un “comunismo dal volto umano”.. Gli è andata bene al nostro conte. Poteva andargli molto peggio, visti i tempi. Era tornato in patria dalla Francia, dove si trovava, all’indomani della rivoluzione, per mettere in salvo la nonna, ma soprattutto perché amava il suo paese, tanto da non tradirlo mai, neppure quando ne avrebbe avuto l’occasione. Capisce che non si può litigare col destino, che lui chiama Fato, ma si deve assecondarne e accettarne i capricci con stile. Anche perché il Fato è eccentrico, caratteriale e imprevedibile, ma non è sempre maligno. Trent’anni passa il Conte agli arresti domiciliari nell’Hotel Metropol. Non si lamenta mai, fa buon viso a cattivo gioco, osserva senza scomporsi le miserie umane e le decisioni assurde del nuovo regime senza scomporsi.

Solo una volta sembra sopraffatto dallo sgomento, quando vengono tolte tutte le etichette alle bottiglie della ricca cantina dell’albergo. All’improvviso l’unico criterio per scegliere il vino è il loro colore, bianco o rosso. Punto e basta.

“Un Gentiluomo a Mosca” è un libro che ha il coraggio di essere “politically incorrect” alla rovescia: troppo garbato e troppo aristocratico, proprio come il suo protagonista, nonostante tutti gli sforzi che fa per adeguarsi al Nuovo Mondo.

Quando ho dovuto lasciare il caro Conte Rostov sono stata soccorsa da una sua “amica”, di origini russe anche lei, anche se proletarie, che per i capricci del nostro Fato è nata a New York e a New York è cresciuta, nel vero senso della parola. Altro mondo, altro regime. Altro tipo di aristocrazia. Un’altra vicenda narrata con grande classe, una lingua ricercata e gradevolissima, intelligenza e senso dell’umorismo, dallo stesso Amor Towles ne “La buona società”.

Se a Mosca si beveva preferibilmente champagne, qui è il regno dei Martini. La musica è nuova, ribelle. Il Fato è sempre presente, ma i personaggi si illudono di tenerlo sotto controllo, manipolarlo come un burattino. Non è possibile.

La voce narrante del libro è Katia Kontent, figlia di immigrati russi, intelligente e gran lettrice, che si trova a vivere nella New York della ripresa dopo la crisi, la New York del grande jazz, di Zelda e Francis Scott Fitzgerald, dei bar raffigurati da Hopper. È una vicenda newyorkese “La buona società”, un romanzo di formazione, una grande storia d’amore. Si sussegono inganni e destini incrociati, successi e insuccessi. Un bravo regista ne potrebbe fare un bel film, chissà, forse lo vedremo.

In inglese il titolo è “Rules of Civility”. Si ispira a una raccolta di 110 massime che Giorgio Washington copiò a mano prima di compiere 16 anni da un manuale di etichetta seicentesco. Ricordate il “Saper Vivere di Donna Letizia”? Ecco, qualcosa del genere. La giovane Kate è molto stupita dalla scoperta che il giovane ricco e affascinante Tinker Grey, che tanta parte avrà nella sua vita in quel 1938, conservi religiosamente quel libretto fra le sue cose più care.

Denaro, buone maniere, successo, cocktail parties e conoscenze, queste le ossessioni newyorkesi di quegli anni, quando l’Europa con i suoi drammi era ancora lontana, il comunismo non faceva ancora paura, i movimenti per i diritti civili e il femminismo erano ancora dormienti, ma il loro germe era già presente.

La lingua rende questo libro molto speciale. Raffinata, ricca e di gran classe, come gli ambienti del libro. Lo slang è assente, le citazioni discrete ma appropriate. Sotto questa patina lucida, le sofferenze sono vere, i personaggi reali. La storia di Katia/Kate/Katerine potrebbe somigliare a quella di Cenerentola o Pretty Woman, ma non è proprio così. Le armi di Kate non sono solo la bellezza o le lunghe gambe, sono la discrezione, l’intelligenza, le letture, la dedizione al lavoro, così come l’accettazione dei capricci del Fato. Mi è spiaciuto finire il libro, mi sono ripromessa di rileggerlo, per rigustarne le parole, oltre che la vicenda.

Adesso aspetto di essere trovata da un nuovo libro.

Lugano, 30 giugno 2017

 

 

Ove

 

Questi i libri che mi hanno trovata:

 

Fredrik Sjöberg, L’arte di collezionare mosche, traduzione di Fulvio Ferrari, Iperborea, Milano, 2015

Fredrik Sjöberg, Il Re dell’uvetta (Russinkungen), traduzione di Fulvio Ferrari, Iperborea, Milano, 2016

Fredrik Backman, L’uomo che metteva in ordine il mondo,(A man called Ove) Iperborea, Milano 2014. Da questo libro è stato tratto il film A Man called Ove, di Hannes Holm.

Fredrik Backman, Mia nonna saluta e chiede scusa, Mondadori, Milano, 2016

Serena Vitale, Il bottone di Puškin, Adelphi, Milano 1995

Simon Sebag Montefiore, I Romanov, 1613-1918 Milano, Mondadori, 2017

Amor Towles, Un gentiluomo a Mosca,   trad. di Serena Prina, Neri Pozza,  Vicenza, 2017

Amor Towles, La buona società , trad. di Massimiliano Morini, Neri Pozza, 2011, Vicenza

 

La Vita È Bella,

quando la memoria passa per l’arte..

terezin

Oggi è la giornata della memoria. Sinceramente per me è sempre la giornata della memoria. Anche per noi tutti, credo. Non c’è giorno in cui non la esercitiamo. Non c’è giorno in cui non ricordiamo qualcosa, un fatto, una persona, un avvenimento. Quante volte ripetiamo: la memoria non è più quella di una volta. E ci credo. Pensiamo ai computer, la cui capacità di contenere dati va sempre aumentata, non basta mai. Lo stesso vale per la nostra. E’ sovraccarica, ma non possiamo utilizzare chiavette, cd, I-cloud o altro. E’ chiaro che quando si comincia ad avere una certa età, questa povera memoria fa buchi da tutte le parti e si difende. Ricordiamo solo quello che conta veramente. Non per niente si dice che la memoria è selettiva.

Molti criticano questa scelta di istituzionalizzare la giornata della memoria, coi suoi riti, le sue cerimonie, i suoi discorsi. Mi avvalgo della facoltà di non esprimere giudizi in merito, parlo solo per me. Tuttavia continuo a ricordare, tanto, in ordine sparso, quando meno me l’aspetto, quando sono sollecitata da ascolti, letture, chiacchierate, viaggi. Oggi si ricorda soprattutto la Shoah. E’ un argomento che non smette e non smetterà mai di turbarmi, e la cosa peggiora col tempo.

C’è chi si preoccupa che con l’inevitabile scomparsa degli ultimi sopravvissuti alle persecuzioni naziste anche la memoria della Shoah verrà a mancare. Ebbene io non lo credo. Ribadisco quanto ho ascoltato non ricordo quando e dove, ma che ho fatto mio. L’arte ci aiuterà, e per arte intendo letteratura, cinema, pittura, scultura, fotografia e musica.

