Archivio mensile:gennaio 2017

La Vita È Bella,

quando la memoria passa per l’arte..

terezin

Oggi è la giornata della memoria. Sinceramente per me è sempre la giornata della memoria. Anche per noi tutti, credo. Non c’è giorno in cui non la esercitiamo. Non c’è giorno in cui non ricordiamo qualcosa, un fatto, una persona, un avvenimento. Quante volte ripetiamo: la memoria non è più quella di una volta. E ci credo. Pensiamo ai computer, la cui capacità di contenere dati va sempre aumentata, non basta mai. Lo stesso vale per la nostra. E’ sovraccarica, ma non possiamo utilizzare chiavette, cd, I-cloud o altro. E’ chiaro che quando si comincia ad avere una certa età, questa povera memoria fa buchi da tutte le parti e si difende. Ricordiamo solo quello che conta veramente. Non per niente si dice che la memoria è selettiva.

Molti criticano questa scelta di istituzionalizzare la giornata della memoria, coi suoi riti, le sue cerimonie, i suoi discorsi. Mi avvalgo della facoltà di non esprimere giudizi in merito, parlo solo per me. Tuttavia continuo a ricordare, tanto, in ordine sparso, quando meno me l’aspetto, quando sono sollecitata da ascolti, letture, chiacchierate, viaggi. Oggi si ricorda soprattutto la Shoah. E’ un argomento che non smette e non smetterà mai di turbarmi, e la cosa peggiora col tempo.

C’è chi si preoccupa che con l’inevitabile scomparsa degli ultimi sopravvissuti alle persecuzioni naziste anche la memoria della Shoah verrà a mancare. Ebbene io non lo credo. Ribadisco quanto ho ascoltato non ricordo quando e dove, ma che ho fatto mio. L’arte ci aiuterà, e per arte intendo letteratura, cinema, pittura, scultura, fotografia e musica.

Ho visitato tre campi di concentramento, confesso che quelli che mi hanno colpito di più sono la Risiera di San Saba e Terezin. Sono stata anche a Maidanek in Polonia.

San Saba è quello che mi ha fatto più orrore, forse perche più piccolo, forse perché la giornata era cupa e livida, forse perché accompagnato da una mostra fotografica letteralmente orripilante nel suo contenuto, forse perché in terra a noi vicina, nella bella Trieste che amo tanto.

A Terezin, non lontano da Praga, sono stata una decina di anni fa. Ricordo come fosse oggi il grigiore di quel posto, eppure era una giornata estiva, calda. Ricordo di aver pensato, ma come si fa ad abitare in un posto così, con la memoria che ha? Ricordo le stanze con tre piani di cuccette in cui gli internati dormivano stretti come sardine sotto un tetto pieno di fessure. Ricordo il tunnel che percorrevano i condannati fino al luogo dell’esecuzione, in un piccolo prato con lo sfondo di un alto muro. Adesso Terezin è una “cittadina”. Strano chiamarla così. Più appropriato forse chiamarla cittadella. Era nata infatti come insediamento militare difensivo al limite dell’impero asburgico, alla fine del diciottesimo secolo.

Con pianta a forma di stella ospitava, in due zone separate, la guarnigione militare nella cosiddetta Grande Fortezza e un carcere nella Piccola Fortezza. Un po’ come lo Spielberg; ricordate Le Mie Prigioni di Silvio Pellico? Durante la prima guerra mondiale Terezin fu utilizzata come campo di internamento per i prigionieri russi. Vi fu rinchiuso anche Gavrilo Princip, l’assassino dell’arciduca Ferdinando a Sarajevo.

Così quando i nazisti invasero la Cecoslovacchia nel ‘39 si trovarono questa cittadella già bell’e pronta e la utilizzarono subito, senza neppur doverne cambiare la destinazione d’uso.

Perché mi ha tanto colpito Terezin o Theresienstadt, come fu chiamata dai tedeschi, che ne avrebbero voluto fare una cittadina modello per gli ebrei cechi, un nuovo ghetto? Proprio per il contrasto che porta in sé: luogo abitato oggi che non può prescindere dalla sua storia, che gli rimarrà sempre attaccata, come rimangono appiccicate ai posti le leggende, che siano di apparizioni sacre o di roghi di streghe, di pestilenze o di miracoli. E la gente non si stacca dalle sue leggende… Di Terezin rimangono gli splendidi disegni dei bambini, con tante farfalle… Rimane l’attaccamento alle cose belle della vita, le opere d’arte, la musica, il teatro, nonostante la morte incombente. Davvero incredibile.

Di Maidanek, più che gli innumerevoli dettagli macabri, risuonano ancora nelle mie orecchie i singhiozzi veri di una coppia di visitatori. Chissà quanto avrebbero avuto da raccontare.