Ho visitato tre campi di concentramento, confesso che quelli che mi hanno colpito di più sono la Risiera di San Saba e Terezin. Sono stata anche a Maidanek in Polonia.

San Saba è quello che mi ha fatto più orrore, forse perche più piccolo, forse perché la giornata era cupa e livida, forse perché accompagnato da una mostra fotografica letteralmente orripilante nel suo contenuto, forse perché in terra a noi vicina, nella bella Trieste che amo tanto.

A Terezin, non lontano da Praga, sono stata una decina di anni fa. Ricordo come fosse oggi il grigiore di quel posto, eppure era una giornata estiva, calda. Ricordo di aver pensato, ma come si fa ad abitare in un posto così, con la memoria che ha? Ricordo le stanze con tre piani di cuccette in cui gli internati dormivano stretti come sardine sotto un tetto pieno di fessure. Ricordo il tunnel che percorrevano i condannati fino al luogo dell’esecuzione, in un piccolo prato con lo sfondo di un alto muro. Adesso Terezin è una “cittadina”. Strano chiamarla così. Più appropriato forse chiamarla cittadella. Era nata infatti come insediamento militare difensivo al limite dell’impero asburgico, alla fine del diciottesimo secolo.

Con pianta a forma di stella ospitava, in due zone separate, la guarnigione militare nella cosiddetta Grande Fortezza e un carcere nella Piccola Fortezza. Un po’ come lo Spielberg; ricordate Le Mie Prigioni di Silvio Pellico? Durante la prima guerra mondiale Terezin fu utilizzata come campo di internamento per i prigionieri russi. Vi fu rinchiuso anche Gavrilo Princip, l’assassino dell’arciduca Ferdinando a Sarajevo.

Così quando i nazisti invasero la Cecoslovacchia nel ‘39 si trovarono questa cittadella già bell’e pronta e la utilizzarono subito, senza neppur doverne cambiare la destinazione d’uso.

Perché mi ha tanto colpito Terezin o Theresienstadt, come fu chiamata dai tedeschi, che ne avrebbero voluto fare una cittadina modello per gli ebrei cechi, un nuovo ghetto? Proprio per il contrasto che porta in sé: luogo abitato oggi che non può prescindere dalla sua storia, che gli rimarrà sempre attaccata, come rimangono appiccicate ai posti le leggende, che siano di apparizioni sacre o di roghi di streghe, di pestilenze o di miracoli. E la gente non si stacca dalle sue leggende… Di Terezin rimangono gli splendidi disegni dei bambini, con tante farfalle… Rimane l’attaccamento alle cose belle della vita, le opere d’arte, la musica, il teatro, nonostante la morte incombente. Davvero incredibile.

Di Maidanek, più che gli innumerevoli dettagli macabri, risuonano ancora nelle mie orecchie i singhiozzi veri di una coppia di visitatori. Chissà quanto avrebbero avuto da raccontare.

Del ghetto di Varsavia, di cui rimangono solo alcuni pezzi di muro e alcune targhe, ricordo le lacrime di un nostro compagno di viaggio, che piangeva per la sua gente.

Ma ricordo anche che, quando andai a vedere il film Il Pianista, ad un certo punto avrei voluto uscire, tanto reali erano le scene, così come ricordo la struggente scena finale dell’ufficiale tedesco catturato dai russi..

Dello Yad Vashem a Gerusalemme ricordo soprattutto, del padiglione dedicato ai bambini, la cupola blu con le innumerevoli stelline e il monumento al Dottor Korczak, anche perché ero stata in precedenza commossa dalla sua storia raccontata in un film da Andre Waida.

E poi altri film, altri libri. Ricordo che un mio allievo, non particolarmente studioso, ci portò i dvd di Schindler’s list da guardare insieme a scuola, e l’aveva visto parecchie volte.

Ecco allora che anche film come La Vita è Bella o Train de Vie non vanno criticati, perché celebrano la vita e cercano di raccontare l’indicibile anche ai bambini. E io, che ebrea non sono, mi sono avvicinata alla cultura ebraica non tanto per gli orrori della Shoah, ma per i suoi libri, a cominciare da quel Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg, che raccontava di una famiglia, una famiglia che avrebbe potuto essere la mia, con le sue vicende di tutti i giorni, i pettegolezzi, gli avvenimenti della Grande Storia sullo sfondo. A quello di libri ne sono seguiti tanti, tantissimi, ma in tutti si rivendica il diritto di essere simpatici e antipatici, buoni e cattivi, avari e generosi, ricchi e poveri, insomma di essere uomini e donne come tutti, con qualità e difetti. E ogni uomo, ogni donna è comunque sempre una storia, da ricordare e raccontare ai figli, ai nipoti…

Per approfondire la storia di Terezin rimando al libro:

TEREZÍN

LA FORTEZZA DELLA RESISTENZA NON ARMATA

di Maria Teresa Milano, Effatà Editrice, 2017.

Anna Carbich, Lugano, 27 gennaio 2017

Viaggio in Iran 2. Le donne.

 

Ho fatto questo viaggio nel 2008. Da allora molte cose sono successe. C’è stata una rivolta, il presidente è cambiato, è stato firmato l’accordo con gli USA. Speriamo che anche la situazione per molte donne sia migliorata. Se lo meritano davvero. Nelle foto, io che visito una moschea tutta rivestita di frammenti di specchi, con un chador messomi a disposizione all’ingresso, un gruppo di ragazze che volevano sapere di noi e parlare inglese, una famiglia di nomadi a Persepoli.

Ancora una volta è il popolo a subire. In una piazza di Shiraz, subito dopo il calar del sole, quando la gente affolla le piazze e i giardini in cerca di un po’ di refrigerio,   due guardiani della rivoluzione, i famosi “pasdaran” , arrivano in motoretta e portano via il pallone a un gruppo di ragazzini che giocano al calcio. Chissà, forse non potevano stare sul prato, o calpestare l’erba. Non sapremo mai il perché. Un altro pasdaran, questa volta appiedato, intima ad un gruppo di giovani donne di non mangiare il gelato in pubblico.

Che meraviglia i sorrisi delle giovani persiane. Denti bianchi e perfetti. Che sguardi! Occhi dolci e profondi evidenziati da un trucco accurato. Non possono “svelare” altro quelle belle ragazze. Non possono scoprire né polsi né caviglie. Subiscono rassegnate, anche se le più audaci usano “hejab” (i loro foulard ) fantasiosi e colorati che non riescono a nascondere le folte capigliature.Per potere osservare scene di questo genere bisogna avere un po’ di tempo. Il turista telecomandato spesso non ne ha né la pazienza né l’opportunità . In compenso l’ingenuo visitatore straniero è sempre oggetto di curiosità e manifestazioni di grande cortesia. Ogni volta che ho incontrato lo sguardo di una donna iraniana mi è stato regalato uno splendido sorriso.

Le donne più modeste e timorose si coprono il capo con un foulard nero, mentre le più osservanti portano il famoso chador, quasi sempre nero, un grande triangolo di stoffa che le avvolge completamente. Se si pensa che l’estate in Iran è torrida e molto lunga, si può immaginare il supplizio imposto a queste donne.   Confesso che nel vedere quelle figure nere, quasi sempre in piccoli gruppi, ho provato una sensazione di angoscia, di compassione. Una componente del nostro gruppo ha voluto indossare il chador per una giornata intera in segno di solidarietà ed empatia nei loro confronti. Si è sentita prigioniera ed oppressa. Insegna italiano e storia alle scuole medie. Dice che utilizzerà quel mantello nero in classe per fare una lezione di “libertà”. Sui volti di queste donne in nero ci sono meno sorrisi, forse perché troppo prese dalla vita spirituale e sprezzanti delle gioie di questo mondo, o forse sottomesse a mariti, padri o fratelli   prepotenti o padroni. Oppure sono rimaste traumatizzate, perché già vittime di arresti arbitrari.Mi è sembrato di vivere una scena del film “Il cerchio” di di Jafar Panahi.

Ci siamo chiesti più volte nel corso del viaggio dove erano finite tutte quelle belle ragazze che si trovavano sul nostro aereo, con magliette senza maniche, pantaloni attillati, sandali con i tacchi alti e capelli sciolti sulle spalle. Abbiamo assistito alla loro silenziosa trasformazione non appena il comandante dell’aereo ha annunciato che era iniziata la discesa su Tehran. Come per un tacito accordo le braccia, le gambe e i capelli si sono coperti, i colori sono spariti e le voci calmate. Perfino i bambini hanno fatto silenzio. Anche la ragazza seduta accanto a noi, ingegnere informatico laureata a Vienna e impiegata alla Siemens di Zurigo è scomparsa sotto un fazzoletto e un impermeabile neri. Solo un’anziana donna, prima di essere prelevata e accompagnata a terra su una sedia a rotelle, mi ha accarezzato quando ha visto che anch’io mi coprivo la testa. Anche la nostra guida è un gran personaggio . Ha dei capelli particolarmente ribelli e i suoi hejab sono decisamente anarchici e fuori ordinanza. La sua risata ci accompagna per tutto il viaggio. Nonostante la fatica questa è per lei un’occasione per lei di respiro, di libertà, di serenità. Ci racconta di tutte le contraddizioni e delle assurdità di questo regime totalitario di cui la donna è la vittima principale. Ricorda i suoi studi in Italia dove si è laureata ma dove ha anche sofferto di ansia e preoccupazione per la sua famiglia e il suo paese ai tempi della scellerata guerra Iran – Irak (un milione e mezzo di vittime iraniane e cinquecentomila irachene). Guerra senza vinti né vincitori che ha però unito il paese nel dolore e ha lasciato una terribile eredità di giovani feriti, mutilati e disabili per tutta la vita. Quanta sofferenza per gli uomini rovinati ma anche per le donne che in silenzio devono convivere con tale strazio.

Ma la voglia di sorridere e di comunicare delle belle iraniane è impossibile da domare. Con grande coraggio e determinazione le ragazze si rivolgono ai turisti e chiedono di tutto, sia per sapere che per fare esercizio nella lingua straniera che studiano. Non avendo la possibilità di andare all’estero molti insegnanti suggeriscono ai loro studenti di far pratica con i turisti, a loro volta contenti di poter conoscere la gente del luogo. Dopo l’incontro ci si saluta abbracciandosi e ci si scambia l’indirizzo e-mail. La vita tuttavia continua e per fortuna è più forte della morte. All’inizio degli anni ottanta c’è stata una vera e propria esplosione demografica perché nei primi tempi della rivoluzione islamica erano stati proibiti tutti i metodi contraccettivi. Adesso invece nelle farmacie si vendono liberamente sia i preservativi che le pasticche di Viagra.

Non parlano di politica con gli stranieri le donne iraniane, ma cercano in mille modi di dimostrare ai pochi turisti che non nutrono sentimenti ostili verso lo straniero, anzi. E allora ci viene da pensare che forse invece delle sanzioni sarebbe molto più utile ed efficace favorire la conoscenza reciproca, che invece di continuare a riportare in prima pagina le farneticazioni dei vari politici, dell’una o dell’altra parte, sarebbe molto più costruttivo e interessante raccontare della vita di tutti i giorni delle persone normali, della curiosità e della voglia di vivere di tutti quei giovani – e sono la maggioranza – che sognano un futuro di libertà, libertà dalla guerra, libertà dalla propaganda politico-religiosa, libertà dal chador e dall’hejab, libertà di giocare al pallone e di mangiare il gelato in un giardino pubblico.

 

 

 

Viaggio in Iran, le mille e una contraddizioni.

Ho fatto questo viaggio nel 2008, quando la situazione internazionale era molto diversa. C’erano ancora le sanzioni, non era stato firmato l’accordo fra Iran e USA, c’erano altri presidenti. Questo è da tenere presente nel leggere il mio racconto.

Di solito mi astengo dal fare commenti politici. Ma a volte è impossibile. Soprattutto quando si parla di un paese come l’Iran, di cui i giornali, radio e televisione sembrano conoscere solo il nome del presidente – non certo eletto democraticamente – e riportarne le frasi propagandistiche, dimenticando troppo spesso la sofferenza del popolo.  E stiamo attenti a criticare i politici di altri paesi quando abbiamo in casa personaggi pubblici  che predicano spudoratamente odio e intolleranza. Chissà, forse alcuni hanno scelto il verde – colore dell’islam, presente in tutte le bandiere dei paesi musulmani – proprio perché intolleranti e fanatici come i pasdaran iraniani.

Forse il modo migliore per combattere la stupidità degli uni e degli altri sarebbe invece cercare di conoscere, capire e raccontare la realtà di questo paese, con tutte le sue contraddizioni. Non mi sarà possibile affrontare in modo esauriente tutti gli argomenti correlati, ma invito chi fosse interessato ad approfondire i temi trattati cercandoli – e trovandoli – su  testi seri e affidabili.

Non è facile scrivere di un viaggio in un paese esotico. Si possono descrivere i luoghi, le bellezze artistiche e naturali, commentando le fotografie. Si può parlare della storia, riferendosi ai monumenti storici. Si può parlare delle difficoltà incontrate, della gente scontrosa e inospitale, delle strade sconnesse, della sporcizia ed inadeguatezza degli alberghi, della diarrea del viaggiatore, dell’acqua non potabile, delle zanzare, ma in questo caso allora non avrei proprio niente da dire. Nessuna difficoltà invece, ma solo gente educata e cortese, gentile ma non invadente, alberghi in ordine e puliti, cibo sano e semplice, acqua potabilizzata in tutto il paese, nessun pizzico di nessun insetto. Certo avrei potuto tenere un diario, ma sarebbe stato troppo lungo e ripetitivo per chi legge. E si rischierebbe di saltare di palo in frasca. Perché in un diario si possono annotare anche i pensieri che arrivano incontrollati a interrompere la cronaca del viaggio. Non seguirò quindi un tracciato fisso, ma  mi lascerò andare ai ricordi e alle emozioni, solo con alcune note a margine. Perché si tratta di un paese particolare, di cui si parla tanto, ma si sa ben poco.