Del ghetto di Varsavia, di cui rimangono solo alcuni pezzi di muro e alcune targhe, ricordo le lacrime di un nostro compagno di viaggio, che piangeva per la sua gente.

Ma ricordo anche che, quando andai a vedere il film Il Pianista, ad un certo punto avrei voluto uscire, tanto reali erano le scene, così come ricordo la struggente scena finale dell’ufficiale tedesco catturato dai russi..

Dello Yad Vashem a Gerusalemme ricordo soprattutto, del padiglione dedicato ai bambini, la cupola blu con le innumerevoli stelline e il monumento al Dottor Korczak, anche perché ero stata in precedenza commossa dalla sua storia raccontata in un film da Andre Waida.

E poi altri film, altri libri. Ricordo che un mio allievo, non particolarmente studioso, ci portò i dvd di Schindler’s list da guardare insieme a scuola, e l’aveva visto parecchie volte.

Ecco allora che anche film come La Vita è Bella o Train de Vie non vanno criticati, perché celebrano la vita e cercano di raccontare l’indicibile anche ai bambini. E io, che ebrea non sono, mi sono avvicinata alla cultura ebraica non tanto per gli orrori della Shoah, ma per i suoi libri, a cominciare da quel Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg, che raccontava di una famiglia, una famiglia che avrebbe potuto essere la mia, con le sue vicende di tutti i giorni, i pettegolezzi, gli avvenimenti della Grande Storia sullo sfondo. A quello di libri ne sono seguiti tanti, tantissimi, ma in tutti si rivendica il diritto di essere simpatici e antipatici, buoni e cattivi, avari e generosi, ricchi e poveri, insomma di essere uomini e donne come tutti, con qualità e difetti. E ogni uomo, ogni donna è comunque sempre una storia, da ricordare e raccontare ai figli, ai nipoti…

Per approfondire la storia di Terezin rimando al libro:

TEREZÍN

LA FORTEZZA DELLA RESISTENZA NON ARMATA

di Maria Teresa Milano, Effatà Editrice, 2017.

Anna Carbich, Lugano, 27 gennaio 2017

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Viaggio in Iran 2. Le donne.

 

Ho fatto questo viaggio nel 2008. Da allora molte cose sono successe. C’è stata una rivolta, il presidente è cambiato, è stato firmato l’accordo con gli USA. Speriamo che anche la situazione per molte donne sia migliorata. Se lo meritano davvero. Nelle foto, io che visito una moschea tutta rivestita di frammenti di specchi, con un chador messomi a disposizione all’ingresso, un gruppo di ragazze che volevano sapere di noi e parlare inglese, una famiglia di nomadi a Persepoli.

Ancora una volta è il popolo a subire. In una piazza di Shiraz, subito dopo il calar del sole, quando la gente affolla le piazze e i giardini in cerca di un po’ di refrigerio,   due guardiani della rivoluzione, i famosi “pasdaran” , arrivano in motoretta e portano via il pallone a un gruppo di ragazzini che giocano al calcio. Chissà, forse non potevano stare sul prato, o calpestare l’erba. Non sapremo mai il perché. Un altro pasdaran, questa volta appiedato, intima ad un gruppo di giovani donne di non mangiare il gelato in pubblico.

Che meraviglia i sorrisi delle giovani persiane. Denti bianchi e perfetti. Che sguardi! Occhi dolci e profondi evidenziati da un trucco accurato. Non possono “svelare” altro quelle belle ragazze. Non possono scoprire né polsi né caviglie. Subiscono rassegnate, anche se le più audaci usano “hejab” (i loro foulard ) fantasiosi e colorati che non riescono a nascondere le folte capigliature.Per potere osservare scene di questo genere bisogna avere un po’ di tempo. Il turista telecomandato spesso non ne ha né la pazienza né l’opportunità . In compenso l’ingenuo visitatore straniero è sempre oggetto di curiosità e manifestazioni di grande cortesia. Ogni volta che ho incontrato lo sguardo di una donna iraniana mi è stato regalato uno splendido sorriso.

Le donne più modeste e timorose si coprono il capo con un foulard nero, mentre le più osservanti portano il famoso chador, quasi sempre nero, un grande triangolo di stoffa che le avvolge completamente. Se si pensa che l’estate in Iran è torrida e molto lunga, si può immaginare il supplizio imposto a queste donne.   Confesso che nel vedere quelle figure nere, quasi sempre in piccoli gruppi, ho provato una sensazione di angoscia, di compassione. Una componente del nostro gruppo ha voluto indossare il chador per una giornata intera in segno di solidarietà ed empatia nei loro confronti. Si è sentita prigioniera ed oppressa. Insegna italiano e storia alle scuole medie. Dice che utilizzerà quel mantello nero in classe per fare una lezione di “libertà”. Sui volti di queste donne in nero ci sono meno sorrisi, forse perché troppo prese dalla vita spirituale e sprezzanti delle gioie di questo mondo, o forse sottomesse a mariti, padri o fratelli   prepotenti o padroni. Oppure sono rimaste traumatizzate, perché già vittime di arresti arbitrari.Mi è sembrato di vivere una scena del film “Il cerchio” di di Jafar Panahi.