La favolosa Persia, l’odierno Iran.

Già, perché ha cambiato nome la Persia? Dicono le guide che Il nome Iran è stato ufficialmente adottato nel 1935 dallo Shah Reza, forse anche per compiacere la Germania nazista. Iran infatti è “La terra degli Ariani”. Si stabiliva così un collegamento fra la razza ariana idealizzata dalla Germina e la razza ariana persiana. La parola Persia, anch’essa antichissima , deriva dall’antico nome greco dell’Iran, Persis, che a sua volta deriva dal nome del clan principale di Ciro il Grande Pars o Parsa, i Parti. Ma lasciamo perdere la grande storia, perché ce n’è talmente tanta in un paese così che non basterebbe un’enciclopedia.

Accontentiamoci delle impressioni, e magari di qualche ricordo. Cosa sappiamo noi della Persia, o Iran, se non che Bush junior l’ha definito paese canaglia? Che bello quando le sue principesse e imperatrici riempivano le pagine dei nostri rotocalchi. Soraya, la principessa ripudiata, così triste, Farah Diba, che andava anche a sciare sul Mar Caspio. Le abbiamo viste le sue corone, nel museo dei gioielli, sotto la banca di Tehran, e abbiamo anche visto tutti i palazzi che ha fatto decorare e rimodernare, con un gran gusto per lo stile ornato tipico persiano, lei che aveva studiato architettura a Parigi. Lo Scià, sempre in divisa scintillante, anche un bell’uomo, che aveva invitato a una festa sfarzosa per i 2500 anni di Persepoli i reali del mondo intero, poveretti. Lo scià, che andava anche a sciare a Saint Moritz e che era così amico del nostro bravo principino Vittorio Emanuele. Trafficavano in armi ed elicotteri. Della SAVAK, la sua brutale polizia segreta, invece non si parlava proprio. Infatti era segreta. Poi il gran botto, la rivoluzione islamica. Se ne è parlato per un po’, poi per fortuna hanno fatto la guerra, Iraq e Iran, bambini e giovani mandati al macello per il nostro petrolio. Gli iracheni erano bravi, gli iraniani erano cattivi. Tutti però utilizzavano le armi che producevamo noi, gli ancora più bravi occidentali.

Poi, dopo anni, quella guerra lì è finita. Chi ha vinto? Non si sa. Si sa solo che l’ayatollah (ayat Allah = segno di Dio) Komeini e i suoi successori ogni tanto tuonano contro l’occidente, e noi diciamo che sono delle canaglie. Forse, ma “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, oppure, “da che pulpito viene la predica”….   Ma perché non si dice che è uno stato canaglia dato che è uno stato totalitario e una dittatura feroce con il suo popolo? Ma diciamoci la verità, cosa importa a noi occidentali se in Iran non c’è libertà? Cosa ci importa se le donne sono obbligate a portare il velo, a coprirsi fino ai piedi anche con 40° all’ombra, a occupare la parte posteriore degli autobus, o a fare il bagno in piscine riservate solo alle donne? (Questa forse è una punizione più per gli uomini che per le donne). Cosa ci importa se una donna è condannata alla lapidazione se sospettata di adulterio? Cosa ci importa se un omosessuale se non vuole essere impiccato deve cambiare sesso sottoponendosi ad un intervento chirurgico? (In Iran si effettua il maggior numero di queste operazioni, che se forzate si possono anche chiamare “castrazioni”). Cosa ci importa se l’anno scorso sono stati condannati a morte centocinquanta giovani, dico centocinquanta, solo perché sospettati di essere contrari al regime? Cosa ci importa se gli arresti sono sempre arbitrari e non vige certo uno stato di diritto? Non ce ne importa niente, perché tanto è uno stato canaglia. Ho persino letto sull’Herald Tribune un articolo di un “esperto” di medio oriente – di cui non farò il nome per non fargli pubblicità – che diceva che in fondo se fossero bombardati gli impianti iraniani per l’arricchimento dell’uranio sarebbe un bene per tutti, iraniani compresi. A parte naturalmente le inevitabili migliaia di morti. Tanto è uno stato canaglia. Cosa ci importa se alcuni monumenti, patrimonio dell’umanità, come la torre di Ciro a Pasargad, rischiano di essere danneggiati dalla costruzione di una ferrovia troppo vicina?

Anche la Corea del Nord era uno stato canaglia e la sua gente moriva di fame. E la Cina? La Cina non è più uno stato canaglia, anche se non si contano le condanne a morte, anche se i minatori cinesi continuano a morire per tirar fuori un po’ di carbone. Forse dovremmo finalmente cominciare a fare una differenza fra “Stato” e “Popolo”, fra “governanti” e “governati”. Diceva bene il nostro autista nel suo inglese essenziale, il sempre sorridente e premuroso Merhab, “tutte le persone sono buone, tutti i presidenti sono cattivi”.

Un ragazzo iraniano, un architetto adesso residente a Los Angeles, colto ed intelligente, seduto accanto a me in aereo nel viaggio di andata, mi ha esposto la sua interessante teoria.  Chi comanda veramente in Iran, ha continuato il mio interlocutore, sta a Qom, la città santa, non lontana da Tehran. Non servono le sanzioni, ha continuato, perché i potenti religiosi hanno comunque grandi proprietà e beni all’estero, moltissimi in Canada. Se mai si danneggiano proprio gli esportatori occidentali. (In Iran adesso non si possono usare né bancomat né carte di credito. Ufficialmente. Ma abili commercianti riescono ad eludere il divieto collegandosi con il Dubai.) Mi ha detto inoltre che nella sola Los Angeles, vivono un milione e mezzo di iraniani, ma in tutto il mondo l’Iran esporta cervelli da trent’anni. Proprio come l’Italia. Per lo più professionisti qualificati,medici, architetti, ingegneri, professori di università. Poi, ha continuato, in Iran si beve forse più di prima. Al mercato nero si trova tutto l’alcool che si vuole. E la sera bisogna stare attenti perché spesso chi è al volante ha bevuto e va velocissimo anche per non farsi prendere. E molti fanno persino il vino in casa.

Che strano, le moschee iraniane non sono brulicanti di fedeli come immaginavo. Solo una volta stava per esserci vietato un ingresso perché c’era un digiuno di donne. Nei giorni di festa la gente si reca con tutta la famiglia nei loro splendidi e curatissimi giardini, stendono un gran tappeto su un prato e passano lì il pomeriggio e la serata, in allegra compagnia. Però il nostro laico autista ogni volta che andavamo al ristorante e sulla tavola avanzavano piatti pieni di cibo ancora intatti si faceva dare delle scatole di plastica e li offriva con naturalezza ed un sorriso una volta a dei mendicanti, un’altra volta a degli operai afgani, che lavoravano lì vicino e cercavano di risparmiare il più possibile da mandare alla famiglia.

Che strano, il 16 di luglio, giorno di festa, “festa del papà” e compleanno del saggio e Alì, di cui lo stesso Maometto aveva detto di seguire le tracce, non riconosciuto dai sunniti, abbiamo sentito cantare con gioia, La voce tuonante veniva da una delle tante arcate del bellissimo ponte di Isfahan, dove la gente si raccoglie per trovare un po’ di refrigerio. Cantava quest’uomo e quando ha visto che eravamo stranieri ha chiesto alla nostra guida di tradurre le parole della canzone, probabilmente di un poeta iraniano, e ci ha coinvolto tutti nel canto. Si trattava solo di parole di amore, verso tutti, verso i vecchi, verso la famiglia, verso l’ospite. Come ci ha detto la guida è il modo degli iraniani per dire agli stranieri che non provano odio, anzi. Prima di lasciarci, l’artista ha abbracciato tutti gli uomini del nostro gruppo, mentre intorno a noi si era formata una piccola folla curiosa e affettuosa.

Che strano, a Isfahan la zona armena è la più lussuosa della città, la chiesa di Vank con annesso un interessante museo era piena di visitatori. E’ loro chiesa più bella, è splendidamente affrescata. Risale al ‘600, periodo in cui gli armeni furono chiamati dai governanti persiani per potenziare i commerci.

Che strano, abbiamo potuto visitare liberamente in varie città anche alcuni templi del fuoco, dedicati a Zoroastro. E’ ancora molto vivo in Iran lo Zoroastrismo, una delle più antiche religioni monoteiste. In questi templi brucia una fiamma perenne, sorvegliata dai loro sacerdoti, persone semplici, che svolgono un lavoro qualsiasi. Ma hanno pregato per noi e davanti a noi e ci hanno ripetuto il loro comandamento: Pensare bene, Dire bene e Fare bene. Sembra facile. Sono ancora molto vive e radicate nel popolo le tradizioni preislamiche che nemmeno l’attuale regime riesce a cancellare.Che strano, a Shiraz siamo potuti entrare in una yeshiva (scuola ebraica), senza nemmeno suonare il campanello, e a Isfahan siamo stati accolti con baci e abbracci nella sinagoga locale, piena di bambini urlanti. In tutte le altre sinagoghe che ho visitato, in Italia e all’estero, avevamo dovuto annunciarci, chiedere permessi, presentare documenti. Il fatto è che il nemico è il sionismo, quindi Israele, non l’ebreo che abita in Iran. Ma allora come mai si vedono le piazze piene nelle “giornate dell’odio”? (Odio contro l’occidente e contro Israele). Semplice, invitano gli abitanti di paesini delle campagne, offrono loro gita e pranzo e così riempiono le piazze. Esattamente come facevano in Russia per le loro feste, ad esempio il primo maggio.  Pagavano delle ore di lavoro in più a chi partecipava alle parate, mi raccontava la mia insegnante di russo. Se non sbaglio si faceva qualcosa di simile anche da noi durante il ventennio. Nessuno però racconta perché la settimana scorsa le vie e le piazze Tehran fossero gremite da una folla che bloccava il traffico. Era morto – di infarto – un popolarissimo attore, Khosro Shakibaii, molto amato per la sua bravura ed ironia, che aveva preferito restare in patria, dimostrando seppur discretamente, sempre nei limiti del possibile , la sua voglia di libertà e l’amore per il suo popolo. Ma non mi risulta che alcun giornale occidentale abbia mostrato le foto della folla che ha partecipato al suo funerale.

Ricordare le radici persiane sta diventando una forma di trasgressione. I mausolei degli antichi poeti sono ancora oggetto di pellegrinaggio, come la tomba di Hafez a Shiraz, in un magnifico parco, frequentato da famiglie, giovani e studenti. Le poesie di Ferdousi, un altro celebrato poeta iraniano, sono lette e studiate con un amore a noi ignoto. Forse varrebbe la pena fare un piccolo sforzo per conoscerli. A Isfahan abbiamo potuto ammirare le opere di giovani grafici – la calligrafia è un’arte tipicamente persiana – che riescono a fare degli splendidi quadri moderni con poche lettere o parole. In altri invece si rappresentava l’invasione araba e la lotta del popolo persiano in un fumetto. Sono piccoli segni, ma è tutto quello che possono fare, per adesso.Studiano l’arabo gli iraniani, a partire dalle scuole medie. Ma non lo studiano volentieri. Preferiscono studiare l’inglese. Perché l’arabo è la lingua del Corano, imposto dal conquistatore, dall’oppressore, anche se di più di mille anni fa. Hanno adottato l’alfabeto arabo, ma la loro lingua, così come il loro ceppo etnico, sono indoeuropei. Infatti sono molto diversi. Spiega bene Ryszard Kapuściński nel suo libro Shah-in-Shah queste differenze. Anche nella religione i persiani sono diversi. Infatti sono shiiti. Venerano Alì, nipote di Maometto e lo rappresentano ovunque, con fattezze delicate, che a noi cattolici ricordano tanto quelle di Gesù Cristo. Anche Gesù è considerato un profeta ed è rappresentato spesso. Non sono certo iconoclasti i persiani. Isfahan è un trionfo di immagini, sacre e profane. C’è un palazzo in quella città magica, con un salone completamente affrescata con scene di caccia, di feste, di guerra e di gioia, che viene chiamato “la cappella Sistina di Isfahan”.

Certo, luglio forse non è il periodo migliore per visitare l’Iran. Teheran è in alto, ma oppressa dalla montagna, con i suoi quattordici milioni di abitanti, il suo traffico congestionato e i suoi palazzi, quasi tutti con l’aria condizionata, è anche molto inquinata. Ci sono degli splendidi parchi e giardini, ma non bastano ad alleviare il disagio. In questo hanno sbagliato a copiare l’occidente. Perché non hanno continuato a costruire come facevano gli antichi persiani nei loro deserti? Intonaci di paglia e fango, isolanti ed ecologici, soffitti a cupole per raccogliere il calore, sofisticati impianti di ventilazione – le cosiddette torri del vento – che assicurano una circolazione d’aria anche col caldo torrido, sistemi di canalizzazione – i ghanat – che assicuravano sempre il rifornimento di acqua alle città e permettevano di avere quei verdissimi giardini, e persino grandi ghiacciaie scavate nel terreno e coperte da alte cupole. Tutte cose che abbiamo potuto ammirare a Yazd, magica città oasi.