Ci siamo chiesti più volte nel corso del viaggio dove erano finite tutte quelle belle ragazze che si trovavano sul nostro aereo, con magliette senza maniche, pantaloni attillati, sandali con i tacchi alti e capelli sciolti sulle spalle. Abbiamo assistito alla loro silenziosa trasformazione non appena il comandante dell’aereo ha annunciato che era iniziata la discesa su Tehran. Come per un tacito accordo le braccia, le gambe e i capelli si sono coperti, i colori sono spariti e le voci calmate. Perfino i bambini hanno fatto silenzio. Anche la ragazza seduta accanto a noi, ingegnere informatico laureata a Vienna e impiegata alla Siemens di Zurigo è scomparsa sotto un fazzoletto e un impermeabile neri. Solo un’anziana donna, prima di essere prelevata e accompagnata a terra su una sedia a rotelle, mi ha accarezzato quando ha visto che anch’io mi coprivo la testa. Anche la nostra guida è un gran personaggio . Ha dei capelli particolarmente ribelli e i suoi hejab sono decisamente anarchici e fuori ordinanza. La sua risata ci accompagna per tutto il viaggio. Nonostante la fatica questa è per lei un’occasione per lei di respiro, di libertà, di serenità. Ci racconta di tutte le contraddizioni e delle assurdità di questo regime totalitario di cui la donna è la vittima principale. Ricorda i suoi studi in Italia dove si è laureata ma dove ha anche sofferto di ansia e preoccupazione per la sua famiglia e il suo paese ai tempi della scellerata guerra Iran – Irak (un milione e mezzo di vittime iraniane e cinquecentomila irachene). Guerra senza vinti né vincitori che ha però unito il paese nel dolore e ha lasciato una terribile eredità di giovani feriti, mutilati e disabili per tutta la vita. Quanta sofferenza per gli uomini rovinati ma anche per le donne che in silenzio devono convivere con tale strazio.

Ma la voglia di sorridere e di comunicare delle belle iraniane è impossibile da domare. Con grande coraggio e determinazione le ragazze si rivolgono ai turisti e chiedono di tutto, sia per sapere che per fare esercizio nella lingua straniera che studiano. Non avendo la possibilità di andare all’estero molti insegnanti suggeriscono ai loro studenti di far pratica con i turisti, a loro volta contenti di poter conoscere la gente del luogo. Dopo l’incontro ci si saluta abbracciandosi e ci si scambia l’indirizzo e-mail. La vita tuttavia continua e per fortuna è più forte della morte. All’inizio degli anni ottanta c’è stata una vera e propria esplosione demografica perché nei primi tempi della rivoluzione islamica erano stati proibiti tutti i metodi contraccettivi. Adesso invece nelle farmacie si vendono liberamente sia i preservativi che le pasticche di Viagra.

Non parlano di politica con gli stranieri le donne iraniane, ma cercano in mille modi di dimostrare ai pochi turisti che non nutrono sentimenti ostili verso lo straniero, anzi. E allora ci viene da pensare che forse invece delle sanzioni sarebbe molto più utile ed efficace favorire la conoscenza reciproca, che invece di continuare a riportare in prima pagina le farneticazioni dei vari politici, dell’una o dell’altra parte, sarebbe molto più costruttivo e interessante raccontare della vita di tutti i giorni delle persone normali, della curiosità e della voglia di vivere di tutti quei giovani – e sono la maggioranza – che sognano un futuro di libertà, libertà dalla guerra, libertà dalla propaganda politico-religiosa, libertà dal chador e dall’hejab, libertà di giocare al pallone e di mangiare il gelato in un giardino pubblico.

 

 

 

Viaggio in Iran, le mille e una contraddizioni.

Ho fatto questo viaggio nel 2008, quando la situazione internazionale era molto diversa. C’erano ancora le sanzioni, non era stato firmato l’accordo fra Iran e USA, c’erano altri presidenti. Questo è da tenere presente nel leggere il mio racconto.

Di solito mi astengo dal fare commenti politici. Ma a volte è impossibile. Soprattutto quando si parla di un paese come l’Iran, di cui i giornali, radio e televisione sembrano conoscere solo il nome del presidente – non certo eletto democraticamente – e riportarne le frasi propagandistiche, dimenticando troppo spesso la sofferenza del popolo.  E stiamo attenti a criticare i politici di altri paesi quando abbiamo in casa personaggi pubblici  che predicano spudoratamente odio e intolleranza. Chissà, forse alcuni hanno scelto il verde – colore dell’islam, presente in tutte le bandiere dei paesi musulmani – proprio perché intolleranti e fanatici come i pasdaran iraniani.