E’ davvero un luogo speciale Yazd. Lì abbiamo potuto assistere ad una sessione di Varzesh-e Pahlavani, un’antica disciplina di ginnastica e lotta tradizionale della Persia, originariamente nata come accademia di educazione fisica per scopi militari. È conosciuta in Italia anche con il nome di zorkana, nome che indica più strettamente il luogo dove si compiono gli esercizi fisici, in questo caso un’antica ghiacciaia circolare. E’ un’arte in cui si fondono elementi della cultura pre-islamica con la spiritualità del sufismo. Agli “atleti” si richiede purezza, sincerità e temperanza, solo in seguito viene la forza fisica. Alla fine di ogni esercizio si invoca Alì. E’ stata un’esperienza forte e, mentre noi sorseggiavamo il tè offertoci, il nostro autista e un giovane del nostro gruppo si sono cimentati nel sollevamento di quelle speciali clave e quei pesanti strumenti metallici a forma di arco.Quante cose ci sarebbero ancora da raccontare di questo viaggio. La suggestività delle Torri del Silenzio, poste sulla vetta di colline desertiche nei pressi di Yazd, dove i seguaci di Zoroastro ponevano i loro morti, poiché i cadaveri non potevano contaminare gli elementi sacri, come la terra e il fuoco elemento e allora venivano esposti su queste torri e “purificati” dagli uccelli rapaci. Adesso non sono più in funzione, ma si immergono i cadaveri nella calce viva. Almeno così fa la grande comunità di Zoroastriani in India.

Le piazze di Yazd o di Isfahan al tramonto. Le splendide moschee con le cupole turchese. I giardini con innumerevoli giochi d’acqua. I bazar variopinti con ogni genere di merce. Il bazar per i nomadi a Shiraz, tutto colori e luci, come fosse Natale, perché ai nomadi di Shiraz piacciono colori e lustrini, come quella bella signora, che si è lasciata fotografare insieme a noi, così elegante nel suo

Quante, quante contraddizioni in Iran. Ma forse quella che lo rappresenta meglio di tutte è, come ci ha fatto notare la nostra guida, la severità con cui la polizia impone il velo alle donne, ma il lassismo con cui tollera che i motociclisti non indossino il casco…abito rosso, tutto decorato di paillettes. I vasi di spezie colorati che sembrano mandala tibetani. Ma come faranno a non mischiarle? E poi i tappeti, ogni città ha il suo stile, ogni casa ha il suo telaio, ogni tribù il suo mercante.

 

Molti i libri sull’Iran, i più importanti consigliati dalla guida Lonely Planet.

Io ho trovato particolarmente interessanti:

Alla ricerca di Hassan. Il volto nascosto dell’Iran di Terence Ward. TEA (2006)

Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi. Editore Adelphi  (2004)

Persepolis. Ediz. integrale di Marjane Satrapi. Editore Lizard ( 2007)

Shah-in-Shah di Ryszard Kapuscinski. Editore Feltrinelli  (2004)

Persia in the Great Game: Sir Percy Sykes – Explorer, Consul, Soldier, Spy ( 2004) by Antony Wynn

 

Non è così lontana Samarkanda

 

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Il colpo d’occhio all’arrivo a Khiva. La poesia di quell’immagine. La cittadella , un grande castello di sabbia rosata. La piazza, ampia, tanti fiori e una grande vasca che riflette il cielo, e, oltre la porta della cittadella, quella grande torre a tronco di cono, un minareto incompiuto, rivestita di piastrelline azzurre in tutte le sfumature.

Khiva fa parte del patrimonio dell’umanità. La favolosa Via della Seta. Forse dovremmo ricordare Marco Polo e lo spirito con cui viaggiava. O ripercorrere il cammino di Alessandro Magno. Cosa sappiamo avanzata araba verso oriente?

Lungo la via della seta c’erano ricchezza e cultura. Si parlavano tante lingue e c’era una grande libertà religiosa. Qui trovavano rifugio i perseguitati di altre religioni. Cristiani nestoriani, ebrei karaiti, sufi islamici, manichei, buddisti, seguaci di Zoroastro e sciamani. Il loro incontro creava interessanti fenomeni di sincretismo. In comune, un profondo misticismo.

Khiva, Bukara, Shakrisabz (la città di Tamerlano), Samarcanda.

Le splendide facciate delle moschee e delle madrasse. Azzurro il cielo, sempre, azzurre le decorazioni di ceramica. Mai uguali però, si potrebbe stare ore a contemplarle, a notarne i dettagli, le simbologie, i richiami ad altre religioni. La stella di Davide accanto alla svastica, e poi fiori e uccelli stilizzati. Anche nella bandiera uzbeka c’è un uccello, il Simurgh, il simbolo sufico per eccellenza.

Due le architetture delle moschee, quelle come la moschea azzurra di Istanbul, cupola in mezzo, quattro minareti agli angoli esterni, che si ispirano a Santa Sofia, e quelle che seguono il modello di Medina, un grande chiostro con cortile al centro. Qui sono così, con alcune eccezioni, come una moschea a Bukhara sorta sul sito di un tempio zoroastriano, forse una ex sinagoga, con un portale le cui colonne laterali ricordano il dorso di due libri.

Ancora sincretismo, antico testamento in ambiente islamico nei mausolei a San Daniele e a San Giobbe. O il mausoleo di Ismail Samanid, piccola costruzione cubica, le cui uniche decorazioni sono i giochi geometrici ottenuti con i mattoni: un gioiello cesellato con riferimenti al culto di Zoroastro, dodici finestre che rappresentano i mesi. Gli Zoroastriani, erano i più grandi astronomi dell’antichità. Cultori del fuoco, erigevano templi là dove il gas naturale sotterraneo lo alimentava. Anche gli arcangeli hanno “origine persiana”, passati poi all’ebraismo e all’islam.

Le moschee estive, tre lati chiusi e uno aperto rivolto a nord, il soffitto di legno lavorato sostenuto da una colonna centrale in legno.

Gli splendidi soffitti variopinti degli harem.

Khiva e Bukhara erano città universitarie, vi si insegnavano le arti liberali del Trivio (Grammatica, dialettica e retorica) e del Quadrivio (Astronomia, matematica, geografia e musica). Anche l’università di Bologna è cominciata così.

Troppo pochi i turisti a Bukhara. Hanno forse paura? Paura di essere rapiti e venduti proprio qui in questi androni, nel più ricco mercato di schiavi fino al secolo scorso? Paura di essere rinchiusi nella orrenda prigione della fortezza insieme a ratti e insetti malefici, su un letto di putrido liquame? O di avere la testa mozzata, proprio qui, davanti alla fortezza, per un capriccio del crudele emiro, come capitò ai due ufficiali inglesi intorno al 1840? O di essere aggrediti dal temibile “verme di Bukhara”, micidiale parassita che viveva in queste vasche in cui si conservava l’acqua? Ma Bukhara è bellissima, nonostante il suo sinistro passato.

La città di Tamerlano, Shakrisabz, da cui si intravedono le montagne del Pamir! Forse ancora più importante di Tamerlano è stato il nipote, Ulug Beg, grande astronomo. Eppure fu ucciso proprio da chi gli doveva tutto, il figlio. Ma egli rivivrà nei suoi studi, nelle sue opere, nel suo osservatorio di .

Via di nuovo. Chilometri e chilometri in mezzo a colline desertiche. Come per incanto su una collinetta d’oro appaiono tre figure. Tre macchie di colore. Tre ragazzine, su tre minuscoli asinelli. Ci sorridono, ecco che dal nulla spunta un’altra pastorella bionda, anche lei coloratissima. Ci guardano e sorridono. Ecco, a queste tre graziose kazake ho scattato la foto più bella del viaggio.

L’ultima tappa è Samarcanda. La piazza del Registan è troppo imponente e maestosa per entrare in un piccolo obiettivo. Comprerò delle cartoline, ma non sarà la stessa cosa. Comunque non è più la stessa cosa. Immagino il viaggiatore che, dopo un’estenuante marcia nella steppa, d’un tratto si trova in questa piazza racchiusa fra edifici colossali, cupole azzurre e altissimi minareti. Lo vedo che arriva mentre si stanno svolgendo le pubbliche esecuzioni sulla piazza del Registan, tutta coperta di sabbia per assorbire il sangue dei condannati… Siamo davvero in un luogo reale o siamo entrati direttamente in una favola delle Mille e Una Notte? Spiccano sulla moschea le immagini di due tigri…

Non è così lontana Samarcanda.

 

Viaggio in Polonia. Impressioni e Pensieri

2. CRACOVIA – LUBLINO – VARSAVIA

Lasciata la bella Cracovia continuiamo il nostro cammino. Campagna, boschi, casette. Una prima sosta a Tarnow, tranquilla cittadina con una bella piazza. “Prima della guerra era un attivo centro industriale, ma durante la seconda guerra mondiale Tarnów fu oggetto, da parte dei nazisti, di uno sterminio dei suoi cittadini di religione ebraica, all’epoca circa 25.000 persone, pari a circa la metà dell’intera popolazione (Wikipedia)”. Di questa presenza rimane la bimà di una grande sinagoga bruciata, un’altra sinagoga di tipo moresco oggi diventata ristorante, e qualche nome ebraico sulle targhe delle vie.

Il nostro viaggio non può prescindere dalla storia degli ebrei in Polonia e quindi dalla storia della Polonia stessa. Ho cercato di fare una sintesi impossibile, ho accennato solo agli avvenimenti più importanti, connessi anche alla presenza ebraica. Non ho parlato della tripartizione della Polonia fra Russia, Prussia e Impero Asburgico, dalla fine del ‘700 alla prima guerra mondiale, proprio negli anni in cui nascevano i nazionalismi. Non ho parlato delle due guerre mondiali. Non ho parlato della nascita del sionismo e dell’avanzare dell’antisemitismo. Tema delicato e scottante. Ho sentito una professoressa di Lod rispondere così a un giornalista che la intervistava a proposito della questione ebraica: “A differenza di altri paesi noi abbiamo cominciato ad elaborare il nostro passato solo da una ventina d’anni. Siamo diventati una nazione libera solo dopo la prima guerra mondiale, poi siamo stati di nuovo invasi un po’ dai tedeschi e un po’ dai russi, abbiamo subito perdite e distruzioni tremende, siamo stati “occupati” dai comunisti per quarant’anni. È solo da poco che possiamo godere della libertà.” Parole dure.

Come mai in Polonia c’erano tanti ebrei? Altra domanda che richiederebbe una risposta lunga e articolata. Accontentiamoci di dire che mano a mano che gli ebrei subivano persecuzioni nel resto d’Europa, durante le crociate, durante la Peste Nera quando erano accusati di diffondere il morbo, e poi ancora dopo la cacciata dalla Spagna, essi si spostavano verso est, dove la chiesa era meno potente, dove la peste non era arrivata e dove venivano accolti e tutelati. In Polonia essi godettero di relativa tranquillità e tutela per più di due secoli, a partire dalla metà ‘300, cioè dal regno di quel Casimiro il Grande di cui abbiamo già parlato, fino alla fine del ‘500, quando il regno di Polonia, unito in confederazione con la Lituania, cominciò ad indebolirsi e decadere.

Ma perché venivano perseguitati gli ebrei? Per motivi religiosi, economici, forse linguistici, perché erano oggetto di invidia, ma soprattutto perché erano considerati “diversi”. Ma nessuno di questi motivi può giustificare le persecuzioni di cui sono stati oggetto, culminate con la Shoah.

Più passa il tempo, più leggo, ascolto e rifletto, più queste persecuzioni e la tragedia immane della Shoah mi sembrano incredibili, incomprensibili, inspiegabili, nonostante tutti gli sforzi per capire, spiegare, razionalizzare..

Non è umanamente concepibile e accettabile essere puniti per dove si è nati, per come si è nati, per una condizione che nessuno di noi può scegliere. Ricordo sempre quella bella canzone di Joan Baez: There But For Fortune, Solo per caso. Solo per caso quei milioni erano nati ebrei.. ma non per caso sono stati sterminati.

Ormai possiamo solo ricordare, e vigilare affinché non si ripeta più…

Dobbiamo ricordare un altro momento traumatico, un’altra cesura nella storia polacca: il cosiddetto massacro di Chmielnicki del 1648 compiuto dai cosacchi ucraini scontenti del trattamento cui erano sottoposti dai nobili polacchi che li utilizzavano per controllare le loro terre in Ucraina. Guidati da Bohdan Chmielnicki trucidarono spietatamente i nobili polacchi e anche gli ebrei in quanto amministratori economici dei beni della nobiltà. Per assurdo gli stessi polacchi si rifecero con gli ebrei, incolpandoli di essere loro ad aizzare cosacchi e russi ad invadere la Polonia. A seguito di ciò quasi 1/4 degli ebrei morì tra atrocità e torture, e altrettanti furono venduti come schiavi nei mercati di Istanbul.

Questo periodo – noto come Il Diluvio – coincise anche con l’invasione della Polonia da parte degli svedesi e il definitivo indebolimento della corona polacca. Una curiosità, sarebbe interessante leggere o rileggere il romanzo IL Diluvio di Henryk Sienkiewicz, l’autore di Quo Vadis, che narra proprio una vicenda che si svolge in questo periodo in Polonia.

Fu in seguito a queste tragedie che anche la comunità ebraica si indebolì. Solo nel ‘700 cominciarono a nascere nuove correnti, fra le quali la più nota è senz’altro quella hassidica, che rianimarono la vita negli shtetl e riportarono la gioia di vivere, introducendo anche canti e danze nei riti religiosi.

Questo breve cenno storico era dovuto, se vogliamo capire il nesso fra il bel palazzo nobiliare che abbiamo visto a Lancut, una vera e propria reggia, appartenuto ai conti Potocki, e la coloratissima sinagoga non molto distante. I Conti Potocki erano una potente famiglia polacca celebre per i numerosi statisti, leader militari, e intellettuali. Era anche proprietaria della distilleria di vodka più antica del paese. Un suo famoso esponente è Jean Potocki, autore del famoso Manoscritto Trovato a Saragozza, libro che è diventato esso stesso un topos letterario, citato in innumerevoli altre opere, anche in un episodio di Montalbano.