Forse il modo migliore per combattere la stupidità degli uni e degli altri sarebbe invece cercare di conoscere, capire e raccontare la realtà di questo paese, con tutte le sue contraddizioni. Non mi sarà possibile affrontare in modo esauriente tutti gli argomenti correlati, ma invito chi fosse interessato ad approfondire i temi trattati cercandoli – e trovandoli – su  testi seri e affidabili.

Non è facile scrivere di un viaggio in un paese esotico. Si possono descrivere i luoghi, le bellezze artistiche e naturali, commentando le fotografie. Si può parlare della storia, riferendosi ai monumenti storici. Si può parlare delle difficoltà incontrate, della gente scontrosa e inospitale, delle strade sconnesse, della sporcizia ed inadeguatezza degli alberghi, della diarrea del viaggiatore, dell’acqua non potabile, delle zanzare, ma in questo caso allora non avrei proprio niente da dire. Nessuna difficoltà invece, ma solo gente educata e cortese, gentile ma non invadente, alberghi in ordine e puliti, cibo sano e semplice, acqua potabilizzata in tutto il paese, nessun pizzico di nessun insetto. Certo avrei potuto tenere un diario, ma sarebbe stato troppo lungo e ripetitivo per chi legge. E si rischierebbe di saltare di palo in frasca. Perché in un diario si possono annotare anche i pensieri che arrivano incontrollati a interrompere la cronaca del viaggio. Non seguirò quindi un tracciato fisso, ma  mi lascerò andare ai ricordi e alle emozioni, solo con alcune note a margine. Perché si tratta di un paese particolare, di cui si parla tanto, ma si sa ben poco.

La favolosa Persia, l’odierno Iran.

Già, perché ha cambiato nome la Persia? Dicono le guide che Il nome Iran è stato ufficialmente adottato nel 1935 dallo Shah Reza, forse anche per compiacere la Germania nazista. Iran infatti è “La terra degli Ariani”. Si stabiliva così un collegamento fra la razza ariana idealizzata dalla Germina e la razza ariana persiana. La parola Persia, anch’essa antichissima , deriva dall’antico nome greco dell’Iran, Persis, che a sua volta deriva dal nome del clan principale di Ciro il Grande Pars o Parsa, i Parti. Ma lasciamo perdere la grande storia, perché ce n’è talmente tanta in un paese così che non basterebbe un’enciclopedia.

Accontentiamoci delle impressioni, e magari di qualche ricordo. Cosa sappiamo noi della Persia, o Iran, se non che Bush junior l’ha definito paese canaglia? Che bello quando le sue principesse e imperatrici riempivano le pagine dei nostri rotocalchi. Soraya, la principessa ripudiata, così triste, Farah Diba, che andava anche a sciare sul Mar Caspio. Le abbiamo viste le sue corone, nel museo dei gioielli, sotto la banca di Tehran, e abbiamo anche visto tutti i palazzi che ha fatto decorare e rimodernare, con un gran gusto per lo stile ornato tipico persiano, lei che aveva studiato architettura a Parigi. Lo Scià, sempre in divisa scintillante, anche un bell’uomo, che aveva invitato a una festa sfarzosa per i 2500 anni di Persepoli i reali del mondo intero, poveretti. Lo scià, che andava anche a sciare a Saint Moritz e che era così amico del nostro bravo principino Vittorio Emanuele. Trafficavano in armi ed elicotteri. Della SAVAK, la sua brutale polizia segreta, invece non si parlava proprio. Infatti era segreta. Poi il gran botto, la rivoluzione islamica. Se ne è parlato per un po’, poi per fortuna hanno fatto la guerra, Iraq e Iran, bambini e giovani mandati al macello per il nostro petrolio. Gli iracheni erano bravi, gli iraniani erano cattivi. Tutti però utilizzavano le armi che producevamo noi, gli ancora più bravi occidentali.