Nel 1944, quando il conte Alfred Potocki, probabilmente collaborazionista, si accorse che i tedeschi avevano appiccato fuoco alla sinagoga del villaggio, la “sua” sinagoga, andò su tutte le furie e riuscì a fermare la distruzione e salvarne il corpo centrale. E’ quella coloratissima sinagoga in cui abbiamo visto un gruppo di giovani hassidim provenienti da Israele pregare, cantare e infine mettersi a ballare coinvolgendo anche i membri del nostro gruppo. A quanto pare erano così le sinagoghe polacche, decorate con rappresentazioni di animali e simboli biblici. E non penso di essere irriverente se associo le immagini di una vecchia giostra decorata alla bimà della sinagoga riprodotta all’interno dello stupendo Museo Polin di Varsavia. Ripenso ai racconti di Sholem Aleichem (Il violinista sul tetto), ai Racconti dei Hassidim, raccolti da Martin Buber, ai libri di Isaac B. Singer, al film Train de Vie. E penso soprattutto alla danza gioiosa di quel gruppo di giovani Hassidim incontrati nella Sinagoga di Lancut.
A proposito di I. B. Singer, abbiamo visto un tentativo di ricostruire uno shtetl, con tanto di sinagoga, proprio a Bilgoraj, il villaggio dove visse lo scrittore. Eravamo perplessi, ci dava un’idea di “posticcio”, come il villaggio Medievale a Torino o Grazzano Visconti vicino a Piacenza. Le casette erano belle e moderne, con tutte le comodità, destinate ad essere abitate. La sinagoga in legno era ancora in costruzione, secondo un metodo e uno stile “filologicamente corretto”.
Forse abbiamo apprezzato di più quella vista al Museo Polin, ricostruita con il solo scopo di mostrare al pubblico la tipologia di quegli edifici di culto. Comunque un risultato apprezzatissimo.
Continuiamo nel nostro pellegrinaggio nei luoghi di vita e di morte di quella Polonia che non c’è più .
Paradossalmente molto vivo, con le testimonianze delle preghiere dei fedeli e la calda accoglienza del custode, il ricordo dello Tzadik Eleazar Shapiro nel suo Ohel (tenda), cioè il suo luogo di sepoltura, nella campagna presso Lancut.

Poi il campo di Majdanek. Uno dei sei campi di sterminio costruiti dai nazisti in Polonia. Gli altri sono Chelmo, Belzec, Sobibor, Treblinka, Auschwitz-Birkenau.

Più delle parole della guida ci hanno scosso i singhiozzi, veri, di una coppia di anziani visitatori e la commozione dei membri del nostro gruppo.. Una di noi ha posto una piccola pietra sul grande tumulo sottostante la cupola del memoriale. Che cos’altro mi ha colpito? La razionalità della follia omicida… Tutto troppo macabro..
Consola solo vedere alcuni fiori di campo accanto a delle baracche e delle balle di fieno raccolto là dove allora di prato proprio non ce n’era. La vita che preme? La natura che vuole una rivincita?
Ripartiamo in silenzio per Lublino.

A Lublino siamo ospitati nell’albergo Ilan, già sede della Jesziwat Chachmei (Yeshiva), costruita nel 1930 in una Polonia ancora libera e fiduciosa, solo recentemente ritornata alla comunità ebraica, e che oltre all’hotel ospita la sinagoga e un bel museo fotografico.

Bella città Lublino, anche se molto più povera di Cracovia e Varsavia. Crocevia intellettuale e culturale di rinomanza internazionale, dove convivevano pacificamente ebrei, protestanti e cattolici. Punto d’incontro e scambio fra oriente e occidente, non fu toccata dalle sanguinose guerre di religione che devastarono il resto d’Europa. All’interno del suo bel castello abbiamo ammirato la Chiesa della Santissima Trinità, completamente affrescata in stile bizantineggiante da un artista ortodosso per il committente cattolico. Con l’occupazione nazista la piccola Gerusalemme dell’est Europa divenne un centro di raccolta per lo sterminio di massa, mentre il quartiere ebraico veniva raso al suolo. Nessuna traccia quindi del Mago di Lublino (I. B. Singer). Rimane solo un lampione, che non viene mai spento, una Lampada della Memoria. Almeno quello.

Il viaggio volge a termine. Raggiungiamo Varsavia in tempo per sostare in raccoglimento davanti ad un frammento del muro del ghetto. Anche qui commozione e religioso silenzio. Anche qui la posa di un sassolino. Passiamo davanti alla casa del Dottor Janusz Korczak, immortalato nel film omonimo di Wajda. Figura meravigliosa di umanista, pediatra, educatore. Anche a Gerusalemme l’abbiamo ricordato davanti al monumento a lui dedicato nello Yad Vashem (Museo della Shoah) .

Varsavia è oggi una cittadona moderna, come tante. Grattacieli, negozi Benetton, Prada, Luis Vuitton, Armani, come in tutte le altre cittadone Non somiglia alla Varsavia del Pianista di Polanski. . E’ una ricostruzione fedele dalla città rasa al suolo dai tedeschi, ma resti del ghetto bisogna andarli a cercare in mezzo a case popolari del periodo comunista. Il ghetto si trovava in una zona, Muranow, (di Murano) dal nome di un palazzo così chamato che apparteneva a un architetto veneziano, Josef Belotti. Le case popolari furono costruite dopo la guerra intenzionalmente sulle ceneri Ghetto utilizzandone le Macerie e i mattoni recuperabili. Molto inquietante. Anche la storia del Ghetto di Varsavia, pur tanto raccontata è una storia inenarrabile. E qui vorrei ricordare Ian Karski, il cui momumento avevamo incontrato a Cracovia, autore de La mia testimonianza davanti al mondo, uno dei libri che mi ha colpito e commosso di più in assoluto. Egli racconta la sua resistenza ai tedeschi durante la guerra, la sua cattura e le sue torture da parte dei tedeschi, la sua liberazione e la sua visita prima al ghetto poi addirittura in un campo, travestito da guardia ucraina. E’ un racconto scarno, senza fronzoli. Egli poi riuscì ad attraversare l’Europa in guerra e raggiungere Londra come membro del governo clandestino polacco. Raccontò quello che aveva visto agli alleati. Non fu ascoltato. Racconta Ian Karski di come, dopo essere riuscito ad uscire dal campo avesse vomitato sangue per tre giorni. Quello che forse lo colpì di più furono i trasporti dal ghetto ai campi, le scene di disperazione, gli urli.. e poi la scoperta che i vagoni per il trasporto erano ricoperti di calce viva..                         A questo pensavo mentre stavo davanti al pezzo rimasto in piedi del muro del ghetto. Pensavo anche che comunque, per quanto ci sforziamo, tutto quanto successo proprio lì, settantatré anni fa, oltre che inenarrabile è anche inimmaginabile, nel vero senso della parola.

Per fortuna abbiamo chiuso il nostro viaggio con la visita allo splendido Museo Polin, con la sua architettura essenziale pensata da un architetto finlandese, Rainer Mahlamäki.       In esso si raccontano i mille anni della storia ebraica in Polonia, non solo le tragedie. Storia che non prescinde dalla storia della Polonia, dalla storia dell’Europa, dalla nostra storia. Non basta una mattina per visitare quel museo. Ogni sezione è un racconto, ogni racconto merita tempo e riflessione.

Dovrò tornarci a Varsavia, anche solo per rivedere il Museo Polin.

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Museo Polin, Varsavia. La sinagoga ricostruita all’interno.

Anna Carbich

Lugano, luglio 2016