Poi, dopo anni, quella guerra lì è finita. Chi ha vinto? Non si sa. Si sa solo che l’ayatollah (ayat Allah = segno di Dio) Komeini e i suoi successori ogni tanto tuonano contro l’occidente, e noi diciamo che sono delle canaglie. Forse, ma “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, oppure, “da che pulpito viene la predica”….   Ma perché non si dice che è uno stato canaglia dato che è uno stato totalitario e una dittatura feroce con il suo popolo? Ma diciamoci la verità, cosa importa a noi occidentali se in Iran non c’è libertà? Cosa ci importa se le donne sono obbligate a portare il velo, a coprirsi fino ai piedi anche con 40° all’ombra, a occupare la parte posteriore degli autobus, o a fare il bagno in piscine riservate solo alle donne? (Questa forse è una punizione più per gli uomini che per le donne). Cosa ci importa se una donna è condannata alla lapidazione se sospettata di adulterio? Cosa ci importa se un omosessuale se non vuole essere impiccato deve cambiare sesso sottoponendosi ad un intervento chirurgico? (In Iran si effettua il maggior numero di queste operazioni, che se forzate si possono anche chiamare “castrazioni”). Cosa ci importa se l’anno scorso sono stati condannati a morte centocinquanta giovani, dico centocinquanta, solo perché sospettati di essere contrari al regime? Cosa ci importa se gli arresti sono sempre arbitrari e non vige certo uno stato di diritto? Non ce ne importa niente, perché tanto è uno stato canaglia. Ho persino letto sull’Herald Tribune un articolo di un “esperto” di medio oriente – di cui non farò il nome per non fargli pubblicità – che diceva che in fondo se fossero bombardati gli impianti iraniani per l’arricchimento dell’uranio sarebbe un bene per tutti, iraniani compresi. A parte naturalmente le inevitabili migliaia di morti. Tanto è uno stato canaglia. Cosa ci importa se alcuni monumenti, patrimonio dell’umanità, come la torre di Ciro a Pasargad, rischiano di essere danneggiati dalla costruzione di una ferrovia troppo vicina?

Anche la Corea del Nord era uno stato canaglia e la sua gente moriva di fame. E la Cina? La Cina non è più uno stato canaglia, anche se non si contano le condanne a morte, anche se i minatori cinesi continuano a morire per tirar fuori un po’ di carbone. Forse dovremmo finalmente cominciare a fare una differenza fra “Stato” e “Popolo”, fra “governanti” e “governati”. Diceva bene il nostro autista nel suo inglese essenziale, il sempre sorridente e premuroso Merhab, “tutte le persone sono buone, tutti i presidenti sono cattivi”.

Un ragazzo iraniano, un architetto adesso residente a Los Angeles, colto ed intelligente, seduto accanto a me in aereo nel viaggio di andata, mi ha esposto la sua interessante teoria.  Chi comanda veramente in Iran, ha continuato il mio interlocutore, sta a Qom, la città santa, non lontana da Tehran. Non servono le sanzioni, ha continuato, perché i potenti religiosi hanno comunque grandi proprietà e beni all’estero, moltissimi in Canada. Se mai si danneggiano proprio gli esportatori occidentali. (In Iran adesso non si possono usare né bancomat né carte di credito. Ufficialmente. Ma abili commercianti riescono ad eludere il divieto collegandosi con il Dubai.) Mi ha detto inoltre che nella sola Los Angeles, vivono un milione e mezzo di iraniani, ma in tutto il mondo l’Iran esporta cervelli da trent’anni. Proprio come l’Italia. Per lo più professionisti qualificati,medici, architetti, ingegneri, professori di università. Poi, ha continuato, in Iran si beve forse più di prima. Al mercato nero si trova tutto l’alcool che si vuole. E la sera bisogna stare attenti perché spesso chi è al volante ha bevuto e va velocissimo anche per non farsi prendere. E molti fanno persino il vino in casa.

Che strano, le moschee iraniane non sono brulicanti di fedeli come immaginavo. Solo una volta stava per esserci vietato un ingresso perché c’era un digiuno di donne. Nei giorni di festa la gente si reca con tutta la famiglia nei loro splendidi e curatissimi giardini, stendono un gran tappeto su un prato e passano lì il pomeriggio e la serata, in allegra compagnia. Però il nostro laico autista ogni volta che andavamo al ristorante e sulla tavola avanzavano piatti pieni di cibo ancora intatti si faceva dare delle scatole di plastica e li offriva con naturalezza ed un sorriso una volta a dei mendicanti, un’altra volta a degli operai afgani, che lavoravano lì vicino e cercavano di risparmiare il più possibile da mandare alla famiglia.

Che strano, il 16 di luglio, giorno di festa, “festa del papà” e compleanno del saggio e Alì, di cui lo stesso Maometto aveva detto di seguire le tracce, non riconosciuto dai sunniti, abbiamo sentito cantare con gioia, La voce tuonante veniva da una delle tante arcate del bellissimo ponte di Isfahan, dove la gente si raccoglie per trovare un po’ di refrigerio. Cantava quest’uomo e quando ha visto che eravamo stranieri ha chiesto alla nostra guida di tradurre le parole della canzone, probabilmente di un poeta iraniano, e ci ha coinvolto tutti nel canto. Si trattava solo di parole di amore, verso tutti, verso i vecchi, verso la famiglia, verso l’ospite. Come ci ha detto la guida è il modo degli iraniani per dire agli stranieri che non provano odio, anzi. Prima di lasciarci, l’artista ha abbracciato tutti gli uomini del nostro gruppo, mentre intorno a noi si era formata una piccola folla curiosa e affettuosa.

Che strano, a Isfahan la zona armena è la più lussuosa della città, la chiesa di Vank con annesso un interessante museo era piena di visitatori. E’ loro chiesa più bella, è splendidamente affrescata. Risale al ‘600, periodo in cui gli armeni furono chiamati dai governanti persiani per potenziare i commerci.

Che strano, abbiamo potuto visitare liberamente in varie città anche alcuni templi del fuoco, dedicati a Zoroastro. E’ ancora molto vivo in Iran lo Zoroastrismo, una delle più antiche religioni monoteiste. In questi templi brucia una fiamma perenne, sorvegliata dai loro sacerdoti, persone semplici, che svolgono un lavoro qualsiasi. Ma hanno pregato per noi e davanti a noi e ci hanno ripetuto il loro comandamento: Pensare bene, Dire bene e Fare bene. Sembra facile. Sono ancora molto vive e radicate nel popolo le tradizioni preislamiche che nemmeno l’attuale regime riesce a cancellare.Che strano, a Shiraz siamo potuti entrare in una yeshiva (scuola ebraica), senza nemmeno suonare il campanello, e a Isfahan siamo stati accolti con baci e abbracci nella sinagoga locale, piena di bambini urlanti. In tutte le altre sinagoghe che ho visitato, in Italia e all’estero, avevamo dovuto annunciarci, chiedere permessi, presentare documenti. Il fatto è che il nemico è il sionismo, quindi Israele, non l’ebreo che abita in Iran. Ma allora come mai si vedono le piazze piene nelle “giornate dell’odio”? (Odio contro l’occidente e contro Israele). Semplice, invitano gli abitanti di paesini delle campagne, offrono loro gita e pranzo e così riempiono le piazze. Esattamente come facevano in Russia per le loro feste, ad esempio il primo maggio.  Pagavano delle ore di lavoro in più a chi partecipava alle parate, mi raccontava la mia insegnante di russo. Se non sbaglio si faceva qualcosa di simile anche da noi durante il ventennio. Nessuno però racconta perché la settimana scorsa le vie e le piazze Tehran fossero gremite da una folla che bloccava il traffico. Era morto – di infarto – un popolarissimo attore, Khosro Shakibaii, molto amato per la sua bravura ed ironia, che aveva preferito restare in patria, dimostrando seppur discretamente, sempre nei limiti del possibile , la sua voglia di libertà e l’amore per il suo popolo. Ma non mi risulta che alcun giornale occidentale abbia mostrato le foto della folla che ha partecipato al suo funerale.

Ricordare le radici persiane sta diventando una forma di trasgressione. I mausolei degli antichi poeti sono ancora oggetto di pellegrinaggio, come la tomba di Hafez a Shiraz, in un magnifico parco, frequentato da famiglie, giovani e studenti. Le poesie di Ferdousi, un altro celebrato poeta iraniano, sono lette e studiate con un amore a noi ignoto. Forse varrebbe la pena fare un piccolo sforzo per conoscerli. A Isfahan abbiamo potuto ammirare le opere di giovani grafici – la calligrafia è un’arte tipicamente persiana – che riescono a fare degli splendidi quadri moderni con poche lettere o parole. In altri invece si rappresentava l’invasione araba e la lotta del popolo persiano in un fumetto. Sono piccoli segni, ma è tutto quello che possono fare, per adesso.Studiano l’arabo gli iraniani, a partire dalle scuole medie. Ma non lo studiano volentieri. Preferiscono studiare l’inglese. Perché l’arabo è la lingua del Corano, imposto dal conquistatore, dall’oppressore, anche se di più di mille anni fa. Hanno adottato l’alfabeto arabo, ma la loro lingua, così come il loro ceppo etnico, sono indoeuropei. Infatti sono molto diversi. Spiega bene Ryszard Kapuściński nel suo libro Shah-in-Shah queste differenze. Anche nella religione i persiani sono diversi. Infatti sono shiiti. Venerano Alì, nipote di Maometto e lo rappresentano ovunque, con fattezze delicate, che a noi cattolici ricordano tanto quelle di Gesù Cristo. Anche Gesù è considerato un profeta ed è rappresentato spesso. Non sono certo iconoclasti i persiani. Isfahan è un trionfo di immagini, sacre e profane. C’è un palazzo in quella città magica, con un salone completamente affrescata con scene di caccia, di feste, di guerra e di gioia, che viene chiamato “la cappella Sistina di Isfahan”.

Certo, luglio forse non è il periodo migliore per visitare l’Iran. Teheran è in alto, ma oppressa dalla montagna, con i suoi quattordici milioni di abitanti, il suo traffico congestionato e i suoi palazzi, quasi tutti con l’aria condizionata, è anche molto inquinata. Ci sono degli splendidi parchi e giardini, ma non bastano ad alleviare il disagio. In questo hanno sbagliato a copiare l’occidente. Perché non hanno continuato a costruire come facevano gli antichi persiani nei loro deserti? Intonaci di paglia e fango, isolanti ed ecologici, soffitti a cupole per raccogliere il calore, sofisticati impianti di ventilazione – le cosiddette torri del vento – che assicurano una circolazione d’aria anche col caldo torrido, sistemi di canalizzazione – i ghanat – che assicuravano sempre il rifornimento di acqua alle città e permettevano di avere quei verdissimi giardini, e persino grandi ghiacciaie scavate nel terreno e coperte da alte cupole. Tutte cose che abbiamo potuto ammirare a Yazd, magica città oasi.

E’ davvero un luogo speciale Yazd. Lì abbiamo potuto assistere ad una sessione di Varzesh-e Pahlavani, un’antica disciplina di ginnastica e lotta tradizionale della Persia, originariamente nata come accademia di educazione fisica per scopi militari. È conosciuta in Italia anche con il nome di zorkana, nome che indica più strettamente il luogo dove si compiono gli esercizi fisici, in questo caso un’antica ghiacciaia circolare. E’ un’arte in cui si fondono elementi della cultura pre-islamica con la spiritualità del sufismo. Agli “atleti” si richiede purezza, sincerità e temperanza, solo in seguito viene la forza fisica. Alla fine di ogni esercizio si invoca Alì. E’ stata un’esperienza forte e, mentre noi sorseggiavamo il tè offertoci, il nostro autista e un giovane del nostro gruppo si sono cimentati nel sollevamento di quelle speciali clave e quei pesanti strumenti metallici a forma di arco.Quante cose ci sarebbero ancora da raccontare di questo viaggio. La suggestività delle Torri del Silenzio, poste sulla vetta di colline desertiche nei pressi di Yazd, dove i seguaci di Zoroastro ponevano i loro morti, poiché i cadaveri non potevano contaminare gli elementi sacri, come la terra e il fuoco elemento e allora venivano esposti su queste torri e “purificati” dagli uccelli rapaci. Adesso non sono più in funzione, ma si immergono i cadaveri nella calce viva. Almeno così fa la grande comunità di Zoroastriani in India.

Le piazze di Yazd o di Isfahan al tramonto. Le splendide moschee con le cupole turchese. I giardini con innumerevoli giochi d’acqua. I bazar variopinti con ogni genere di merce. Il bazar per i nomadi a Shiraz, tutto colori e luci, come fosse Natale, perché ai nomadi di Shiraz piacciono colori e lustrini, come quella bella signora, che si è lasciata fotografare insieme a noi, così elegante nel suo

Quante, quante contraddizioni in Iran. Ma forse quella che lo rappresenta meglio di tutte è, come ci ha fatto notare la nostra guida, la severità con cui la polizia impone il velo alle donne, ma il lassismo con cui tollera che i motociclisti non indossino il casco…abito rosso, tutto decorato di paillettes. I vasi di spezie colorati che sembrano mandala tibetani. Ma come faranno a non mischiarle? E poi i tappeti, ogni città ha il suo stile, ogni casa ha il suo telaio, ogni tribù il suo mercante.

 

Molti i libri sull’Iran, i più importanti consigliati dalla guida Lonely Planet.

Io ho trovato particolarmente interessanti:

Alla ricerca di Hassan. Il volto nascosto dell’Iran di Terence Ward. TEA (2006)

Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi. Editore Adelphi  (2004)

Persepolis. Ediz. integrale di Marjane Satrapi. Editore Lizard ( 2007)

Shah-in-Shah di Ryszard Kapuscinski. Editore Feltrinelli  (2004)

Persia in the Great Game: Sir Percy Sykes – Explorer, Consul, Soldier, Spy ( 2004) by Antony Wynn

 

Non è così lontana Samarkanda

 

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Il colpo d’occhio all’arrivo a Khiva. La poesia di quell’immagine. La cittadella , un grande castello di sabbia rosata. La piazza, ampia, tanti fiori e una grande vasca che riflette il cielo, e, oltre la porta della cittadella, quella grande torre a tronco di cono, un minareto incompiuto, rivestita di piastrelline azzurre in tutte le sfumature.

Khiva fa parte del patrimonio dell’umanità. La favolosa Via della Seta. Forse dovremmo ricordare Marco Polo e lo spirito con cui viaggiava. O ripercorrere il cammino di Alessandro Magno. Cosa sappiamo avanzata araba verso oriente?

Lungo la via della seta c’erano ricchezza e cultura. Si parlavano tante lingue e c’era una grande libertà religiosa. Qui trovavano rifugio i perseguitati di altre religioni. Cristiani nestoriani, ebrei karaiti, sufi islamici, manichei, buddisti, seguaci di Zoroastro e sciamani. Il loro incontro creava interessanti fenomeni di sincretismo. In comune, un profondo misticismo.

Khiva, Bukara, Shakrisabz (la città di Tamerlano), Samarcanda.

Le splendide facciate delle moschee e delle madrasse. Azzurro il cielo, sempre, azzurre le decorazioni di ceramica. Mai uguali però, si potrebbe stare ore a contemplarle, a notarne i dettagli, le simbologie, i richiami ad altre religioni. La stella di Davide accanto alla svastica, e poi fiori e uccelli stilizzati. Anche nella bandiera uzbeka c’è un uccello, il Simurgh, il simbolo sufico per eccellenza.

Due le architetture delle moschee, quelle come la moschea azzurra di Istanbul, cupola in mezzo, quattro minareti agli angoli esterni, che si ispirano a Santa Sofia, e quelle che seguono il modello di Medina, un grande chiostro con cortile al centro. Qui sono così, con alcune eccezioni, come una moschea a Bukhara sorta sul sito di un tempio zoroastriano, forse una ex sinagoga, con un portale le cui colonne laterali ricordano il dorso di due libri.

Ancora sincretismo, antico testamento in ambiente islamico nei mausolei a San Daniele e a San Giobbe. O il mausoleo di Ismail Samanid, piccola costruzione cubica, le cui uniche decorazioni sono i giochi geometrici ottenuti con i mattoni: un gioiello cesellato con riferimenti al culto di Zoroastro, dodici finestre che rappresentano i mesi. Gli Zoroastriani, erano i più grandi astronomi dell’antichità. Cultori del fuoco, erigevano templi là dove il gas naturale sotterraneo lo alimentava. Anche gli arcangeli hanno “origine persiana”, passati poi all’ebraismo e all’islam.

Le moschee estive, tre lati chiusi e uno aperto rivolto a nord, il soffitto di legno lavorato sostenuto da una colonna centrale in legno.

Gli splendidi soffitti variopinti degli harem.

Khiva e Bukhara erano città universitarie, vi si insegnavano le arti liberali del Trivio (Grammatica, dialettica e retorica) e del Quadrivio (Astronomia, matematica, geografia e musica). Anche l’università di Bologna è cominciata così.

Troppo pochi i turisti a Bukhara. Hanno forse paura? Paura di essere rapiti e venduti proprio qui in questi androni, nel più ricco mercato di schiavi fino al secolo scorso? Paura di essere rinchiusi nella orrenda prigione della fortezza insieme a ratti e insetti malefici, su un letto di putrido liquame? O di avere la testa mozzata, proprio qui, davanti alla fortezza, per un capriccio del crudele emiro, come capitò ai due ufficiali inglesi intorno al 1840? O di essere aggrediti dal temibile “verme di Bukhara”, micidiale parassita che viveva in queste vasche in cui si conservava l’acqua? Ma Bukhara è bellissima, nonostante il suo sinistro passato.

La città di Tamerlano, Shakrisabz, da cui si intravedono le montagne del Pamir! Forse ancora più importante di Tamerlano è stato il nipote, Ulug Beg, grande astronomo. Eppure fu ucciso proprio da chi gli doveva tutto, il figlio. Ma egli rivivrà nei suoi studi, nelle sue opere, nel suo osservatorio di .

Via di nuovo. Chilometri e chilometri in mezzo a colline desertiche. Come per incanto su una collinetta d’oro appaiono tre figure. Tre macchie di colore. Tre ragazzine, su tre minuscoli asinelli. Ci sorridono, ecco che dal nulla spunta un’altra pastorella bionda, anche lei coloratissima. Ci guardano e sorridono. Ecco, a queste tre graziose kazake ho scattato la foto più bella del viaggio.

L’ultima tappa è Samarcanda. La piazza del Registan è troppo imponente e maestosa per entrare in un piccolo obiettivo. Comprerò delle cartoline, ma non sarà la stessa cosa. Comunque non è più la stessa cosa. Immagino il viaggiatore che, dopo un’estenuante marcia nella steppa, d’un tratto si trova in questa piazza racchiusa fra edifici colossali, cupole azzurre e altissimi minareti. Lo vedo che arriva mentre si stanno svolgendo le pubbliche esecuzioni sulla piazza del Registan, tutta coperta di sabbia per assorbire il sangue dei condannati… Siamo davvero in un luogo reale o siamo entrati direttamente in una favola delle Mille e Una Notte? Spiccano sulla moschea le immagini di due tigri…

Non è così lontana Samarcanda.